venerdì 16 marzo 2018

Sintesi indagine Bankitalia sui bilanci famiglie - a cura di Giancarlo Fagiano


Giornali e televisioni hanno velocemente presentato i dati più rilevanti, ma l’importanza della fotografia del nostro paese che emerge da questa indagine della Banca d’Italia è tale che abbiamo ritenuto utile ed interessante recuperare, anche se in modo ancora sintetico, un suo quadro più completo



Sintesi per punti dell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2016 svolta da Bankitalia



I principali risultati



·     Il reddito medio delle famiglie italiane rilevato dall’indagine sul 2016, a prezzi costanti e corretto per confrontare tra loro nuclei familiari di diversa composizione, è cresciuto del 3,5 per cento rispetto a quello rilevato dalla precedente indagine sul 2014, dopo essere pressoché ininterrottamente caduto dal 2006.

·     La crescita è stata sospinta dall’aumento sia dei redditi unitari da lavoro dipendente sia del numero di percettori.

·     In tutte le principali classi di reddito, è cresciuta la quota di nuclei familiari che nel corso del 2016 sono riusciti a risparmiare.

·     Secondo le famiglie, il reddito avrebbe continuato a crescere anche nel corso del 2017

·     È aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi che, misurata dall’indice di Gini, è tornata in prossimità dei livelli prevalenti alla fine degli anni novanta del secolo scorso.

·     È aumentata anche la quota di individui a rischio di povertà, definiti come quelli che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano. L’incidenza di questa condizione, che interessa perlopiù le famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all’estero, è salita al 23 per cento, un livello molto elevato.

·     La ricchezza netta media e quella mediana sono diminuite del 5 e 9 per cento a prezzi costanti. Come in passato, il calo ha riflesso quasi interamente la caduta dei prezzi delle case.

·     La quota di famiglie indebitate ha continuato a ridursi, al 21 per cento; il valore mediano del rapporto tra l’ammontare complessivo dei debiti familiari e il reddito è sceso al 63 per cento, dal picco dell’80 registrato nel 2012.



l reddito delle famiglie

e la sua distribuzione



·     Nel 2016 il reddito annuo familiare, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è stato in media pari a circa 30.700 euro (30.600 euro nel 2014). Al netto della variazione dei prezzi è un valore sostanzialmente analogo a quello rilevato nelle indagini sul 2012 e sul 2014 ma ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale

·     Tra il 2014 e il 2016 il reddito medio familiare è stato sospinto da quello da lavoro dipendente che ha beneficiato della crescita del numero di percettori e dell’aumento delle retribuzioni medie annue pro capite. Per contro, sono diminuiti, ancorché in misura contenuta, i redditi da lavoro autonomo, da proprietà e da pensioni e trasferimenti

·     Nel Mezzogiorno, il 13,3 per cento degli individui vive in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro rispetto al 6,1 nel Nord e 6,9 nel Centro.

·     A fronte della sostanziale stabilità del reddito medio familiare in termini reali, il reddito medio equivalente, una misura che meglio approssima il benessere economico individuale tenendo conto della dimensione familiare e delle economie di scala che ne derivano, è salito a circa 18.600 euro nel 2016, il 3,5 per cento in più rispetto a due anni prima, dopo essere diminuito, ancorché con diversa intensità, tra il 2006 e il 2014.

·     L’andamento favorevole del reddito equivalente si è accompagnato con la ripresa, a tutti i livelli di reddito, della quota di famiglie che hanno dichiarato di essere riuscite, nel complesso dell’anno, a risparmiare parte del loro reddito (in media, dal 27 al 33 per cento).

·     Tra le famiglie appartenenti al 30 per cento con reddito più basso è però cresciuta anche la quota di quelle che hanno dichiarato di aver fatto ricorso ai risparmi o di essersi indebitate per finanziare la propria spesa.

·     È altresì diminuita la quota di famiglie che nel 2017, al momento dell’intervista, hanno dichiarato di arrivare a fine mese con difficoltà (al 31 dal 35 per cento della rilevazione di due anni prima); il calo è stato più evidente tra le famiglie con redditi al di sotto di quello mediano.

·     Nel loro complesso, le famiglie si attendevano un andamento ancora positivo del loro reddito nel corso del 2017: la quota di nuclei che ne prevedevano una crescita superiore a quella dei prezzi è raddoppiata all’8 per cento, mentre è diminuita di oltre 8 punti, al 44 per cento, quella di famiglie che ne prefiguravano una flessione.

·     La crescita del reddito equivalente reale non è stata uniforme tra gruppi socio-demografici. La ripresa ha interessato, pur in misura difforme, i nuclei con capofamiglia (ovvero il componente con il reddito maggiore) fino a 55 anni e con oltre 65 anni e quelli dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. È invece proseguita la caduta dei redditi equivalenti per le famiglie con capofamiglia tra i 56 e i 65 anni e per quelle dei lavoratori autonomi, il cui livello resta tuttavia in media più elevato

·     L’indice di Gini del reddito equivalente, una misura sintetica di disuguaglianza che varia tra 0 e 1, nel 2016 è salito al 33,5 per cento, dal 33 per cento del 2012 e del 2014.

·     La crescita della disuguaglianza si è accompagnata a un ulteriore aumento, a circa il 23 per cento, un livello molto elevato, della quota di individui con reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano, una soglia convenzionalmente usata per individuare il rischio di povertà e pari nel 2016 a circa 830 euro mensili4 L’incidenza di questa condizione è più elevata tra le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

·     Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3 per cento) per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato.



La ricchezza



·     Alla fine del 2016 le famiglie italiane disponevano in media di una ricchezza netta, costituita dalla somma delle attività reali e delle attività finanziarie al netto delle passività finanziarie, di circa 206.000 euro (218.000 euro nel 2014). Il valore mediano, che separa la metà più povera delle famiglie dalla metà più ricca, era significativamente inferiore (126.000 euro, da 138.000 euro nel 2014), riflettendo la forte asimmetria della distribuzione6.

·     Secondo l’indagine, la quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie, in media pari a circa 6.500 euro, è l’1 per cento; tre quarti di queste famiglie sono anche a rischio di povertà

·     Il 30 per cento più ricco delle famiglie, di cui solo poco più di un decimo è a rischio di povertà, detiene invece circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media pari a 510.000 euro.

·     Oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro.

·     Le attività reali (immobili, aziende, oggetti di valore) rappresentano l’87 per cento del patrimonio lordo delle famiglie italiane rilevato nell’indagine. Il loro valore, perlopiù determinato dalla casa di residenza, diviene però apprezzabile dal quarto decimo più povero, dove è in media pari a circa 70.000 euro, e sale fino a quasi 800.000 euro nella media del decimo più ricco delle famiglie. Per queste famiglie, la quota di attività finanziarie sul patrimonio lordo oscilla attorno al 10 per cento, avvicinandosi al 20 per cento solo per il 5 per cento più ricco

·     Per contro, circa il 70 per cento delle famiglie appartenenti al decimo più povero della popolazione non detiene attività finanziarie e circa metà non possiede attività reali

·     Per chi le detiene, i valori sono contenuti (in media pari a circa 1.500 e 2.500 euro, rispettivamente).

·     Le passività finanziarie delle famiglie italiane rappresentano meno del 5 per cento del loro patrimonio lordo; la quota è di circa il 18 per cento se riferita alle sole famiglie indebitate (circa il 21 per cento del totale). Il valore medio delle passività di queste ultime è abbastanza omogeneo lungo gran parte della distribuzione della ricchezza netta, attorno a 50.000 euro; è tuttavia molto inferiore, circa 12.000 euro, per il 20 per cento delle famiglie più povere e molto superiore, 171.000 euro, per il 5 per cento delle famiglie più abbienti.

·     Tra il 2014 e il 2016 la ricchezza netta media è diminuita del 5 per cento a prezzi costanti, in linea con le evidenze desumibili dalle statistiche aggregate disponibili, proseguendo la flessione avviatasi nel 2010. Come in passato, il calo è stato determinato dall’andamento delle attività reali che ha riflesso prevalentemente la riduzione del valore degli immobili. Ha pertanto interessato prevalentemente i patrimoni dei proprietari, che sono più elevati: mentre la mediana e il nono decile della ricchezza netta sono diminuiti, a prezzi costanti, rispettivamente del 9 e di oltre il 6 per cento, il secondo decile è cresciuto di circa il 4 per cento.

·     Nel decennio tra il 2006 e il 2016, i due decili più bassi della ricchezza netta sono passati, rispettivamente, da 2.300 a 1.100 euro e da 12.000 a 6.200 euro, la mediana è scesa da 166.000 a 126.000 euro e il nono decile da 580.000 a 462.000 euro.

·     La flessione della ricchezza nel corso del decennio tra il 2006 e il 2016 ha interessato tutte le famiglie, in misura pressoché indipendente dall’età o dall’attività principale. Nel complesso del periodo, l’indice di Gini della ricchezza netta è rimasto sostanzialmente stabile, intorno al 61 per cento, tornando sui valori iniziali dopo essere aumentato tra il 2008 e il 2012.

·     Alla fine del 2016, la quota di famiglie che detenevano attività finanziarie è ancora salita, all’84 per cento dal minimo del 79 per cento raggiunto nel 2012, tornando sui livelli prevalenti prima della crisi finanziaria.

·     Il valore medio familiare di tali attività era pari, tra chi le possedeva, a 33.000 euro (31.000 euro a prezzi costanti nel 2014). Solo circa il 22 per cento deteneva almeno un’attività finanziaria diversa da depositi bancari o postali in conto corrente (circa il 26 per cento nel 2014), per la maggior parte nella forma di investimenti diretti in titoli di Stato, obbligazioni private, azioni e titoli esteri. Il valore medio della ricchezza finanziaria di queste ultime famiglie era pari a circa 87.000 euro.

·     La distribuzione delle attività finanziarie è analoga a quella della ricchezza netta. Il 30 per cento delle famiglie italiane con patrimonio netto più basso detiene solo circa il 4 per cento della ricchezza finanziaria complessiva (in media circa 4.000 euro a famiglia); il 30 per cento di quelle più abbienti ne possiede poco meno dell’80 per cento (in media circa 72.000 euro), di cui oltre metà riconducibile ai nuclei appartenenti al 5 per cento più ricco, che detengono in media circa 220.000 euro in attività finanziarie.

·     A tali divari si associano portafogli con composizione molto diversa. Le famiglie appartenenti al quinto più povero detengono principalmente depositi; nelle classi centrali di ricchezza netta cresce progressivamente la quota di titoli di Stato, obbligazioni private e investimenti gestiti (prevalentemente fondi comuni); sono soprattutto le famiglie appartenenti al 20 per cento più abbiente a detenere direttamente azioni e ad affidare la gestione di una parte cospicua delle loro attività finanziarie a operatori professionali. 

·     Tra il 2006 e il 2016 la ricchezza finanziaria è divenuta più concentrata: la quota di attività finanziarie posseduta dalla metà delle famiglie con ricchezza netta più bassa è scesa di circa 5 punti percentuali, a poco meno dell’11 per cento; quella detenuta dal 10 per cento più abbiente è salita di quasi 5 punti, a poco meno del 53 per cento. La maggiore concentrazione si è accompagnata con una diffusa riduzione della quota di famiglie che detengono titoli di Stato, obbligazioni, azioni, fondi comuni e gestioni patrimoniali, mentre è aumentata, pur restando complessivamente contenuta, la quota di famiglie più abbienti che detengono titoli esteri.

·     Questi andamenti hanno tuttavia contribuito solo marginalmente alla maggiore concentrazione che ha invece riflesso prevalentemente la riduzione del valore complessivo dei portafogli detenuti dai quattro quinti delle famiglie meno abbienti e la crescita di quello detenuto dal 20 per cento più ricco.



Gli immobili e le abitazioni



·     Alla fine del 2016, quasi il 70 per cento delle famiglie italiane possedeva l’abitazione di residenza e circa un quarto di esse possedeva anche altri immobili; solo il 2 per cento delle famiglie possedeva immobili che non comprendevano l’abitazione principale.  La quota di famiglie proprietarie dell’abitazione di residenza è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2006.

·     Il calo di 7 punti percentuali, al 52 per cento, della quota di proprietari tra i nuclei familiari con capofamiglia fino a 45 anni è stato controbilanciato dalla forte riduzione del peso di queste famiglie sul totale, dal 37 al 27 per cento, proseguendo la tendenza avviatasi all’inizio degli anni novanta.

·     Secondo la valutazione delle famiglie, l’abitazione di residenza, indipendentemente dal titolo di occupazione, valeva in media poco meno di 1.800 euro al metro quadrato, il 7 per cento in meno rispetto al valore del 2014 e il 23 per cento in meno rispetto a quello del 2006, un andamento complessivamente in linea con quello evidenziato dall’Indice dei prezzi delle abitazioni dell’Istat. Le famiglie interpellate prevedono un sostanziale assestamento dei prezzi nel corso del 2018, prefigurando in media un calo di circa un punto percentuale.

·     Circa un quinto delle famiglie risiedeva in un’abitazione in affitto e il restante decimo l’occupava a titolo gratuito. Il canone annuo, in media poco sopra 4.000 euro e superiore di circa il 5 per cento a quello rilevato nella precedente rilevazione, rappresentava almeno un quinto del reddito familiare per circa il 68 per cento dei nuclei con reddito equivalente inferiore a quello mediano e per circa il 46 per cento di quelli al di sopra.



L’indebitamento



·     Nel 2016 la quota di famiglie indebitate è ancora diminuita, al 21 per cento dal 23 nel 2014, proseguendo la tendenza avviatasi nel 2010. La flessione ha interessato, pur in misura diversa, tutte le principali forme di debito con l’eccezione di quelle, complessivamente poco diffuse, riconducibili a ragioni professionali.

·     Le famiglie sono considerate indebitate quando sono titolari di almeno una tra le seguenti tipologie di passività finanziarie: mutui per acquisto o ristrutturazione di immobili; prestiti da intermediari finanziari per l’acquisto di beni durevoli, non durevoli; prestiti da parenti e amici; debiti commerciali o prestiti bancari legati all’attività di impresa individuale o impresa familiare; scoperto di conto corrente; saldi negativi relativi a carte di credito revolving.

·     Tra il 2006 e il 2016, la flessione della quota di famiglie indebitate ha interessato quasi esclusivamente quelle il cui capofamiglia ha al più 45 anni (dal 38 al 29 per cento), riflettendo la forte contrazione del ricorso al credito al consumo (dal 20 al 9 per cento); è invece rimasta stabile (attorno al 17 per cento) la quota di chi è indebitato per acquisto o ristrutturazione di immobili



·     Il rapporto tra l’ammontare del debito e il reddito monetario annuo (definito al netto degli affitti imputati e al lordo degli oneri finanziari) si è ancora ridotto: per la famiglia mediana è sceso al 63 per cento dal picco dell’80 per cento registrato nel 2012; è però ancora elevato rispetto al 2006, quando era pari a circa il 45 per cento. 

·     Nel 2016 era indebitato per finanziare l’acquisto o la ristrutturazione di un immobile o la spesa per consumi quasi il 28 per cento delle famiglie con reddito monetario nel quarto di reddito più elevato; per queste famiglie, la rata, in media pari a 7.300 euro, incideva sul reddito per il 14 per cento. Per contro, meno del 6 per cento delle famiglie con reddito monetario nel primo quarto era indebitato, ma la rata ammontava a 3.200 euro e rappresentava il 37 per cento del loro reddito.

·     La quota di famiglie finanziariamente vulnerabili, definite come quelle con un reddito monetario inferiore a quello mediano e al contempo una spesa annuale per il servizio del debito superiore al 30 per cento del reddito monetario, è rimasta stabile, attorno all’11 per cento delle famiglie indebitate9 (circa il 2 per cento del complesso delle famiglie). La condizione di vulnerabilità è più diffusa quanto più basso è il reddito: nel 2016 era vulnerabile circa il 60 per cento delle famiglie indebitate appartenenti al primo quarto di reddito e il 29 per cento di quelle nel secondo quarto (rispettivamente, circa il 57 e il 34 per cento nel 2014).



Disagio economico basato

sulla ricchezza e sul reddito



·     Il benessere materiale di una famiglia è solitamente associato al reddito equivalente (ovvero modificato per rendere confrontabili tra loro nuclei di dimensione e composizione diversa) complessivamente percepito in un anno. Sono considerate a rischio di povertà le persone con un reddito al di sotto di una soglia ritenuta socialmente accettabile, convenzionalmente posta uguale al 60 per cento del reddito equivalente mediano. Questa definizione non considera però le altre risorse finanziarie cui la famiglia può attingere per soddisfare le proprie esigenze: tra i vari motivi, le famiglie accumulano ricchezza per far fronte a eventi, attesi o inattesi, che comportino riduzioni del reddito familiare, come ad esempio il pensionamento, la perdita dell’impiego o l’insorgere di malattie gravi. Per misurare l’incapacità di fronteggiare brevi periodi di difficoltà economica, si definiscono “finanziariamente povere” quelle famiglie che detengono una ricchezza in attività finanziarie, più facilmente liquidabili, modificata per tenere conto della struttura familiare, inferiore a un quarto della soglia che individua il rischio di povertà (60 per cento del reddito equivalente mediano). In altre parole, una famiglia è finanziariamente povera se, anche liquidando tutte le attività finanziarie immediatamente disponibili, non ha risorse sufficienti per evitare il rischio di povertà per almeno tre mesi. 

·     Nel 2016, si trovava in questa condizione di vulnerabilità il 44 per cento della popolazione, una quota ancora decisamente superiore a quella registrata nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale, ma in calo dal picco del 2012.

·     La condizione di povertà finanziaria è più concentrata tra le persone a rischio di povertà (di reddito): circa l’85 per cento delle persone con reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano non dispone di attività finanziarie sufficienti in caso di necessità.

·     È tuttavia finanziariamente povero anche poco meno di un terzo del complesso  delle persone con reddito equivalente al di sopra di questa soglia e circa il 15 per cento di quelle con reddito equivalente nel quarto più alto della distribuzione.

·     Con l’avvio della crisi finanziaria, l’incidenza della povertà finanziaria è cresciuta più rapidamente di quella del rischio di povertà (di reddito). Ne è discesa una crescita rapida della quota di persone che ricadono in entrambe le condizioni dal 15 per cento nel 2006 a quasi il 20 nel 2016, dopo la sostanziale stabilità nei 10 anni precedenti. Gli effetti della prolungata crisi economica e finanziaria appaiono quindi assai più pesanti quando si considerano insieme il reddito e la ricchezza.

·     Tra il 2006 e il 2016 l’andamento dell’incidenza delle condizioni di disagio materiale misurato in base al reddito o alla ricchezza è stato difforme tra classi d’età; ne è disceso un ampliamento dei divari, prima contenuti, tra questi gruppi. L’incidenza della povertà finanziaria è scesa dal 39 al 35 per cento tra i nuclei con capofamiglia oltre i 65 anni, mentre è aumentata tra quelli con capofamiglia più giovane, in misura marcata in quelli con al massimo 40 anni (dal 40 al 57 per cento). La quota di persone a rischio di povertà (di reddito) ha avuto un’evoluzione analoga, sebbene su livelli più contenuti. La ricorrenza di entrambe le condizioni è raddoppiata, quasi al 30 per cento, tra i nuclei con capofamiglia con al massimo 40 anni, è aumentata di soli 5 punti percentuali tra quelle tra i 41 e i 65 anni ed è scesa di 4 punti per quelle più anziane.


mercoledì 14 marzo 2018

Sintesi della relazione del prof. Armao - a cura di Carla Toscano




Sintesi della relazione tenuta dal prof. Armao nella conferenza del 07 Marzo con titolo
“Nuove forme di criminalità organizzata e di delinquenza minorile”


Un pubblico interessato e attento ha seguito la conferenza del prof. Armao  "Nuove forme di criminalità organizzata e delinquenza minorile" voluta dall'Associazione  CircolarMente  ad Avigliana Mercoledì scorso.

Il prof: Armao è docente di scienze della politica all'Università di Torino con particolare attenzione alla sicurezza urbana e alle baby gang, inoltre nel 2016 ha curato l'organizzazione, alla Biennale di Venezia, della mostra "Gang city"

Il sindaco di Avigliana Archinà nel suo intervento di saluto ha posto l'accento sul fenomeno della delinquenza giovanile, che sul nostro territorio non sembra essere particolarmente grave anche se non sono mancati episodi non confortanti. In particolare ha fatto scalpore la distruzione di strutture nel parco giochi di viale Roma da parte di un gruppo di alcuni minorenni subito identificati. Questo episodio ha però scatenato una reazione sproporzionata sui social network da parte di alcuni adulti che si sono scagliati in modo pesante contro i colpevoli. Un episodio, e la conseguente reazione, che di certo non contribuiscono a rasserenare un’atmosfera di percezione del problema sicurezza già alquanto compromessa.

Riprendendo le sollecitazioni del Sindaco il professore ha iniziato la conferenza con questa frase: “Questo è un tema che non fa piacere trattare ..."

Ha quindi definito i termini generali del fenomeno della criminalità organizzata, che può essere, a grandi linee, suddivisa in due settori: la criminalità con la maiuscola o con la minuscola.

La prima è ormai diffusa in tutto il mondo, non è quindi un fenomeno solo italiano, anzi. La criminalità di stampo mafioso più efferata si trova in Giappone, in Cina, in Russia, negli Usa e in America Latina; quest’ultima detiene il primato dei morti assassinati in azioni criminali, nel solo  Messico il numero totale di morti assassinati dalla mafia “narcos” è più alto di quello dei morti per le guerre civili che in anni precedenti avevano sconvolto il paese.

Nel mondo ci sono migliaia di bande organizzate che dispongono di grandi capitali provenienti da traffici illeciti (droga, prostituzione, ma soprattutto usura) che si inseriscono nel tessuto sociale ed economico con danni gravissimi per le collettività.

In Europa il problema è stato in passato a lungo sottovalutato, solo recentemente, quando il fenomeno è scoppiato in tutta la sua evidenza, è a fatica emersa la consapevolezza della sua 'importanza.

Si è così scoperto che esistono, nella sola Europa, oltre 5.000 gruppi di criminalità organizzata appartenenti a ben 180 diverse nazionalità. L’appartenenza nazionale risulta da sempre essere un elemento fondativo dell’associazionismo criminale. Questi gruppi, in una logica perfetta di mercato, offrono una risposta ad una domanda, ad una richiesta di attività illecite che emerge dalla società stessa. Non si ha, ad esempio, offerta di droga là dove non esiste una sua specifica “domanda”.

In questo quadro generale Armao ha sottolineato l’importanza di analizzare a fondo i fenomeni, condizione essenziale per poterli comprendere, per anticiparne gli effetti e  per combatterli efficacemente, e ha purtroppo evidenziato che l'Italia è tra gli stati europei la più infiltrata: dalla criminalità organizzata di stampo mafioso, ormai presente e radicata in tutte le regioni dal Sud al Nord.

Ad esempio da tempo in Piemonte operano le n’'drine calabresi, che hanno iniziato ad avviare i loro traffici partendo da zone periferiche della Regione, come ad esempio nel Canavese; in questi ambiti decentrati la strategia di insediamento criminale prevede di costruire un vero e proprio sistema criminale basato su reti di società ed attività all'apparenza innocue. In particolare, disponendo di grandi quantità di danaro, proveniente soprattutto dal narco traffico, si insinuano nel sistema immobiliare contattando imprenditori, molto spesso in difficolta stante la crisi del settore e la difficoltà di ottenere credito, offrendo, ma con logiche di usura e con qualche prevedibile “pressione”, capitali e mezzi economici. In breve riescono ad impossessarsi della titolarità di queste imprese, ovviamente affidate come copertura a persone insospettabili, e con queste concorrono agli appalti pubblici, per i quali risultano in molti casi vincenti grazie alla possibilità di presentare offerte pilotate, spesso definite grazie al voto di scambio con una parte del ceto politico. Solo in un secondo momento, dopo essersi consolidate con questo processo, si affacciano nel mercato criminale delle grandi città. La polizia a Torino negli ultimi tempi ha scoperto che dietro il rilevante fenomeno del continuo e ripetuto cambio di gestione di bar e ristoranti, che spesso avveniva con una frequenza di sei mesi in sei mesi, si nascondeva l’insediamento della criminalità organizzata che, anche grazie alla conseguente continua ristrutturazione dei locali, insedia nel tessuto urbano rilevanti attività di riciclaggio e usura.

Se questa è la fotografia di massima della criminalità con la maiuscola altri sono i parametri per comprendere la diffusione di quella con la minuscola.  La micro criminalità e le gang giovanili sono un fenomeno antico - esistevano già negli Usa fin dall'800 (vedi il film "Gang of New York") - e importante specie nelle periferie urbane. In Italia, con le caratteristiche tipiche di altre parti del mondo, in primis Nord e Centro America, sembra avviarsi solo ora. Sono nella memoria di tanti alcuni eclatanti fatti di cronaca che lo testimoniano: a Milano non molto tempo addietro un gruppo di salvadoregni su un treno ha aggredito e ferito gravemente ad un braccio un ferroviere con un machete. E’ di per sé solo un episodio, ma è ormai accertata la presenza stabile di gang giovanili, molte delle quali sono formate, per l’appunto, da giovani immigrati sudamericani. Non diversa è la situazione in buona parte dell’Europa, in quella del Nord, ad esempio, è noto il fenomeno delle bande di motociclisti che, spesso composte da più di cento teppisti, fanno terra bruciata ovunque scorrazzano. Le gang minorili a base etnica che si stanno facendo spazio hanno come prime vittime proprio i loro connazionali costretti, spesso con la violenza, ad aggregarsi come manovalanza nello smercio della droga. Va detto che in questo settore criminale, che può vantare introiti incredibilmente alti, la manovalanza dello spaccio su strada è gestito da gang di immigrati spesso di colore, ma a monte stanno i fornitori grossisti quasi sempre appartenenti alle italianissime associazioni mafiose di spicco-

Le gang giovanili si organizzano e si definiscono attraverso una escalation di diversi passaggi: il primo con il bullismo di piccoli gruppi, in un secondo momento gruppi di adolescenti si organizzano per compiere piccoli reati per poi espandersi nel terzo momento in cui gruppi di strada si coalizzano diventando una vera e propria banda.
Chi sono questi ragazzi e in cosa si riconoscono?

Intanto sono straordinariamente bravi nella loro attività,  hanno costituito una vera e propria società parallela, ricorrono a linguaggi gergali solo da loro comprensibili, usano i tatuaggi come segno di riconoscimento e di appartenenza, ascoltano musiche particolari, ricorrono  senza scrupoli alle armi anche pesanti e hanno una grande attrazione per i simboli religiosi:

Questo insieme di simboli e tratti identificativi rappresenta una parte essenziale per il riconoscimento e la loro affermazione sulla piazza criminale. Hanno ad esempio creato loro mode nel vestire, che hanno la valenza di una sorta di divisa, ma che spesso, paradossalmente, sono assurte a trend modaioli copiati dalle stesse grandi Case di Moda del mondo, che vendono questi prodotti a prezzi altissimi ai ragazzi delle classi medio alte. Molti di questi ragazzi provengono dal terzo mondo dove sono stati cresciuti dai nonni in assenza dei genitori qui emigrati, i quali con il loro lavoro ed i risparmi inviati ai paesi di origine hanno assicurato, lì sul posto, una buona disponibilità di danaro che permette, per i costi della vita locali, un certo tenore. Quando, ormai adolescenti, vengono chiamati  a raggiungere i loro genitori in Europa, all’improvviso si ritrovano a fare i conti, non solo con l’inevitabile spaesamento, ma con un tenore di vita inferiore a quello fin lì vissuto nei paesi di origine. Si trovano così spaesati, con pochi mezzi, emarginati, rancorosi, con una difficile possibilità di integrarsi, e quindi facile preda del reclutamento malavitoso.

Al termine della conferenza il professore, sulla base della sua decennale esperienza di studioso del fenomeno, ha presentato alla nostra attenzione alcune proposte a suo avviso atte almeno  ad arginare e contenere queste problematiche, per certi versi insopprimibili.

·      Occorre non militarizzare o avere tolleranza zero perchè in questo modo si alimenta solo il fuoco che già brucia del suo, ma è bene cercare delle soluzioni che aiutino i colpevoli a comprendere in pieno i loro errati comportamenti; può ad esempio svolgere un ruolo importante il metterli a confronto con le vittime dei loro reati avviando un dialogo di reciproco riconoscimento

·      Il fatto che le gang si caratterizzino con quei segni di identità e di appartenenza rende possibile l’anticipare il momento della conoscenza del fenomeno tramite il monitoraggio del territorio incrociando dati fornibili dalle scuole e dalle municipalità che offrono un quadro vero della realtà sociale

·      Un altro fondamentale indicatore da utilizzare sono i social media assurti ad importanti “informatori” dato che spesso i ragazzi, a partire dai bulli per finire agli stessi affiliati alle gang, filmano e poi postano le loro “imprese”.

·      Ed è solo organizzando una vasta rete in stretta connessione tra polizia, scuola e territorio che si potrà monitorare il fenomeno, per prevenirlo, intervenendo non solo come repressione ma come azione di risoluzione delle cause social, culturali ed economiche che lo provocano.

domenica 11 marzo 2018

Relazione sull’incontro con la dott.ssa Mirella Rostagno:- a cura di Enrica Gallo




ORIENTAMENTO  SESSUALE, GENERE  E  IDENTITA’
Tre concetti chiave per non confondersi



Nell’introdurre  la conferenza che conclude il ciclo di incontri organizzati come contributo dell’associazione al progetto “Impronte”, Massima Bercetti chiarisce in primo luogo i motivi per cui si è pensato di coinvolgere sul tema del “genere”, e sulle molte confusioni che si addensano attorno a questo termine, una relatrice di cui il pubblico di CircolarMente ha già potuto apprezzare la grande capacità comunicativa, coniugata con una competenza professionale esercitata in vari ambiti (la dott.ssa Rostagno è infatti  psicoterapeuta, vice direttrice della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica dell’IPP, e svolge inoltre il ruolo di perito e consulente presso il tribunale dei minori di Torino).   

A titolo di esempio, Massima Bercetti cita diversi episodi che da contesti diversi hanno conquistato uno spazio sui giornali, soprattutto negli scorsi anni, e in cui questo tema, collegato ad una peraltro imprecisata “teoria del genere”, è diventato oggetto di conflitto culturale fra chi valuta positivamente le differenze e il diritto al riconoscimento delle stesse, e chi dall’altro lato paventa invece una possibile deriva “antropologica”.

Si va da iniziative alquanto discutibili, come quelle assunte da certi amministratori che sono entrati a gamba tesa nelle biblioteche scolastiche delle scuole per l’infanzia, propugnando una sorta di “messa all’indice” di alcuni libri che sono stati accusati di passare ai bambini  un’idea troppo positiva di certe differenze e delle famiglie “diverse”, a cui hanno fatto seguito vibranti proteste in merito all’apprestamento di una pièce teatrale pensata per gli studenti delle scuole superiori, che si è ritenuta troppo sbilanciata sull’idea che si possa scegliere a quale genere appartenere, mentre nel frattempo anche il Papa  interveniva per stigmatizzare una teoria che ai suoi occhi veniva a rappresentare  un grosso pericolo per il matrimonio e la famiglia.

Dall’altro lato, in una monografia dedicata lo scorso anno a questo tema dal National Geographic Magazine, si leggevano notizie a dire il vero sconcertanti sulle nuove denominazioni (50?) con cui chiedono di essere riconosciute le varie percezioni di identità sessuali, alcune delle quali rivendicano una declinazione diversa dal punto di vista grammaticale dei pronomi personali, a seconda di quella in cui ciascun soggetto si riconosce.

Tutto questo non poteva non creare qualche inquietudine e qualche perplessità, soprattutto per coloro che avevano a suo tempo legato il concetto di genere agli studi che a partire dagli anni sessanta molte studiose avevano condotto per evidenziare il ruolo esercitato dalle donne in vari ambiti, prima misconosciuto, o al cosiddetto “pensiero della differenza”, elaborato sempre a partire da quegli anni da alcune filosofe femministe riunite attorno alla storica rivista Diotima. Sembrava dunque davvero opportuno fare chiarezza e mettere un po’ d’ordine rispetto all’uso delle parole che cambiano col tempo, assumendo valenze diverse. Da qui, la scelta di questo tema.

 1.   Le tappe evolutive nella definizione dell’identità di genere
e dell’orientamento sessuale:

   Nel dare inizio al suo intervento, la dott.ssa Rostagno precisa che non saranno oggetto del discorso i cambiamenti nel tempo con cui il tema della sessualità e del genere è stato affrontato. Il suo tentativo sarà piuttosto quello di ripercorrere le tappe evolutive della crescita del bambino, per provare a comprendere come si arriva a definire un orientamento sessuale, che cosa significa porsi delle domande rispetto al genere e soprattutto che cosa intendiamo quando parliamo di identità di genere. E’ sua convinzione infatti che se non facciamo chiarezza su questi concetti chiave, difficilmente riusciremo a renderci conto della complessità di un problema che poi ovviamente è stato utilizzato in modo diverso, dal punto di vista sociale e politico, a seconda dei vari periodi storici (comprese le “mode” del momento, perché anche di questo dobbiamo tener conto).

Invita pertanto i suoi ascoltatori a ripercorrere con lei le diverse fasi della vita del bambino, a partire da quei primissimi anni in cui egli non riconosce ancora una propria individuazione come maschio o come femmina, ma semplicemente si percepisce come oggetto di investimento da parte di figure genitoriali o sostitutive che lo accudiscono interpretando, indipendentemente dal loro genere, la funzione materna o paterna.*

*la dott.ssa Rostagno precisa, facendo riferimento non soltanto alla lezione della psicoanalisi, ma a quanto possiamo riconoscere nella nostra stessa esperienza, che il maschile e il femminile – se intendiamo con questi termini l’attitudine normativa e quella di cura - non dipendono dal genere, ma dalla personalità di ognuno, così come ci sono dei ruoli non necessariamente legati al genere che vengono assunti all’interno della famiglia, dove può essere maggiormente regolativa la madre, e incline  invece alla cura, alla confidenza, all’intimità il padre

Sarà soltanto nel periodo successivo, e cioè nella cosiddetta “fase fallica” (che secondo Freud fa seguito alla “fase orale” e alla “fase anale”) - dunque a partire dai due anni e mezzo - che il bambino comincerà ad interrogarsi sulla sua identità, a confrontarsi con un corpo che non sarà più soltanto un oggetto di esplorazione, ma anche di turbamento rispetto alle differenze che verranno scoperte e riscontrate nel corpo degli altri; un corpo in cui si porrà, come primo dato fondamentale, la presenza o l’assenza del pene a definire una prima linea distintiva su cui il bambino e la bambina cominceranno a porsi domande, a confrontarsi con le figure genitoriali percependole ora più chiaramente come maschio o femmina, dando così  l’avvio a tutta una serie di identificazioni che potranno avere influenze rilevanti sul futuro orientamento sessuale.

E’ importante, secondo la dott.ssa Rostagno, sottolineare questo aspetto, perché nella definizione dell’oggetto d’amore – è di questo infatti che parliamo, quando parliamo di orientamento sessuale – non intervengono soltanto fattori biologici, legati al confronto con la corporeità dell’altro e all’appartenenza ad un determinato genere, ma anche dei fattori che possiamo definire ambientali: le  fantasie che il bambino intesse rispetto alle differenze che  ha cominciato a notare,  le cose che non solo vede, ma percepisce rispetto ad esse, le identificazioni che costruisce nella sua mente nei riguardi del maschile e del femminile  per come  vengono declinati all’interno delle funzioni genitoriali e nei ruoli che vengono assunti  in  famiglia.

2.   Una scelta multifattoriale, che può rivolgersi
verso l’altro da sé o verso l’uguale a sé:

 Sono tanti dunque, a partire da queste prime identificazioni che il bambino costruisce nella sua mente, i fattori che intervengono a condizionare quella che sarà la scelta dell’oggetto d’amore: cosa che peraltro avverrà più tardi, quando la pulsionalità, riemergendo nella pubertà dopo un lungo periodo di latenza, contribuirà a precisare l’identità e l’orientamento sessuale, che sono pertanto da intendersi come la fase finale di un processo che parte da lontano e che non può essere preventivato, ma solo ricostruito a ritroso.

*Spiega infatti la dott.ssa Rostagno che nel trattamento di persone sofferenti per vissuti non chiariti di omosessualità, o per esperienze che non sono state egosintoniche, cioè che non sono state accettate dal soggetto per motivi diversi, anche socioculturali - non sempre l’ambiente circostante aiuta, nella definizione del sé -, occorre ricostruire di volta in volta la storia personale del soggetto, perché è difficile individuare una volta per tutte una vera e propria eziologia della diversità Può esserci stata l’assenza o la lontananza di un padre rispetto ad una madre molto accudente e vicina ad aver spinto il figlio ad una identificazione col materno e al desiderio di avvicinarsi ad una presenza maschile che non è stata sufficientemente conosciuta;  potrebbero invece esserci stati dei maltrattamenti o degli abusi ad incidere  sulla scelta di oggetti d’amore diversi da quelli che ci si aspetterebbe da un maschio o da una femmina ….

Non possiamo saperlo in partenza: sappiamo però che ci possono essere scelte rivolte non verso l’altro da sé (eterosessuali), ma verso l’uguale a sé (omosessuali), e che in questo caso non si tratta né di una malattia né di una perversione,  bensì  di una scelta che l’individuo fa a partire dal proprio desiderio, dalla propria storia, dai propri oggetti di identificazione che hanno cominciato a definirsi in quei primi anni, restando per così dire “accantonati” nella lunga fase di latenza (quella che il bambino attraversa negli anni che corrispondono alla scuola elementare) per definirsi al termine della pubertà.

Nella latenza infatti la pulsionalità se ne sta un po’ in disparte, mentre i processi cognitivi e la tensione verso l’apprendimento sono particolarmente attivi, e si privilegiano i gruppi fra simili (maschi con maschi, femmine tra femmine) come se ci fosse la necessità di distanziarsi per poi reincontrarsi nell’adolescenza, quando i giochi si riaprono e il corpo, prima silenzioso, viene rimesso al centro della scena. L’adolescenza rappresenta per i ragazzi un momento cruciale, come ben sappiamo, l’esposizione al gruppo dei pari si fa dominante e il confrontarsi sessualmente con un corpo diverso dal proprio può generare a volte paura e insicurezza ed indurre a rifugiarsi nel contatto con l’uguale, che viene percepito come meno minaccioso.

Si tratta in tal caso di scelte non definitive. Si dà infatti spesso il caso che ad un primo momento, in cui il bisogno forte che l’adolescente ha di conoscere il proprio corpo trova nel rispecchiamento nel corpo di un altro simile a lui una sorta di conferma, succeda poi un riequilibrio eterosessuale: è così turbinosa l’adolescenza, osserva la dott.ssa Rostagno, che questi fenomeni possono essere tranquillamente interpretati come evolutivi. C’è però un pericolo, che è necessario a suo giudizio segnalare: e cioè che la suscettibilità degli adolescenti alle influenze esterne e alle mode possa essere strumentalizzata, spingendoli a fare della propria supposta omosessualità una bandiera, un modo per distinguersi, così che si crea attorno ad essa una sorta di “super investimento”.

Rispetto a questo, e ai problemi che ne possono derivare, l’eventuale intervento terapeutico non è certo volto ad incidere sulla scelta di un oggetto d’amore piuttosto che un altro, ma soltanto a capire se è davvero definitiva, se è davvero sintonica, o se invece provoca sofferenza e disagio, vuoi per un senso di vergogna interno o per la difficoltà che la famiglia mostra ad accettare la sessualità del figlio; si tratta cioè solo di aiutare il soggetto a trovare l’equilibrio necessario a vivere in un modo soddisfacente la sua sessualità riuscendo ad esprimere e a trovare risposta al suo desiderio. Cosa peraltro non sempre facile, perché mentre chi è eterosessuale può trovare mille occasioni per incontrare i suoi oggetti d’amore alla luce del sole, chi non lo è deve muoversi con maggiore cautela, per capire se potrà portare la sua domanda senza essere deriso, se potrà trovare una risposta non perversa ma sana da parte di chi può corrispondere ai suoi desideri.

Succede così che la maggior parte dei ragazzi che vivono questa esperienza passino attraverso le chat, oppure per luoghi deputati ad incontri omosessuali, e questo li espone purtroppo a dei rischi enormi di strumentalizzazione da cui possono determinarsi tutta una serie di disturbi emotivi, anche gravi.

E’ pur vero, osserva la dott.ssa Rostagno, che in questi ultimi anni c’è stato un cambiamento positivo nella sensibilità collettiva*, ma non è ancora facile per questi ragazzi vivere senza sofferenza una realtà che riguarda puramente la dimensione relazionale e affettiva, e non il genere. E’ importante sottolinearlo, a suo giudizio, perché questa è proprio una delle confusioni che vanno assolutamente evitate: nell’omosessualità il genere non viene affatto messo in discussione, non c’è un rifiuto del corpo sessuato, anzi, sotto certi aspetti, questo viene ancora di più idealizzato.

 * la relatrice cita a questo proposito un testo di Kamin, Lewontin e Rose, intitolato “Il gene e la sua mente”, in cui si analizza in modo esauriente e coinvolgente l’evoluzione della sensibilità culturale rispetto alle differenze, a partire da quella fondamentale fra maschio e femmina. In particolare, trattando il tema dell’omosessualità, gli autori riportano tutta una serie di studi da cui si evidenzia l’accanimento con cui molti studiosi hanno cercato la “giustificazione” scientifica di questa diversità dal punto di vista ormonale, senza peraltro approdare a nulla perché non è una diversa distribuzione di ormoni a determinare una tendenza piuttosto che un’altra, ma una serie di fattori diversi che comunque posano la loro radice su processi relazionali e identificativi.

            3.   Nascere con una doppia predisposizione:
il problema della scelta da parte dei genitori

 Se nell’omosessualità il genere viene chiamato in causa in modo erroneo, esiste pur tuttavia un caso particolarmente problematico in cui il genere c’entra per davvero. Sappiamo infatti che alcuni bambini presentano alla nascita una doppia predisposizione, sia dal punto di vista biologico che genetico (sono i cosiddetti “ermafroditi”).

In questi casi, almeno attualmente, i genitori vengono chiamati ad una scelta molto difficile sull’intervento medico da attuare per bloccare lo sviluppo in un senso o nell’altro, dal momento che si determinerebbe altrimenti per il bambino un enorme disagio psichico dal punto di vista non solo sessuale ma identitario. L’intervento peraltro non risolve completamente il problema: un bambino che nasce con una doppia valenza, anche se poi crescerà come maschio o come femmina, conserverà sempre un’eco di questa duplicità, almeno a livello inconscio (sappiamo bene infatti che esiste una sorta di memoria del corpo), e con essa dovrà fare i conti. Allo stesso modo, i genitori che hanno dovuto fare una scelta di questo tipo, per quanto abbiano cercato con la massima onestà di agire chiedendosi quale fosse la migliore soluzione per il bambino*, avranno sempre nella mente la scelta mancata, il bambino o la bambina “altro”.

* Non esistono infatti dei criteri standard che ci consentano di stabilire quale possa essere il “meglio” per il bambino.

Essi possono essere trovati solo all’interno della storia familiare, come spiega la dott.ssa Rostagno facendo riferimento ad una scelta che l’ha profondamente coinvolta come terapeuta e in cui la decisione di optare per il genere maschile ha tenuto conto di alcune circostanze specifiche: intanto il fatto che il bambino in questione fosse il terzo nato, dopo due femmine, e che sarebbe forse stato più difficile, per i genitori, confrontarsi con un’altra bambina, evitando  i paragoni con esperienze già vissute; e ancora, che presumibilmente era proprio un maschietto quello che era stato atteso e fantasticato nella mente, prima della sua nascita. In questo caso dunque si è pensato che la scelta di privilegiare il sesso maschile, che dava ai genitori la possibilità di evitare un confronto difficile coniugandosi con un loro desiderio, potesse dare le migliori opportunità perché il bambino fosse più garantito all’interno della famiglia.

 4.   Abitare un corpo che non si percepisce come nostro:
le disforie di genere
Con le cosiddette “disforie di genere” - il termine tecnico con cui si definisce la condizione di una persona che prova una forte e persistente inclinazione ad identificarsi nel sesso opposto a quello biologico - la dott.ssa Rostagno introduce una tematica assai complessa e dolorosa per chi ne è portatore, e i cui segni spesso sono già percepibili nell’infanzia (ricordiamo che il processo di formazione dell’identità comincia molto presto, non è qualcosa che ad un certo punto salta improvvisamente fuori…). Succede infatti che alcuni bambini manifestino, fin da piccoli, una difficoltà a stare dentro quel corpo sessuato che si ritrovano alla nascita, maschile o femminile che sia.

Di questo disagio noi possiamo cogliere solo le manifestazioni esterne, più evidenti se si tratta di un maschietto che si traveste, che indossa i gioielli della mamma, che si trucca, o altrimenti predilige quei giochi che vengono considerati tipicamente “femminili”. Cose che peraltro non indicano necessariamente un’inclinazione transessuale: tutti i bambini, soprattutto nel periodo della scuola materna, amano travestirsi perché questo consente loro di stare per un po’ nei panni di un altro, e parimenti non privilegiano solo un certo tipo di giochi, se hanno la possibilità di farlo (eventualità del resto augurabile, osserva la dott.ssa Rostagno, perché devono essere loro ad andare verso il gioco, non il gioco verso di loro: non dobbiamo temere  che i giochi non  predisposti secondo il genere modifichino la loro identità).

Quando però la tendenza a questi giochi e travestimenti si fa persistente e continuativa, quando il bambino  comincia a farlo di nascosto, perché sente il bisogno di sperimentare da solo questa esperienza, quando diventa un elemento di vergogna e di ansia, dal momento che questa differenza viene sottolineata creando un disagio esponenziale, il problema non è più eludibile e occorre pertanto chiedersi come stia vivendo il bambino dentro quel corpo in cui evidentemente non si riconosce, e soprattutto capire come comportarsi di fronte a questi atteggiamenti, o alle richieste che il bambino stesso fa (essere chiamati, per esempio, con un nome diverso, come nel caso portato come esempio dalla dott.ssa Rostagno in cui una bambina, Giulia, voleva  a tutti i costi che i genitori e gli amici la chiamassero Giulio…)

In generale, quando si presentano al terapeuta dei genitori che chiedono aiuto di fronte a questo problema, il consiglio è di temporeggiare, per darsi il tempo di capire che cosa c’è dietro a queste richieste che non sono ancora per nulla centrate sull’oggetto del desiderio sessuale, ma in modo specifico sull’identità: chi le fa si sta evidentemente chiedendo, nel solo modo in cui sa farlo, “chi sono io? sono quello che questo corpo esprime, o sono un’altra cosa”?

Pensiamo poi a quanto possa diventare grande la sofferenza di sentirsi imprigionati in un genere che non si percepisce come proprio quando la pubertà va a trasformare e a definire sempre più il corpo: se arrivano alla terapia, questi ragazzi - che la dott. Rostagno ha conosciuto indirettamente lavorando come supervisore con dei colleghi specializzati nelle disforie di genere - pongono infatti domande angoscianti, chiedono soprattutto di poter cambiare quelle parti di sé che sono percepite come indicatori di mascolinità o di femminilità (ridurre il seno, cancellarne quasi la forma, ad esempio, nel caso delle ragazze).

Richieste che sollecitano i terapeuti ad andare a ricostruire la loro storia, scoprendo che spesso fin da piccoli  essi cercavano di mettere in atto tutta una serie di strategie volte a sentirsi meno a disagio con quel loro corpo (nel caso delle ragazze, portare i capelli cortissimi, per sottolineare il proprio lato maschile, privilegiare la compagnia e i giochi dei maschi, pretendere magari di essere chiamate con un nome maschile – come nel caso di Giulia - e poi,  nella pubertà, cominciare a mimetizzare il seno…)

E’ chiaro, precisa la dott.ssa Rostagno, che il terapeuta non va ad acconsentire immediatamente a queste richieste, deve prima essere ben sicuro che non vengano fatte solo per esigenze estetiche e per seguire le mode del momento, ma perché in gioco c’è la stessa sopravvivenza psichica di chi le pone. Non esiste infatti sofferenza più grande di quando il corpo non corrisponde alla mente, di quando si è riconosciuti dagli altri senza potersi riconoscere nei loro sguardi. Non è raro che questi ragazzi arrivino ad atti di autolesionismo, nel tentativo di sopprimere quelle parti di sé o quel corpo che non li rappresenta, pur di uscirne in qualche modo, perché nelle loro fantasie autorappresentative si può arrivare all’uccisione di un corpo che non percepiscono come proprio.

Una situazione potenzialmente drammatica, dunque, che oggi può essere risolta attraverso un complesso percorso di mutamento di sesso, certo meno traumatico e fatale di quello che abbiamo visto in un film recente (“La ragazza danese”), ma comunque non facile.

  

APPROFONDIMENTI  E  CONFRONTI



L’intervento della dott.ssa Rostagno su temi di tale rilevanza psicologica e sociale apre ovviamente a riflessioni e a interrogativi da parte del pubblico, che rendono a questo punto interattiva la conversazione, consentendo l’approfondimento di alcune questioni che per una maggiore economia del discorso ci permettiamo qui di accorpare secondo le linee principali secondo cui si sono articolate.  

  sulla  necessità di diversi apporti disciplinari

per allargare il campo interpretativo:
Alcune domande vertono in primo luogo sui meccanismi mentali he sottendono a queste scelte di vita (ci si chiede cioè quali siano le basi scientifiche, oltre a quelle legate alla sfera psicologica e comportamentale, che stanno dietro alla non identificazione col proprio corpo, e in particolare come si forma e si consolida il concetto di “genere”), e ancora su quale sia, in generale, il rapporto fra le acquisizioni della psicoanalisi e quanto può venirci dalla genetica e dalle neuroscienze, che potrebbero forse allargare il campo aprendo a prospettive diverse, com’ è successo nel caso dell’autismo.

La dott.ssa Rostagno ritorna pertanto al tema della multifattorialità e al testo cui ha fatto prima riferimento (“Il gene e la sua mente”), in cui sono analizzati in modo specifico questi rapporti.

La psicoanalisi non pretende infatti di occupare da sola tutto il campo. Quello che è in grado di dire, e che dal canto suo la relatrice può offrire per la sua specializzazione di studiosa e di clinica, è rilevare - per rimanere nell’ambito delle disforie di genere - come spesso alle spalle di chi vive la difficoltà di stare dentro ad un corpo che non gli corrisponde ci siano situazioni familiari altamente problematiche: ad esempio, madri che non sono state in grado di rispondere ai bisogni emotivi del bambino, di contenerlo, di riconoscerlo, senza che nessuno in famiglia sapesse svolgere in modo sostitutivo questa essenziale funzione materna. Se il bambino viene lasciato solo di fronte ad un corpo che non può riconoscere come suo se non è stato in primis riconosciuto da chi deve esercitare una indispensabile funzione di “rispecchiamento“ (la psicoanalisi ci insegna infatti che i contenuti della mente del bambino si creano grazie al contenimento di una mente che lo rispecchia), può arrivare a rifiutare il suo stesso corpo, e in qualche caso, come abbiamo detto pocanzi, ad attaccarlo con gesti di autolesionismo.

Queste acquisizioni della psicoanalisi non implicano certamente che da altri apporti disciplinari non possano venire indicazioni preziose, anche se al momento la dott. Rostagno non è in grado di fare il punto sugli studi specifici e sulle ipotesi che vengono costruite in questi ambiti, se non facendo riferimento al fatto che alcune di esse su cui molto si è lavorato in passato (come l’ipotesi ormonale, messa in campo per spiegare l’omosessualità) siano poi state abbandonate. C’è sicuramente tutta un’area da scoprire, e dal canto suo la psicoanalisi è più che disponibile ad accogliere le acquisizioni, le competenze e i saperi provenienti da altre discipline: se ormai è sufficientemente chiaro infatti che tutta una serie di fenomeni sono legati ad una interazione corpo mente, su come questo avviene sappiamo ancora poco. L’unica strada da percorrere è pertanto quella dell’interdisciplinarietà, nella speranza di avere sempre più elementi per dare un senso complessivo alle situazioni di difficoltà, e contribuire a risolverle.

Questa necessità viene sottolineata anche da parte di un membro di CircolarMente, che osserva come delle ultime due conferenze proposte dall’associazione l’una – quella sul futuro della procreazione – abbia posto l’accento soprattutto sulla genetica (facendoci immaginare un futuro alquanto asettico in cui il feto si svilupperà in un utero artificiale) senza considerare le implicazioni psicologiche di questi processi, mentre in quella odierna l’attenzione è stata posta  in modo specifico su  questo secondo aspetto. Appare chiara dunque la necessità di collegare i diversi ambiti in modo che non siano autoreferenziali e possano così giungere a livelli di conoscenza ancora più profondi.

 sul concetto di “terapia” come accompagnamento
che non presuppone il fatto che ci sia una “malattia” da curare:

 In altri interventi si chiede invece di ritornare sul concetto di terapia, e su di un termine che per come viene utilizzato nella pratica medica sembrerebbe implicare l’esistenza di una malattia da curare e sconfiggere, cosa che per fortuna nessuno pensa più riferendosi alla condizione omosessuale, che può essere oggi vissuta con grande serenità anche grazie alle battaglie per il riconoscimento portate avanti da gruppi come l’Arcigay o l’Agedo (una Onlus che unisce e sostiene persone di diverso orientamento sessuale, offrendo aiuto anche alle loro famiglie).

La dott.ssa Rostagno accoglie molto volentieri queste richieste di chiarificazione, ridefinendo e ampliando alcune delle esemplificazioni già fatte in precedenza. Che cosa si fa, in effetti, quando si presentano in terapia un ragazzo o una ragazza che portano una loro sofferenza per vissuti non chiariti di omosessualità o ancora, per rimanere e completare il discorso sulle disforie di genere, per un profondo disagio che provano rispetto ad un corpo sessuato da cui non si sentono rappresentati?

Li si accompagna, intanto, entrando in una relazione profonda con loro, cercando anzitutto di capire, nell’ottica di una diagnosi differenziale, se ci si trova di fronte ad un fenomeno transitorio, ad un momento di difficoltà e di insicurezza non certo raro nell’adolescenza, oppure se si è in presenza di una non autorizzazione rispetto ai propri desideri o infine  se si tratta di una vera e propria disforia di genere che porta il soggetto  a sentirsi davvero “imprigionato” nel suo corpo (una difficoltà, spiega la dott.ssa Rostagno, che non va confusa col travestitismo, dal momento che in questo caso non si chiede di cambiare genere ma si gode nel vestire i panni di un altro)

Occorre ancora essere certi che su di una eventuale richiesta di entrare in un percorso che può portare ad un vero e proprio cambiamento di sesso non incidano influenze culturali che possano trasformare un bisogno personale in una bandiera politica e ideologica, rendendo irreversibile un momento di transizione. Non possiamo negare infatti che nel calderone delle rivendicazioni tutto diventa molto confuso, e non c’è un approfondimento rispetto alla sofferenza del soggetto. Perché questo è il discrimine, rispetto al quale il rapporto terapeutico trova la sua bussola: si tratta infatti di aiutare una persona ad avvicinare il proprio mondo emotivo, a chiarificarlo, facendo ordine in situazioni che sono necessariamente complesse e spesso confuse. Un compito non facile, osserva la dott.ssa Rostagno, che richiede sensibilità e competenza e che in effetti deve avere alle spalle un percorso di formazione professionale molto lungo e articolato.

 Da quanto si è detto, non ci dovrebbero essere a suo giudizio equivoci residui sul termine “terapia”, che non implica affatto, nell’accezione in cui è stato utilizzato in questa conversazione, che si sia in presenza di una malattia (cosa che certo l’omosessualità non è, come giustamente è stato sottolineato). Non è però troppo lontano il tempo in cui era considerata davvero una malattia o peggio ancora una perversione, come devianza dalla norma*, e ancora oggi sono presenti nella nostra società residui di pregiudizio per cui molti ragazzi e ragazze possono ancora viverla con vergogna e fatica.

*la dott.ssa Rostagno cita a questo proposito un testo di Vittorio Lingiardi, uno psicoanalista e psichiatra che si è occupato in particolare di identità e orientamento sessuale, in cui si fa un excursus molto dettagliato sui passaggi che si sono resi necessari per arrivare alla chiarificazione del fatto che l’omosessualità riguarda semplicemente una scelta diversa di orientamento sessuale. Prima si tendeva a confondere la scelta dell’oggetto d’amore con la capacità di amare, che non è affatto messa in gioco: a giudizio della relatrice non c’è dunque alcun motivo per cui le persone omosessuali non possano, ad esempio, adottare, se accettiamo il fatto che nella genitorialità non contano i generi, ma le funzioni in cui il maschile e il femminile possono essere interferenti.

Quanto alle battaglie dei gruppi e delle associazioni che sono stati nominati, sono sicuramente state fondamentali per richiamare l’attenzione, anche con provocazioni “positive” (come del resto è avvenuto nel  femminismo), sul diritto alla scelta dei propri oggetti di investimento affettivo e sessuale.

Ora però, secondo la relatrice, non è più il tempo delle provocazioni, ma quello di vivere serenamente l’esperienza, mettendosi nell’ottica che possiamo ben esprimere col titolo di un piccolo testo della psicoanalista Simona Argentieri - “A qualcuno piace uguale” - che giocando sull’accostamento ad un film famoso esprime in modo davvero efficace il concetto dell’omosessualità come scelta oggettuale.

 sull’importanza di un ambiente “accogliente”
e sul  ruolo della scuola:

Il tema dell’importanza di un ambiente relazionale capace di rispettare la personalità di ognuno, con cui concludiamo questa relazione, viene aperto dalla testimonianza di un’insegnante sull’esperienza positiva vissuta con un suo allievo, che già nella scuola elementare dava chiari segni di quella che si sarebbe poi confermata come una disforia di genere (sciolta qualche anno più tardi attraverso un vero e proprio cambiamento di sesso). Benché alle sue spalle ci fosse una famiglia altamente disfunzionale, come quelle che sono state prese in considerazione dalla dott.ssa Rostagno, l’intreccio fra le doti comunicative di questo bambino e la presenza di un gruppo di insegnanti e compagni molto sereni rispetto alla sua diversità gli ha permesso infatti di viverla in modo molto giocoso e naturale.

In effetti, osserva la dott.ssa Rostagno, come insegnanti e come genitori dovremmo fare proprio questo: il che non vuol dire naturalmente passare ai bambini l’idea che il genere non esiste, e che noi possiamo essere qualunque cosa ci aggradi, ma semplicemente apprestare un ambiente educativo e relazionale accogliente, che si ponga nell’ottica di una vera comprensione della persona.

                                                ……………………………..


N.B. = data la delicatezza dell’argomento, abbiamo preferito seguire passo passo l’intervento della relatrice, senza sintetizzarne le argomentazioni, pur accorpando nella parte finale alcuni interventi del pubblico. Come sempre, ci assumiamo la responsabilità di eventuali fraintendimenti



Per CircolarMente, Enrica Gallo