venerdì 9 febbraio 2018

Demografia e Borse


Demografia e Borse
di Fagiano Giancarlo

Sono comparse sui media due notizie all’apparenza difficilmente collegabili: l’andamento demografico italiano nell’anno 2017 ed una nuova, consistente, perdita delle Borse mondiali, in particolare quella americana di Wall Street. Eppure una qualche riflessione al riguardo può offrire interessanti collegamenti. Almeno così a me pare. Iniziamo dai dati demografici italiani, fonte ISTAT, qui riportati, per chi non avesse avuto modo di vederli, con un grafico che li riassume in modo efficace:

Molti di questi dati meriterebbero una specifica attenzione, ma per restare in tema è utile soffermarci sul dato macro della popolazione diminuita anche nel 2017, a conferma di un trend che dura da diversi anni. Al 1° gennaio 2018 si stima infatti che la popolazione italiana ammonti a 60 milioni 494 mila residenti, quasi 100 mila in meno sull'anno. Non è certo una dato soltanto italiano, analoghe tendenze, relativamente alla popolazione “indigena”, ossia quella al netto dei flussi migratori, sono da tempo in atto in tutti i paesi dell’Occidente, USA compresi. Se si considera inoltre l’età media della popolazione (indigena) in questa parte del mondo, appare evidente che il processo di diminuzione, anche significativa, della popolazione è, salvo clamorose inversioni di tendenza, al momento non rilevabili, destinato a proseguire ed anzi ad accentuarsi ulteriormente, sia in Europa che negli States. Così passati nell’altra sponda dell’Atlantico diventa possibile occuparci dei “tonfi” di Wall Street che stanno trascinando a cascata le Borse mondiali. Con una premessa d’obbligo: per quanto la scuola economica mainstream, quella prevalente di chiara impostazione neo-liberista, si ostini a considerare l’economia una scienza esatta, gestibile con formule ed algoritmi, appare al contrario evidente che molti fenomeni economici, ed in particolare proprio quelli finanziari, si basano su di una così vasta serie di possibili fattori da rendere problematica, se non impossibile, una loro gestione “scientifica”, e  la stessa individuazione esatta dei motivi scatenanti. Non a caso molti economisti assegnano un ruolo determinante agli aspetti “psicologici” dei comportamenti, individuali e collettivi, dei protagonisti dell’economia. In particolari molti vedono nell’impennarsi improvviso di acquisti e vendite in Borsa il peso di aspettative, ottimistiche o pessimistiche, determinate in misura tanto decisiva quanto incontrollabile, da fattori emotivi slegati dai dati economici “reali”. Si tenga poi conto che molte transazioni in Borsa sono ormai gestite da “cervelli elettronici” che, anche in questo caso sulla base di fantomatici algoritmi, reagiscono automaticamente alle fluttuazioni di fatto accentuandole spesso oltre misura. Ciò premesso molti autorevoli commentatori (personalmente ho trovato molto chiaro e convincente un recente intervento sul tema del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz) ritengono che dietro le turbolenze di Wall Street si celi il timore, accentuato dalle dinamiche psicologiche di cui si è detto, di un rallentamento dell’economia collegato proprio ai dati demografici, in questo caso americani. Molti operatori di Borsa starebbero infatti iniziando a temere una sorta di corto circuito fra la diminuzione della popolazione “indigena” e la crescita dell’economia che sembra al contrario tornata a buoni livelli. Negli USA in effetti da diversi anni, prima grazie alle politiche di sostegno all’economia avviate dall’amministrazione Obama e ora grazie all’effetto, per altro da valutare sui tempi lunghi, della consistente riduzione delle tasse e delle politiche protezionistiche adottate da Trump, l’economia va bene, persino troppo bene, lo dimostra innanzitutto il dato dell’occupazione: a livelli così alti da consentire di parlare di “piena occupazione”. Ed è proprio qui che potrebbe scattare il corto circuito: l’economia di mercato, come già diceva il buon Carletto Marx, è costituzionalmente condannata alla crescita continua pena l’innesco di spinte recessionistiche, obiettivo però non semplice e tanto più difficile da conseguire quanto più è sostenuta la crescita stessa. Per farlo tutti i fattori che concorrono a crearla devono essere disponibili e funzionare al loro meglio. Ma come fare a disporre di ulteriore manodopera, di più lavoratori, di più forza lavoro direbbe Carletto, se la popolazione tende a diminuire? Se diminuisce quella indigena e, al contempo, si pensa - e si inizia a fare - di fermare i flussi immigratori? Se stanno ormai per uscire dal mondo del lavoro i baby boomers indigeni, i tantissimi americani nati negli anni sessanta, e al contempo si vuole allontanare i baby dreamers, i nati degli ultimi decenni da famiglie immigrate che hanno ancora lo status di clandestini (calcolati in un milione e seicentomila individui, giovani)? Questo dubbio agita i sonni degli operatori di Wall Street e potrebbe spiegare, almeno in parte, le turbolenze di questi giorni. Non siamo per altro di fronte a problematiche “nuove”, da tempo molti insistono sulla necessità di riflettere, in modo razionale e lungimirante, sul rapporto fra dati demografici e sostenibilità dell’economia. Qui in Europa la Germania è da anni capofila in queste considerazioni e le misure di accoglienza adottate dalla Merkel, a costo di perdita di consensi elettorali, sono una miscela di valutazioni etiche di solidarietà e di concretezza politica. Ovviamente qui in Italia siamo molto lontani da tutto ciò, la campagna elettorale gioca sul tema dei migranti ben altre considerazioni che quella del collegamento fra dati demografici e tendenze economiche. Vero è che siamo ben lontani dalla piena occupazione, che la ripresa è perlomeno fragile ed incerta, che in questo contesto le politiche di accoglienza sono ancor più complicate, ma una politica meno urlata, e meno cialtronamente dedita a parlare alla “pancia” del paese, qualche riflessione sugli orizzonti lunghi di un paese sempre più vecchio, sempre meno popolato dovrebbe iniziare a farla. Senza attendere altri tonfi delle Borse o i dati Istat del prossimo anno.

giovedì 1 febbraio 2018

La parola del mese - Febbraio 2018


La parola del mese


 A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni


Febbraio 2018


E’ un termine nato da molto poco ma che in brevissimo tempo è diventato di uso comune a livello mondiale vista “l’esplosione” del fenomeno ad esso collegato. Se praticamente tutti, o quasi, ne hanno sentito parlare, sono decisamente pochi (noi compresi) quelli che ne hanno una conoscenza adeguata. E’ quindi utile cercare di comprendere meglio cosa c’è dietro la parola


bitcoin/Bitcoin 


bitcoin = termine di nuovo conio (2008/2009) (simbolo: ₿; codice: BTC o XBT), formato dalle due parole inglesi “bit” (l’unità minima di informazione dei programmi informatici, ma bit vuol già anche dire del suo “pezzo/pezzettino-monetina–spicciolo”) e “coin” (moneta), pertanto significa, ed è, (una) “moneta, monetina virtuale”, (una) moneta, spicciolo, che vive e vale nel mondo della Rete. Lo si trova scritto sia con l’iniziale maiuscola (Bitcoin), in questo caso si riferisce alla tecnologia informatica che lo ha creato e che lo sostiene ed all’ambiente Internet in cui si muove, sia con l’iniziale minuscola (bitcoin), e in questo caso si intende la valuta virtuale in sé vera e propria.

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Stante la rilevanza che il “fenomeno” bitcoin sembra aver assunto sotto diversi aspetti e vista la complessità “tecnica” del mondo Bitcoin questa sintetica definizione richiede di essere integrata limitandoci tuttavia agli aspetti essenziali di un “sistema” tanto semplice nella sua concezione iniziale quanto decisamente complicato nella sua successiva articolazione.…………

-Il bitcoin nasce come risposta concreta ad una esigenze cresciuta in Rete nel corso dei primi anni del nuovo millennio, nell’ambito di un “dibattito aperto” al quale hanno contribuito operatori economici, in gran prevalenza attivi in settori già del loro costituzionalmente operativi in Internet, informatici puri, teorici delle potenzialità rivoluzionarie della Rete

-Il tema era quello di superare le difficoltà di sviluppo delle relazioni commerciali in Rete pregiudicate dalle forme di pagamento ad esse collegate troppo condizionate dalla rigidità del sistema delle valute ufficiali e dei pagamenti in forme tradizionali. L’idea che progressivamente prese forma fu quella di immaginare la creazione, in Rete, di una moneta virtuale, ma vera e riconosciuta, senza controlli e controllori centrali, ma autogestita in Rete, in grado di conciliare idealità e praticità, con la quale gestire i pagamenti delle relazioni commerciali fra operatori che avessero deciso di aderire alla piattaforma digitale di supporto

-La crisi mondiale del 2077/2008 e le collegate turbolenze nel mercato delle valute diventa l’occasione per rompere gli indugi

-A gennaio 2009 nasce ufficialmente la rete Bitcoin e debutta la moneta virtuale bitcoin. Il “papà” del sistema operativo di supporto e gestione è tal Satoshi Nakamoto, nome di fantasia dietro al quale si nasconde un personaggio misterioso a tutt’oggi ancora sconosciuto nella sua vera identità

-Il software gestionale e l’ambiente Bitcoin ideati da Nakamoto rispondono perfettamente ai parametri auspicati di solidità, controllo, parità ugualitaria degli operatori, trasparenza delle transazioni, anonimato. Il bitcoin nasce con le conseguenti caratteristiche di “criptomoneta” ossia una moneta “virtuale” che attribuisce un “valore monetario convenzionale” ad uno scambio di informazioni digitali fra due o più operatori che aderiscono ad una piattaforma digitale condivisa, è in parole molto povere uno scambio di “bit” in rete che ha un valore concordato di “coin”

-Il termine “cripto” deriva dalla caratteristica, indispensabile per un sistema gestionale aperto in Rete, di “segretezza” utile a garantire controllo, serietà e solidità gestionale. La crittografia è da sempre stata utilizzata nella storia umana proprio per proteggere, rendendolo “nascosto”, uno scambio di informazioni “delicate”. L’inchiostro simpatico, la scrittura di Leonardo, il codice “Enigma” usato dall’esercito tedesco nella Seconda Guerra (decifrato dal matematico inglese Alan Turing conisderato proprio per questo il padre dei moderni computer) sono alcuni esempi di crittografia che, con l’avvento della Rete, viene intensivamente usata per “proteggere” informazioni “riservate e sensibili”. La crittografia informatica in particolare consiste in algoritmi che, sulla base di una chiave segreta, modificano i caratteri digitati trasformandoli in un linguaggio riservato solo ai possessori di tali chiavi. Detto in modo molto sintetico chiunque entra nel mondo Bitcoin diventa proprietario di un suo specifico “portafoglio” (wallet), all'interno di ogni portafoglio c'è una coppia di chiavi crittografiche: la chiave pubblica, la si può immaginare come il codice IBAN di un conto corrente,  cioè l'indirizzo che fa da punto di invio o ricezione dei pagamenti, e la chiave privata, ossia la vera e propria  firma digitale del singolo utente, la chiave che gli consente di leggere il linguaggio crittografico di Bitcoin.

-Il bitcoin conosce un successo immediato tanto da dare l’avvio ad una vera e propria esplosione di “criptomonete informatiche” (attualmente se ne contano circa duecento!)

-E’ sempre difficile individuare le ragioni del successo di iniziative decisamente innovative, sicuramente concorrono diverse ragioni e spiegazioni, quel che è certo è che la piattaforma Bitcoin ha sostanzialmente mantenuto una forte coerenza con le caratteristiche auspicate alla sua nascita.

-Ad esempio la parità ugualitaria fra i suoi operatori è garantita dall’uso della tecnologia peer-to-peer (P2P) (da pari a pari), la stessa utilizzata per lo scambio più o meno legale che si fa in Rete di file musicali, film e software: ossia tutte le comunicazioni fra gli utenti Bitcoin avvengono sulla base del principio “da pari a pari”, in questo modo non esiste al sua interno alcuna autorità centrale,  la gestione delle transazioni e l'emissione di bitcoin viene effettuata collettivamente dalla rete. In sintesi: Bitcoin è open-source,  la sua progettazione è pubblica, nessuno possiede o controlla Bitcoin e ognuno può prendere parte al progetto.

-Il controllo della sostenibilità e del buon esito delle transazioni è affidato alla rete Bitcoin stessa, alla sua strutturazione ed al sistema informatico gestionale ideato da Nakamoto. Che qui riassumiamo a grandi linee, stante la sua indubbia complessità, per coloro che, del tutto digiuni al riguardo, volessero farsi comunque un’idea, invocando al contempo comprensione ed indulgenza da parte dei veri esperti della materia:

-ogni transazione in bitcoin è pubblica e memorizzata nei computer di tutti coloro che possiedono un portafoglio; la struttura dell’ambiente Bitcoin è articolata per pezzi, per singole caselle, chiamate “nodi”, all’interno di questi nodi la catena degli utenti opera, a salire dal nodo più basso a quello più alto, tutte le operazioni di controllo, validazione, interfaccia per dare seguito operativo alle attiviità di pagamento/trasferimento dei bitcoin

-i bitcoin possono pertanto essere spesi solo da chi ne possiede la relativa chiave privata: se questa viene smarrita, i bitcoin associati non potranno più essere spesi e il relativo importo diverrà indisponibile. (nel 2013 un utente ha lamentato la perdita di 7.500 bitcoin, all'epoca del valore di 7,5 milioni di dollari, per essersi accidentalmente sbarazzato di un hard disk che conteneva la sua chiave privata)

-quando un utente A trasferisce criptovaluta a un altro utente B, attraverso una connessione diretta da computer a computer (il peer-to-peer), aggiunge alle proprie monete la chiave pubblica di B (cioè l'indirizzo del destinatario, il suo "iban") e autorizza la transazione firmandola con la propria chiave privata (la propria "firma"). La transazione viene inviata sulla rete peer-to-peer, dove viene controllata e registrata da tutti i nodi che partecipano alla rete direttamente coinvolti.

-Il processo di validazione avviene risolvendo, per ogni transazione, un complesso set di operazioni matematiche che richiede una grande potenza di calcolo ma che garantisce la validità e univocità dell'operazione. Il metodo definito ed elaborato da Nakamoto garantisce cioè che A disponga veramente della quantità che sta trasferendo a B e che quella stessa quantità non sia già stata utilizzata in altri scambi.

-Quando la validità della transazione viene confermata, l'informazione viene aggiunta al database distribuito, chiamato blockchain, cioè catena di blocchi: a questo punto ogni nodo della rete peer-to-peer viene a conoscenza dell'avvenuta transazione.

-Quindi il sistema Bitcoin prevede e garantisce la massima trasparenza e conoscenza. La blockchain contiene tutti i movimenti di tutti i bitcoin generati a partire dall'indirizzo pubblico del loro creatore fino all'ultimo proprietario.

-Questo permette di evitare che una quantità già spesa possa essere utilizzata nuovamente dalla stessa persona: ogni punto della rete sa tutto di ogni singola moneta.

-La potenza di calcolo necessaria, sempre più consistente, viene garantita dalla stessa comunità Bitcoin. Gli utenti , chiamati miner, che mettono a disposizione i computer, sono ricompensato in criptovaluta.

- I bitcoin così creati sono generati e accreditati sei  volte l'ora in maniera automatica: il mining è quindi un'attività che consente, a chi la pratica, di generare criptovaluta.

-Il sistema Bitcoin prevede però un limite massimo di bitcoin creabili. Il numero massimo di bitcoin che il sistema è in grado di sostenere e gestire è infatti fissato in 21 milioni di bitcoin: in base alle attuali stime sugli scambi, questo limite verrà raggiunto nel giro di 130 anni circa. Il fatto che non possano essere effettuate iniezioni di moneta da parte di un ente esterno, per esempio una Banca Centrale, è  da un certo punto di vista una "garanzia di stabilità" e mette il bitcoin al riparo dal rischio di inflazione.

-il satoshi (il nome di Nakamoto)è la più piccola frazione di bitcoin, pari a 1 centomilionesimo di bitcoin (0,00000001 BTC).Il che dà già l’idea del valore unitario altissimo ormai raggiunto dal bitcoin

-Il software è aggiornato e manutenuto dalla stessa comunità Bitcoin, cioè da appassionati e sviluppatori che con il loro lavoro contribuiscono a rendere il protocollo sempre più efficiente.

Completiamo questo quadro informativo (scusandoci ancora per la sua inevitabile “osticità”) con alcune considerazioni più generali:

-a differenza delle valute convenzionali, il cui valore è associato alle variabili macroeconomiche dello Stato (o della Comunità) che le emette, il valore del bitcoin dipende esclusivamente dalle aspettative di chi li scambia. Il loro valore è cioè determinato esclusivamente dalla legge della domanda e dell'offerta, un po' come per il prezzo dell'oro, dei diamanti e delle materie prime.

-Il fatto che il sistema Bitcoin preveda la creazione controllata di nuovi bitcoin ha sicuramente contribuito, proprio per il gioco domanda-offerta a fronte di una massa “finita” di pezzi, all’esplosione apparentemente incontrollata del suo valore

-Il clamore attorno all'aumento del valore del bitcoin che si è generato negli ultimi mesi ha innescato una corsa all'acquisto, che a sua volta ha contribuito a incrementarne il valore: per esempio, il 13 gennaio 2017 un bitcoin valeva circa 777 euro, il 13 dicembre 2017 era salito a 14.475 euro. Negli ultimi 12 mesi il valore del bitcoin è aumentato del 1900%

-A meno di volersi dedicare all'attività di mining, l'unica alternativa per procurarsi dei bitcoin è quella di acquistarli online su una delle tante piattaforme di trading che oggi li trattano alla stregua di azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari. Un buon modo per iniziare è verificare tutte le possibilità su bitcoin.org  (disponibile anche in italiano).

-L'economia  basata sui bitcoin è ancora molto piccola, se paragonata a economie stabili da lungo tempo (anche se, ad esempio, già nel 2013 ha raggiunto il 21% del totale delle operazioni di cambio in Cina) e il software è ancora in uno stato di beta realese (in costruzione), tuttavia sono già commercializzati in bitcoin merci e servizi reali quali, ad esempio, automobili usate o contratti di sviluppo software. I bitcoin vengono accettati sia per servizi online sia per beni tangibili. Sono moltissimi ormai gli enti, le organizzazioni e le associazioni che accettano donazioni in bitcoin, ad esempio: dal novembre 2013 l'Università di Nicosia, a Cipro, accetta il bitcoin come mezzo di pagamento delle tasse universitarie. A partire dal primo luglio 2016, nella città di Zurigo, capitale di uno dei Cantoni più ricchi della Svizzera, era, è possibile pagare in bitcoin alcuni servizi pubblici, tra cui la sanità e i trasporti. Alcuni commercianti, utilizzando siti di cambio, permettono di cambiare bitcoin in diverse valute, ivi compresi dollari statunitensi, euro, rubli russi e yen giapponesi. E' di questi giorni la notizia flash della prima auto venduta con pagamento in bitcoin

-Tra gli scenari previsti per un possibile fallimento di Bitcoin, vi sono un processo di svalutazione della moneta (il cui valore è cresciuto a dismisura per l’eccesso di domanda, a puri fini speculativi, slegata dal suo reale utilizzo di moneta virtuale di pagamento di vere transazioni commerciali) oppure una pesante restrizione della base di utenti, oppure ancora un attacco repressivo frontale al sistema da parte dei governi (sollecitati da alcune associazioni dei consumatori che hanno lamentato il fatto che il bitcoin sia di fatto diventato una sorta di catena non virtuosa, come quelle, tecnicamente chiamate “sistema Ponzi”, che promettono forti guadagni a patto di reclutare continuamente nuovi investitori premiando però di fatto solo i primi della catena)

-Nouriel Roubini, professore di economia e business internazionale, diventato celebre per aver previsto per primo la crisi finanziaria del 2008, in un'intervista rilasciata pochi giorni fa ha sottolineato come il bitcoin sia solo un'altra gigantesca bolla, destinata a scoppiare e lasciare sul terreno diversi nuovi poveri.

-Esistono ormai dei punti Bancomat di bitcoin, anche in Italia (il primo installato in Italia, e terzo in Europa  dopo quelli di Helsinki  e Zurigo, ha cominciato a operare a Udine  nel 2014) chiamati  ATM (Automated Teller Machine) sono separati e non integrati con Visa, MasterCard,  o altri circuiti di pagamento utilizzati dagli istituti bancari, ma dai quali è possibile prelevare contanti (in euro) da un proprio conto in bitcoin o viceversa. Ci sono anche carte di credito emesse dai normali gestori ma appoggiate a wallet in bitcoin

-Il potenziale di anonimità delle transazioni ha reso le criptovalute, come il bitcoin, la moneta preferita anche per gli scambi illegali di denaro. Inoltre la possibilità che molte agenzie del settore offrono di acquistare bitcoin con pagamento in contanti sta di fatto offrendo pericolose occasioni di riciclaggio di denaro sporco. L’anonimato offerto dal sistema Bitcoin rende inoltre di fatto impossibile la tassazione degli eventuali guadagni da speculazioni di ordine finanziario sulla criptomoneta.

martedì 9 gennaio 2018

A proposito di “opera d’arte” - di Fagiano Giancarlo


A proposito di “opera d’arte”

 Note a margine della lettura
 di un saggio di Giorgio Agamben


N.B. = L’idea iniziale era di pubblicare un commento in calce alla sintesi del seminario sul movimento Bauhaus, ma la lettura del saggio di Agamben ha talmente arricchito le scarne impressioni personali originali da rendere le dimensioni di queste note incompatibili con lo spazio di un commento. Preciso che le parti in corsivo blu sono estratti testuali dal testo di Agamben

Nel corso dell’ottima relazione tenuta da Valter Alovisio sulla esperienza artistica del movimento Bauhaus, e del successivo dibattito, è stato giustamente richiamato il saggio di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica”. Un saggio che a molti decenni dalla sua pubblicazione ancora mantiene la capacità di offrire una importante chiave di lettura sul concetto di “opera d’arte” così come è radicalmente evoluto nella nostra epoca.
E’ con evidente richiamo all’opera di Benjamin che Giorgio Agamben (A) ha intitolato il suo ultimo, breve ma come sempre molto denso, saggio “Creazione ed anarchia – l’opera nell’età della religione capitalistica”.
A differenza di Benjamin A. pur partendo dallo specifico dell’ “opera d’arte” -  il primo capitolo del saggio è infatti intitolato “Archeologia dell’opera d’arte” - allarga la sua riflessione, va da sé prettamente di ordine filosofico, al più generale concetto di “opera” (umana).
Ne presento qui una sintesi limitata però sulle sue riflessioni attorno al concetto di “opera d’arte” per dare seguito agli stimoli di approfondimento sicuramente sorti nei presenti al seminario “Tutto in una sola forma”  in particolare proprio sulla diffusa (?) difficoltà, sicuramente mia, nel realizzare cosa oggi si possa e si debba intendere per “opera d’arte”.
Si è detto del titolo del primo capitolo “Archeologia dell’opera d’arte”; colpisce l’uso del termine “archeologia”, ma la spiegazione viene fornita già nelle primissime righe ……..l’idea che guida queste mie riflessioni sul concetto di opera d’arte è che l’archeologia è la sola via di accesso al presente…….
Rafforzano questa considerazione la ripresa di una affermazione di Michel Foucault: l’indagine sul passato non è che l’ombra portata di una interrogazione rivolta al presente (in fondo è, molto immodestamente, la ragione che ha fatto intitolare l’attuale programma di Circolarmente “memoria ed emergenze”!) ed il richiamo che A, fa all’Europa dei nostri giorni….l’uomo europeo può accedere alla sua verità solo attraverso un confronto con il suo passato, solo facendo i conti con la sua storia……
Poco più avanti rafforza questo richiamo portandolo proprio nell’ambito artistico…..e se l’arte è diventata oggi per noi una figura, forse LA figura, eminente di questo passato allora la domanda è: qual è il luogo dell’arte nel presente?......
Lo stile di A. è basato sull’uso sapiente del porre domande, del seminare dubbi, introdotti con lucida logica ad crescendum per costruire le proprie tesi. Non a caso quindi arriva un interrogarsi sul senso stesso della denominazione di “opera d’arte”……persino da un punto di vista grammaticale il sintagma “opera d’arte” non è facile da intendere, perché non è affatto chiaro se si tratta di un genitivo soggettivo (l’opera è fatta dall’arte e ad essa appartiene) o oggettivo ( l’arte dipende dall’opera e riceve da essa il suo senso)……
Domanda più che legittima specie in un’epoca, come quella attuale, che ha visto l’opera d’arte spostarsi dalle forme nelle quali era tradizionalmente considerata nei territori della “performance”, dell’attività concettuale, al punto che sempre più spesso appare possibile sostenere che….oggi l’arte si presenta come una attività senza opera……
Secondo A. questa trasformazione si è potuta realizzare (in aggiunta ai meccanismi ed alle logiche evidenziate da Benjamin nel suo saggio) proprio perché non è mai stato affrontato, e quindi sciolto, il nodo di cosa si debba, in ultima essenza, intendere con “opera d’arte”.
In questo senso A. propone un percorso storico dell’evoluzione di questo concetto articolato su tre passaggi a suo avviso determinanti.

Il primo si colloca nella Grecia del V secolo a.C.. al tempo di Aristotele.

Siamo in un’epoca nella quale l’artista viene considerato, alla stregua di un qualsiasi artigiano, ……fra coloro che praticando una tecnica producono cose…..
Aristotele, riflettendo proprio sull’attività del produrre, pone le basi per la prima interpretazione del sintagma “opera d’arte”.
L’attività di “produzione” è per Aristotele di norma costituita dall’insieme di due componenti che in essa si unificano: il momento in sè della produzione (l’atto del produrre)  e il prodotto finale (l’’opera prodotta)….. in tutti i casi in cui viene prodotto qualcosa altro oltre all’uso (l’atto del produrre) l’energeia (termine aristotelico che indica qualcosa che è in opera, in attività, ossia l’atto, e che raggiunge il suo fine proprio, la finalità per cui si è messa in moto, ossia il risultato dell’atto) risiede nella cosa fatta, come l’atto del costruire è nella casa costruita, e quello del tessere nel tessuto …….
Solo nelle attività che non producono opere, quali il vedere, l’udire, il meditare, l’intera essenza della produzione  resta in capo al soggetto che la sta compiendo…..quando non vi è opera allora l’energeia, l’essere in opera, risiederà  nei soggetti (che la compiono) come ad esempio la visione nel vedente……
Tornando allo specifico della produzione artistica non sorprende quindi sapere che, anche sulla base di queste interpretazioni aristoteliche, per i Greci …….l’attività produttiva (artistica)  non risiede nell’artista ma nell’opera e comprendiamo quindi perché i Greci non tenessero in molta stima l’artista (considerato come si è detto alla stregua di qualsiasi artigiano)…………ciò non significa ovviamente che essi non vedessero la differenza fra un calzolaio e Fidia ma, ai loro occhi, entrambi avevano il loro fine fuori di sé stessi, nella scarpa il primo nelle statue del Partenone il secondo….
L’artista non poteva di conseguenza vantare la perfezione di coloro, quali ad esempio i pensatori, i filosofi,  che, contrariamente al suo realizzarsi nell’opera, possedevano in sé stessi, incorporavano in sé stessi, il proprio fine…..l’energeia perfetta è senza opera e ha il suo luogo in chi la pone in atto…..Non a caso erano considerata superiori le attività artistiche senza opera, quali la danza, la musica, la rappresentazione teatrale, rispetto a quelle che sfociano in un’opera (ovviamente da intendersi come “manufatto”), come la pittura e la scultura
Appare però evidente che la concezione di consegnare l’essenza della “produzione” all’agente, incorporandola cioè nell’autore dell’atto e slegandola dal risultato dell’agire, dall’opera realizzata, implica l’insorgere di una possibile contraddizione, peraltro intuita dallo stesso Aristotele.
Se, come si è visto l’artigiano e l’artista, produttori di manufatti, stanno, come conseguenza di questa concezione, un gradino al di sotto di quelle figure di agenti, musicisti e pensatori, che trattengono in sé stessi l’essenza della energeia, si chiede Aristotele,……esiste qualcosa che definisca (l’energeia) dell’uomo come taleoppure l’uomo come tale è privo di energeia….? Aristotele lascia però cadere questa domanda ovvero fornisce una risposta…..l’opera dell’uomo (in quanto tale) è l’energeia dell’anima secondo il logos……che riporta in capo ad una “attività senza opera” la possibile via d’uscita, di fatto non sciogliendo l’aporia, la contraddizione.
Appare infatti evidente che il calzolaio, e l’artista, sarebbero condannati in questo modo a vivere una sorta di scissione…….perchè vi sarebbero in lui due opere diverse una, interiore, che compie in quanto uomo e un’altra, esteriore, che gli compete in quanto produttore…..
(N.B. = le idee aristoteliche sul rapporto fra artista ed opera, al di là dellae loro condivisione o critica, forniscono vari e notevoli spunti di riflessione: Per restare nello specifico della produzione artistica, in particolare quella di manufatti artistici ancora attuata in forme più o meno tradizionali, si possono utilizzare per comprendere il rapporto, soggettivamente intimo, fra artista ed opera? Il suo separarsene da essa dopo la produzione? E quindi, in ultima istanza, il senso dello stesso mercato dell’arte? E cioè la produzione artistica finalizzata al e regolata dal gioco di domanda ed offerta? E qui scatterebbe immediato il collegamento con il saggio di Benjamin sulle trasformazioni indotte dalla “riproducibilità tecnica” dell’opera d’arte. Ma in senso molto più ampio, operazione che per molti versi compie lo stesso Agamben negli altri capitoli del saggio, possiamo utilizzarle per analizzare il senso dell’intera produzione di opere? Delle logiche sottostanti l’atto del creare? Ed ancora, entrando nello specifico della produzione capitalistica, in che rapporto potremmo immaginarle con i concetti marxiani del lavoro alienato? Dell’espropriazione dei mezzi di produzione e del prodotto finale del lavoro? Ovviamente impossibile affrontare, anche solo marginalmente, temi così complessi qui nello spazio di un semplice post già sovraccarico del suo)
La concezione aristotelica dell’opera d’arte, per quanto opinabile, mantiene a lungo una sua egemonia, certamente per tutta l’epoca classica.
L’irruzione rivoluzionaria del Dio cristiano, del legame fra l’unico Dio e l’uomo sua creatura, pongono lentamente le basi per una svolta radicale, fino al suo completo affermarsi nel tardo Medioevo e nel Rinascimento: l’artista vale in quanto tale, finalmente si prende il centro della scena……nella teologia medioevale si fa strada la concezione secondo cui l’arte non risiede nell’opera ma nella mente dell’artista, e più precisamente nell’idea guardando la quale egli realizza la sua opera….
La forza di questa concezione, che pare capovolgere l’idea di opera d’arte, sta nel suo stretto parallelo con la stessa creazione divina. San Tommaso lo spiega ricorrendo a questo esempio ……..come la casa preesiste in forma di idea nella mente dell’architetto così Dio ha creato il mondo secondo l’idea che stava nella sua mente…..
Immediato scatta il collegamento con il ruolo che l’architettura ha avuto nell’esperienza Bauhaus!
Ma,ben al di là di questa considerazione a margine,  la raggiunta indipendenza dell’artista dalla sua opera, il superamento della concezione aristotelica, hanno un prezzo, una ricaduta non meno vincolante.
L’avvenuta separazione fra artista ed opera, con l’energeia che risiede compiutamente nella sua mente, rende paradossalmente l’opera una conseguenza accidentale della sua arte, una semplice testimonianza, per quanto ammirevole ed ammirata, del suo genio creativo ……mentre in Grecia l’artista è un residuo imbarazzante dell’opera nella modernità è l’opera che diventa un residuo imbarazzante dell’attività creativa……
Ma qual è allora il significato di opera d’arte che risulta dalla sua prima interpretazione presa in esame? cosa resta al termine di questo percorso iniziato con Aristotele e concluso da San Tommaso? Secondo A. questa concezione, che ha improntato l’idea di opera d’arte dall’antichità fino agli inizi del Novecento, e che continua a persistere nelle forme tradizionale di produzione artistica, ci consegna un’idea di opera d’arte nella quale, indipendentemente dall’inversione dei fattori, il connubio fra artista, operazione di produzione artistica, opera prodotta resta indissolubile, non smembrabile; l’opera d’arte diventa cioè un unico insieme nel quale….non è possibile svincolare uno dei tre elementi che la compongono senza rompere irrevocabilmente (l’insieme)

Il secondo passaggio si realizza nella Germania degli anni Venti (quelli del Bauhaus e di Benjamin).

Nel 1923 un oscuro monaco pubblica un’opera, “La liturgia come festa misterica”, destinata a creare il cosiddetto “movimento liturgico”.
La prima parte del Novecento è stata non a caso definita “l’età dei movimenti”. Ad esempio così si autodefiniscono, o sono stati definiti, il movimento fascista e quello nazista, il movimento operaio, quello socialista, sindacale, piuttosto che quello psicoanalitico (definito tale da Feud in persona). Lo è anche in campo artistico, come abbiamo visto, c’è il movimento Bauhaus, e “movimento” sono tutte le correnti che si agitano sulla scena.
Il movimento liturgico si muove in ambito strettamente religioso, ecclesiastico, ma ha un provato rapporto con molte avanguardie artistiche. Esso si propone di recuperare l’intima spiritualità del primo cristianesimo alleggerendolo del peso delle costruzioni dogmatiche e permeandolo del coinvolgimento vitale che avevano i “misteri” antichi, quali quelli eleusini che si celebravano nell’antica Grecia.
Ad esempio secondo Casel, così come scrive nella sua opera, il sacrificio eucaristico nella messa ha il suo significato non nella commemorazione della morte di Cristo ma nel fatto stesso di rappresentarla, di riviverla………per questo l’azione liturgica agisce per il fatto stesso di essere compiuta in quel momento e in quel luogo indipendentemente dalle qualità morali del  celebrante…..
Esiste una connessione fra questa concezione “misterica” e le avanguardie artistiche che in quegli stessi anni Venti stanno per stravolgere il concetto di “opera d’arte”? Secondo A. questo legame esiste e non solo per le conoscenza e la vicinanza di alcuni artisti verso di esso.
Lo era già in nuce qualche decennio prima nella scelta stessa del nome che alcuni movimenti si sono dati, scegliendo per l’appunto nomi alquanto vaghi quali “simbolismo”, “ estetismo”, “ decadentismo”.
Ma nel momento storico in cui, Benjamin docet, la produzione artistica assume i caratteri di “serialità”, di riproducibilità tecnica, si afferma una sorta di reazione che porta artisti (non solo pittori e scultori, ma anche poeti, A, cita ad es. Mallarmè) a vedere la loro pratica artistica……come la celebrazione di una liturgia…in quanto comporta una dimensione in cui sembra essere in questione la salvezza spirituale dell’artista….in .quanto (rappresenta) una dimensione performativa in cui l’attività creativa assume la forma di un vero e proprio rituale…..
Così come per il movimento liturgico la liturgia vale per sé stessa in quanto rappresentazione del movimento salvifico del cristianesimo così l’azione dell’artista, e conseguentemente il concetto di opera d’arte, inizia ad assumere i caratteri di una liturgia che coincide con la propria celebrazione.
Ancora una volta A. fa comparire in scena Aristotele, il quale aveva distinto il fare, che mira alla produzione, all’opera, dal fare che ha in sè stesso il suo fine (la praxi); fra questi due idee del fare, il movimento liturgico e le avanguardie che puntano alla   performance ….insinuano un ibrido terzo in cui l’azione stessa (il fare stesso) pretende di presentarsi come opera…..

Il terzo momento si presenta non in ordine cronologico, ma come sviluppo logico: occorre infatti  tornare alla New York del 1916.

E’ qui, ed in questo anno, che Marcel Duchamp inventa il ready-made (presto-fatto).
……cosa fa Duchamp per far esplodere la macchina opera-artista-operazione?......ossia quella idea di opera d’arte che a suo avviso stava bloccando la stessa creazione artistica? Quella…..macchina artistica che (stava per raggiungere) nella liturgia delle avanguardie la sua massa critica (il suo limite esplosivo)…..?
Conosciamo l’operazione compiuta da Duchamp: prendere un qualsiasi oggetto, una qualsiasi opera, della quotidianità (il famoso orinatoio) e attribuirgli, esponendolo in un museo, il rango di “opera d’arte”.
Come legge A., attraverso i suoi filtri filosofici, questa operazione di ulteriore, definitiva, ridefinizione del concetto di “opera d’arte”?
 …..Duchamp non agisce come artista, ma come filosofo, come (così si autodefiniva) uno che respira…..l’opera d’arte così reinterpretata non sta più né nell’opera, né nell’artista, nel nell’atto di realizzarla, ma soltanto nella sua istituzionalizzazione, nel collocarla in un luogo che del suo le conferisce un tale rango, l’’opera d’arte è quindi un luogo…..il museo che acquista a questo punto un rango ed un valore decisivi…..
Era inevitabile che questa radicale trasformazione si prestasse, per le sue stesse caratteristiche, a stravolgimenti di scarso valore, tanto consapevoli dei fini mercantilistici di guadagno, quanto inconsapevoli del significato vero dell’operazione. Per realizzare, in un modo piacevolmente ironico e divertente, il senso di questa definizione di “opera d’arte” si consiglia la visione del film “The square”, recentemente uscito dopo aver meritatamente vinto la Palma d’Oro a Cannes.
Quale considerazione finale ci consegna a chiusura Agamben?
Quella di…… abbandonare la macchina artistica al suo destino…..e con essa l’idea che vi sia una suprema attività umana (la produzione artistica) che tramite un soggetto (l’artista) si realizza in un’opera (l’opera d’arte) in una energeia che traggono da essa un incomparabile valore……
In parole povere, quelle però di un filosofo, l’arte, l’’opera d’arte, intesa come “atto straordinario”, di fatto non esiste!!!!!
Spogliata della sua “aura” (concetto che Benjamin abbina a quella tradizionale)  l’opera d’arte recupera forse una sua “umanità” più accessibile e più comprensibile. Perlomeno per me.

Fagiano Giancarlo

mercoledì 3 gennaio 2018

La parola del mese - Gennaio 2018


La parola del mese
 A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni


Gennaio 2018

Fra pochi mesi gli elettori italiani saranno chiamati a votare per il nuovo Parlamento e, conseguentemente, per il muovo Governo. E’ molto lungo e complesso l’elenco delle questioni sul tappeto - in campo economico, sociale, politico, interne ed internazionali - sulle quali dovrebbe avvenire il confronto elettorale fra i partiti e le coalizioni. L’augurio è ovviamente quello di un dibattito magari acceso ed aspro ma decisamente orientato ad “entrare nel merito”, ossia il più possibile capace di fornire sullo specifico di tali questioni elementi utili agli elettori per capire le diverse proposte politiche e, su queste basi, per esprimere un voto “ragionato”. Va da sé che è presso che impossibile che la prossima compagna elettorale risponda a questo augurio.  Sono già iniziati il balletto delle promesse, insostenibili ed irrealizzabili, il gioco a “demolire l’avversario”, magari ricorrendo alle “bufale” (Parola del Mese di Dicembre 2016), la personalizzazione della proposta politica incentrata sulla figura del “leader”. Si muovono in questo quadro, per altro in linea con quello di buona parte delle democrazie occidentali, alcune tendenze di fondo che da tempo sembrano caratterizzare le crescente crisi della democrazia, delle istituzioni, delle forme di rapporto tra elettori ed eletti, dei meccanismi di creazione e raccolta del consenso. Una di queste tendenze, l’Oclocrazia, è stata la Parola del Mese di maggio 2017. Lo è anche la parola scelta per questo mese di Gennaio 2018:



Gentismo

gentismo (dal Vocabolario on-line Treccani) = s. m. (derivato dal s. f. gente con l'aggiunta del suffisso -ismo.) Atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto

per meglio entrare nei risvolti del suo significato abbiamo raccolto alcuni stralci di opinioni ed interpretazioni seguendone l’evoluzione nel tempo

·      Il 'populismo' sarebbe però diventato in realtà, e non solo in Italia, per usare un orrendo neologismo, 'gentismo', e cioè trionfo dell'indistinto, dell'omogeneo sempre mutevole, del 'senza radici'. Si sarebbe infatti affermato, secondo i sociologi, che già da tempo ragionano di "folla solitaria", il regno della moltitudine, frutto della globalizzazione (o mondializzazione) che fa implodere le masse, affossa le appartenenze, deterritorializza, produce sradicamento e spaesamento. (Bruno Bongiovanni, Treccani.it, Enciclopedia delle scienze sociali, 1996, s. v. Populismo)

   Oggi si tratta di blandire la gente, di parassitarne gli umori, di imitarne le pulsioni. Il gentismo è la vera e trionfale novità introdotta da Berlusconi in politica, tal quale il Mike Bongiorno ritratto da Eco egli è in grado di far sentire intelligente e utile anche l'ultimo dei fresconi. Si chiamava demagogia, ora si chiama marketing. (Michele Serra, Repubblica, 8 maggio 2002, p. 14, Prima Pagina)

   Il gentismo, malattia infantile del populismo, è tutto intorno a noi. Ormai ha colpito pure Matteo Renzi, fra il taglio alle poltrone ai politici in campagna elettorale per il referendum e il “lavoro di cittadinanza” di oggi. (David Allegranti, Foglio.it, 1° marzo 2017).

·      La neolingua capitalistica procede in modo solo apparentemente paradossale. Per un verso, inaridisce e sterilizza il lessico, in quanto impone una galassia semantica composta da un “numero chiuso” di termini il cui scopo è sempre il medesimo: glorificare i rapporti di forza sempre più asimmetrici del capitalismo liquido-finanziario e ostracizzare aprioricamente ogni possibilità di pensare e dire altrimenti. Per un altro verso, in modo apparentemente antitetico, viene arricchendosi di sintagmi e locuzioni che rinsaldano sempre più l’ordine simbolico egemonico di santificazione del nuovo ordine reale del capitalismo americano-centrico globalizzato post-1989. E, così, nel proliferare delle nuove locuzioni con cui viene arricchendosi la neolingua liberista v’è un termine di nuovo conio su cui vale la pena soffermare l’attenzione, sia pure cursoriamente: “gentismo” è la nuova figura concettuale forgiata dai padroni delle grammatiche dominanti. Organica alla Destra liberista-finanziaria del Danaro, la Sinistra liberal-libertaria del Costume ha, per questa via, coniato una nuova categoria per demonizzare ogni anelito delle classi nazionali-popolari dei lavoratori: “gentismo” è la nuova etichetta con cui il pensiero unico politicamente corretto ostenta il suo disprezzo per la gente comune, per i lavoratori, per le masse nazionali-popolari, irredimibilmente colpevoli di volere un posto di lavoro e dignità sociale, protezionismo economico e più Stato, e poco attente ai matrimoni gay,  al culto dell’immigrazione di massa, al veganesimo modaiolo, al genderismo militante e alle richieste femministe. “Gentismo” dice il disprezzo della aristocrazia finanziaria dominante per la gente comune, proprio come “populismo” esprime l’odio palese che suddetta aristocrazia mondialista prova per il popolo realmente dato. È bene decostruire la neolingua, svelando gli occulti rapporti di forza che essa nasconde e legittima. (Diego Fusaro – Il Fatto Quotidiano del 14/10 /2017)

·      La rete è ormai precipitata sulla terra. L’uso superficiale del mix di linguaggi vecchi e nuovi – che chiamiamo per semplicità web 2.0 – è arrivato in strada, ha contagiato un pezzo di mondo intellettuale, colonizzato il confronto politico mainstream, ha smesso di essere soltanto una bolla virtuale. Di questi fenomeni si occupa La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, libro con cui il giornalista Leonardo Bianchi raccoglie anni di studi e osservazioni di un fenomeno che, adottando una definizione ancora sperimentale ma urgente, viene chiamato «gentismo». Bianchi parla di un tema globale, è impossibile non pensare alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Ma nel paese che ha inventato la Lega e Berlusconi, questa storia assume caratteri peculiari. Il titolo rimanda direttamente a «La Casta», il mega-seller figlio di una campagna stampa messa in piedi anni fa dal Corriere della Sera. Secondo alcuni testimoni, il tutto era funzionale alla discesa in campo dell’ennesimo imprenditore da contrapporre ai «politici di professione». Come è noto, se ne avvantaggiarono Grillo e Casaleggio, che rimodularono la loro comunicazione sui temi degli sprechi della politica corrotta. Se già è difficile definire il concetto di populismo, non è affatto semplice cogliere l’essenza del gentismo. Obbligati ad una certa approssimazione, diremmo che se il populismo è la capacità di costruire un popolo sul quale poi esercitare sovranità, il gentismo è una sua variante. Muove i primi passi nelle piazze microfonate inventate da Michele Santoro ai tempi di Tangentopoli e poi traslocate nei preserali a tema unico (immigrati e rom) di Mediaset come dai comizi su YouTube di leader autoproclamatisi voce della «gente». Il capo gentista usa i media per dialogare col suo popolo, ma è al tempo stesso consapevole del fatto che il suo discorso è impossibile da disarticolare perché non ha, e non può avere, nessuna linearità. È una narrazione sincretistica e disarmonica, priva di ogni consequenzialità. Solo così, ad esempio, è possibile spiegare per quale motivo Yair Netanyahu, figlio del premier israeliano, abbia potuto diffondere via social la paccottiglia antisemita sul miliardario ebreo Soros come burattinaio occulto del mondo. O capire come, per tornare in Italia, ad un convegno sui beni comuni si sia finiti a discutere anche della bufala della Hazard Circular, una lettera tra banchieri scritta al tempo dell’abolizione della schiavitù negli Usa, che conterrebbe il disegno del governo della moneta come forma più sottile e subdola di sottomissione. Il gentista può infischiarsene delle contraddizioni, attinge dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, si appiglia ai cardini del liberalismo e al tempo stesso sventola lo spettro di una qualche dittatura stalinista e/o nazista. Grazie alle micro-nicchie di cui è composto l’audience cui ogni gentista si rivolge, il suo argomentare sarà composto da brandelli di storie rimescolate alla bisogna. Siamo oltre le fake news: è lo spappolamento della verità.  Il tema comporta due rischi, opposti e speculari, che Leonardo Bianchi evita con perizia. Da un lato, si potrebbe cedere alla tentazione di porsi su di un piedistallo, inarcare il sopracciglio e giudicare con scalpore lo sgrammaticare della «ggente». D’altro canto, c’è il pericolo parallelo di blandire questa parodia della rivoluzione. Questo secondo atteggiamento, a ben vedere, è ancora più elitario del primo, è animato dalla pretesa di indirizzare gli umori della gente dall’alto di una qualche posizione d’avanguardia, manovrando le leve della comunicazione e della tattica. Bianchi bada all’osso, come quando ripercorre l’origine del fantomatico Piano Kalergi, volto a sostituire le popolazioni occidentali con masse di schiavi meticci. Fino a pochi anni fa argomento da neonazisti, oggi quel testo viene citato con piglio serioso dal sedicente marxista Diego Fusaro (vero filosofo del gentismo, apprezzato da xenofobi e indignati qualunque, ben introdotto nei salotti televisivi e pubblicato dalle grandi case editrici progressiste). Si sarà capito: questo non è un libro sul web o sulla comunicazione, contiene pagine scritte sull’asfalto rovente, che raccontano il tentativo neofascista di prendersi le periferie romane modulando il discorso gentista. Dulcis in fundo, documenta le tattiche gentiste sul web di certa comunicazione renziana. Ennesima prova del fatto che i primi gentisti non erano bizzarri agitatori ma pionieri esponenti di una nuova mutazione della politica dopo la fine della rappresentanza (Giuliano Santoro – Il Manifesto del 24/12/2017,  articolo di presentazione del libro La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, di Leonardo Bianchi)