venerdì 24 gennaio 2020

Primo Levi ad Avigliana - a cura di Davide Bucci e Maria Antonietta Fonnesu


In occasione della “Giornata della Memoria”, 27 Gennaio 2020, Circolarmente ripropone il documento a suo tempo pubblicato come guida storica ai luoghi testimonianza della presenza di Primo Levi in Avigliana



Primo Levi ad Avigliana
Davide Bucci, Maria Antonietta Fonnesu


Introduzione
Primo Levi è stato uno scrittore di fondamentale importanza nel panorama culturale del XX secolo. Considerato per lungo tempo principalmente un testimone dell’Olocausto a causa del forte valore di testimonianza dei suoi libri Se questo è un uomo e La tregua, più di recente ne viene sempre di più riconosciuta l’immensa statura letteraria, anche su scala internazionale.
Se è ben noto e riconosciuto il legame tra Levi e Torino, molto meno studiato è invece quello esistente tra lo scrittore e la città di Avigliana, in val di Susa, dove Primo Levi lavorò per poco più di un anno subito dopo il rientro dai campi di concentramento. Il periodo aviglianese fu tuttavia un’esperienza importante per il giovane scrittore perché, coincise con il ritorno ad una vita professionale ed affettiva normale e si sovrappose quasi esattamente al periodo della stesura della prima versione di Se questo è un uomo. Primo Levi trovò infatti lavoro dal 21 gennaio 1946 a fine giugno 1947 come chimico delle vernici alla Duco di Avigliana, stabilimento nato nel 1929 nelle vicinanze del Dinamitificio Nobel, complesso chimico presente nel comune dal 1871 e notevolmente sviluppatosi durante le due guerre mondiali.
Il nostro obiettivo sarà di ritrovare quanto resta della Duco ad Avigliana e cercare di identificare i luoghi in cui Primo Levi ha soggiornato e lavorato, fra i quali la foresteria dove probabilmente una buona parte di Se questo è un uomo è stata redatta.
Quest’articolo è organizzato come segue: in primo luogo presenteremo i riferimenti che Levi fa ad Avigliana (impliciti ed espliciti) all’interno della sua opera, in un secondo momento vedremo molto brevemente la storia della Duco e le sue relazioni con il contiguo Dinamitificio, descriveremo quindi le fonti orali che abbiamo consultato e passeremo infine a fornire i risultati che abbiamo ottenuto, cercando di identificare la posizione degli edifici della Duco e della foresteria. Termineremo quindi con le prospettive e le conclusioni di questo lavoro.

 I riferimenti ad Avigliana nell’opera di Primo Levi
Primo Levi stesso parla di Avigliana in diverse occasioni nella sua opera pubblicata. Avigliana è una cittadina che si trova in val di Susa, a circa 25 km da Torino, servita da una linea ferroviaria di importanza internazionale perché collega l’Italia alla Francia fin dall’inaugurazione del tunnel ferroviario del Fréjus nel 1871. Sede di diverse industrie di varia importanza, alcune furono strettamente legate all’attività di un grande Dinamitificio, sviluppatosi tra il 1872 ed il 1965.
 Il riferimento probabilmente più importante si trova alla fine di Se questo è un uomo, perlomeno nell’edizione Einaudi[1] da noi consultata (che contiene anche La tregua) e che riporta le date di inizio e di fine della prima stesura “Avigliana-Torino, dicembre 1945 – gennaio 1947”. Inspiegabilmente però, questa indicazione non compare nelle due versioni quella originale di De Silva del 1947 e quella di Einaudi 1958 riportate nelle Opere complete[2].


[1] P. Levi, Se questo è un uomo, La tregua, G. Einaudi, Torino 1993, pag. 153.
[2] P. Levi, Opere complete I-II, a cura di Marco Belpoliti, G. Einaudi, Torino 2016. Per le nostre citazioni all’opera di Primo Levi, ci avvarremo dell’opera completa, salvo dove diversamente indicato. Per brevità, quindi, le citazioni saranno indicate da OP seguite dal volume e dal numero di pagina.


Il secondo riferimento esplicito è legato al capitolo Cromo del Sistema Periodico dove, seppure Avigliana non sia citata, viene descritto il periodo trascorso da Levi nella cittadina valsusina, come giovane impiegato di una ditta di vernici. E’ facile riconoscere la Duco nella “grande fabbrica in riva al lago”[1], conoscendo la biografia dello scrittore[2] e sapendo che il primo lavoro dopo il ritorno dai campi di sterminio è stato proprio in quest’impresa, dal 21 gennaio 1946 a fine giugno 1947. Primo Levi in Cromo ci fa capire come soggiornasse ad Avigliana in settimana e rientrasse a Torino per il fine settimana, nei “gelidi e fuligginosi treni merci di allora”[3], oppure in bicicletta come ci dice nella conversazione con Giovanni Tesio[4]. L’espressione “fabbrica in riva al lago” ritorna nel Sistema Periodico anche nei capitoli Azoto[5] ed in Stagno[6] sempre per indicare la Duco.
Interessante per noi è anche la descrizione che Primo Levi ci fa della sua esperienza aviglianese, in Calze al fulmicotone, racconto parte de L’altrui mestiere ed in cui fa riferimento esplicito (oltre che alla Duco in cui lavorava) anche al dinamitificio Nobel, principale fabbrica di Avigliana nel periodo in cui Levi vi soggiornò[7]. Levi descrive così la sua sistemazione: “Il colorificio in cui avrei dovuto lavorare era vetusto, squallido, pieno di macerie e di fango, ma poco lontano, rinchiuso fra due collinette verdeggianti, c’era un dinamitificio che durante la guerra era stato rammodernato. Qui, nella foresteria, mi venne assegnata una camera linda e luminosa con vista sulle montagne; avrei avuto diritto a consumare la cena nella mensa aziendale.”[8] e poco oltre “Fino a pochi mesi prima, il dinamitificio non era stato un sito tranquillo. C’erano stati attacchi aerei, incursioni dei partigiani affamati di esplosivo, razzie dei tedeschi (proprio per loro, anzi era stata attrezzata la foresteria: l’abitarvi mi sembrava in qualche modo una compensazione)…”[9] Il racconto prosegue con la descrizione di uno scherzo crudele fatto per gelosia in cui una matassa di fulmicotone, scambiata per cotone ordinario, viene filata per far delle calze da donna che finiscono per provocare un grave incidente domestico.
Molto interessanti sono per noi le poesie di Primo Levi, raccolte in Ad ora incerta, perché riportano la data e per qualcuna il luogo in cui sono state scritte. Ecco quindi Un altro lunedì con dicitura Avigliana, 28 gennaio 1946[10], Il ghiacciaio con dicitura Avigliana, 15 marzo 1946[11], La strega con dicitura Avigliana, 23 marzo 1946 oltre che, naturalmente Avigliana, con data 28 giugno 1946. Appartengono al periodo aviglianese dello scrittore (ma non riportano il luogo di scrittura) anche Da R. M. Rilke, (28 gennaio 1945), Ostjuden (7 febbraio 1946), Il tramonto di Fossoli (7 febbraio 1946) e 11 febbraio 1946 (con data identica al titolo).
Per finire, in La chiave a stella viene citata una volta Avigliana in una descrizione di Faussone nel capitolo Off-Shore: “Sa, fosse stato il lago di Avigliana forse avrebbe anche ragione lei, ma quello era il Pacifico, e non so proprio perché quegli esploratori lo abbiano chiamato così , dato che onde ne ha sempre, anche quando è calmo…”[12].
Nascono quindi diverse domande legate ad Avigliana 


[1] OP vol. I, pag. 971.
[2] Si veda per esempio C. Angier, Il doppio legame, vita di Primo Levi, Mondadori, Milano 2004.
[3] OP vol. I, pag. 972.
[4] P. Levi, Io che vi parlo, conversazione con Giovanni Tesio, G. Einaudi, Torino, 2016, pag. 113.
[5] OP vol. I, pag 991.
[6] OP vol. I, pag. 999.
[7] Si vedano per esempio S. Sacco, G. Richetto, Il dinamitificio Nobel di Avigliana, P. Melli, Susa 1991 e P. M. Delpiano, Viaggio intorno alla Dinamite Nobel, Editris Duemila, Torino 2011.
[8] OP vol. II pag. 834.
[9] Ibid.
[10] OP vol. II, pag 688.
[11] OP vol. II, pag 693.
[12] OP vol. I, pag. 1089.


  • ·       Cosa resta della Duco oggi? 
  • ·       Dove si trovavano i laboratori, in cui è stato risolto l’enigma “mezzo chimico e mezzo poliziesco”[1] descritto in Cromo? 
  • ·       Dove si trovava la mensa dove la vicenda di Calze al fulmicotone viene raccontata a Levi?  
  • ·       Dove si trovava e cosa resta oggi della foresteria del Dinamitificio in cui Primo Levi ha scritto gran parte di Se questo è un uomo?



[1] OP vol. I, pag. 972


Prima di tentare di rispondere a queste domande, sarà opportuno ricordare brevemente nel prossimo paragrafo la storia del Dinamitificio Nobel e della Duco ad Avigliana.

La Duco ed il Dinamitificio Nobel ad Avigliana
Per nostra fortuna, esistono diversi studi sul Dinamitificio di Avigliana. Diversi aviglianesi inoltre ne ricordano ancora oggi il periodo di attività nonché il rumore degli scoppi dovuti agli incidenti, spesso mortali, che vi avvennero e che furono in qualche caso udibili in tutta la cittadina. I due studi che abbiamo consultato[2] ne ritracciano la storia, ed in qualche caso parlano anche della Duco, stabilimento che come vedremo era collegato alle attività del Dinamitificio.
Partendo dall’inizio, nel 1872, Alfred Nobel fondò ad Avigliana il terzo stabilimento di produzione della Dinamite, dopo quelli di Zamky in Repubblica Ceca e Paulilles in Francia. Gli stabilimenti italiani diventeranno poi diversi, perché già nel giugno 1869 la produzione degli esplosivi, prima un monopolio di stato, venne liberalizzata. La scelta del luogo della sede di produzione italiana, motivata fra l’altro dall’apertura dei cantieri del tunnel del Gottardo (1872-1882), cadde su Avigliana perché erano presenti diversi fattori importanti, analoghi a quelli di altri stabilimenti Nobel: la presenza di acqua fornita dai due laghi, colline a protezione dei vicini centri abitati (trucco di San Martino), la presenza della linea ferroviaria di recente costruzione fra Torino e Modane e soprattutto l’offerta gratuita di un’area per incrementare gli insediamenti industriali in Val di Susa. Altre sedi della Nobel saranno poi fondate in Francia, Svizzera, Inghilterra, Germania, Portogallo, Austria, con altri distaccamenti in Stati Uniti, America centrale (per via dell’apertura del canale di Panama), Venezuela e Sud Africa. Interessante per noi notare come la dinamite aviglianese non poté essere utilizzata per il vicino tunnel ferroviario del Fréjus, aperto lo stesso anno della fondazione dello stabilimento aviglianese.
Nel 1880 la fabbrica prese il nome “Società anonima Dinamite Nobel” e le venne concessa la posa di un binario a scartamento ridotto (Decauville) anche con attraversamento della strada comunale. In questo periodo, il complesso fu ingrandito fino ad occupare due stabilimenti distinti, chiamati Allemandi e Valloja i quali vennero ulteriormente sviluppati durante la prima guerra mondiale fra il 1915 ed il 1918. Al termine della guerra, vennero però a mancare i privilegi del periodo bellico e si dovette provvedere ad una parziale riconversione della produzione. Ci furono degli esuberi di personale specializzato che fu incoraggiato ad emigrare negli stabilimenti in Sud Africa ed in Messico[3]. In particolare, la nitrocellulosa (importante componente di numerosi esplosivi) poteva essere prodotta in grandi quantità negli stabilimenti esistenti e permetteva numerosi sfruttamenti industriali non legati agli esplosivi. A causa del pesante declino industriale del primo dopoguerra, la Montecatini di Guido Donegani acquisì la maggioranza delle quote della Società Anonima Dinamite Nobel italiana e ne diventò quindi a tutti gli effetti una consociata nel 1925. Fra le varie cose, si tentò di produrre della seta artificiale a partire dal 1920, ma con scarso successo nella concorrenza con la SNIA Viscosa. Un’attività più redditizia fu invece la produzione di vernici pigmentate a base, appunto, di cellulosa. Si sottoscrisse un accordo con il colosso di vernici americano Du Pont


[1] OP vol. I, pag. 972
[2] Noi ci baseremo sui testi di Sacco, Richetto e Delpiano già citati.
[3] Ancora oggi (febbraio 2018), una piccola comunità di aviglianesi e discendenti abita tuttora in Sud Africa.

per lo sfruttamento dei brevetti per le vernici alla nitrocellulosa e per l’esclusiva di vendita in Italia delle vernici prodotte. Ciò diede origine nel 1928, ad Avigliana, all’apertura della Duco (Du Pont Company), poco lontana dagli stabilimenti del dinamitificio, facente quindi capo anche lei alla Montecatini.
A partire dal 1933, con la guerra in Etiopia, il Dinamitificio conobbe una fase di sviluppo dovuto alle attività belliche che continuò per più di un decennio. Durante la seconda guerra mondiale, il dinamitificio aviglianese fu occupato dai tedeschi il 12 settembre 1943, pochi giorni quindi dopo l’armistizio dell’8 settembre. Come già abbiamo letto nelle parole di Primo Levi, il complesso industriale fu effettivamente sede di diverse azioni dei partigiani e di pesantissimi bombardamenti[1]. Poco prima della fine della guerra, il 14 aprile 1945, lo stabilimento Allemandi venne completamente distrutto da un bombardamento alleato che per fortuna non fece vittime fra il personale.  Questo bombardamento lasciò fra 600 e 700 crateri di bombe, come raccontò poi il Dott. Carrà[2], direttore dello stabilimento dal 1 agosto 1945 alla chiusura. Il dinamitificio fu abbandonato dai tedeschi il 29 aprile 1945 che tentarono (in maniera piuttosto incompleta e maldestra) di distruggere gli stabilimenti restanti. Dopo la liberazione, lo stabilimento Valloja fu riaperto in un piano di ristrutturazione aziendale che coinvolse anche altri stabilimenti italiani e la produzione di dinamite e di altri esplosivi ricominciò. Fu anche in breve riattivata la Duco ed è qui che, come abbiamo già detto, Primo Levi trovò lavoro nel gennaio 1946.
Quindi, per riassumere, la Duco dove lavorò Levi non faceva direttamente parte del Dinamitificio, nel senso che non partecipava alla produzione di esplosivi, ma vi era strettamente collegata per via della necessità della nitrocellulosa e di altri prodotti chimici.
Il dinamitificio e tutta la produzione aviglianese di esplosivi fu spostata a Orbetello chiudendo lo stabilimento aviglianese nel 1965. Il marchio Duco è tuttora esistente (parte di Cromology Spa), ma la produzione di vernici venne trasferita da Avigliana a Codogno[3] negli anni 1960.

Le fonti orali
Per identificare la posizione attuale di quella che fu la Duco, abbiamo potuto intervistare due ex-impiegati della fabbrica, i signori Uberto Franchino e Giancarlo Vinassa i quali gentilmente ci hanno accordato delle interviste e ci hanno accompagnato nei luoghi dove lavoravano. Entrambi però sono stati assunti alla Duco in periodi successivi alla presenza di Primo Levi e non hanno avuto contatti diretti con lui. Giancarlo Vinassa ha lavorato alla Duco a partire dal 1956 ed è stato incaricato di redigere diverse planimetrie degli stabilimenti industriali (in certi casi riprendendo e ridisegnando mappe preesistenti fatte da suo padre Roberto), sotto la direzione dell’ing. Buffa. Uberto Franchino è stato impiegato come chimico in Duco dal 1958 alla chiusura.
Purtroppo, non abbiamo potuto trovare persone ancora in vita aventi incontrato Primo Levi ad Avigliana, ma le testimonianze dei signori succitati ci hanno comunque fornito le informazioni necessarie per situare la Duco e orientare la successiva ricerca dei documenti che presenteremo nel seguito di quest’articolo.


[1] Si veda Sacco e Richetto, op.cit. pag. 105 e 106.
[2] Ibid.
[3] Primo Levi stesso vi accenna nella conversazione con Giovanni Tesio, op.cit. a pag. 113.

 I luoghi di Primo Levi: la posizione della Duco e del laboratorio


Fig. 1: Mappa del 1935 rappresentante lo stabilimento Valloja[1]. Si vede chiaramente la posizione della SAI-DUCO a fianco del corso del canale Naviglia.

Per ritrovare la posizione attuale degli edifici dove lavorò Levi, risulta quindi importante identificare il perimetro della Duco a fianco degli edifici del dinamitificio. A questo proposito, risulta interessante incominciare dalla mappa della figura 1, che risale al 1935 e nella quale sono chiaramente visibili sia la posizione della Duco, sia alcuni punti di riferimento ancora esistenti come la strada nazionale Susa-Torino (ora strada statale 25) con il cavalcavia sulla ferrovia Modane – Torino, il tracciato del canale Naviglia, la strada S. Ambrogio – Avigliana e la strada dei Bertassi. Risulta quindi possibile situare l’ingresso della Duco all’incrocio fra le odierne Via Frera e Viale Caduti della Polveriera. Un disegno datato al 1957 dell’ingresso della Duco è disponibile nell’Archivio Storico del Comune di Avigliana[2] ed è riprodotto in fig. 2. Un confronto con la foto attuale di fig. 3 permette di riconoscere con facilità diversi edifici ancora esistenti anche se nel frattempo c’è stata qualche aggiunta ed il cancello del complesso non è più presente. Una diramazione della rete ferroviaria Decauville entrava all’interno del complesso ed i binari sono visibili nel disegno di fig. 2.


[1] Riprodotta da Sacco e Richetto, op.cit. pag. 102.
[2] Archivio Storico Comune di Avigliana (ASCA), fondo Dinamite Nobel-Montecatini

Fig. 2: Un disegno del 1957 dell’ingresso della Duco, con alcuni edifici non ancora presenti all’epoca di Primo Levi. Si nota l’ingresso dei binari nel portale di sinistra


Fig. 3: Fotografia dell’ingresso attuale (2017), da confrontare con il disegno della fig. 2. Via Frera si trova a sinistra e l’attuale via Caduti della Polveriera entra in quello che era il cancello del complesso. I binari che si vedono nel disegno di fig. 2 non esistono più. Dietro la vecchia portineria, situato lungo via Frera, si trovava il refettorio.


In particolare, si nota facilmente come via Caduti della Polveriera corrisponda attualmente a quello che fu il viale interno del complesso industriale. Una cosa che si osserva ritrovando il perimetro della Duco è che la descrizione che ne dà Levi “grande fabbrica in riva al lago” è da intendersi in senso lato, perché la Duco non si trova certo in riva al Lago Grande anche se questi non è poi tanto lontano. Anche la maggior parte del Dinamitificio non si trovava in immediata prossimità del Lago Grande. Qualche edificio esisteva effettivamente vicino alla strada del Grignetto, come l’attuale sede del Parco Naturale Laghi di Avigliana (allora fungente da abitazione), nonché alcune parti del cosiddetto “reparto T4 - laghi”, come una centrale termoelettrica.
Per identificare alcuni luoghi importanti legati alla presenza di Primo Levi rimangono quindi da cercare maggiori informazioni sulla Duco, disponibili nelle mappe più dettagliate disponibili sempre all’Archivio Storico. Ne esistono due interessanti per noi e che dettagliano il piano di quello che era la Duco nel 1940 e nel 1950. La dimensione delle mappe non permette di riprodurle in maniera leggibile in quest’articolo e pertanto la mappa del 1950 è stata ridisegnata in forma leggermente semplificata in figura 4, utilizzando anche una mappa del 1959 dell’intero stabilimento Valloja.


Fig. 4: Mappa della Duco, ridisegnata dall’originale risalente al 1950 presente nell’Archivio Storico del Comune di Avigliana. Sono state comparate le posizioni degli edifici con la mappa in scala 1:2000 dell’intero stabilimento Valloja del 1959. L’Ufficio finanziario è indicato “Gabinetti” nella mappa del 1940.


La mappa (che si può confrontare con un’analoga del 1940) è stata disegnata da Giancarlo Vinassa ed è molto utile per noi perché presenta una legenda con vari colori a seconda della data di fabbricazione degli edifici. Nella nostra riproduzione, abbiamo quindi conservato anche i colori che indicano la data di costruzione.
Fra il 1940 ed il 1950, si notano notevoli cambiamenti, probabilmente dovuti al periodo bellico e che testimoniano di un certo sviluppo della fabbrica. Risulta certa la posizione del laboratorio nel 1950, confermataci oralmente anche dai sigg. Franchino e Vinassa. Sebbene non si sappia esattamente a che momento fra il 1940 ed il 1950 fosse stato costruito, sembra ragionevole supporre che fosse presente all’epoca di Levi, perlomeno leggendo Cromo dove si parla in maniera esplicita di un “laboratorio”: “Mi era stata benignamente concessa una scrivania zoppa in laboratorio, in un cantuccio pieno di fracasso e di correnti d’aria”[1]. L’indirizzo attuale può quindi essere facilmente riconosciuto, l’edificio è accessibile ed è in via Caduti della Polveriera 13. La figura 5 ne mostra una foto recente.


[1] OP vol. I, pag. 971

Fig. 5: l’aspetto del laboratorio della Duco nell’ottobre 2017 in via Caduti della Polveriera 13. Si noti la targa posta dal Comune di Avigliana nel settembre 2017, a ricordo della presenza dello scrittore.


Fig. 6: “Me la portarono in laboratorio, e non avevo mai visto una ustione simile[1]” L’infermeria della DUCO. Che sia questo il luogo dove il dottore di “Calze al fulmicotone” visitò la sua paziente?

[1] OP vol. I, pag. 971
[1] OP vol. II pag. 836


Nella planimetria della fig. 4 sono anche riconoscibili l’infermeria (costruita tra il 1930 ed il 1940 e visibile in figura 6), forse quella dove si accenna in Calze al fulmicotone, ed il refettorio (chiamato nella mappa “Fabbricato assistenziali” e situato subito dietro la portineria, in via Frera) sempre citato nella stessa occasione e costruito tra il 1940 ed il 1950.
Al termine del suo periodo aviglianese, Levi abbandonò il lavoro in Duco nel giugno del 1947, per una breve esperienza da lavoratore indipendente in un laboratorio chimico con il suo amico Alberto Salmoni (si vedano Arsenico, Azoto e Stagno ne Il sistema periodico). A noi interessa la poesiola che distribuì al momento della partenza ai suoi colleghi in Duco (si veda OP vol. II, pag 1781 e 1782). Levi ne parla esplicitamente in Stagno: “Mi ero licenziato con assurda baldanza, distribuendo a colleghi e superiori un testamento in quartine pieno di allegre insolenze”[2]. La figura 7 mostra una scansione di una versione dattiloscritta gentilmente offertaci dalla sig.ra Salotti, figlia del “Per.In. Salotti” citato nella poesia. E’ probabile, ma non provato, che si tratti di una copia del dattiloscritto originale (probabilmente riprodotto in diversi esemplari con carta carbone da Levi stesso e distribuito ai colleghi citati nei versi). 



Fig. 7: scansione di una versione dattiloscritta de Il testamento del vice capo laboratorio, poesiola ironica distribuita dai colleghi al termine della sua esperienza aviglianese in Duco. Fornitaci gentilmente dalla sig.ra Salotti, è possibile che si tratti della fotocopia della versione dattiloscritta all’epoca da Levi stesso.

La Foresteria e la scrittura di Se questo è un uomo
Vista la primaria importanza che riveste Se questo è un uomo nella letteratura mondiale del XX secolo, diventa rilevante cercare di ritrovare la foresteria dove, anche a detta di Levi in Cromo, gran parte della prima stesura del libro è stata redatta: “Questo scribacchino maniaco 

[1] Ibid. pag. 999

che disturbava le notti della foresteria scrivendo a macchina chissà che, per intrigarsi degli errori passati e lavare i panni sporchi di una generazione?”[1]. Conviene ricordare un’intervista di C. Angier[2] al dott. Colombo, il quale affermava che Levi parlasse poco della sua esperienza ad Auschwitz, pur non facendo mistero che stesse scrivendo un libro. Tutto ciò con la discrezione che gli era propria e, certamente, senza disturbare nessuno la notte in foresteria. La Angier, riportando sempre il dott. Colombo, indica come Levi soggiornasse ad Avigliana in una foresteria denominata “la casa rossa”. Cercheremo quindi di situare quest’edificio e di vedere quanto combaci con la descrizione riportata da Levi in Calze al fulmicotone.
Purtroppo l’Archivio Storico Comunale di Avigliana non è tuttora di facile consultazione per quanto riguarda i documenti attinenti il Dinamitificio ed affini[3], dove vengono riprodotti molti documenti risultati utili anche ai nostri scopi. Una fonte disponibile nell’archivio storico del comune e che abbiamo consultato è stata una notevole mappa, in scala 1:2000, dello stabilimento Valloja risalente al 1959 e quindi successiva alla presenza di Primo Levi. Vi sono chiaramente indicati due edifici che hanno suscitato il nostro interesse e sono indicati nella figura 8 con legenda 12 e 13 (purtroppo, le notevoli dimensioni della mappa non permettono una riproduzione integrale con leggibilità sufficiente all’interno di quest’articolo). Sembrerebbe in un primo tempo legittimo localizzare la foresteria di Levi nell’edificio 13, se non fosse che l’edificio è abbastanza arretrato rispetto alla strada (oggi viale A. Nobel) e corrisponde forse meno alla descrizione di Levi perché più lontano al comando tedesco che secondo Giancarlo Vinassa si trovava esattamente davanti all’edificio 12.

Fig. 8: A sinistra, una piccola porzione della planimetria in scala 1:2000 dello stabilimento Valloja risalente al 1959 e presente nell’Archivio Storico del comune. A destra, posizione di alcuni edifici rilevanti su una vista aerea moderna (Google Maps). Nella legenda della mappa del 1959 si legge 12 – Direzione, uffici, 13 – Alloggi casa rossa. L’indirizzo attuale di 12 è viale A. Nobel 10. L’edificio 10 si trova sull’attuale rotonda tra via Avigliana e viale A. Nobel.

[1] Ibid. vol. I, pag. 975
[2] Op.cit. pag. 457-459
[3] Di questo si lamenta anche P. M. Delpiano. Pare che gran parte dell’archivio Duco fosse stato recuperato dalla Montecatini alla chiusura dello stabilimento aviglianese. Inoltre, le informazioni sul Dinamitificio erano di importanza strategica durante la guerra e quindi probabilmente secretate.

Nella planimetria generale dello stabilimento Valloja della fig. 1, degli edifici sono presenti nella zona corrispondente alla porzione della mappa del 1959 e sono indicati genericamente come “Uffici”, ma sembrano di forma diversa rispetto a quelli visibili in figura 9. Sono forse stati soggetti a trasformazione in periodo bellico? Oppure vecchi edifici sono stati demoliti per fare spazio ai nuovi? Oppure ancora la planimetria del 1935 (originariamente in scala 1:3000) è meno precisa di quella del 1959 nel riportare la forma delle costruzioni.
Comunque sia, l’Archivio Storico di Avigliana contiene anche numerosi prospetti (con data 1 agosto 1955), fra cui quelli degli edifici che ci interessano e che abbiamo riprodotto nella figura 8.

Figura 9 A = Prospetto e pianta dell’edificio 13, riportanti la dicitura “ALLOGGI Foresteria (Vecchio stabilimento: Casa rossa)”. 
Figura 9 B = Prospetti e pianta dell’edificio 12, con la dicitura “Alloggi celibi ed ospiti (Vecchio stabilimento: uffici)”. Fonte ASCA.

Dalla descrizione del prospetto dell’edificio 12 in figura 9, si vede che (contrariamente alla dicitura della mappa del 1959), l’edificio è indicato come “Alloggi celibi ed ospiti”. Primo Levi avrebbe corrisposto molto bene a questa definizione nel periodo del suo soggiorno aviglianese. L’edificio gode ancora oggi di vista eccellente sul Musiné e sulle montagne vicine.
Ci pare quindi probabile che Levi abbia soggiornato in uno dei due edifici indicati 12 o 13 nella mappa del 1959. La planimetria contiene numerosi altri edifici chiamati genericamente “abitazione”. Un edificio (chiamato Palazzina alloggi) esisteva anche all’interno del perimetro della Duco. Tuttavia, nessuno di essi ci è sembrato corrispondere alla denominazione “foresteria” di cui fa uso Levi nonché alle sue descrizioni.
Cercando quanto resta oggi delle costruzioni, si riconosce facilmente l’edificio 12 che ha conservato pianta praticamente identica a quella indicata nella figura 9 a destra, si trova in viale Nobel 10 ed è visibile in figura 10. La sig.ra Bardelle (abitante dell’edificio) ci ha gentilmente fornito la foto riprodotta a sinistra e che risale probabilmente alla prima metà degli anni 1980. Essa ci mostra l’edificio privo di aggiunte più recenti come i balconi laterali.

Fig. 10: A sinistra: fotografia della metà degli anni 1980 dell’edificio 12 gentilmente fornitaci dalla sig.ra Bardelle. A destra, come si presenta l’edificio 12 “Alloggi celibi ed ospiti” attualmente (settembre 2017). L’edificio è oggi abitazione privata con indirizzo viale A. Nobel 10.


E’ invece più difficile riconoscere l’edificio 13 fra quelli esistenti attualmente, perché diverse costruzioni sono state aggiunte nel frattempo e perché l’edificio stesso è stato parzialmente demolito e modificato negli anni. La figura 11 mostra due foto degli anni 1980 gentilmente forniteci sempre dalla sig.ra Bardelle in cui appare la “Foresteria casa rossa” simile al prospetto di fig. 8 e come doveva forse apparire anche ai tempi di Primo Levi.
Fig. 11: foto della prima metà degli anni 1980 che mostrano l’edificio 13 “Foresteria casa rossa” visibile parzialmente all’interno degli ovali.

L’edificio presente oggi che più ci è sembrato corrispondere al prospetto della fig. 8 e alle foto della fig. 11 è mostrato in fig. 12 e si trova in viale A. Nobel 18. Si vede come interventi di muratura ne hanno alterato la parte posteriore, eliminandone una buona cubatura. Sono ancora evidenti le tracce delle caratteristiche finestre con arco a tutto sesto del prospetto.


Prospettive e conclusioni
Abbiamo ritrovato con certezza il perimetro della Duco in diverse planimetrie del Dinamitificio. Recatici nei luoghi, abbiamo potuto riconoscere molti edifici presenti anche all’epoca di Primo Levi. Ci sembra molto probabile l’ubicazione del laboratorio della Duco, confermataci dalle fonti orali consultate e risultata in buon accordo con le planimetrie. E’ probabilmente questo, che oggi porta l’indirizzo via Caduti della Polveriera 13, il luogo dove si trovavano i mulini a palle e dove i “fegati [di vernice impolmonita] disgustosi a vedersi e a toccarsi”[1] hanno ritrovato la loro fluidità.
Più delicata sembra essere la determinazione della foresteria che accoglieva il giovane scrittore durante il suo soggiorno in settimana ad Avigliana. Ci pare comunque ragionevole provare a situare la foresteria in viale A. Nobel 10, in un edificio tuttora esistente e molto ben corrispondente alle descrizioni fatteci da Primo Levi. Qualche dubbio rimane, ed è possibile che, come riportato da C. Angier, Levi soggiornasse effettivamente nella “casa rossa”, edificio peraltro a pochissima distanza e situato sempre su viale A. Nobel.
Rimangono comunque dei dubbi e delle domande cui rispondere. La data esatta di fabbricazione del laboratorio e della mensa della Duco si può indicare solo fra il 1940 ed il 1950. Non è quindi certo che questi edifici fossero presenti fra il 1946 ed il 1947 quando Levi si trovava ad Avigliana.
Inoltre, le informazioni a nostra disposizione non sono molto chiare su quando e come gli edifici 12 e 13 della planimetria del 1959 sono stati edificati ed adattati ad alloggi. Ciò permetterebbe di fare raffronti con le date (ben note) relative all’occupazione tedesca del complesso industriale per vedere se possono corrispondere con la descrizione di Calze al fulmicotone. Non siamo inoltre riusciti a confrontare la vicenda raccontata in Calze al fulmicotone per sapere se incidenti di quel tipo sono effettivamente accaduti durante il periodo bellico.
Nonostante i punti ancora da chiarire, la nostra speranza è comunque che questa ricerca possa contribuire a districare alcuni nodi relativi alla presenza di Primo Levi ad Avigliana.

Ringraziamenti
Questo lavoro è stato reso possibile dalla cortesia e dal supporto di numerose persone che desideriamo qui ringraziare. Vogliamo ringraziare in particolare i sig.ri Uberto Franchino e Giancarlo Vinassa, che ci hanno parlato a lungo delle loro esperienze in Duco e ci hanno permesso di identificarne il perimetro e la prof.ssa Rosanna Perotto che pure ci ha aiutato nella ricerca. Un sentito grazie anche alla sig.ra Bardelle che ha gentilmente fornito le fotografie riprodotte nella figura 11.  L’associazione Circolarmente ci ha permesso di organizzare una passeggiata sui luoghi di Levi il 24 settembre 2017 ed un incontro pubblico il 13 ottobre 2017. Durante queste occasioni, sono stati presentati parte dei risultati sintetizzati qui. Un sentito ringraziamento va a Pietro Scarnera, Piero Bianucci e Francesca Rocci che hanno partecipato all’evento. Desideriamo ringraziare l’associazione ed il pubblico che ha partecipato numeroso. Non dimenticheremo la prof.ssa Rosetta Chiaberge e Martina Franchino, della libreria aviglianese La casa dei libri. Un ringraziamento va anche a Franco Fonnesu per i consigli sul testo e per la mappa della figura 7. Termineremo ringraziando calorosamente il Comune di Avigliana che, a riconoscimento della nostra attività, ha posto le targhe identificative dei “Luoghi di Primo Levi”.



[1] OP vol. I, pag. 976.

domenica 19 gennaio 2020

Relazione sulla conferenza del 17/12/2019 "Storie di persone e comunità traumatizzate" - a cura di Maria Letizia Villa


ReLazione sulla conferenza tenuta presso
la Biblioteca comunale “Primo Levi”
Martedì 17 Dicembre 2019


“Storie di persone e di comunità traumatizzate:
 come riattivare possibilità di vita”

RELATRICI :  Anna Maria Bastianini ed Ester Chicco
esponenti dell’Associazione PSICOLOGI nel MONDO

                    
L’Associazione  culturale CIRCOLARMENTE in collaborazione con l’ANPI e il Circolo  dei LETTORI di Avigliana  ha organizzato una conferenza  “ Storie di persone e di comunità traumatizzate: come riattivare possibilità di vita”, presentata da due relatrici, Anna Maria Bastianini ed Ester Chicco , esponenti dell’Associazione Psicologi nel mondo, che opera  in comunità colpite da una emergenza naturale, da una guerra , da catastrofi industriali  o altro, poiché all’interno di queste comunità traumatizzate si modificano il tessuto sociale e le reti relazionali,  riducendo il potenziale evolutivo a disposizione per progettare il futuro.

Massima Bercetti, presidente dell’Associazione Circolarmente,  spiega che, nell’ambito della celebrazione  della nascita di Primo Levi,  promossa dall’Amministrazione comunale  di Avigliana, Circolarmente  ha proposto questo progetto in quanto consente di ricordare la figura di Primo Levi e nel contempo di attualizzarne il messaggio. L’Associazione Circolarmente, con questo Progetto pone in essere due aspetti importanti dell’evento:
 1) la collaborazione di  Circolarmente con l’ANPI e il Circolo dei Lettori  esprime la volontà dell’Associazione di  voler costruire relazioni per evitare di essere autoreferenziale e di  voler condividere le sfide del presente non nella forma del reflusso e non nella pura e semplice ripetizione  di quello che c’è già stato, affrontando  nuove modalità capaci di  conoscere, includere ed esercitare anche  rispetto  nel confronto degli altri;
2) Circolarmente  ha accolto la proposta del Circolo dei lettori in quanto nel suo programma di questa annualità  il tema centrale è “Ricucire le ferite”  e qui ci sono le Ferite, i Traumi e le persone che si chinano su queste ferite,  cercando di aiutare e di soccorrere.
La Presidente fa anche presente che Circolarmente, nella persona di Antonietta Fonnesu, ha già  ben documentato, in una dettagliata  ricerca, il periodo  lavorativo, trascorso da Primo Levi in Avigliana , dal 1946 al giugno del 1947, dove ha iniziato sistematicamente la stesura della sua opera “Se questo è un uomo” per testimoniare il suo dolore e la sofferenza derivata.

Intervento di AnnaMaria Bastianini, dell’Associazione Psicologi nel Mondo - Torino
La relatrice specifica che il suo  intervento si inserisce all’interno dei significati esposti nella presentazione in merito alla elaborazione sulla partecipazione alle Reti che costituiscono la Comunità, infatti è in questa ottica che agisce l’intervento della sua associazione che non è costituito da progetti già confezionati, né da risorse economiche da elargire ma nell’aiuto all’elaborazione dei traumi con un approccio alla ricostituzione dei vincoli sociali, alla rigenerazione della Comunità come rete di relazioni proficue. La tematica trattata riguarda nello specifico i TRAUMI, i traumi delle persone e delle Comunità. Non tutte le ferite diventano traumi  ma soprattutto lo diventano le ferite per eventi che ci pongono di fronte alla propria morte. Si parla di eventi per cause umane ( guerre) o naturali, come la guerra civile che ha devastato per dodici anni il Salvador o il terremoto che ha colpito recentemente il nostro centro Italia. Il concetto di TRAUMA si focalizza su un’esperienza cui tutti possiamo essere esposti, innanzi tutto chi ha subito le conseguenze di un vissuto di guerra, ma anche un qualsiasi evento come un incidente d’auto  potrebbe diventare un trauma. Un trauma è un’esperienza con la morte possibile, ma ogni evento di questo tipo non è detto che possa diventare trauma in quanto ci sono persone che possono essere meno esposte a tali  eventi sia per la loro personalità sia per la loro rete sociale d’appartenenza. DEFINIZIONE  di Trauma: una situazione di funzionamento psicologico che si caratterizza  come una frattura importante nella continuità psicologica per un evento che disarticola la stabilità del funzionamento psicologico  ponendo  una frattura soprattutto tra razionalità ed emozionalità,  per cui è possibile che una persona possa”raccontare cose terribili senza coinvolgimento emotivo.” Così la psicologa esemplifica raccontando l’esperienza con gli abitanti d Santa Marta , paese del Salvador ,  le cui narrazioni, dopo un’esperienza traumatica di dodici anni di guerra civile, pur esprimendo un’esigenza narrativa, come aveva già rilevato Primo Levi, rivelavano però una razionalità priva dell’elemento emozionale, senza alcun riferimento al dolore personale. Questi atteggiamenti mentali sono opera della DISSOCIAZIONE che si verifica per l’evento traumatico. Affronta quindi le problematiche relative al CONDIZIONAMENTO CLASSICO rilevando che  nei sopravvissuti la valutazione del contesto è deficitaria per cui continuano a utilizzare il sistema di difesa in reazione a stimoli condizionati di minaccia, senza attivare altri sistemi di azione  che in effetti sarebbero più adatti al contesto corrente. Inoltre precisa che la presenza degli eventi traumatici, permanendo a livello inconscio, si può ripresentare sottoforma di INCUBI o di FLASHBACK che disturbano il pensiero e  l’attenzione  anche  nei momenti più disparati, oppure anche attraverso le cosiddette memorie somatiche o corporee. Ricorda l’esperienza che hanno avuto con i terremotati, ad esempio della zona di Amatrice, dove anche i bambini avevano acquisito una particolare sensibilità tale che al minimo sentore di un lieve evento sismico  immediatamente riattualizzavano l’evento traumatico anche se in un contesto sociale di normalizzazione.  Gli stessi migranti ci riportano nelle loro narrazioni i loro drammatici ricordi come se fossero continuamente presenti, anche se nell’attuale situazione nessuno li minaccia. Così Primo Levi ci riporta, nella sua opera letteraria, le violenze estreme subite in  un clima di totale disumanizzazione.  Sempre in questo ambito vi è la difficoltà di proiettarsi e di progettare un futuro per le difficoltà  identitarie  relative alle difficoltà di integrazione degli aspetti di sofferenza traumatica e degli altri aspetti comunque “funzionanti” della personalità. Un’altra questione ancora riguarda la ripetizione del trauma per cui è possibile che  persone traumatizzate inconsciamente vadano a ricercare situazioni di vita che potenzialmente riproducano quello che hanno subìto. Ad esempio nel Salvador dove hanno subìto per anni violenze si è osservato la possibilità di passare da vittima a carnefice e ciò è in qualche modo una possibilità inconscia di cercare di controllare quello  che si ha subìto.  Come si sa che chi ha subìto violenza dal punto di vista sessuale è possibile che ripeta situazioni di questo genere, così come avviene alle donne che subiscono violenza che vanno a cercare  uomini violenti perché in qualche modo il problema del ricucire le ferite è una questione importante perché una funzione psichica traumatizzata permane e se non c’è la possibilità di intervenire su questo funzionamento psichico si  finirà di procurarsi  guai  nel cercare di neutralizzarla.   La  fruizione dei videogiochi violenti, ad esempio, ferisce profondamente e perciò si cercherà di ricucire questa ferita nello stesso modo in cui è stata subìta, cercando cioè di procurarsi situazioni sempre più violente per sfidare se stessi, di qui l’importanza  della fruizione dei videogiochi in compagnia, in comunità, per limitarne l’effetto devastante.

Da questo intervento, riassunto in estrema sintesi, scaturisce la necessità di approfondire alcune considerazioni che trasmetto direttamente alla psicologa.
DOMANDA :  Focalizziamo il discorso sul fatto che le donne vittime di violenza sessuale ricercano inconsciamente uomini violenti o meglio un ruolo di sudditanza alle servitù sessuali ma che nel contempo ritrovano il coraggio alla ribellione, fornito loro dalla Comunità di appartenenza .  E’ forse questo il nocciolo della questione: ripetere la scena iniziale della violenza per  cui poi annientarla con una ribellione, possibile solo ultimamente perché aiutate da una Comunità che finalmente offre soluzioni di  supporto?
In sostanza questa coazione a ripetere è solo un tentativo di rivincita alla violenza subìta?
RISPOSTA: Penso che la coazione a ripetere  rimandi da una parte alla situazione di congelamento emotivo proprio del funzionamento traumatico, bloccato nella possibilità di elaborare esperienze di dolore estremo, e dall’altra rappresenti comunque un tentativo di gestire e di controllare e di reagire a situazioni di sofferenza capace di annientare la persona nelle sue possibilità di pensare e di agire in modo libero e autonomo.  Il riattivare possibilità di parola e di esperienze relazionali positive, anche sul piano corporeo,  può permettere trasformazioni di funzionamento  psicologico che favoriscono l’uscita dalla sterilità e della distruttività della coazione a ripetere spezzando il circolo della violenza. Il supporto, l’accompagnamento e soprattutto il riconoscimento da parte della Comunità rappresenta un fattore di protezione e di trasformazione molto potente per una positiva evoluzione delle situazioni traumatiche personali e collettive.

Conferenza di Ester Chicco dell’Associazione Psicologi nel Mondo – Torino
La psicologa ci presenta il lavoro svolto dalla loro Associazione all’interno della Comunità di Santa Marta in Salvador, un paese raso al suolo nel 1981 (nel corso della guerra civile 1980 – 1992) dall’esercito per contrastare il movimento di lotta antigovernativa supportato anche da movimenti cattolici che si ispiravano alla teologia della liberazione. Si ricorda che in quegli anni, oltre a innumerevoli efferati massacri compiuti dalle forze governative sulla popolazione civile, furono assassinati anche il Vescovo di San Salvador Monsignor Romero e un gruppo di gesuiti della UCA (1989). Da Santa Marta la popolazione era dovuta fuggire nel vicino Honduras dove era vissuta per sei anni in campi di rifugio. Ritornata e ricostruito il loro paese, questa comunità continuava a portare dentro di sé tutte le ferite dovuti ai traumi e alla violenza vista e subìta che, come sappiamo dalla letteratura psicologica, possono trasmettersi alle nuove generazioni. L’associazione Psicologi nel Mondo – Torino ha lavorato fin dall’inizio nel rinforzare la resilienza individuale, familiare e collettiva, giungendo poi, nel corso del tempo, anche ad affrontare più direttamente le tematiche relative ai traumi di guerra. Nell’ottica di pensare che il benessere psicologico passa anche attraverso lo star bene nella propria famiglia e nella comunità,  riuscendo a pensare a un presente e a un futuro migliore, e partendo da quello che già era presente a livello associativo a Santa Marta, il gruppo ha dato impulso a gruppi di gioco mamma-bambino, ha supportato gli arbitri e i giocatori delle squadre di calcio maschili e femminili, ha collaborato con Radio Victoria, la radio comunitaria, ha sostenuto un gruppo di giovani nell’iniziare una attività di artigianato con il legno, ha lavorato con la scuola dove erano presenti molte problematiche di apprendimento, riconducibili, almeno in parte, anche ad elementi di violenza presenti nelle famiglia (a loro volta legati alla violenza della guerra civile). A questo proposito è da evidenziare l’importanza attribuita dalla comunità all’istruzione: anche nei campi profughi funzionava una scuola popolare in cui le conoscenze era trasmesse dai maestri popolari. Una delle conseguenze del trauma, sia a livello personale che comunitario, è quello di ridurre e rendere difficile la progettualità nel futuro e questa è una delle dimensioni su cui il gruppo ha lavorato. A partire da queste attività, con il tempo e la fiducia instauratasi fra i gruppi di Santa Marta e Psicologi nel Mondo, insieme con alcuni psicologi locali, che nel frattempo si erano formati, è stato possibile mettere in atto gruppi di parola e di ascolto, che toccassero più direttamente i vissuti e i racconti personali rispetto agli eventi traumatici legati alla guerra, ma anche alle difficoltà e alle mancanze di prospettive del presente. Questi racconti si sono poi anche trasformati in spettacolo teatrale. E’ stato dato anche supporto psicologico ai testimoni di una sessione del Tribunale della Giustizia Restaurativa, all’interno della quale è stato possibile per gli abitanti di Santa Marta denunciare pubblicamente massacratori e torturatori, ancora in vita ed impuniti a causa dell’amnistia concessa nell’Accordo di Pace ai  crimini di guerra, che ha portato come conseguenza anche la convivenza con i responsabili dei massacri e degli assassinii. Il compito di Psicologi nel Mondo in questo momento continua nell’aiuto alla comunità di Santa Marta ad affrontare la povertà e la mancanza di prospettive di sviluppo, in particolare rispetto alle fasce più fragili della popolazione, e a “difendersi” dalle problematiche relative alla criminalità, che purtroppo imperversano sempre più nel paese. Successivamente la psicologa espone l’intervento in una comunità italiana, a Fiastra, nelle Marche, che, dopo il terremoto del 2016, che aveva distrutto buona parte del paese, pur non facendo vittime umane, era stata praticamente divisa in due: una parte della popolazione era rimasta in montagna, l’altra era stata spostata nei campeggi del mare dalla Protezione Civile. Anche in questo caso si è lavorato con l’approccio della Psicologia di Comunità, supportando gli elementi di resilienza delle persone e dei gruppi e lavorando per una ricucitura delle fratture che si sarebbero potute verificare in questa situazione. Anche in questo caso si è lavorato con gruppi di ascolto e di parola, con le fasce più deboli della popolazione, con le scuole e dando impulso a tutte le attività che potessero andare nell’ottica di una ripresa di progettualità. In quest’ottica va la progettazione, effettuata anche con un’architetta che fa parte del gruppo, del Giardino “La rinascita dei sogni” con l’amministrazione comunale e i bambini delle scuole.
DOMANDA: si potrebbe approfondire il discorso sulle motivazioni del vostro recente viaggio in Burkina Faso?
RISPOSTA: Il nostro gruppo si è recato nel mese di novembre scorso in Burkina Faso, a Bobodjoulasso, su richiesta dell’Abbé Emannuel Nabaloun, che gestisce un centro di accoglienza e cura per malati mentali raccolti in gran parte dalla strada, per verificare la possibilità di un appoggio di tipo psicologico ai medici e agli operatori del centro stesso. Un secondo obiettivo del nostro viaggio è stato quello di incontrare psicologi africani per comprendere meglio alcuni aspetti legati alle rappresentazioni e alle manifestazioni della sofferenza mentale in quell’area dell’Africa. Questo perché come Psicologi nel Mondo ci occupiamo qui a Torino e provincia di sostegno psicologico a migranti e richiedenti asilo e ci rendiamo conto come le nostre categorie occidentali non sempre ci siano utili nell’aiuto psicologico a persone di culture differenti.

L’incontro con questi psicologi, che fra l’altro lavorano anche con migranti rimandati indietro dall’Europa, o con persone che migrano da un paese all’altro dell’Africa, e che sono in grosse difficoltà per rientrare nelle loro situazioni di origine, non solo per motivi economici, ma anche psicosociali, ci ha dato elementi di comprensione molto stimolanti, che contiamo di approfondire restando in contatto con loro.

A cura di Maria Letizia Villa