martedì 6 ottobre 2015

Utopia e distopia - Anticipazioni/indicazioni

Utopia/Distopia
Nel programma di quest’anno, imperniato sul tema dei confini, “CircolarMente” ha pensato di proporre un seminario su quel particolare e complesso confine che separa e insieme unisce l’utopia con la distopia, ritenendolo del tutto coerente con il proposito di porre al centro del discorso i nodi della contemporaneità.
Certo ricordiamo che la parola “utopia” entra nella storia del pensiero filosofico e letterario quando all’inizio del 500 Thomas More, riprendendo in termini fantastici il tema della Città Ideale già tratteggiato da Platone nella sua “Repubblica”, dà alle stampe un piccolo libro in cui, attraverso un paradigma narrativo destinato a fare scuola e imperniato sul tema della scoperta casuale di un luogo altrimenti sconosciuto, crea la rappresentazione di un’alterità totale rispetto al presente drammatico in cui gli è toccato di vivere, segnato da una corruzione endemica e da un’insopportabile ingiustizia sociale.
Certo More è ben consapevole che la felice isola di Utopia non esiste in nessun luogo, e in effetti è questo il significato del neologismo da lui stesso coniato, formato dalle voci greche “” (non) e “tòpos” (luogo), ma fin dall’inizio apparentato, per via di un gioco di parole, con l’omofono inglese “eutopia”, dove “eu” significa buono, eccellente: pur tuttavia, come umanista erasminiano non può rinunciare alla speranza che sia possibile costruire, attivando tutte le risorse della ragione, un mondo più equo ed armonioso.
Da quel momento in poi, la parola “utopia” entrerà nel linguaggio comune, venendo ad indicare non solo quei romanzi che adottano un meccanismo narrativo simile a quello inventato da More (un luogo “altro”, nello spazio o nel tempo – anche se in quest’ultimo caso si parlerà piuttosto di “ucronia”) ma più in generale ogni proposta  politico-filosofica di un modello ideale di convivenza umana.
Sull’utopia graverà peraltro, fin dall’inizio, una doppiezza di significato, che renderà questo termine, e il concetto che rappresenta, oggetto di controversia: per alcuni infatti le utopie non rappresenteranno altro che delle chimere, dei modelli ideali e astratti privi di sostanza quando non intrinsecamente pericolosi, mentre altri ne apprezzeranno la forza critica rispetto all’esistente e la capacità di orientare forme di rinnovamento sociale. Nello stesso modo la storia dell’utopia non sarà una storia lineare: vedremo infatti - come osserva Bronislaw Baczko, un importante storico dell’utopia - un’alternanza di momenti caldi di creatività utopistica (pensiamo al tardo rinascimento,  segnato non solo dal testo di More ma dalle opere di Tommaso Campanella e di Francis Bacon, o al secolo dei Lumi, in cui l’utopia da romanzo diventerà progetto di riforme che invaderanno i campi più diversi o ancora alle produzioni utopistiche dei riformatori sociali di fine ottocento), ma anche momenti “freddi” in cui l’utopia non sarà più in grado di scaldare i cuori o verrà messa direttamente sotto accusa (come accadrà nella seconda parte del novecento, segnata dalla delusione cocente rispetto alla degenerazione degli ideali che avevano animato i grandi movimenti rivoluzionari di inizio secolo, e ancora, più in generale, dalla  presa d’atto di uno scarto sempre più evidente fra il progresso scientifico e tecnologico e la capacità dell’uomo di gestirlo eticamente). 
Non l’utopia dunque, ma gli scenari cupi ed angoscianti della distopia contraddistingueranno la narrativa novecentesca a sfondo fantascientifico, sia nell’accezione più precisa del termine che implica la descrizione di una società immaginaria altamente indesiderabile o spaventosa (distopia significa appunto “cattivo luogo”) in cui  potremmo essere condotti a causa di alcune tendenze già operanti nel presente, che nella forma di una vera e propria  “antiutopia”, intesa a mascherare gli esiti perversi di alcune delle utopie realizzate (pensiamo alle grandi distopie antitotalitarie della prima metà del novecento, dal “Noi” di Zamjatin a “Il mondo nuovo” di Uxley e soprattutto al celebre “1984” di Orwell…)
Eppure sono in molti, oggi, a pensare che rinunciare del tutto all’utopia significa appiattirsi sulla realtà, chiudere, come diceva Lewis Mumford quasi un secolo fa, le risorse del nostro immaginario creativo e della speranza, cedendo a quella sorta di disincantamento del mondo che ci blocca sul “qui e ora”, permettendo alla politica di limitarsi ad un’azione di piccolo cabotaggio mentre nuove e insidiose forme di dominazione crescono. E’ pur vero che in questo nostro confuso presente non mancano certo individui, gruppi, movimenti che non hanno smesso di  attivarsi politicamente nel presupposto  che sia possibile un destino diverso rispetto ad un presente doloroso, ma indubbiamente non raggiungono una massa critica sufficiente per attuare quelle trasformazioni che pure appaiono indispensabili, se solo guardiamo allo scarto fra le aspettative di giustizia e l’esclusione sociale sempre più accentuata e in generale all’estrema frantumabilità della condizione dell’uomo nel mondo contemporaneo.
Può essere dunque davvero opportuno, oggi, ripensare l’utopia come ad un indicatore di direzione, declinandola certo in forme nuove rispetto al passato e tenendo presente la lezione della distopia, che ci aiuta a porre attenzione alle derive possibili dei nostri percorsi ideali.
E’ per questo motivo che la nostra associazione ha ritenuto di inserire il tema dell’utopia fra le sue proposte di riflessione, coinvolgendo il filosofo Gianluca Cuozzo che ha dedicato alcune opere molto interessanti alle utopie moderne e postmoderne e alle loro controparti distopiche, assumendo come oggetto privilegiato della sua riflessione proprio il ripensamento di una società dei consumi che per una malintesa e oltretutto fallace illusione di benessere produce una quantità ormai fuori misura di scarti materiali e umani. Già noto al pubblico di “Circolarmente”, per cui ha tenuto lo scorso anno due seminari molto coinvolgenti che hanno visto la partecipazione attenta di parecchi studenti dell’Istituto Pascal di Giaveno, sarà nuovamente con noi a Dicembre per una conversazione sul confine fra utopia e distopia, in cui partirà dall’analisi di un romanzo distopico di Paul Auster (“Nel paese delle ultime cose”).
In previsione di questo incontro, sono stati messi a punto alcuni materiali che saranno inseriti nel blog dell’associazione, nella  sezione dedicata ai documenti di studio, alla voce “Filosofia/Psiche”: oltre ad appunti sparsi su utopia e distopia, si potranno trovare le relazioni-riassuntive sui testi di Cuozzo più attinenti al tema scelto ( “Filosofia delle cose ultime” e “A spasso fra i rifiuti”) oltre ad una presentazione del romanzo di Paul Auster  

domenica 4 ottobre 2015

A proposito di un articolo di Roberto Esposito sulla "democrazia malata"


Credo che molti di noi abbiano avuto modo di leggere con la giusta attenzione un articolo a firma di Roberto Esposito, filosofo di assoluto valore, comparso su “La Repubblica” di oggi, Domenica 4 Ottobre, in cui esamina lo stato di salute della democrazia. L’articolo contiene ovviamente osservazioni acute ed illuminanti, visto il prestigio del suo autore, ma credo che, anche in questo caso per molti di noi, abbia (ri)sollecitato una perplessità. Sappiamo infatti da tempo che la “democrazia” è malata grave, ogni giorno il bollettino medico si aggiorna di nuovi e gravi sintomi, mentre quelli più antichi non danno alcun segno di miglioramento, anzi. Sono molti i medici che si affollano attorno al suo capezzale, molti di questi sono dei veri luminari nel loro campo. Roberto Esposito è sicuramente uno di questi, così come lo erano Ezio Mauro e Zigmunt Bauman di cui abbiamo riportato in questo blog la loro diagnosi “Babel”. A noi, poveri parenti, più o meno prossimi, della democrazia, che sempre più preoccupati affolliamo l’anticamera del capezzale, piacerebbe però che tutti questi medici, tutti questi luminari, così bravi nel formulare diagnosi, nel confermare il grave stato di salute dell’ammalata, fossero altrettanto bravi nel proporre cure e rimedi, chiari e prontamente applicabili. Sappiamo bene che nella migliore delle ipotesi tali cure, quando finalmente individuate, saranno pesanti e costose, e che il decorso sarà lungo e di esito incerto, ma vorremmo almeno poter leggere una qualche ricetta scritta con parole comprensibili e non con la solita scrittura da “dottori”. Ci spaventa poi il fatto che attorno al capezzale inizino a muoversi strane figure di santoni guaritori, che propongono cure quanto meno “originali”; l’ultimo, tal Yascha Mounk,  di cui abbiamo letto il rimedio proposto in un articolo/intervista proprio di fianco a quello della diagnosi di Esposito, pensa di trapiantare nella democrazia, evidentemente giudicandola più morta che viva, il dispositivo del “sorteggio” nella scelta dei suoi rappresentanti. In attesa di conoscere i dettagli operativi del sorteggio (bussolotti nell’urna? Pagliuzza più lunga? E chi fa il notaio?) continuiamo sempre più preoccupati ad assistere a questa lenta agonia.

venerdì 2 ottobre 2015

La parola del mese - Ottobre 2015

LA PAROLA DEL MESE

A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

OTTOBRE 2015

Uguaglianza - egualitarismo



uguaglianza (o eguaglianza) s. f. [derivato di uguagliare, eguagliare]. –  Condizione di cose o persone che siano tra loro uguali, cioè abbiano le stesse qualità, gli stessi attributi (in generale, o in un certo ambito) …….. La condizione per cui ogni individuo o collettività devono essere considerati alla stessa stregua di tutti gli altri, e cioè pari, uguali, soprattutto nei diritti politici, sociali ed economici: pretendiamo u. di trattamento per tutti; riconoscere l’u. dei cittadini di fronte alla legge; l’u. fu uno dei principî fondamentali della rivoluzione francese. Nel diritto costituzionale si distingue un’u. formale, per la quale si riconosce a tutti gli uomini pari capacità giuridica, e in particolare a tutti i cittadini pari godimento di tutti i diritti politici, e un’u. sostanziale, che è compito della Repubblica promuovere, secondo il dettato dell’art. 3 della Costituzione, per realizzare «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». In diritto internazionale, u. degli stati, situazione in cui si trovano gli stati in quanto componenti della comunità internazionale, quali membri, cioè, di una società perfettamente paritaria, enti sovrani indipendenti gli uni dagli altri.

egualitarismo (anche ugualitarismo e egalitarismo) s. m. [dal fr. égalitarisme, derivato di égalitaire – Concezione politico-sociale di origine illuministica, ispiratrice dei movimenti socialisti e in genere di ogni azione tendente a realizzare, accanto all’uguaglianza di diritto, un’uguaglianza di fatto, fondata sull’equa ripartizione dei beni e delle fortune tra tutti i membri di una società organizzata (per es., mediante l’uguale remunerazione di tutte le forme di lavoro, lo sfruttamento collettivo dei prodotti dell’attività economica, e soprattutto mediante la proprietà comune della terra e dei mezzi di produzione). In particolare egualitarismo salariale (o remunerativo), ogni proposta di politica sindacale tendente a ottenere un uguale trattamento per tutti i lavoratori (di un’industria, di un settore, ecc.), indipendentemente dalle mansioni svolte.
 

domenica 27 settembre 2015

Intervista a Jean Pierre Lebrun a cura di Emanuele Montorfano


Vivere insieme senza L'altro?
E’ ancora possibile ritessere il discorso collettivo?

Intervista a Jean Pierre Lebrun
a cura di Emanuele Montorfano

 

Non è certo una novità proporre l'idea che assistiamo ad un mutamento marcato, per certi versi, inedito del legame sociale e del discorso sociale che lo forgia. Se da un lato non possiamo non fare riferimento alla crisi congiunturale in cui ci troviamo, che preclude la disponibilità di risorse materiali e l'esercizio di diritti ereditati da ormai altri tempi, d'altro canto non possiamo arrestare la nostra analisi su questo punto. In questa intervista JPL ci invita a considerare che ciò che si presenta come critico non è da cercare solo nell'indisponibilità della risorsa, dell'oggetto, ma piuttosto nel particolare tipo di rapporto che il soggetto attuale intrattiene con l'oggetto di soddisfazione e nelle conseguenze che questo nuovo tipo di rapporto genera nello psichismo individuale.

martedì 8 settembre 2015

Processo alla piscologia

Pubblichiamo qui di seguito un breve articolo di Massimo Recalcati, La Repubblica del 07 Settembre, a commento di un corrispondente articolo che riassume i risultati di uno studio, coordinato dal gruppo Open Science Collaboration e pubblicato sulla rivista Science, che evidenzia la notevole mutabilità degli esperimenti condotti nell'ambito di ricerche psicologiche. In questa disciplina solo il 36% degli esperimenti ripetuti ha ottenuto risultati analoghi agli originali, i quali spesso erano stati utilizzati per sostenere affermazioni e teorie psicologiche. La fragilità degli esperimenti condotti in campo psicologico (ma non solo, la stessa incertezza sperimentale vale per altre discipline quali, ad esempio, la medicina) cozza  con il principio fondamentale degli esperimenti in campo scientifico: la riproducibilità. Ciò che vale per le scienze "dure", fisica e chimica, non sembra essere applicabile alle discipline "umanistiche". La psicologia deve allora essere posta sotto processo in quanto "antiscientifica"? La questione è ovviamente complessa e si collega ad un dibattito che da sempre anima il campo dell'epistemologia (studio sui metodi e sui principi della conoscenza). Questa che segue è la replica "a caldo" di Recalcati
 
Ma la vita psichica non si spiega con i numeri
IL nostro tempo è assillato dal culto della cifra: tutto dovrebbe essere misurato, pesato, tradotto in numeri, quantificato. Il mito dell'oggettività al di là di ogni interpretazione non anima solo alcune recenti correnti filosofiche, ma sembra essere diventato una sorta di imperativo "morale" diffusosi in tutte le aree del sapere. Nemmeno la psicologia può sfuggire a questa tendenza. Anzi, essa sembra sposare con sempre più determinazione l'idea propria delle scienze "dure" — come la matematica o la fisica — che una ricerca per essere considerata degna di scientificità non solo debba galileianamente essere riproducibile in termini sperimentali ma, soprattutto, produrre numeri, percentuali, cifre attendibili. Nemmeno la dimensione labirintica della vita psichica deve costituire una eccezione al nuovo impero dell'oggettività. L'impeto della valutazione — oggi diffuso in tutti gli ambiti del sapere — sospinge gioco forza la psicologia verso la psicometria: misurare atteggiamenti, conoscenze, abilità, credenze, sentimenti, personalità. L'intera classificazione delle malattie mentali proposta dai vari Dsm, per esempio, si fonda su un principio descrittivo basato su ricorrenze statistiche. Nelle Università, non solo italiane, la psicologia tende sempre più ad abbandonare il campo delle cosiddette scienze umane per scivolare verso quello delle scienze obbiettive, ispirate al criterio della quantificazione dei risultati. Una tesi di laurea che non sia corredata da sequenze di numeri, grafici matematici, curve statistiche, oltre che da "inglesismi" di ogni genere, viene ormai considerata, a priori, come una tesi di serie B. Anche il fenomeno che più di tutti esalta la soggettività umana, com'è quello dell'innamoramento, viene spiegato dalle neuroscienze come un fenomeno determinato dall'effetto biochimico dell'azione della dopamina su alcune zone del cervello e destinato fatalmente a spegnersi tra i sei e gli otto mesi. In un recente congresso scientifico interazionale sui disturbi dell'alimentazione al quale ho partecipato ho ascoltato esterrefatto relazioni di colleghi nord-americani che avevano letteralmente dissolto la soggettività del paziente in dati statistici, numeri, procedure anonime, percentuali. Del paziente, della sua anamnesi, della sua storia clinica, delle sue particolarità più proprie, non restava più nulla. Il feticismo della cifra e della generalizzazione protocollare aveva semplicemente inghiottito quello che ogni scienza medica dovrebbe invece rispettare: l'incomparabilità assoluta del soggetto. Il problema è scottante: esiste davvero la possibilità di misurare la vita psichica? E come non vedere che questa domanda trascina con sé la tendenza insidiosa — segnalata con forza da Michel Foucault e da Franco Basaglia — di una medicalizzazione violenta della vita umana? La spinta feticistica alla misurazione vorrebbe, infatti, cancellare il carattere singolare e irripetibile della soggettività umana segregando come "vita malata" quella che si trova fuori dalla media statistica stabilita che definisce la normalità. È questa la dimensione più politica che è al fondo della riduzione della psicologia alla psicometria: quello che devia da una supposta normalità è una deviazione statistica che deve essere trattata affinché ritorni nel suo alveo mediano. E se allora si gettasse nel lazzaretto dell'anormalità anche il pensiero critico, non omologato, quello deviante dalla universalità della norma? Ma, ancora, non è forse in questa devianza che dovremmo definire l'unicità irripetibile dell'esistenza come tale? L'esistenza, in altre parole, non è sempre una deviazione dalla norma?
La psicoanalisi offre alla psicologia un modello di scienza che non può essere ridotto al furore scientista della quantificazione. Ogni caso è per lo psicoanalista unico, non riproducibile, non comparabile. Eppure la pratica clinica della psicoanalisi non può essere senza principi, non è una improvvisazione irrazionale. Essa offre, piuttosto, il modello di una pratica epistemica che invita a diffidare di ogni generalizzazione per considerare l'"uno per uno", la singolarità deviante della vita umana.

martedì 1 settembre 2015

La parola del mese - SETTEMBRE 2015


LA PAROLA DEL MESE

A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni
SETTEMBRE 2015

politically correct
 
 
politically correct = locuzione angloamericana. (traducibile con «politicamente corretto»), usata in italiano come aggettivo e sostantivo maschile
1. Con uso attributivo, e in senso proprio, di discorsi e comportamenti improntati al rispetto delle minoranze e dei gruppi sociali più deboli e discriminati
2. Come sostantivo
a. Movimento politico nato nelle università statunitensi verso la fine degli anni ’80 del Novecento per rivendicare una maggiore giustizia sociale e per la difesa e il pieno riconoscimento delle minoranze oppresse (gruppi etnici, omosessuali, donne, ecc.). Per estensione la rivendicazione, da parte di gruppi minoritarî, del riconoscimento anche giuridico della propria identità culturale
b. Con significato più generico, atteggiamento di apertura e attenzione verso i problemi delle minoranze e di quelle categorie che non hanno spazî adeguati d’espressione nella società.
L'espressione politicamente corretto designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l'offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect). L'opinione, comunque espressa, che voglia aspirare alla correttezza politica dovrà perciò apparire chiaramente libera, nella forma e nella sostanza, da ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona. L'uso dell'espressione nell'accezione corrente può essere ricondotta agli ambienti di intellettuali statunitensi di sinistra d'ispirazione comunista degli anni trenta, sebbene riguardo alle origini del concetto di "politicamente corretto" vi siano altre ipotesi. Politically Correct è anche il successivo movimento di idee d'ispirazione liberal e radical delle università americane (in particolare nella University of Michigan ad Ann Arbor, Michigan) che alla fine degli anni ottanta si proponeva, nel riconoscimento del multiculturalismo, la riduzione di alcune consuetudini linguistiche giudicate come discriminatorie ed offensive nei confronti di qualsiasi minoranza per cui: afro-americans (afro-americani) sostituisce blacks, niggers e negros (negri), gay sostituisce i molti appellativi riservati agli omosessuali, diversamente abile sostituisce varie espressioni che erano politicamente corrette in passato (minorato, l'anglicismo handicappato, poi portatore di handicap, disabile), disoccupato sostituisce nullafacente. Il movimento nacque in risposta al rapido aumento di episodi di razzismo tra gli studenti, furono così approntati ed imposti dei codici di condotta verbale (speech cdes) con i quali si voleva scoraggiare l’uso di epiteti offensivi; il ripetuto mancato rispetto di questi codes veniva sanzionato con richiami ufficiali che avrebbero potuto influire negativamente sulla carriera accademica.

domenica 2 agosto 2015

Il Capitalismo morirà per overdose (Articolo di Wolfgang Streeck)


L’articolo di Wolfgang Streeck, qui sintetizzato, ha il grande merito di offrire, peraltro in linea con l’analisi svolta da Thomas Piketty nel “Il capitale nel XXI secolo”, un quadro analitico, molto sintetico ma non meno motivato, dell’attuale stato di salute del Capitalismo mondiale. Non occorre essere rigorosi cultori del materialismo scientifico, e del rapporto tra struttura economica e sovrastrutture, per sapere quanto incida su tutti gli aspetti del nostro umano vivere ciò che succede in campo economico e produttivo. La possibilità, ovviamente discutibile (anche in questo modesto Blog), che siano alle porte scenari nella “struttura” a dir poco molto problematici è un aspetto da tenere nella giusta considerazione. Il richiamo finale dell’articolo alla tragedia degli anni Trenta è quanto mai sintomatico in questo senso

 

IL CAPITALISMO MORIRA’ PER OVERDOSE

(articolo pubblicato su MicroMega n° 5/2015, ed originariamente sulla rivista New Left Review – n° 87/2014 – con titolo  How Capitalism will end
Autore Wolfgang Streeck, sociologo ed economista, Direttore emerito del Max Planck Insitute fur Gesellshaftsforshung, autore di numerose pubblicazioni, e del libro “Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico” – Feltrinelli 2013

sabato 1 agosto 2015

La parola del mese - AGOSTO 2015

LA PAROLA DEL MESE

A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

AGOSTO 2015


Vacanza
 s. f. [dal lat. vacantia, neutro  sostantivato di vacans -antis, part. pres. di vacare (v. vacare), attraverso il francese vacance].


1. Il fatto, la condizione di essere o di rimanere vacante; lo stato di una carica, di un ufficio civile o ecclesiastico, di un beneficio che siano privi del titolare e anche il periodo durante il quale rimangono vacanti: vacanze previste, negli uffici pubblici, quelle che si verificano in conseguenza di collocamento a riposo, vacanze impreviste le altre; vacanza della Sede Apostolica o della
Santa Sede, vacanza di una cattedra episcopale

2. Intermissione, temporanea cessazione di un’attività. In particolare:
·         Intervallo di riposo, di uno o più giorni, che nella ricorrenza di una festività o per altra circostanza viene concesso agli studenti e agli impiegati, mentre le scuole e gli uffici rimangono chiusi: mezza vacanza negli uffici, quando si ha solo mezza giornata libera. Al plurale, le vacanze, periodo di più giorni (come le vacanze natalizie e le vacanze pasquali) o anche di più mesi (come le vacanze estive); quando non siano determinate, s’intende per lo più le vacanze estive: vacanze intelligenti, per indicare il tipo di vacanze nelle quali il riposo si concilia con attività di svago culturale: Detesto il concetto di vacanza intelligente, mi pare presupponga che l’anno sia tutto idiota, eccetto quei quaranta giorni (Giorgio Manganelli). Nel Parlamento e in altre assemblee, periodo durante il quale sono sospese le sedute
·       Riposo più o meno lungo dalle proprie ordinarie occupazioni che una persona si concede (se svolge attività autonoma), o si fa concedere (se è in posizione subordinata). In senso figurato: avere, mandare il cervello in vacanza, smettere di pensare, di lavorare in modo attivo col cervello

3. In locuzioni determinate, sospensione: vacanza particolare se limitata ad alcune categorie; vacanza dei pagamenti; vacanza della legalità, la sospensione delle garanzie costituzionali, Con significati. affini a questo e anche ai precedenti, vacanza della legge, nel linguaggio giuridico, espressione che traduce il latino vacatio

4. In fisica e in chimica, vacanza atomica o vacanza reticolare, difetto costituito dalla mancanza di un atomo o di uno ione in un reticolo; vacanza elettronica, la mancanza di un elettrone nella struttura elettronica di un atomo

  

giovedì 30 luglio 2015

"Confini e frontiere"


Confini e frontiere
La Moltiplicazione del lavoro nel mondo globale
 
Saggio di Sandro Mezzadra e Brett Neilson

……Fosco ed impuro, magico e violento: è questo il paesaggio che sin dall’antichità avvolge il gesto di tracciare e istituire un confine. Fonti di tutto il mondo ci raccontano storie splendide e spaventose sulla creazione di linee di demarcazione tra il sacro ed il profano, il bene e il male, il privato e il pubblico, il dentro e il fuori. Dalle esperienze liminali delle società tribali alla delimitazione della terra in quanto proprietà privata, dal fratricidio commesso da Romolo nei confronti di Remo all’espansione del limes imperiale, queste storie ci parlano del potere produttivo del confine ovvero del ruolo strategico che esso gioca nella fabbricazione del mondo……..

Sintesi per spunti di riflessione – avvertenza preliminare
“Confini e frontiere” è un saggio complesso e molto articolato. Attraverso la lente del “confine” (non per nulla nel saggio definito come “metodo”) analizza aspetti e fenomeni, fra di loro collegati, nell’ambito di una generale analisi del contemporaneo capitalismo globalizzato e neo-liberista.  In questo intreccio molto ricco e variegato sta al tempo stesso la “forza” del saggio ed il suo limite di lettura ed assimilazione. Troppa carne al fuoco verrebbe da dire usando una frase fatta, ma mai come in questo caso appropriata. In questa sintesi, finalizzata ad arricchire il percorso di studio della tematica del “confine”, è su questo specifico aspetto che si è concentrata l’attenzione, tralasciando quindi moltissime riflessioni e considerazioni analitiche di grande valore, ma volte in prevalenza verso altre direzioni

Prefazione e Capitolo I (La proliferazione dei confini) = anticipano temi ed argomenti che saranno sviluppati nei Capitoli successivi. Contengono alcune affermazioni illuminanti sui successivi sviluppi analitici:

·         ….cercheremo di esplorare i complessi modi di articolazione tra diverse dimensioni del confine. Nel farlo utilizziamo in modo intercambiabile parole come confine, limite, delimitazione, mentre operiamo una chiara distinzione tra confine e frontiera

·         ……il primo termine è stato tipicamente considerato una linea mentre il secondo è stato costruito come una spazio aperto ed espansivo

·         ……il confine è un dispositivo epistemologico al lavoro ogni volta che è fissata una distinzione tra soggetto ed oggetto

·         …….i confini sono essenziali per i processi cognitivi perché consentono di stabilire tassonomia  e gerarchie concettuali che strutturano il movimento stesso del pensiero….i confini cognitivi hanno una grande rilevanza filosofica in quanto descrivono una dimensione generale, universale, del pensiero umano

·         …..parliamo del confine come metodo…..(facendo) riferimento ad un processo di produzione del sapere che tiene aperta la tensione tra la ricerca empirica e l’invenzione di concetti che la orientano…..significa sospendere l’insieme di pratiche disciplinari che presentano gli oggetti della conoscenza come già costituiti indagando invece i processi da cui questi oggetti sono costituiti…..

 

mercoledì 1 luglio 2015

La parola del mese - LUGLIO 2015


LA PAROLA DEL MESE

A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

LUGLIO 2015


REFERENDUM = dal verbo latino refere (riferire) in particolare dalla locuzione ad referendum (convocazione per riferire) è un istituto giuridico elettorale presente in molti paesi

 

In virtù di esso si può richiedere ad un corpo elettorale il consenso o dissenso rispetto a una decisione riguardante singole questioni; si tratta dunque di uno strumento di democrazia diretta, che consente agli elettori di pronunciarsi senza intermediario alcuno su un tema specifico oggetto di discussione. I requisiti, la disciplina e le caratteristiche sono variamente disciplinati nei vari  ordinamenti giuridici