giovedì 12 marzo 2020

Ancora a proposito di Corona Virus, ma iniziando ad alzare lo sguardo


Un piccolo contributo per riempire le lunghe giornate in casa che ancora ci aspettano. Difficile farlo dimenticandoci del piccolissimo ma agguerrito colpevole del nostro confino nelle mura domestiche. E quindi di Coronavirus s’ha da parlare, e noi vorremmo qui farlo usando due contributi fra di loro integrativi: uno che guarda all’aspetto “naturalistico” della vicenda e che ha il dichiarato obiettivo di ricordarci, informandoci su elementi scientifici, l’umana appartenenza all’insieme delle forme di vita di questa pianeta, il secondo è uno dei primi tentativi di riflettere sugli insegnamenti che dall’ “evento” coronavirus potremmo trarre, che si proietta quindi ad un “dopo”, quanto mai atteso e sospirato, proponendo tematiche che, proprio grazie al CVD19, dovremo porre al centro del dibattito.

(P.S. = sono articoli lunghetti e densi…….ma non ci manca il tempo!)

Dai pipistrelli all’uomo: alle origini del Coronavirus
Come è arrivato, il virus, all’uomo?
Dai «serbatoi» all’uomo, le tappe evolutive che hanno generato l’ombra che si allunga sulle nostre vite

Articolo di  Sandro Modeo 
apparso sul “Corriere della Sera” 
(segnalato da Enrica Gallo)

Concludendo la sua analisi sulla "matenatica del contagio"  Paolo Giordano citava il libro del saggista scientifico David QuammenSpillover (il titolo si riferisce ai «salti di specie» degli agenti patogeni dall’ animale all’uomo) come degno «di un articolo a sé». In effetti, quel testo può aiutare come pochi altri ad addomesticare il nostro attuale spaesamento, a capire da dove provenga davvero l'ombra che si è allungata nelle nostre giornate, a livello individuale e collettivo. Esito di sei anni di lavoro accanito, Spillover scorre in superficie come un reportage ipnotico, in cui Quammen ricostruisce origine e andamento di tutte le epidemie-pandemie degli ultimi decenni (dall’Ebola alla SARS) incontrando non solo medici e scienziati, ma anche testimoni e sopravvissuti, delle aree e dei «focolai» volta a volta decisivi, si tratti di foreste congolesi, fattorie australiane o mercati cantonesi di animali selvatici. Ma a un livello sottostante, Quammen ci invita quasi a ogni pagina a considerare il nostro rapporto con gli agenti patogeni in una prospettiva naturalistica (o meglio biologico-evoluzionistica) che può conferirgli un senso più profondo.
Decisiva, al riguardo, è la figura, opportunamente evocata da Quammen, del grande scienziato australiano Frank Macfarlane Burnet (1899-1985). Personalità complessa e irascibile (già a partire da un’infanzia asociale trascorsa a leggere H.G. Wells e a collezionare coleotteri), Burnet diverrà noto soprattutto per le sue scoperte sui meccanismi dell’immunità acquisita (Nobel della Medicina nel’60); ma prima, negli anni Trenta, si fa una certa fama come infettivologo trovando gli agenti patogeni della psittacosi e della «febbre Q» e individuando il fattore di innesco di tutte e due le zoonosi (termine che indica patologie infettive animali trasmissibili all’uomo) nelle cattive condizioni di allevamento, in un caso dei pappagalli, nell’altro di bovini e ovini. Intuizioni confermate dal periodico riaffiorare di quelle (e altre) zoonosi, come nel Brabante olandese del 2007, dove Quammen vede sovraffollamenti di capre in stalle dal pavimento ricoperto da un «polpettone» di «strame, feci e urina», ideale terreno di coltura per i microbi.
Come riflessione sulle sue scoperte, Burnet scrive nel 1940 un libro-spartiacque, Le malattie infettive, in cui — fissata l’importanza delle acquisizioni profilattiche della batteriologia moderna: fognature adeguate, cibo non contaminato, asepsi chirurgica — invita i medici a inquadrare le stesse patologie infettive e le zoonosi come «come un esempio di relazione tra individui di specie diverse, di importanza pari alla predazione, alla competizione e alla decomposizione»; e a vedere, di conseguenza, gli agenti patogeni come «parassiti» o «predatori», «piccole creature che mangiano grandi prede dall’interno». È una visione del tutto coerente con la sua innovativa descrizione del sistema immunitario, concepito come un sistema in grado di discriminare tra un self (i costituenti molecola propri) e un not-self (quelli «alieni» degli agenti patogeni). Con un’implicazione decisiva. Quel «conflitto» tenderebbe, in un ambiente più o meno costante, a un equilibrio, a trasformare la competizione tra specie in coabitazione (come in effetti avviene in molti casi); se non intervenisse, a vanificarlo — anche se non come fattore esclusivo — l’attività dell’uomo.
Ed è proprio quel conflitto il «timone» del percorso evolutivo che conduce fino alla pandemia di questi mesi. Un percorso che vede sulla scena tre «attori»: oltre agli agenti patogeni (in questo caso i virus) e agli umani, gli «ospiti serbatoio» (in gergo reservoirs) che hanno esercitano lo spillover, magari con l’ulteriore mediazione di qualche «ospite di amplificazione» (animali intermedi). E dal momento che SARS-CoV-2 condivide quasi tutto il genoma sia con il suo predecessore SARS-CoV (l’85%), sia col coronavirus dell’ospite-serbatoio di allora, i chirotteri ovvero i pipistrelli (addirittura il 90%), il terzo attore è più di un semplice indiziato. Provare a seguire quel percorso significa cercare di capire le ragioni non prossime — ma remote ed effettive — dell’epidemia-pandemia in corso. E per farlo, il libro di Quammen è solo uno strumento tra altri.
1. I virus
L’origine dei virus va collocata con ogni probabilità nello scenario della stessa origine della vita, tra i 3.5 e i 3 miliardi di anni fa, quando si sviluppano nicchie ambientali favorevoli allo sviluppo delle prime entità biologiche. Dato che i virus sono «zombie chimici» (piccoli genomi racchiusi in una membrana proteica, che per riprodursi devono entrare nelle cellule e utilizzarne i meccanismi), tutte le teorie sulla loro genesi sono tese a spiegare quei tratti morfologici e biochimici. Nell’ordine, sono stati visti come cellule primitive degenerate (tramutate in parassiti dopo aver perso la capacità di vita autonoma); prodotti di «geni in fuga» cioè di «elementi genetici mobili» come i trasposoni (sequenze di Dna in grado di inserirsi nel genoma di molti organismi); o ancora — secondo la seducente teoria di Wolfram Zilling — organismi in coevoluzione con le stesse cellule, entro un comune «brodo primordiale» in cui acidi nucleici e proteine (isolati da involucri o membrane) sarebbero evoluti da un lato verso la viralità, dall’altro verso la cellularità. Anche se forse l’ipotesi più intrigante è che i virus risalgano a un ancestrale «mondo a Rna» in cui le protocellule non hanno ancora «diviso i compiti» tra Dna (depositario dell’informazione e della replicazione) e Rna (deputato alla trascrizione di quell’informazione e alla sua traduzione in proteine), ma operano con un «Rna tuttofare». E questo a tacere di ipotesi più estreme, come quelle che vedono i virus ancestrali all’origine sia dello stesso Dna che del nucleo cellulare
Oltre che onninvadenti (un milione di particelle virali in una goccia d’acqua, a fronte di 100.000 batteri) e infinitesimali (dai 20 ai 750 nanometri, in forme spesso bizzarre), i virus sono in ogni caso antichissimi, come dimostra, secondo adagio evoluzionistico («più gli organismi sono antichi, maggiore è la loro diversità») il numero di tipi classificati (5000), con stime realistiche che ipotizzano un numero di almeno 1000 volte superiore.
E in ogni caso, la distinzione perdurante tra virus a Rna e a Dna — traccia di quelle origini arcaiche — è una delle chiavi per decifrarne morfologia e «comportamento», con le virgolette a ricordare che non dobbiamo mai cedere alla tentazione di «umanizzare» dinamiche biologiche senza scopo e senz’altro senso se non quello della riproduzione-sopravvivenza. I virus a Dna (con doppio filamento, la famosa elica) hanno genomi più estesi, minor numero di mutazioni e riescono a «correggere le bozze» (gli errori di replicazione) grazie alla Dna polimerasi, risultando quindi più «stabili». Mostrano «perseveranza, invisibilità, dissimulazione», tendendo a nascondersi al sistema immunitario in una sorta di letargo o stand-by prolungato, per poi riaffiorare in forme più acute: un caso tipico è il varicella-zoster, che può scatenare un «fuoco di Sant’Antonio» anche a dieci o più anni dalla malattia esantematica. I virus a Rna (con un solo filamento, anche se non mancano eccezioni a doppio filamento, così come- a rovescio- virus a DNA monofilamento) hanno invece genomi ristretti, perché con una «polimerasi da due soldi» che non «corregge le bozze» un genoma troppo esteso produrrebbe un numero di errori insostenibile; in compenso, hanno una frequenza di mutazioni molto più elevata dei virus a Dna (fino a 1000 volte) e popolazioni più numerose. La loro «strategia» è di «esplodere» per «bruciare sul tempo» la risposta immunitaria dell’ospite, inducendo infezioni acute in uno schema on/off (la morte o la guarigione dell’ospite stesso, senza la possibilità di coabitazioni come nei virus a DNA). Qui, gli esempi più immediati sono la famiglia del morbillo, i retrovirus (HIV-1) e certi coronavirus, tra cui le molte varianti del raffreddore e virus «emergenti» come SARS-CoV, MERS-CoV (l’epidemia nella penisola arabica del 2012) e ora SARS-CoV-2. Il punto-chiave è che i virus a Rna — per le caratteristiche appena descritte — hanno tra le loro opzioni per una sopravvivenza a lungo termine proprio lo spillover, il «salto di specie». Tutto sta a trovare «ospiti serbatoio» (ed eventuali «ospiti di amplificazione») adeguati.
2. I pipistrelli
Per arrivare ai chirotteri (dal greco chéir, mano e pteròn, ala) dobbiamo far scorrere il nastro della vita oltre sequenze decisive — l’esplosione della fauna nel Cambriano o il mondo a colori dopo l’emersione delle angiosperme nel Giurassico-Cretaceo, stessi periodi dei dinosauri — fino alla fine del Paleocene, tra i 65 e i 56 milioni di anni fa. È in quel range temporale che i pipistrelli, probabilmente originari delle attuali aree eurasiatiche, si irraggiano e differenziano prima in Africa e poi negli altri continenti.
La loro utilità per Sapiens è più o meno nota, dalla loro incidenza come insettivori (zanzare in primis, quindi come antidoti alla malaria) a quella di impollinazione di fiori e piante, dalla funzione fertilizzante del loro guano (sedimentato nelle grotte) alla possibile incidenza terapeutica nelle ischemie (secondo uno studio recente) di una proteina contenuta nella saliva di una sottofamiglia di vampiri. Capitolo a sé stante (su cui si tornerà) il loro impiego gastronomico: non solo in Cina, ma in molti Paesi (Seychelles, Indocina, Indonesia, Filippine e varie isole del Pacifico) i pipistrelli (specie i frugifori) costituiscono «carne prelibata». Eppure — fatta salva l’ammirazione per l’ecolocazione con sonar hi-tech — la loro fama sembra ornai dimensionata solo sulla minacciosità patogena; del resto, anche verso gli stessi microbi abbiamo un atteggiamento univoco, rimuovendo la loro utilità-potenzialità, dai «batteri spugne» che assorbono il mercurio e altri inquinanti alle terapie antitumorali con virus geneticamente modificati.
Dopo di che, colpisce nei chirotteri l’oggettiva familiarità coi virus, riconducibile a molti fattori: la rilevanza demografica e filogenetica (sono 1116 specie, addirittura un quarto dei mammiferi); la spiccata socialità che li porta, per il riposo o il letargo, a concentrazioni impressionanti (un milione di individui in un sito); la loro stessa «arcaicità» lungo la storia della vita, che li ha condotti a maturare con molti virus un legame di coabitazione coevolutiva («quando una linea evolutiva di chirotteri si divide in due, è probabile che lo stesso facciano i patogeni trasportati»); e il volo, che li porta a diffondere e contrarre virus per continui contatti «tridimensionali» (anche in altezza-profondità) su aree molto estese, percorse con spostamenti di decine di chilometri in una sola notte (quando predano) o centinaia in una stagione (quando migrano, con siti estivi e invernali separati anche da 1300 chilometri).  Una zoomata a parte merita il rapporto tra la dimensione popolazionale e la longevità (fino a 20-25 anni). È questo rapporto, infatti, che permette ai virus di persistere, perché — in comunità così grandi — ai «vecchi» chirotteri che acquisiscono l’immunità corrisponde un numero costante di neonati suscettibili: è la «dimensione critica di popolazione» che consente a un patogeno di diventare da epidemico endemico, come succede al morbillo in comunità di almeno 500.000 abitanti. Anche se questo schema non è esclusivo: quando i patogeni non trovano gruppi così consistenti, sopravvivono contagiando popolazioni relativamente isolate (la cosiddetta metapopolazione), secondo lo schema a «ghirlanda luminosa di Natale», metafora che traduce l’intermittenza del contagio stesso, con la cadenza on/off più lenta se le popolazioni sono più distanziate. Sono modalità che sollecitano in ogni caso domande sul «mistero immunitario» dei pipistrelli, legato a una permeabilità virale che gli studiosi non riescono a spiegare del tutto, riconducendola al freddo dei siti (con eventuale immunosoppressione), ad anticorpi di durata media inferiore a quella umana, alla loro stessa arcaicità evolutiva (che li ha staccati dall’albero dei mammiferi prima che il loro sistema immunitario raggiungesse l’efficacia di quello di roditori e primati) e alla «convenienza» della stessa coabitazione endemica. Fatto sta che proprio l’assetto immunitario li elegge tra i principali «ospiti serbatoio» dei virus: come dimostra anche l’interazione con l’uomo.
3. Gli umani
Staccandosi dalla linea evolutiva del gorilla 8 milioni di anni fa e da quella dello scimpanzè «solo» 5, Homo — il fitto «cespuglio» della nostra discendenza — è molto giovane, nel senso che entra su una scena in cui la competizione-coesistenza tra agenti patogeni procede da miliardi di anni, e tra quelli e le altre specie animali (o meglio i loro sistemi immunitari) da decine di milioni, proprio come nei chirotteri. A lungo (più o meno fino a tutto il Pleistocene), i nostri antenati preominidi convivono coi microbi e i loro vettori (pulci, vermi, protozoi, salmonella, staffilo e streptococchi) senza troppe conseguenze: anche se lentamente vari fattori (punture di insetti, morsi di animali, consumo di cibo contaminato) portano alle prime zoonosi e ai primi spillover, con contagio di tubercolosi aviaria, leptospirosi, schistosomiasi, tetano e altre patologie. Quella relativa preservazione è dovuta in primis all’assetto socioeconomico, articolato in comunità piccole, isolate e nomadiche (al massimo 150 individui, il famoso «numero di Dunbar» che spiega anche il «limite» delle amicizie su Facebook). Il break avviene circa 10.000 anni fa, quando in una fase di riscaldamento climatico si ritirano i ghiacciai, si alza il livello del mare e viene stravolto l’ecosistema, con un drastico avvicendamento di fauna: si estinguono i grandi pachidermi della prateria umida e fredda e subentrano cervi, cinghiali e orde di roditori. In quel contesto, l’uomo inizia la famosa «transizione neolitica», in cui l’introduzione dell’agricoltura, la domesticazione animale, le deforestazioni e le comunità urbane via via più popolate sanciscono il passaggio dal nomadismo dei cacciatori-raccoglitori alla stanzialità. Tutti tratti — insieme alle crescenti diseguaglianze sociali — tesi a formare nuove nicchie ecologiche per gli agenti patogeni. Infatti, le zoonosi si moltiplicheranno, con l’uomo che contrae patologie dai cani (scabbia, morbillo, tigna), dai bovini (vaiolo, tubercolosi, tenia), dagli ovini (distoma, febbre maltese, carbonchio), dai maiali (trichinosi), dagli uccelli acquatici (influenza) e dai roditori (peste).
Con l’età arcaica e classica — con gli scambi commerciali e le guerre delle «prime globalizzazioni» — quei tratti si accentuano, portando alle prime vere «paure da contagio»: nell’Atene del 430 a.C, (con le masse stipate all’interno della città per volontà di Pericle nel contesto della «guerra del Peloponneso») esplode la prima epidemia di «peste» (in realtà tifo o febbre tifoide o emorragica): e a Roma basti ricordare l’epidemia descritta da Tacito (65 d.C., 30.000 morti) o la pandemia occidentale del 189, che costa alla «capitale» anche 2000 morti al giorno. Mentre il «lungo periodo» che segue — tra Medioevo e modernità — vede attuarsi una progressiva «unificazione microbica del mondo» per stazioni tragiche, le cui cifre parlano da sole, restituendoci anche la dimensione realistica di quello che stiamo vivendo: la Morte Nera del ‘300 (peste bubbonica, ancora dibattuto se batterica o virale) produce 25 milioni di morti in cinque anni, e più in generale il decesso «da un terzo alla metà» della popolazione eurasiatica e africana; gli shock immunitari prodotti dagli invasori sui nativi americani (isolati per 15.000 anni) li decimano del 90% in un secolo; e l’età preindustriale e industriale deve affrontare pandemie virali come il vaiolo (50 milioni di morti nell’Europa del ‘700, 400 nel mondo il secolo successivo) o il morbillo (200 milioni globali negli ultimi 150 anni).
Il «secolo breve» (il ‘900) si apre a sua volta con la Spagnola (da 25 a 40 milioni di morti dal 1918) e si chiude con l’AIDS (36 milioni dall’81 a oggi), che rivela nell’Hiv il principale tra i virus cosiddetti «emergenti», agenti patogeni nuovi o antichi-antichissimi, in grado di mutare la loro virulenza o contagiosità in nuove nicchie ecologiche, favorite dall’accentuarsi dei tratti moderni (urbanizzazione e rete di commerci-trasporti) ma anche da certe nuove procedure mediche (trasfusioni e trapianti d’organo). Nella fioritura degli «emergenti», i pipistrelli stanno esercitando un ruolo primario.
La convergenza: virus, pipistrelli, umani
Il legame tra arcaicità e novità nei virus emergenti con protagonisti i pipistrelli è ben riassunto nel caso di Hendra (dal nome della località australiana d’esordio), grave sindrome respiratoria (soprattutto equina) che esordisce nel ’94. In quel caso, infatti, antichissimo è il virus (che si differenzia in tempi remoti dai cugini morbillovirus per restare poi in latenza) e antichissimi gli insediamenti di chirotteri, attestati ben 55 milioni di anni fa nel Queensland, molto prima delle volpi volanti rosse o «pipistrelli della frutta» (a partire da 20 milioni di anni fa) poi identificate come «ospiti serbatoio». Relativamente recenti (ma pur sempre preistorici) sono invece gli insediamenti umani, con gli antenati aborigeni arrivati «solo» 40.000 anni fa dall’Asia sudorientale viaggiando «di isola in isola» su barchette di legno; e recentissimi (quindi nella fattispecie più esposti sul piano immunitario) sono i cavalli, principali bersagli del virus e «ospiti di amplificazione», introdotti in Australia nel gennaio 1788. Tra la fine dello scorso millennio e l’inizio del nuovo i chirotteri sono stati individuati come «ospiti serbatoio» in diversi generi di «emergenti»: paramixovirus come Hendra stesso o Nipah, encefalite che esordisce in Malesia nel’98, «ospiti di amplificazione» (contagiati dalle deiezioni dei pipistrelli nelle porcilaie) i maiali, un milione dei quali viene sterminato; filovirus come Ebola (solo ipotizzato) e come Marburg (certo), febbre emorragica che deve il nome alla città tedesca in cui irrompe nel 1967 colpendo gli impiegati di una fabbrica di vaccini, contagiati da scimmie verdi importate dall’Uganda («ospiti intermedi»); e coronavirus capaci di indurre a loro volta gravi sindromi respiratorie come MERS-CoV (che colpisce la penisola arabica nel 2012, «ospiti di amplificazione» i cammelli) e soprattutto SARS-CoV (2002-2004) e SARS CoV-2 (ora).
La ricostruzione dettagliata della progressione del contagio di SARS-CoV e la risalita a gambero al virus e ai suoi «ospiti» («serbatoio» e intermedi) è uno dei vertici drammatici del libro di Quammen: la si leggerebbe «come un thriller», non si venisse sopraffatti a ogni pagina prima dall’angoscia, poi da una pietas dolente, non senza una profonda emozione per come la scienza risolve ancora una volta — se non tutti — parecchi enigmi del caso.
La progressione procede per sequenze inesorabili: l’innesco coi contagi in sordina nel Guangdong (capitale Guangzou alias Canton; altra città di riferimento Shenzhen, nuovo polo hi-tech sede anche della Huawei): l’irradiazione, nella stessa area, con un primo superspreader («super-diffusore»), un commerciante di pesce che torna a Canton dalla portuale Zhongshan; il passaggio (durante la terrificante intubazione di quest’ultimo) a tanti medici e paramedici, uno dei quali- un nefrologo — va al matrimonio di un nipote a Hong Kong, risedendo in un Hotel (il Metropole) che diventa un moltiplicatore, esportando il virus da Singapore a Toronto (dove la SARS mieterà 33 vittime); e l’approdo a Pechino, attraverso un altro super-diffusore che arriva a contagiare da solo ben 70 suscettibili. Altrettanto serrate sono le sequenze della risalita retrograda a livello biologico-genetico e epidemiologico: un primo sospetto su un’emergente zoonosi influenzale «del peggior tipo», cioè simile a H5N1 (l’iper-aggressiva «aviaria» del ’97,6 decessi su 18 casi); l’individuazione successiva, per esclusione, di un coronavirus (che prende il nome dalla forma tondeggiante con le frange appuntite); quella di un primo, ingannevole «ospite serbatoio» come lo zibetto (civetta delle palme mascherata), che si rivelerà invece tragicamente solo un «ospite intermedio» (tragicamente perché il governo cinese — dopo la recidiva del 2004 — ordinerà la soppressione di 1000 esemplari, che finiranno soffocati, bruciati vivi, folgorati, annegati); la risalita dopo quell’ecatombe (in due studi paralleli, uno a Hong Kong, l’altro a New York) all’effettivo reservoir, il minuscolo «pipistrello ferro di cavallo», bestiola dalla protuberanza nasale bruttina ma efficacissima nell’ecolocazione. Nell’indagare sul possibile «innesco» dello spillover, Quammen si dilunga in una digressione che diventa fatalmente sequenza centrale: quella in cui perlustra (personalmente e nei racconti di conoscenti) gli allevamenti e i mercati (wet markets) volti a rifornire gli animali selvatici a un’immensa rete di ristoranti (più di 2000 solo a Canton) specializzati nella relativa cucina (yewei). Una cucina, va rimarcato, non certo proletaria, ma destinata a una clientela cool per cui quella fantasmagoria gastronomica estesa a «tutte le creature di terra, di aria o di mare» (non solo pipistrelli e zibetti, ma anche ratti, serpenti, tartarughe, tassi e furetti di ogni specie, e molto altro) rappresenta un’esibizione di lusso e nello stesso tempo l’adesione a una tradizione «beneagurante», inclusiva di presunti afrodisiaci come il pene di tigre. I mercati, in particolare (come il Chatou di Canton o il Dongmen di Shentzhen) si presentano come veri «manicomi zoologici», con gli animali selvatici spesso macellati in loco, tenuti a contatto con cani e gatti (pietanze più ordinarie) e stipati in gabbie a rete verticali in cui la deiezione di chi sta sopra finisce su chi sta sotto. Non per niente, tra i «casi indice» (i primi diffusori) della SARS figurano — oltre a cuochi e personale da cucina di Canton — venditori e clienti di quei mercati, dove non è raro imbattersi in partite di pipistrelli infetti e possibili «ospiti intermedi» come gli zibetti.
5. SARS CoV-2 («il Coronavirus») in prospettiva
Lo scenario di SARS-CoV si è ripresentato ora con SARS-CoV-2. La ricostruzione di Quammen mostra infatti come alla similarità genetico-molecolare si associ quella epidemiologica: stessa area di provenienza (la Cina, stavolta centrale, città di Wuhan, provincia dell’Hubei); stessa partenza in sordina, tra esordio subdolo del contagio e cautele sconfinanti in censure (i primi casi forse a ottobre 2019); stessa modalità di innesco, anche se il mercato del pesce di Wuhan — dov’erano esposti animali vivi, tra cui fauna selvatica e pipistrelli — sembra ora un passaggio secondario. Ci vorrà tempo, ovviamente, per arrivare allo stesso grado di messa a fuoco di SARS-CoV. Non mancano, però, marcate differenze. Caratterizzato da una maggiore contagiosità, il nuovo virus sembrerebbe inferiore per letalità: per SARS CoV era del 9.6% (8098 casi in 29 paesi, con 774 decessi); quello del virus attuale, al momento, del 3,4 (più di 93.000 casi con più di 3200 decessi: i dati sono aggiornati a mercoledì 4 marzo), anche se va tenuto conto di molte variabili, dai contagi non ancora rilevati ai forti scarti tra Paesi e i relativi assetti socio-sanitari (vedi Iran). E anche il famigerato R, il «numero di riproduzione» ovvero la capacità di contagio di un individuo — che non dev’essere maggiore (>) ma uguale (=) a 1 per indicare una possibile implosione dell’epidemia — è in assestamento: sembrerebbe, in ogni caso, >2. Qualche dato comparativo: le influenze stagionali hanno in genere un R=2, la Spagnola aveva un R>3, il morbillo un R>7. I prossimi giorni o meglio settimane faranno chiarezza, specie misurando il tutto — l’efficacia del «contenimento» — secondo pietre angolari epidemiologico-matematiche come il rapporto tra virulenza, tasso di trasmissione e tempo di recupero dei pazienti guariti. Intanto, è possibile trarre qualche orientamento, magari tornando alle riflessioni di Macfarlane Burnet. In primo luogo, bisogna considerare quanto di deterministico e quanto no ci sia in un’epidemia (il che varrebbe, per inciso, per molte altre questioni, a partire dal global warming). La sintesi sta proprio nel caso dei pipistrelli come reservoirs di tante potenziali zoonosi: è vero che in certi casi l’innesco è imprevedibile (vedi quello delle deiezioni sulle porcilaie nel Nipah); ma in molti altri tutto dipende da noi, a partire da quelle alterazioni ecologiche (urbanizzazioni, deforestazioni, e così via) che sottraggono ai chirotteri i loro nutrimenti abituali (zecche e zanzare), attirandoli verso le metropoli e facendo spostare i loro siti iperaffollati (tipo le grotte messicane di Carlsbad, dove stanno stipati in 3000 per metro quadro e dove «persino la rabbia si diffonde per via aerea») in scantinati urbani e fabbriche dismesse. Come riassume efficacemente Jon Epstein, ecologo dei patogeni animali, «non sono loro a cercarci, semmai siamo noi a cercare loro», dove «loro» si può riferire ai patogeni come agli ospiti («serbatoio» e intermedi). Il che vale, nello specifico, soprattutto per la Cina, i cui ormai numerosi precedenti nell’«esportazione» epidemica (prima delle due SARS, le due influenze hongkonghesi e l’aviaria) poggiano su attenuanti oggettive (demografia, densità urbana, migrazioni massicce interne e globali), ma anche sull’elusione di certi snodi, in primis quello dei wet markets. Dopo il primepisodio di SARS CoV (2002-03), il governo vietava le vendite di civette delle palme e di 53 altre specie selvatiche; ma pochi mesi dopo, in seguito alle proteste di allevatori e commercianti (e usando come pezza d’appoggio un nuovo studio «in discolpa» delle civette) faceva rientrare tutto, peggiorando poi le cose — alla recidiva successiva — con l’ecatombe già rievocata. Ora sembra muoversi qualcosa (vedi l’intervista al Corriere di Zhou Jinfeng, capo della Ong cinese per la difesa della biodiversità); ma già Burnet (che pure lo invocava) era molto scettico su un effettivo divieto commerciale sui pappagalli australiani, «ospiti» della psittacosi. E poi, come spesso in questi casi, è scacco matto, perché divieti simili rischiano di alimentare la vendita illegale. In secondo luogo, sempre tornando a Burnet, la prospettiva biologico-evoluzionistica delle «malattie infettive» può essere utile a introdurre una visione meno antropocentrica e più spersonalizzata della questione. Ricordarci come la competizione-coabitazione tra organismi di miliardi o molti o pochi milioni di anni sia costitutiva della materia vivente: se tendiamo a rimuoverlo, è perché le acquisizioni profilattiche e bio-mediche (vaccini in primis) ne hanno attenuato di molto l’impatto rispetto a un passato in cui i nostri avi morivano, oltretutto, riconducendo le epidemie ad agenti metafisici o a piaghe mandate da un demone o da un Dio punitivo. E ricordaci, quindi, che le perdite e i lutti — anche quando ci riguardano da vicino — non invalidano di un atomo il valore oggettivo di quelle acquisizioni, si tratti solo di una curva statistica che faccia intravedere il ritrarsi di una pandemia; che la speranza resta tale anche quando ci esclude individualmente.
I LIBRI
Oltre al libro di David Quammen, Spillover (Adelphi, traduzione di Luigi Civalleri, disponibile anche in edizione economica), per questo articolo sono stati utilizzati:
Gilberto Corbellini, Storia e teorie della salute e della malattia, Carocci, 2014;
Giovanni Maga, Occhio ai virus e Batteri spazzini e virus che curano, tutti e due da Zanichelli, 2012 e 2016;
Giovanni Rezza, Epidemie, Carocci, nuova edizione febbraio 2020, con un capitolo specifico su SARS-CoV-2

Le virtù del virus
Articolo di Rocco Ronchi (filosofo e docente accademico)
 Rivista on line DOPPIOZERO
(segnalato da Villa Ambra)

Difficile non farsi prendere dal demone dell’analogia quando ci si misura con l’enormità dell’evento pandemia. Nelle riflessioni che accompagnano il suo diffondersi a macchia d’olio, il Covid 19 è diventato una sorta di metafora generalizzata, quasi il precipitato simbolico della condizione umana nella post-modernità. Era già successo, quarant’anni fa, con l’Hiv e si ripete puntualmente oggi. La pandemia si presenta come una sorta di experimentum crucis, grazie al quale sono verificate ipotesi che dalla politica vanno agli effetti della globalizzazione, alla trasformazione della comunicazione nel tempo della rete fino a raggiungere le vette della più rarefatta considerazione metafisica. Per l’isolamento, la diffidenza e il sospetto a cui induce, il virus è infatti ora “populista” o “sovranista”. Per le pratiche emergenziali a cui costringe sembra universalizzare quello “stato di eccezione” che il Novecento teologico-politico ha lasciato in eredità al presente, confermando inoltre la tesi di Foucault sul carattere biopolitico del potere sovrano nella modernità (un potere che avrebbe il suo correlato nella produzione, gestione e amministrazione della “vita”). Per il suo essenziale anonimato sembra poi condividere l’immaterialità che si denuncia nel vituperato dominio del capitale finanziario. Per la sua capacità di contagio si coniuga perfettamente con la natura preriflessiva e “virale” della comunicazione in rete. Last but non least il virus è il segno dell’eterna condizione umana. Casomai ci fossimo colpevolmente scordati della nostra mortalità, finitezza, contingenza, mancanza, ontologica deficienza ecc. ecc., ecco che il virus ce le rammenta, coartandoci alla meditazione e rimediando così alla nostra distrazione di consumatori compulsivi. Queste considerazioni non sono affatto illegittime. Sono, anzi, tutte pienamente fondate. In questo consiste però anche il loro difetto. Se funzionano è perché riducono l’ignoto al noto. Esse fanno del virus l’evidenza intuitiva che, per dirla con la lingua della fenomenologia, viene a “riempire” una attesa d’ordine teorico. Per l’intelligenza critica che si esercita sul fenomeno virus, Covid 19 è per lo più il nome da film di fantascienza con cui si certifica un sapere pregresso. Ma se il virus ha la caratteristica dell’evento (e sarebbe veramente molto difficile negargli questo tratto) dell’evento deve avere anche la “virtù”. Gli eventi sono tali non perché “accadono” o, almeno, non solo per quello. Gli eventi non sono i “fatti”. A differenza dei semplici fatti, gli eventi hanno una “virtù”, una forza, una proprietà, una vis, cioè fanno qualcosa. Per questo l’evento è sempre traumatico al punto che si può dire che se non c’è trauma non c’è evento, se non c’è trauma non è successo letteralmente nulla. Ora, cosa fanno gli eventi? Gli eventi producono trasformazioni che prima del loro aver luogo non erano nemmeno possibili. Cominciano infatti a esserlo solo “dopo” che l’evento ha avuto luogo. L’evento, insomma, è tale perché genera del possibile “reale”. Si tenga presente che “possibile” non vuole qui dire altro che praticabile. Possibilità significa poter fare qualcosa. La possibilità non è niente di astratto, non è la libera immaginazione di altri mondi migliori di questo. Se si rimane su un piano pragmatico, senza indulgere alla metafisica, possibilità è solo “potenza” e potenza non è nient’altro che azione, attività determinata. La “virtù” dell’evento consiste allora nel rendere possibile modalità operative che, “prima”, erano semplicemente impossibili, addirittura impensabili. Ne consegue che l’evento può essere pensato solo a partire dal futuro che genera (e non dal passato), perché trasforma, perché crea del reale e con esso del possibile. Il senso comune è dunque nel giusto quando pensa l’evento come “occasione” per “fare di necessità virtù”. Noi siamo troppo vicini all’evento Covid 19 per poter scorgere il futuro che reca in grembo e la nostra umanissima paura ci rende dei testimoni inaffidabili, ma alcuni segni del cambiamento di paradigma che esso comporta ci sono e mostrano un senso inatteso. Il più eclatante è probabilmente l’improvviso tracollo dell’ideologia del “muro”. Il virus è arrivato nel momento in cui il pianeta sembrava convergere nella condivisa persuasione che la sola risposta alle “minacce della globalizzazione” consistesse nella ridefinizione di confini armati e di identità forti. Il populismo, che detesta i libri, crede però, dogmaticamente, nel primato della “cultura” nel senso antropologico del termine. Il suo senso della comunità è infatti storico, romantico e tradizionale. La sua comunità è locale per definizione, il suo nemico giurato è l’astrazione frigida del cosmopolitismo. Ancora più estranea alla sua sensibilità è poi la natura: nient’altro che una risorsa da sfruttare per il benessere della comunità (vedi Bolsonaro e la deforestazione dell’Amazzonia, Trump e la sua indifferenza alla questione del riscaldamento globale, l’odio salviniano per Greta…). Il populista non ha dubbi sulla tesi della “eccezione umana”. Ne fa, anzi, un articolo di fede. Aggiungerei che se bacia il crocifisso è perché vi vede confermata teologicamente proprio quella eccezione. Ebbene, il virus, nel giro di pochissimi giorni, ad una velocità veramente pazzesca, ha costretto tutti, volenti o nolenti, a farsi carico, financo nei comportamenti più quotidiani (lavatevi le mani…), del destino della comunità mondiale e, ben oltre ad essa, della comunità dell’uomo con la natura. Per sradicare il pregiudizio culturalista e antropocentrico non c’è stato bisogno del lento e quasi sempre inefficace lavoro dell’educazione: è bastato qualche colpo di tosse perché improvvisamente diventasse inaggirabile la responsabilità che ogni individuo ha nei confronti del creato per il solo fatto di essere (ancora…) al mondo e se vuole continuare a restare al mondo...
Con la forza oggettiva del trauma, il virus mostra che il tutto è sempre implicato nella parte, che “tutto è in qualche modo in tutto” e che non ci sono nell’impero della natura regioni autonome che facciano eccezione. Non ci sono nella natura “imperi negli imperi” come li chiamava Spinoza per irridere la pretesa superiorità dello “spirito” sulla “materia”. Il monismo del virus è selvaggio e la sua immanenza crudele. Se la “cultura” desolidarizza, se erige steccati e costruisce generi, se definisce gradazioni nella partecipazione al titolo di essere umano e istituisce orrendi confini tra “noi” e i “barbari”, il virus “accomuna” e costringe a pensare a soluzioni “comuni”. Nessuno nel tempo del virus può più pensare di salvarsi da solo né può pensare di farlo senza coinvolgere in questo processo la natura. Si dirà che la pandemia genera zone rosse, clausure domestiche, militarizzazioni del territorio. E questo è indubbio. Ma qui il muro assume un senso completamento diverso dal muro che il ricco costruisce per tenere lontano il povero. È un muro costruito per l’altro, chiunque esso sia. Nel tempo del virus il “prossimo” è infatti ridotto radicalmente alla dimensione del “chiunque”. Il muro, in tutte le sue forme compreso il metro di distanza al bar, viene allora costruito per supplire la stretta di mano impossibile con quel “chiunque”. È una via di comunicazione e non il segno di una esclusione. Prova ne è che la retorica fascista non ha potuto sbandierare quei muri come conferma della bontà della sua proposta segregazionista. Di fronte alla strapotenza del virus ha dovuto riporre, almeno momentaneamente, la sua più efficace arma. Siamo troppo vicini all’evento anche per valutarne gli effetti sul piano politico. C’è tuttavia un fatto che va registrato. Il virus sembra restituire alla politica il suo perduto primato. Il pensiero classico metaforizzava questo primato del politico nell’immagine del pilota della nave che deve destreggiarsi in un mare ostile. Essendo spiriti realisti, i classici sapevano che non c‘erano porti sicuri ove approdare per porre fine al viaggio. La navigazione, dicevano, è necessaria, vivere non è necessario. L’“elemento” in cui bagna il politico è una natura dove la fortuna, il caso, l’alea giocano un ruolo ineliminabile. La “virtù” politica consisteva allora nel misurarsi con la strapotenza di questo elemento, governandolo con astuzia (metis) e resilienza. Il politico è tale proprio perché depone l’illusione “umana, troppo umana” di poter disporre della potenza degli elementi naturali, che invece ha rappresentato il sogno metafisico dell’umanità “moderna”, quell’umanità che ha pensato il rapporto con la natura nei termini di una guerra dello spirito contro la materia bruta. Primato del politico significa governo della natura non dominio. E bisogna aggiungere, per chiarire la natura tutta “politica” di questo governo, quella formula così cara a Platone: kata dynamin, per quanto è possibile a un mortale. Ebbene, non c’è dubbio che è proprio l’ipotesi del dominio a venire ridicolizzata da un colpo di tosse a Wuhan ed è all’intelligenza pragmatica del pilota che si fa appello per governare, per quanto è possibile, la spontaneità di un processo che si fa in barba alle nostre intenzioni. Covid 19 ha anche questa virtù: richiama la politica alla sua specifica responsabilità, le riconsegna quel primato che aveva illusoriamente lasciato ad altre istanze sovrane, alle quali si era subordinata, dichiarando la propria impotenza e accontentandosi di svolgere un ruolo esclusivamente tecnico. Dopo Wuhan, invece, l’agenda non può che essere fissata da una politica che deve “barcamenarsi” (la virtù politica era detta “cibernetica” dai greci, vale a dire nautica) nel mare in tempesta di un contagio progressivo e apparentemente inarrestabile. Tant’è che ciò che fino a poche settimane sembrava solo una irrealistica pretesa, è divenuto una sorta di parola d’ordine. La politica, si dice, deve avere la priorità sull’economia. È questa che si deve piegare alle esigenze del Principe che ha cuore il destino del suo equipaggio. Il virus, infine, dispone alla meditazione. Non credo però che l’oggetto di questa meditazione sia la contingenza dell’esistenza e la precarietà delle cose umane. Non abbiamo certo bisogno del Covid 19 per riflettere sulla nostra fragilità. Questa angoscia non ci ha mai veramente abbandonato (checché ne dicano i giornalisti che dagli studi televisivi pontificano sul fatto che, grazie al virus, un’umanità istupidita dai media, cioè da loro, avrebbe finalmente “riscoperto” la sua ontologica insicurezza). Il virus declina piuttosto l’esistenza, la nostra come quella di tutti gli altri, nel modo del “destino”. Improvvisamente ci siamo sentiti trascinati da qualcosa di strapotente, che si fa nel silenzio degli organi, ignorando la nostra volontà. La libertà è così compromessa? Si deve avere una ben mediocre idea della libertà per pensare che essa confligga con la fatalità dell’accadere. Tra le virtù del virus bisogna annoverare la sua capacità di generare una idea più sobria di libertà: la libertà che si realizza nel fare qualcosa di ciò che il destino fa di noi. Essere liberi è fare ciò che, nella situazione, si deve fare. Non è una astrazione da filosofi, questa. La vediamo incarnata nell’operosità, nella serietà, nella dedizione con cui migliaia di persone lavorano quotidianamente per rallentare il contagio.

lunedì 9 marzo 2020

Corona virus - Intervista a Mauro Salizzoni


La “prepotenza” del CVD19 sulle altre malattie
 e il risvolto “positivo del contagio

Intervista a Mauro Salizzoni – Il Fatto Quotidiano del 07/ Marzo 2020

“L’epidemia di Coronavirus è un problema, certo, ma c’è una cosa che mi preoccupa molto di più: stiamo bloccando la strada ai pazienti in pericolo di vita non affetti da Coronavirus”. Il professor Mauro Salizzoni, 71 anni, direttore del Centro trapianti di fegato dell’Ospedale Molinette di Torino dal 1990 al 2018 oggi consigliere regionale del Piemonte del Pd, sposta l’attenzione dall’emergenza Coronavirus all’altra faccia della medaglia, quella della sanità “ordinaria” cannibalizzata dall’epidemia.

Professore, ci stiamo concentrando troppo sul Covid-19?
Troppo no, è evidente che la situazione necessita di una risposta straordinaria, ma cominciano ad accadere fatti preoccupanti.

Per esempio?
So per certo che la scorsa notte, in un ospedale italiano, un paziente in attesa di un intervento salvavita, un trapianto di fegato urgente, ha ricevuto un organo da un donatore proveniente dal Piemonte, ma non ha potuto essere operato subito poiché i posti in rianimazione erano tutti occupati da pazienti contagiati da Covid-19. Questo episodio deve farci riflettere. I pazienti sono tutti uguali, dobbiamo tenere aperte tutte le strade, a tutti può capitare un politrauma, un aneurisma, un’epatite fulminante. Non possiamo permetterci di essere impreparati.

Quindi, che fare?
Bisogna ampliare le terapie intensive per il Coronavirus dirottandole su circuiti diversi da quelli centrali. Se possibile, la rianimazione di un reparto di cardiochirurgia deve essere lasciata alla cardiochirurgia. Di fatto il Coronavirus è una polmonite, in questi casi serve soprattutto un Ecmo (macchinario per l’ossigenazione extracorporea, ndr) che può essere trasportato con facilità.

Esistono le risorse per uno sforzo simile?
Bisogna trovarle, almeno nelle zone dove l’incidenza dell’epidemia è più elevata, o tra 20 giorni, per perdita di tempo, ci troveremo ad aver perso per strada pazienti. Ripeto, trasportare un respiratore è un’operazione tecnicamente semplice.

Torniamo al Coronavirus. Lei ha lavorato per 30 anni alle Molinette di Torino, dove giovedì una coppia di anziani è risultata positiva dopo un normale ricovero per sintomi influenzali. Com’è potuto accadere?
È accaduto, com’è noto, che questi pazienti, ricoverati tre giorni prima, abbiano omesso di dichiarare al personale sanitario di avere un figlio che lavora a Lodi con cui erano venuti recentemente a contatto. C’è da chiedersi se la procedura di non fare i tamponi all’ingresso sia efficace.

Negligenza?
Direi di no, ci sono delle direttive precise. Il tampone viene fatto solo in presenza di sintomatologie evidenti. A chi arriva al pronto soccorso con complicanze respiratorie andrebbe fatto immediatamente il triage, sempre. In presenza di Coronavirus, se necessario, il paziente va messo in rianimazione centrale. Alle Molinette ce n’è una perfettamente dedicata e funzionante.

Professor Salizzoni, da medico: è preoccupato per questa epidemia?
Premesso che non sono un virologo, anche se ho avuto a che fare con virus e batteri tutta la vita, l’idea che mi sono fatto leggendo e parlando con i colleghi è che i malati siano certamente molti di più di quelli dichiarati.

Quindi la situazione è più grave di quel che crediamo?
Che i malati siano di più non è necessariamente un fatto negativo. Se la mortalità rimane su questi livelli, significa che il dato reale è ancora più basso. E poi, più gente si ammala (e guarisce) e più anticorpi si sviluppano. Gli anticorpi sono il vero semaforo rosso, il muro contro cui va a sbattere un virus. Non, come sento dire, il caldo e le stagioni. Il virus si indebolirà quanto più troverà muri sulla sua strada.

Il governo italiano sta agendo bene secondo lei?
Limitare al massimo i contatti di massa è utile. Condivido la chiusura delle scuole, significa contenere uno dei principali fattori di movimento nelle nostre città. In questo momento ci vuole coraggio. Le faccio un esempio da chirurgo: oggi serve una resezione epatica di tre minuti, quella in cui il paziente perde molto sangue in poco tempo. Ci sono anche tecniche per fare la stessa cosa in 12 ore, il sanguinamento è molto lento, ma non per questo è di minore entità. Bisogna agire in tre minuti.

sabato 7 marzo 2020

Il "Saggio" del mese - Marzo 2020


Il “Saggio” del mese

 MARZO 2020


“I padroni del cibo” di Raj Patel (economista inglese, attualmente cittadino ed accademico americano, studioso della crisi alimentare mondiale, considerato uno dei massimi esperti del tema) è il secondo saggio scelto in evidente collegamento con la seconda parte del programma 2019/2020 di CircolarMente. Il libro di Patel è del 2007 (in Italia è poi uscito nel 2008) e quindi tutti i dati in esso citati, così come le situazioni analizzate e descritte, si riferiscono agli anni a cavallo del cambio di secolo, ma ciò nulla toglie alla sua persistente validità, legata alla capacità di fornire un dettagliato quadro di insieme della intera filiera del cibo, al punto che ancora oggi “I padroni del cibo” è considerato un testo base per la comprensione dei meccanismi del “mercato mondiale del cibo”. I processi messi in luce da Patel mantengono infatti intatte le loro caratteristiche che, semmai, hanno subito una accelerazione ed un rafforzamento anche in conseguenza della crisi globale del 2007/2008. Patel ci accompagna nell’analisi di questo mercato mondiale abbinando rigorose analisi documentali e statistiche con appassionate esemplificazioni affidate al racconto di vicende esemplari che bene rendono le ricadute spesso drammatiche che derivano dai nudi dati economici. In questa sintesi abbiamo relativamente privilegiato la parte analitica proprio per fornire informazioni utili a meglio affrontare le tematiche al centro delle nostre prossime conferenze.

1 – Introduzione

Ed è una vicenda presentata da Patel nell’introduzione a fornire il quadro di base dell’intera analisi sviluppata nel saggio. Lawrence Seguya  è un coltivatore di caffè ugandese che vive nella sua modesta piantagione con moglie e tredici figli (non diversamente da quanto succedeva anche qui da noi non molti decenni fa le famiglie contadine, che ancora oggi conducono la loro attività senza l’ausilio di mezzi meccanici, fanno molti figli per poter contare su molte “braccia”). A fine annata di coltivazione riesce a vendere le sue bacche di caffè a 14 centesimi (di dollaro) al chilo ad un mediatore locale che lo trasporta ad una macina alla quale lo rivende a 19 centesimi. Il costo della sfogliatura è mediamente di 5 centesimi dopo di che i sacchi di bacche sfogliate raggiungono un centro di raccolta di dimensioni già significative con un costo di trasporto di 2 centesimi. Il costo totale finora raggiunto è quindi di 26 centesimi. A questo si aggiunge quello di un terzo trasporto che, applicato a quantitativi già molto grandi, si limita ad aggiungere un centesimo al chilo. Questo terzo trasporto raggiunge le grandi torrefazioni europee (o americane) ed al suo costo nudo di trasporto si sommano le spese di valutazione, selezione, assicurazione, margine del trader che gestisce questi passaggi. Il costo al chilo compie così un primo balzo raggiungendo la cifra di 1 dollaro e 64 centesimi dai trenta centesimi iniziali. Nella torrefazione industriale (Nestlè, Starbuks e simili) i chicchi vengono lavorati per diventare miscela confezionata. Questo prodotto finale riesce dallo stabilimento per raggiungere gli scaffali dei supermercati a diposizione dei consumatori toccando infine, dopo gli ultimi passaggi, il prezzo per chilo di 26,40 dollari, ovvero duecento volte il valore raggiunto in Uganda. Appare quindi chiaro in quale fase si realizza l’impennata del costo. Questa vicenda consente, oltre alla conoscenza del percorso di formazione del prezzo di un prodotto alimentare, ed alla sua ripartizione fra i vari soggetti che hanno concorso a determinarlo, una considerazione aggiuntiva di grande importanza: ci sono moltissimi coltivatori di caffe e milioni di bevitori di caffè, esiste un numero ancora relativamente significativo di trasportatori e esportatori, ma un numero ristrettissimo di soggetti che intervengono nella sua determinazione finale. E’ un sistema, che riguarda praticamente la filiera di quasi tutti i prodotti alimentari, denominato “a collo di bottiglia” oppure “a clessidra”;  vale cioè a dire che ……..in certi stadi della catena che unisce i campi alle tavole il potere è concentrato in pochissime mani……… Questa conformazione della filiera del cibo va tenuta in gran considerazione perché incide, in modo significativo, sulle caratteristiche del mercato mondiale del cibo. Va sottolineato l’aggettivo “mondiale” perché nei paesi dell’occidente “ricco”, il “Nord globale”, la seconda rivoluzione agricola, quella denominata “rivoluzione verde”,  che ha enormemente diminuito la percentuale della forza lavoro addetta all’agricoltura (per effetto soprattutto della meccanizzazione spinta di quasi tutte le attività) ha ristretto non poco la base della clessidra, lasciano tuttavia inalterate le percentuali di incidenza sulla determinazione dei prezzi finali. Ma è soprattutto sulla ancora vastissima popolazione agricola dei paesi del sud del mondo, il “Sud globale”, che il collo di bottiglia fa sentire il suo effetto. Questa struttura tipica del mercato del cibo si manifesta in un mondo in cui circa 800 milioni di persone non hanno un livello di alimentazione sufficientemente adeguato, che spesso sconfina in una gravissima denutrizione, ai quali si contrappone un numero pressoché uguale di persone obese …….la popolazione sovrappeso e quella affamata sono strettamente collegate dalle catene di montaggio (a forma di clessidra) che portano il cibo dai campi alle tavole…… E se la denutrizione ha mantenuto il suo ovvio legame con condizioni di povertà, spesso totale, non è più vero che l’obesità sia caratteristica dell’agiatezza. I ricchi del mondo, in senso lato, da tempo si consentono stili di alimentazione salutisti, sono invece poveri, se non poverissimi, quasi tutti gli obesi del mondo. In mezzo a questi due estremi sta una parte, maggioritaria, della popolazione mondiale che è sufficientemente nutrita ma ancora relativamente informata sulla filiera del cibo, tant’è che non è quasi mai in grado di attuare libere e consapevoli scelte alimentari.  L’industria del cibo mondiale aggiunge, o modifica, costantemente prodotti sugli scaffali, dei quali ben poco sappiamo, così come, anche spulciando le microscopiche, succinte e indecifrabili etichette, non conosciamo chi e come effettivamente li produce, la loro composizione e validità alimentare, ma che, veicolati da pubblicità asfissianti ……..rendono impossibile immaginare la vita in loro assenza….. E’ questo il contesto, da loro creato, controllato e perpetrato, in cui si muovono i “padroni del cibo”

2 – Un’autopsia rurale

Come anticipato Patel affida al racconto di vicende reali esemplari lo spunto per approfondire aspetti importanti della filiera mondiale del cibo. In questo Capitolo le vicende presentate sono quelle tragiche di contadini del Punjab indiano e di altre nazioni dell’estremo oriente, del Centro e Sud America, ma anche statunitensi, che, indotti al suicidio dal fallimento delle loro piccole aziende agricole, testimoniano le drammatiche ricadute che la globalizzazione sta ovunque provocando sul mondo agricolo. Si sta sostanzialmente riproducendo, con meccanismi in alcuni casi identici ed in altri nuovi, il dramma delle campagne inglesi, ed europee poi, che precedette la rivoluzione industriale a partire dalla seconda metà del Settecento con il fenomeno delle “enclosures”, ossia l’abolizione delle aree agricole gestite collettivamente “recintate” per divenire proprietà di nobili e latifondisti, con il duplice risultato di creare quella che tecnicamente è stata definita “accumulazione originaria” e di spingere consistenti masse di contadini a spostarsi nelle città industriali a formare l’esercito dei lavoratori salariati. (NOTA = la situazione italiana ha conosciuto, per un cumulo di ragioni, uno sviluppo diverso. Ancora nel secondo dopoguerra la percentuale di addetti all’agricoltura sul totale italiano era pari al  42% , dato Censimento 1951, per poi scendere al 3,8% nel 2013, dato Istat. Lo ”svuotamento delle campagne” è avvenuto, in gran prevalenza negli anni del boom economico, non solo per l’insostenibilità concorrenziale delle modalità di produzione ma anche per un esodo in parte definibile come “volontario” verso le città e gli impieghi nell’industria).  Con modalità simili a quelle di allora anche oggi  l’impossibilità di sopravvivere a fronte dei bassissimi prezzi imposti dalle logiche di profitto della “clessidra”, delle insufficienti dimensioni delle aziende, dell’imposizione forzata delle colture, dell’insostenibile peso dell’obbligato crescente indebitamento, dell’impossibilità di modernizzare attrezzature e tecniche, e non ultimo delle ricadute derivanti da Trattati internazionali di commercio, WTO in testa, ispirati dal “collo di bottiglia”, sta inducendo un numero impressionante di agricoltori di tutto il mondo ad abbandonare le loro indebitate ed economicamente insostenibili  proprietà, per raggiungere le impressionanti moltitudini che affollano le megalopoli sparse ovunque nel pianeta. Non pochi non reggono al dramma di vedere perduti per sempre i campi che hanno sostenuto per molte generazioni la vita dei loro antenati, ed il suicidio può così diventare al tempo stesso un gesto di drammatica denuncia ed il modo estremo di non perdere la residua dignità. E’ questo il diffuso esito dell’autopsia rurale descritta da Patel

3 – Sei diventato messicano

Esiste, ignorata dai media, una rete di collegamenti via Internet fra i piccoli produttori agricoli ovunque nel mondo alle prese con le stesse pesanti problematiche. La tragica vicenda di Lee Kyung Hae, un contadino coreano morto suicida, scelta da Patel come vicenda simbolo, è stata in questo modo conosciuta da molti contadini nel mondo. Anche in Messico il nome di Lee è diventato un tragico riferimento, in molte manifestazioni di protesta di campesinos uno slogan lo citava dicendo che ….“sei diventato messicano”….. ad evidenziare che i problemi che lo avevano spinto al suicidio erano gli stessi da loro vissuti. Ed il Messico può in effetti essere assunto come situazione esemplare dell’incidenza negativa dei trattati internazionali del libero commercio, in questo caso il citatissimo NAFTA.  La coltura principe del Messico è sempre stata il mais, è qui che nel corso del tempo sono state create le 40 varietà “addomesticate” più utilizzate. Il mais è l’ingrediente base della cucina messicana, ad iniziare dalle “tortillas”, e per i campesinos è …..alimento di prima necessità oltre che fonte di identità e comunità…… Al tempo stesso, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il mais è diventato, assieme alla soia, una delle coltivazioni dominanti della agricoltura intensiva mondiale. Viene utilizzato non soltanto come alimento primario nell’allevamento, ma in forme varie compare in una quantità impressionante di cibi e di prodotti alimentari confezionati. Non a caso buona parte della produzione agricola statunitense si è da tempo, convertita, o per meglio dire è stata fatta convertire, alla coltivazione di mais con risultati tutt’altro che positivi per i “farmers” americani costretti a dipendere in misura eccessiva dalle sue quotazioni ovviamente decise dal sistema a clessidra. IL NAFTA, trattato per il libero commercio fra USA, Canada e Messico, entra in vigore nel 1994 sostituendo un precedente accordo fra USA e Canada e abbattendo il sistema di dazi precedentemente in vigore. Fra le motivazioni alla base della sua adozione ha contato molto la finalità di dare sbocchi alle eccedenze produttive agricole statunitensi. La scelta del Messico, l’anello debole della catena, di aderire si presentava fin dall’inizio ricca di gravi incognite, ma è stata comunque tenacemente perseguita da una classe dirigente messicana fortemente condizionata dalle idee neo-liberiste americane. Il risultato per l’agricoltura messicana si è rivelato disastroso, soprattutto per la produzione di mais incapace di reggere l’urto di quella americana più concorrenziale. Nel giro di pochi anni molte aziende agricole messicane, in prevalenza di piccole dimensioni, non sono state più in grado di resistere e sono state costrette ad essere vendute e assorbite da banche e da aziende più grandi. Questo è progressivamente avvenuto dopo una prima fase di resistenza basata su una modalità in qualche modo ormai “classica”, che vale cioè in generale per tutto il settore agricolo di tutto il mondo: al crollo dei prezzi si reagisce, per compensare i ridotti introiti, con un incremento di produzione che, inevitabilmente, non produce altro effetto che la creazione di un inutilizzabile surplus ed un conseguente ulteriore calo dei prezzi spuntabili. Questa inefficace e controproducente forma di reazione si accompagna quasi sempre ad un ricorso al credito bancario ottenuto a condizioni che ben presto si rivelano insostenibili. Il risultato, in Messico come in molte arre agricole USA compresi, è il fallimento, la miseria, la fuga verso la città (Città del Messico conta ormai venti milioni di abitanti) e le sue baraccopoli. Non stupisce quindi che dopo il NAFTA la struttura agricola messicana sia stata radicalmente trasformata: meno addetti, proprietà di dimensioni molto più grandi, filiera dominata dai due soggetti che presidiano la strozzatura della clessidra …… due grossisti, la Gimsa e la Nimsa, insieme controllano il 97% del mercato della farina di mais …… I campesinos ormai inurbati hanno ingrossato le fila della popolazione povera messicana delle baraccopoli e l’antica autosufficienza alimentare, in gran parte basata sul mais, è stata inevitabilmente sostituita dal ricorso al cibo industriale di scarsissima qualità follemente ricco di zuccheri ed additivi. Come già evidenziato in precedenza non stupisce quindi che in Messico diabete ed obesità, certo non collegabili all’agiatezza, siano schizzati alle stelle.

4 – Solo un grido per il pane

L’influenza negativa del NAFTA, e delle sue modalità di applicazione, sulla condizione di vita dei campesinos messicani, è solo un esempio fra i tanti citabili di come trattati ed imposizioni, più o meno velate, legate al “collo di bottiglia” abbiano inciso su produzioni agricole e stili alimentari. Siamo di fronte ad una vicenda storica che parte con l’affermarsi della rivoluzione commerciale del 1500-1600. Lungo le rotte navali che hanno contraddistinto la globalizzazione dei commerci mondiali, sin dai primi decenni del XVI° secolo, sono progressivamente circolate quantità impressionanti di prodotti che hanno radicalmente mutato la produzione agricola e l’alimentazione europee. Una vicenda esemplare è quella dell’affermazione, tutt’altro che spontanea, del tè nella Gran Bretagna della rivoluzione industriale. La crescente massa operaia, inurbata a seguito delle “enclosures”, doveva necessariamente essere minimamente alimentata per reggere condizioni di lavoro pesantissime. Il tè, e lo zucchero, ambedue scoperti ed importati dalle colonie, si sono ben presto rivelati una eccellente soluzione che, spinta sul mercato con prezzi accessibili, è presto divenuta la bevanda nazionale inglese scalzando in gran misura birra e gin, molto meno adatti allo scopo. A differenza di questi ultimi il tè è una bevanda calda, calorica, eccitante grazie alla caffeina contenuta, adatta ai climi freddi inglesi ed a “tenere su”, la cui diffusione, per l’appunto tutt’altro che spontanea ma decisamente incoraggiata e sostenuta, si spiega con queste evidenti finalità. …….con questo iperconsumo di tè come fonte di carburante calorico gli sfruttati operai di Londra non facevano altro che imitare gli schiavi dei Caraibi che masticavano canna da zucchero, da loro coltivata, per arrivare alla fine della giornata lavorativa……. Il doppio vantaggio dello strumentale uso alimentare in patria si è infatti accompagnato alla più sanguinosa innovazione moderna dell’agricoltura industriale: la piantagione. In sostanza la necessità forzata di garantire un livello minimo di sopravvivenza alimentare ai lavoratori ha implicato schiavismo e braccianti mal pagati nel Sud del mondo. Zuccherò e tè arrivavano infatti in madre patria a condizioni commerciali vantaggiosissime, tali da consentire prezzi bassi di vendita, proprio grazie all’adozione, spesso imposta in modo forzato, alle colonie dell’est asiatico e americane, di trattati commerciali, antesignani della loro attuale fitta rete, capestro per i produttori locali (non a caso la rivolta per l’indipendenza americana ha avuto origine in quel di Boston  provocata dall’insanabile contenzioso commerciale con la Gran Bretagna ed i suoi dazi. Restando al centro dell’impero inglese altrettanto significativa, per comprendere il ruolo degli accordi commerciali e delle leggi sul cibo, è la vicenda delle “Corn Law”: una norma che imponeva al grano importato dalle colonie una tassa altissima i cui proventi finivano nelle tasche dell’aristocrazia inglese. La loro abolizione nel 1848 segnò la vittoria definitiva della nuova classe dei borghesi capitalisti sull’Ancient Règime). Occorre però arrivare al secondo dopoguerra, con il definitivo avvento dell’egemonia americana nel quadro bipolare del potere mondiale, per capire come tutti i trattati internazionali che hanno normato commerci e produzioni agricole siano stati ispirati al tempo stesso da finalità di controllo ”imperialista” e dagli interessi di profitto dei grandi operatori del settore. In questo duplice senso è nato il “piano Marshall” di aiuti americani all’Europa stremata dalla Seconda Guerra …..gli aiuti alimentari diventarono, fino alla fine degli anni cinquanta, un elemento chiave della politica estera statunitense arrivando a valere più della metà di tutti gli aiuti economici, ancora nel 1960 più di un terzo del commercio mondiale di frumento era costituito dagli aiuti americani…… Questo quadro che, sempre per ragioni di ordine politico di controllo mondiale, si è progressivamente esteso a buona parte dell’Africa e dell’Asia, anche grazie alla autonomia alimentare ormai raggiunta dall’Europa, è stato quello nel quale si sono consolidate le reti commerciali ed il ruolo dei soggetti che le gestivano operativamente, che hanno conformato la rete mondiale dei traffici di cibo. L’ordine alimentare post bellico muore definitivamente nel 1973 in coincidenza con la nota “crisi del petrolio” e con lo “choc petrolifero” seguito alla decisione dei paesi arabi di quadruplicare il prezzo del greggio. Il sistema degli aiuti alimentari diventato insostenibile per i costi altissimi dei trasporti si trasforma, per continuare a mantenere il controllo politico sulla maggior parte possibile del Sud globale, nell’imposizione delle tecniche, occidentali, di coltivazione estensiva finanziata dalla concessione ad hoc di crediti finanziari. Se da una parte quindi gli aiuti alimentari sono sostituiti dall’incentivare l’autonomia alimentare locale dall’altra però si stabilizza in questo modo una struttura finanziaria e commerciale, sempre più basata sul ruolo del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, ambedue sotto stretto controllo americano, che condiziona fortemente le produzioni agricole di buona parte del mondo ed i collegati commerci in entrata ed in uscita ……Nell’arco di appena un decennio il sistema alimentare mondiale viene rivoluzionato……. Nasce, con questa commistione finanziaria, un ordine alimentare che governa i rifornimenti globali di cibo  che vede affiancarsi, con un peso crescente,  al ruolo politico degli USA quello del settore privato, produttori chimici e industria alimentare in primis. Un nuovo ordine che richiedeva di andare oltre la sola gestione delle generali tariffe doganali affidata al vecchio GATT (General Agreement Tariffs Trade) del 1947. Dopo anni di difficili trattative nasce nel 1995 il WTO (World Trade Organization) che, dopo dispute molto accese, inserisce anche l’agricoltura nel novero dei settori regolamentati. E’ un vittoria piena degli USA e dell’Europa che ottengono di poter continuare a sovvenzionare i propri settori agricoli, in ispecie quelli dell’agro-businnes, mentre questa facoltà viene di fatto negata ai paesi del Sud globale. Il WTO inoltre sancisce la formalizzazione della “globalizzazione”. Valgono le parole dell’allora Direttore Gnerale del WTO, l’italiano Renato Ruggiero …..non stiamo più scrivendo le regole dell’interazione tra economie nazionali separate, stiamo scrivendo la Costituzione di una singola economia globale……

5 – Il cliente è il nostro nemico: breve introduzione al businnes alimentare

La stretta sinergia fra interessi politici e interessi privati di controllo dei mercati del cibo è da sempre fortemente pilotata dall’enorme influenza delle più grandi aziende del settore. Per capire come si sia giunti alla situazione attuale che vede ……il 40% del commercio alimentare mondiale in mano a venti grandi aziende che, ad esempio, controllano tutto il commercio globale del caffè, o delle sei che gestiscono il 70% del commercio di frumento ed una sola che gestisce il 98% del tè confezionato ……… è utile ripercorrere vicende come quella del mercato delle banane. La United Fruit Company, fondata nel 1899, si è progressivamente consolidata come azienda monopolista del commercio di banane dai paesi caraibici e del Centro America, realizzando uno strettissimo rapporto, legale ed illegale, con buona parte dei governi dei paesi produttori ed appoggiandosi, ogni qual volta occorreva una aggiunta di “pressioni”, a quello americano. Queste pratiche che si sono consolidate nel corso di tutto il Novecento hanno guadagnato alla UFC, nel frattempo divenuta Chiquita Brands, il nomignolo di “el pulpo”, la piovra, ed ai governi di quei paesi, complici dell’affermarsi di un potere commerciale durissimo, quello di “Repubblica delle banane”. Omen nomen in ambedue i casi. La vicenda della Chiquita Brands testimonia in modo esaustivo come il quadro mondiale del commercio alimentare non sia soltanto rigidamente controllato da accordi interstatali a senso unico ma, là dove questa rete di accordi si dimostri ancora insufficiente, da una fortissima pressione esercitata, legalmente ed illegalmente, dalle aziende del “collo di bottiglia” sui governi locali. Pressioni che si accompagnano molto spesso a commistioni a dir poco equivoche, ma al tempo stesso illuminanti. Esiste ad esempio una ricchissima casistica di politici, e di funzionari degli stessi organismi di controllo, che abbandonano il precedente ruolo per essere assunti con funzioni importanti nelle aziende del settore, a comporre, con una varietà di pratiche che vanno dai finanziamenti illeciti a veri e propri ricatti, un mercato dei favori politici al “cuore della clessidra”. Si spiegano con questa situazione consolidata molte delle scelte di omologazione di prodotti alimentari innovativi. Patel cita con ricchezza di dettagli la vicenda dell’adozione diffusa dello sciroppo di mais come dolcificante industriale in luogo dello zucchero a clamoroso vantaggio della Archer Daniel Midland americana. Questo distorsione dei meccanismi classici di mercato si accompagna a politiche aziendali che da tempo hanno abbandonato la “normale” concorrenza per sostituirla con politiche di cartello, di frenetica acquisizione e concentrazione di marchi, o di vera e propria fusione aziendale ad altissimo livello. Un trend in costante crescita che ha determinato un quadro impressionante di concentrazione: ………le prime dieci compagnie controllano metà delle sementi, il 55% dei farmaci veterinari, l’84% dei pesticidi, il 24% dei cibi preconfezionati e sempre il 24% della vendita al dettaglio, per scendere alle cinque aziende che controllano il 41% del mercato mondiale della birra……..  (Agli esempi già notevoli citati da Patel con riferimento ai primi anni 2000 vale la pena di aggiungere i clamorosi recentissimi accordi di fusione fra Monsanto e Bayer, fra Dupont e Dow Chemical, fra Syngenta e ChemChina che hanno concentrato in tre sole multinazionali il 63% della produzione ed il commercio mondiale di sementi). Appare così chiara la scelta di Patel di intitolare questo capitolo …..il cliente è il nostro nemico……

6 – Una vita migliore grazie alla chimica

Accordi commerciali internazionali, ruolo degli organismi mondiali di gestione e controllo, intrecci tra politica, governi ed interessi privati, sono quindi le forme consolidate di gestione delle procedure e dei soggetti preposti ad attuarle e controllarle. Questo quadro, già del suo fortemente vincolante, poggia poi su una trasformazione radicale dei sistemi di coltivazione e produzione agricola basati sul ruolo decisivo della meccanizzazione e della “chimica” universalmente imposti, come evidenziato in precedenza, alla fine della fase degli “aiuti alimentari”. E’ nel periodo che va dagli anni 40, inizialmente nei paesi del Nord globale, agli anni 70, con il coinvolgimento del Sud globale, che la cosiddetta “Rivoluzione Verde” si impone come forma standard dell’agricoltura …..la Rivoluzione Verde era la soluzione a tutti i problemi visto che offriva un pacchetto completo di sementi, fertilizzanti ed organizzazione dello spazio che avrebbe dato da mangiare ai poveri senza separare i ricchi dalle loro terre…… Ovunque la conformazione  dei terreni agricoli lo consentiva mezzi meccanici sempre più potenti e sofisticati, pesticidi chimici per fronteggiare parassiti e malattie, sementi selezionate, fertilizzanti chimici per irrobustire i terreni sono diventati i pilastri, tutti sotto stretto controllo dei padroni del cibo, sui quali poggia la produzione agricola nel mondo. Ciò che tuttavia è emerso, trascorsi ormai diversi decenni dall’avvento della Rivoluzione Verde, è che la indiscutibile maggiore resa produttiva si è accompagnata a rilevanti problematiche collaterali. Alle conseguenze sulle forme di proprietà e gestione dei terreni, di cui si è già detto, si sono in particolare aggiunte: impoverimento dei suoli e del fondamentale strato dell’humus, aumento dei depositi salini e quindi vaste aree ormai inutilizzabili, affermazione di monoculture con conseguente impoverimento della biodiversità, gravi conseguenze sulla “salute” dei produttori e dei consumatori, esaurimento di falde acquifere. Il crescente peso di questi aspetti, tutt’altro che “secondari”, ha creato le condizioni per un ripensamento via via più diffuso e sostenuto, anche se a lungo alle voci critiche si è ribattuto con una sorta di teorema all’apparenza inattaccabile: la fame nel mondo. Le esigenze alimentari di una popolazione mondiale in costante ed impressionante crescita richiedevano, e secondo molti ancora richiedono, una analoga crescita dei “volumi” di produzione agricola ottenibile solamente con le maggiori rese della Rivoluzioni Verde. Obiezione che, secondo Patel, si è rivelata infondata, ed anzi, a suo avviso, è proprio attorno a questo tema che si snodano due aspetti, fra loro collegati e centrali nell’attuale dibattito mondiale sul cibo: il primo evidenzia che non siamo di fronte a particolari problemi di  insufficiente produzione agricola, esiste semmai una distorta distribuzione del cibo, con una parte del mondo, il Nord globale, che ne ha troppo al punto di sprecarne una quota vergognosa, ed un’altra, il Sud globale, che non ne ha a sufficienza. Questa insufficienza, seconda problematica, non è però quasi mai legata a limiti di produzione ma è dovuta alla mancanza di risorse per accedervi. Patel analizza nel dettaglio alcune situazioni indiane - l’India assieme all’Africa è da sempre considerata esempio dei gravi problemi di “fame” - che evidenziano questo stato di cose ….. il fatto paradossale è che nel Bengala mentre la gente moriva di fame c’era abbastanza cibo da sfamare tutti. L’economista Amartya Sen ha condotto ricerche che dimostrano che le carestie moderne non significano tanto l’assenza di cibo quanto l’impossibilità di acquistarlo ….. Torna quindi centrale il problema delle diseguaglianza sociali e delle logiche che governano la filiera del cibo, accanto a quello, strettamente collegato ed altrettanto centrale, delle forme ottimali di “produzione agricola”. All’insostenibilità sempre più evidente della “agricoltura intensiva” si cercato, a cavallo del millennio, di porre rimedio ricorrendo ancora una volta alla “chimica”, perlomeno quella saldamente in mano ai padroni del cibo dando l’avvio  …… ad una seconda “Rivoluzione verde” basata non su fertilizzanti e pesticidi ma su semi potenziati grazie alle biotecnologie, è l’era degli OGM…… Gli organismi geneticamente modificati sono da alcuni decenni al centro di un acceso dibattito per entrare nel merito del quale occorrerebbero adeguate riflessioni specifiche e specialistiche. Patel non entra più di tanto nel merito, ma dichiarandosi non contrario alla tecnologia in sé, pone, sempre ripercorrendo alcune vicende a suo avviso esemplari, l’accento sulle questioni legate al ……..controllo ed al potere…….  Nessuna prevenzione aprioristica quindi sulla opportunità di “copiare” in laboratorio doti genetiche già presenti in natura potenziandole ovvero inserendole poi in altri organismi, ma per formulare un giudizio occorre prestare la giusta considerazione a quanto si è verificato concretamente sul campo.  Patel cita l’esempio del cotone indiano BT e del riso “golden rice”. Il primo, che contiene un pesticida naturale sintetizzato grazie ad un batterio presente nel terreno, è stato copiato, dalla Monsanto, in laboratorio ed inserito in semi commercializzati su vasta scala in Cina ed India. L’iniziale successo si è però rivelato effimero, questi semi modificati non hanno dato sul tempo lungo le rese auspicate e si sono persino rivelati più deboli rispetto ad alcune malattie. Il golden rice è stato creato in laboratorio per potenziarlo di vitamina A la cui carenza colpisce in forma grave alcune popolazioni asiatiche, specie nella prima infanzia. Intenzione lodevole quindi che ha puntato sull’arricchimento del riso perché alimento base di queste popolazioni. Peccato però che la dose giornaliera ottimale di vitamina A, contenuta ad esempio in una sola carota, si ottenga solo con l’assunzione di quantità molto grandi di riso e che queste popolazioni, decisamente ancora ai margini del benessere, non si possano permettere supplementi di riso, tantomeno se più caro perché ogm, e neppure carote, alimento che non conoscono e la cui coltivazione non si adatta alle zone in cui vivono. Ambedue questi esempi evidenziano proprio problematiche di controllo e di potere. Di controllo innanzitutto. L’acquisizione della validità e della sicurezza piena di eventuali modifiche genetiche richiede tempi lunghi ed osservazioni attente e costanti. In sostanza una sapienza analoga a quella che sino alla fine del Novecento ha ispirato la cultura contadina in tutto il mondo ……. Contadini, e soprattutto contadine, sono sempre stati i custodi della biodiversità ereditata, mantenuta, migliorata nel corso di millenni sperimentando, scambiando ed incrociando e valutando i risultati su tempi di più generazioni ……. Le logiche del profitto dei padroni del cibo possono prevedere analoghe valutazioni per capire la reale efficacia delle modifiche fatte in laboratorio?  Sono stati già acquisiti, ad esempio, sufficienti riscontri sul campo per escludere diffusioni contaminanti nell’ambiente circostante coltivazioni OGM? Sono domande alle quali occorre rispondere ascoltando non soltanto le comprensibili rassicurazioni del “collo della clessidra” alle quali si contrappongono diffuse resistenze trasversali, spesso proprio dai contadini coinvolti. Questa prima questione rimanda direttamente alla seconda, alla collegata problematica del “potere”, che ha due aspetti.  l primo è quello della titolarità della proprietà di una “dote” naturale. Va premesso che le sementi modificate effettivamente assicurano, ferma restando la necessità di valutazioni sul lungo periodo, rese molto buone a fronte però di condizioni ideali per il loro utilizzo ……il problema è che in natura le condizioni non sono quasi mai ideali……. e a fronte anche del loro alto costo in grado di generare margini di consistente profitto. Margini che le aziende del settore, Monsanto in testa, si sono affrettate a salvaguardare da utilizzi “clandestini” richiedendo la concessione di “brevetti” sulle sementi ogm. Questa procedura ha innescato trasversali reazioni molto forti tutte basate sulla considerazione che la modifica genetica apportata è già compensata dalla differenza di prezzo rispetto ad un normale seme, e che quindi quest’ultimo, frutto della selezione naturale piuttosto che di quella attuata nel tempo dalla diffusa esperienza contadina, non può rientrare nella “titolarità di proprietà” di un privato. Patel cita il caso esemplare dell’albero di neem che la ricerca di laboratorio aveva confermato possedere straordinarie capacità di pesticida naturale …….peccato che questo i contadini che lo coltivavano lo sapevano da secoli e che quindi brevettarlo sarebbe stato come brevettare la cacca di mucca …. eppure ci sono voluti quindici anni perché la domanda di brevetto fosse respinta …… L’intenzione dei padroni del cibo di impadronirsi “ufficialmente” della biodiversità per setacciarla, analizzarla, addomesticarla e rivenderla è lampante, a dimostrazione quindi che anche attorno agli OGM la battaglia è anche e soprattutto una lotta “di potere”. Il secondo aspetto legato al potere è quello di quali indirizzi deve seguire la ricerca sulle modificazioni genetiche. Scontato che i laboratori privati seguano le logiche dei loro proprietari è invece aperto il fronte degli istituti di ricerca pubblici, spesso in posizioni di assoluta eccellenza ed in buona misura legati a università statali. Sono fortissime le pressioni, non sempre corrette, che i padroni del cibo esercitano su questi istituti affinché si orientino ad un maggior coordinamento con le finalità private invece di svolgere i doverosi controlli sui risultati da queste ottenuti. In questo contesto globale di lotta su controllo e potere è già riscontrabile un primo significativo risultato: l’incertezza sulla efficacia e sostenibilità degli OGM, coniugata con la consapevolezza dei danni derivanti dai sistemi di agricoltura intensiva, ha rilanciato ovunque una importante attenzione verso i metodi di coltivazione “antichi” rivisti però alla luce delle importanti maggiori conoscenze odierne. Si stanno così sviluppando in molte culture agricole locali sistemi sempre più sofisticati di lotta ai parassiti e di arricchimento dell’humus. Questi sistemi hanno inoltre la grande ambizione di muoversi in netta contrapposizione ai padroni del cibo guardando di più all’interesse collettivo che a quello privato

7 – Glicina Rex

Un altro alimento, in aggiunta al mais, aiuta a comprendere gli intrecci attorno alla filiera del cibo. Si tratta della soia che, analogamente al mais, è ormai la coltivazione dominante della moderna agricoltura industriale.  Le piante di soia, basse e di un colore poco accattivante, sono invece piante meravigliose, con uno straordinario potere di conversione dell’azoto nel terreno fertilizzandolo così in modo importante. I suoi fagioli sono ricchi di proteine e la loro assunzione, in quantità moderate, è quindi altamente proteica. Sulle nostre tavole però la soia che …….. per funzionare deve passare attraverso un lungo ciclo di lavorazione …….  arriva solo in minima parte sotto forma naturale per quanto lavorata. L’80% della soia coltivata e lavorata nel mondo viene destinata ad usi zootecnici, quasi tutto il restante 20%, trasformato con un’aggiunta di lavorazione, diventa “lecitina di soia” e finisce come additivo, che permette a grassi ed acqua di mescolarsi,  in moltissimi prodotti alimentari. La scoperta e la fortuna della soia sono relativamente recenti, la sua grande espansione è avvenuta nel corso del secolo scorso. Soprattutto negli Stati Uniti che fino agli anni sessanta sono stati il maggior produttore mondiale, salvo poi vedere che … nel giro di un decennio, a partire dalla metà degli anni sessanta, con una progressione incredibile il primato di produzione della soia è passato al Brasile, al tempo uno dei paesi più poveri al mondo…… Purtroppo la povertà brasiliana non è diminuita con la stessa progressione della crescita di produzione della soia. Anzi, il sistema di controllo e gestione della sua coltivazione ha accentuato, in vaste aree, i problemi dei contadini, e non solo. L’introduzione della soia non è peraltro avvenuta attraverso processi di mercato spontanei ma è stata fortemente voluta e agevolata dai vari governi brasiliani, compresa la dittatura militare che per due decenni dal 1964 al 1985 ha retto il paese, perché vista come uno dei simboli concreti della modernizzazione del paese basata sul motto che compare sulla bandiera brasiliana “Ordine e progresso”. Questa modernizzazione agricola forzata si è inevitabilmente sviluppata attraverso un processo di espropriazione e concentrazione dei terreni, e con la collegata riduzione di contadini autonomi a braccianti agricoli se non, in non pochi casi, ad autentici moderni “schiavi”. Un’autentica tragedia, del tutto ignota alla opinione pubblica mondiale, che ha persino indotto il primo governo Lula ad avviare una intensa campagna antischiavismo.  Nei primi anni duemila, in piena era votata al futuro, ……tutti noi non solo non sappiamo quanta soia si trova nei cibi che mangiamo ma ancor meno non sappiamo nulla dello schiavismo nelle piantagioni brasiliane che la coltivano…… L’avvento della soia si è così dimostrata l’ennesima occasione di concentrazione in poche mani del suo intero ciclo di coltivazione e lavorazione. Alle onnipresenti multinazionali mondiali, in questo caso la solita ADM, la Cargill e la Bunge, si è affiancata negli anni ottanta una significativa presenza di imprese cinesi, che hanno in Brasile messo a punto le strategie di accaparramento di terre e produzioni poi applicate in grande stile in Africa. Ma soprattutto si è affermata una imprenditoria locale strettamente legata alla politica a coniugare potere economico e potere politico. Il caso più eclatante è quello di Blairo Maggi, noto non a caso come “El rey da soja”, il più grande piantatore singolo di soia del mondo e ripetutamente Governatore del Mato Grosso. Questa regione brasiliana, un altopiano con condizioni di terreno molto favorevoli in quanto libero da copertura forestale, è stato interamente trasformato in infiniti campi di soia, i quali sono ormai giunti a ridosso della foresta amazzonica, inevitabile area per le ulteriori estensioni. La voracità del mercato mondiale della soia, le sue caratteristiche strutturali ed i suoi protagonisti, sono quindi, accanto all’allevamento di bestiame, le prime cause dell’aggressione all’Amazzonia e agli indios che da sempre la abitano.

8 – Controllare i supermercati

Questo capitolo è quello che maggiormente risente dei quindici anni trascorsi dalla sua stesura, allorquando non erano immaginabili le profonde modifiche intervenute nel settore della distribuzione, alimentare e non. Inoltre molti dei meccanismi descritti, in particolare quelli relativi alla “scientificità” dell’organizzazione degli spazi di vendita dei supermercati finalizzata da una parte ad incentivare gli acquisti dall’altra a contenere al massimo i costi di gestione e a fotografare con precisione assoluta gusti e preferenze degli acquirenti, sono ormai ben conosciuti e dibattuti. D’altronde il “supermercato”, come ben illustrato da Patel, è una idea industriale e scientifica di vendita che ha ormai un centinaio di anni alle spalle ed ha sviluppato agli estremi limiti le sue indiscutibili potenzialità. Allo stesso modo sono risapute le grandi dimensioni raggiunte dai colossi della vendita al dettaglio, in continua crescita anche grazie a costanti processi di concentrazione e fusioni, ai nostri giorni determinate anche dalla necessità di fronteggiare l’incalzante concorrenza delle vendite on-line. L’esempio citato da Patel non poteva che essere la catena americana “Wal-Mart” ancora oggi un autentico gigante economico mondiale con volumi di vendita e di profitto rimasti inalterati da quando Patel ne sottolineava l’essere …… responsabile del 2% del PIL americano, di possedere il secondo computer più potente del mondo dopo quello del Pentagono, e di avere come clienti l’80% degli americani ……. I grandi marchi della distribuzione occupano una posizione rilevante nel “collo di bottiglia” e sono in grado di condizionare, con i volumi di vendita vantabili, l’intera filiera del cibo incidendo sulla stessa tipologia di prodotti vendibili.

9 – Scelto dai “Bunny”

La lunga filiera del cibo, seguita da Patel nei suoi concatenati passaggi, si completa in un ultimo stadio, anche questo, non diversamente da tutti quelli che lo precedono, strettamente presidiato dai padroni del cibo: parliamo delle scelte dei consumatori, dei gusti alimentari. L’ovvia, ma non per questo meno dirompente, constatazione dello stretto legame fra globalizzazione economica e omogeneizzazione delle scelte alimentari non deve sottovalutare la “scientificità” delle forme di indirizzo che l’industria del cibo nel corso di tutti i decenni, a decorrere dal secondo dopoguerra, ha via via perfezionato. L’antropologo Claude Levi-Strauss notava che ……..il cibo deve essere buono per la mente ancor prima che per il palato….. e l’industria del cibo, non a caso quindi, ha lavorato molto sulle menti dei consumatori per convincere anche il loro palato. L’inesorabile macchina da guerra della pubblicità e degli stili di vita che, in forme evidenti piuttosto che subdole parla alle nostre menti, imponendo alcuni stili di vita ha globalizzato anche i palati. Già nei primi anni duemila il Guinness dei primati registrava che  …… le arcate dorate di McDonald’s sono più conosciute della croce dei cristiani ….. La dittatura della pubblicità ha completato un lungo percorso di condizionamento dei gusti e delle scelte alimentari passato attraverso tappe a volte di per sé stesse sollecitate da altre esigenze. Un esempio fra i tanti: “l’invenzione” del cibo in scatolette promossa da esigenze militari e poi diventata la forma di confezionamento per eccellenza per moltissimi alimenti. I gusti alimentari moderni sono in effetti stati lentamente forgiati anche dalla guerra e dalle esigenze di sicurezza nazionale, e da quelle dei tempi di lavoro. I Bunny richiamati nel titolo del capitolo sono un antesignano degli hot dog, “inventato” in Sud Africa per garantire un pasto molto veloce e molto calorico per i caddy, i portamazze, indiani dei campi da golf. Ma un ruolo centrale lo hanno avuto due prodotti tecnologici …….il frigorifero e la televisione…… Senza il primo non sarebbe stata concepibile la quasi totalità dei prodotti alimentari moderni, e senza la seconda i messaggi promozionali non sarebbero mai entrati in forma così invasiva nelle case di tutto il mondo. Al punto di condizionare le stesse dimensioni di spazio e tempo del consumo alimentare. Anche qui scegliamo uno fra i diversi esempi presentati da Patel. Già nel 2005 l’Azienda Elettrica inglese, nell’ambito di un piano per l’ottimizzazione della produzione di corrente, aveva scoperto gli incredibili picchi di consumo durante le pause pubblicitarie televisive delle ore serali, dovuti a milioni di utenti che le sfruttavano per cucinare cibi pronti da riscaldare. A dimostrazione che la filiera del cibo, così complessa ma così controllata in ogni sua fase, non può non imporre le sue logiche anche nella decisiva fase finale del consumo di cibo. Se il cibo che scegliamo è quindi influenzato non solo dalle risorse di cui disponiamo e dalle culture alimentari da cui proveniamo ma anche, e sempre di più, dal contesto sociale e culturale nel quale si è costretti e vivere ……..allora potremmo vedere le nostre diete sbagliate come sintomo di una carenza sistemica di controllo sui nostri spazi e sulla nostra vita…… Lo confermano le stesse dinamiche attorno alle, inevitabili, conseguenze sanitarie dovute alla scarsa qualità salutistica del cibo industriale. Ed in particolare attorno alla prima problematica che ne deriva: l’obesità. Una patologia che, come già evidenziato in precedenza, colpisce non a caso le fasce più povere. In tutte le campagne contro l’obesità prevale sempre l’accento sulle errate scelte individuali, che puntano su cibi che inesorabilmente la producono, e quasi mai sul contesto sociale ed economico che rende quelle scelte pressoché obbligate. …..siamo incoraggiati a leggere l’obesità come un fallimento individuale……. Mentre è evidente che siamo di fronte ad un problema di giustizia sociale e di controllo culturale. Restando ancora sul piano delle scelte del consumatore Patel dedica un ampio spazio all’esperienza di Slow Food nata in Italia e da lì cresciuta in molti altri paesi. Riconosciuti i meriti della riscoperta dei cibi naturali, delle tradizioni locali, dell’attenzione al mondo contadino, anche Patel rileva un punto debole nella possibilità economica di acquistare prodotti più buoni, più sani, più etici ma, purtroppo, anche più cari. Una alternativa vera ai gusti imposti dai padroni del cibo non può non passare anche attraverso una diversa giustizia sociale.

10 – Conclusioni

L’unica conclusione coerente con il quadro della filiera del cibo che Patel presenta è la necessità di un cambiamento radicale ed urgente. Non bastassero le considerazioni sin qui svolte è ormai evidente che ……. Il modo in cui mangiamo scatena anche la sistematica crudeltà contro gli animali, esige livelli non sostenibili di energia e sfruttamento delle acque, contribuisce al riscaldamento globale, fornisce terreno fertile per le malattie …… L’architettura del sistema agro-alimentare, quella che consente ai padroni del cibo posizioni di totale potere e controllo, è però al tempo stesso molto fragile, di una fragilità che rischia di avere ricadute pesantissime per tutti. La prima ragione di fragilità consiste nella dipendenza totale dalla logistica e dai trasporti indispensabili per garantire l’assurda circolazione mondiale di alimenti e materiali per la coltivazione e pone l’intero sistema alla totale dipendenza dai carburanti fossili. Una crisi, del tutto sempre possibile, del sistema dei trasporti rischia di svuotare i punti vendita fino ai limiti della sopportabilità dei consumatori. Una seconda ragione è la crescente indisponibilità di acqua. Le quantità richieste dalle coltivazioni industriali sono spaventosamente alte, per non parlare di quelle necessarie all’allevamento. L’oro blu è sempre più merce rara in molte parti del mondo, la corsa al suo controllo ed accaparramento è sempre più conflittuale ed in grado di incidere pesantemente sulla continuità produttiva. La terza fondamentale ragione di fragilità è la perdita progressiva di fertilità dei suoli. L’humus è una componente naturale molto complessa e delicata, lo stress che da decenni sta subendo da parte delle coltivazioni intensive ne sta alterando gli equilibri. Parlare di sterilità dei campi non è una visione fantascientifica irreale. Un quarto significativo fattore negativo deriva dalla crescente problematica di gestione dei residui degli allevamenti concentrati. Si parla di residui solidi, liquidi e gassosi che stanno avvelenando terre, acque ed atmosfera. Tutto questo rafforza l’urgenza di un cambiamento radicale, Che passa attraverso diversi fronti, quello sociale, quello politico, quello degli accordi internazionali, quello sindacale. Ai quali si aggiunge, con un peso decisivo, quello di una modifica altrettanto radicale dei nostri stili di vita alimentari. Patel recupera dalle esperienze di lotta di un movimento messicano di contadini e consumatori, la “via campesina” un concetto a suo avviso illuminante……sovranità alimentare…… ossia il recupero del potere di decidere cosa coltivare, come coltivare, cosa scegliere e cosa mangiare sottraendolo ai padroni del cibo del collo di bottiglia. La sovranità alimentare è una conquista che passa attraverso tutti i fronti di cui si è detto, ma che richiede, proprio per vincere su questi fronti, una rivoluzione culturale che interessa tutta l’umanità. Sovranità alimentare vuol infatti dire anche ……..trasformare i nostri gusti……. controllando le pulsioni indotte da pubblicità ed incentivi al consumo, …… mangiare locale e stagionale ……. togliendo così risorse all’industria globalizzata del cibo, …….. mangiare agroecologico …….. riducendo così l’impatto di pesticidi, fertilizzanti, sementi ogm non adeguatamente controllate, …… sostenere imprese agricole locali ……. logica e coerente conseguenza del mangiare locale, …. recuperare la comunicazione diretta tra produttori e consumatori…….. saltando così il collo di bottiglia, la forma a clessidra dell’attuale sistema. La frase finale del saggio di Patel riassume la filosofia di fondo della sovranità alimentare e l’obbligo di battere i padroni del cibo che si muovono, come si visto nell’intero saggio, con logiche opposte ……… sovranità alimentare è un insieme di idee, di politiche, di modalità di mangiare attente alla storia, all’ecologia, alla cultura, al rispetto dei diritti umani ……..

venerdì 6 marzo 2020

Videoforum con Baricco e Luna: l'epidemia al tempo del Game

Un ulteriore contributo alle tante riflessioni che, volenti e nolenti, tutti noi in qualche modo stiamo facendo attorno alla epidemia di Corona Virus, alias CVD 19, che non poco sta sconvolgendo le nostre vite, individuali e collettive

domenica 1 marzo 2020

La Parola del mese - Marzo 2020


La parola del mese

 A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

MARZO 2020

Anche la “Parola” di questo mese ci è stata suggerita dalla lettura di un saggio, recentemente uscito, che la cita esplicitamente nel sottotitolo. Il saggio è…..
…… e la parola, che nel sottotitolo compare con l’aggiunta dell’aggettivo “secolare” è …….
Divergenza
….. estratto dal dizionario on-line Treccani divergènza = sostantivo femminile (derivazione di divergere). – 1. Il divergere, condizione o proprietà di esser divergente, usata con implicazioni specifiche in meteorologia, botanica, balistica, ottica, matematica e fisica, biologia e genetica, meccanica - 2. Disparità, differenza, soprattutto nel modo di pensare e di giudicare
Non si tratta certamente di una parola inusuale, “divergenza” compare con buona frequenza nel normale discorso, ma ci è sembrato opportuno recuperarla perché in questo saggio Carlo Bastasin (economista accademico, è Senior Fellow della Luiss School of European Political Economy e del Brookings Institution di Washington, è inoltre editorialista de La Repubblica) la utilizza per definire un tratto, psicologico e politico collettivo, a suo avviso decisivo per comprendere la crisi della democrazia occidentale ed il collegato pericolo sovranista e nazionalista. Si tratta quindi di uno spunto ulteriore a riflettere su un tema, centrale in questa fase storica, che come CircolarMente abbiamo, non a caso, (ri)presentato nella prima conferenza del programma 2019/2020 – “Le ferite della partecipazione e della democrazia” relatore Leonard Mazzone, 13 Novembre scorso. Consigliando vivamente la lettura del saggio di Bastasin, presentiamo, in modo molto sintetico, alcune delle osservazioni analitiche che lo hanno indotto a chiamare in causa la “divergenza” (come da nostra consuetudine le parti in corsivo blu sono passaggi estratti dal testo)………..
Per comprendere la portata e la profondità della crisi che da almeno un decennio sta incidendo sui sistemi democratici occidentali non è sufficiente basarsi sulle sole cause economiche, sociali e istituzionali per quanto queste siano indiscutibili e significative. Qualcosa di più profondo, secondo Bastasin, deve essersi diffuso nel sentire collettivo come reazione ai cambiamenti destrutturanti, innanzitutto economici e tecnologici, che hanno modificato destini e orizzonti di vita. Non sono mancate, a partire dalla rivoluzione industriale e dal totale avvento della società di mercato capitalista, crisi e momenti bui, ma quella che l’Occidente sta attualmente vivendo è, a suo avviso, la fin qui inedita comparsa di una forma di smarrimento totale di fronte ad una sensazione di declino secolare. Come se l’intero Occidente si fosse per la prima volta da più di due secoli in qua sentito derubato della fiducia nel futuro. Come se gran parte dei popoli che lo abitano si fossero sentiti, quasi all’improvviso, in divergenza con lo spirito dei tempi così come ha iniziato a manifestarsi con la globalizzazione. …… per divergenza non intendo solo evidenti disuguaglianze tra poveri e ricchi, ma il senso di marginalità avvertito sia da chi teme un inarrestabile declino sia da chi ancora spera di proteggere un relativo benessere ……. Queste paure, sempre più diffuse, chiamano in questione tutte le categorie dei secoli scorsi, le promesse di benessere crescente del liberismo, ma anche la rassicurazione di solidarietà del socialismo …… e più in generale la fiducia nei valori tradizionali che hanno sorretto la democrazia …… Bastasin evidenzia, descrivendo diverse situazioni esemplari, come chi vive la divergenza si senta orfano, privo di punti di riferimento, e quindi facile preda delle sirene strumentali del sovranismo e del nazionalismo, di discorsi che sembrano procurare conforto perché in grado di fornire nemici a cui addebitare ogni colpa, capri espiatori su cui scaricare il rancore. ……questa divergenza è un processo che ha una complessità psicologica del tutto diversa dalle disuguaglianze e sta cambiando gli esseri umani …… Una crescente mutazione del sentire comune che, se  prevedibilmente già non rientrava nelle preoccupazioni dei sostenitori della globalizzazione neo-liberista, non è stata però colta nemmeno dalla sinistra, troppo a lungo convinta che la sempre più estesa ribellione contro la globalizzazione venisse solo dai più colpiti dalle disuguaglianze, mentre invece da tempo era evidente quanto interessasse tutti coloro che in qualche modo si sono sentiti “sconfitti” dalla trasformazione globale, tutti coloro che, in qualche modo, vivono in divergenza con i tempi attuali.  …… quando anche i vincitori di ieri diventano i perdenti di oggi non è mai solo un problema di disuguaglianza, ma di divergenza, e cioè di un destino che li allontana dal cuore della società in un modo che appare irrimediabile ……. Bastasin ripercorre in diversi capitoli del saggio le aree di disagio che hanno determinato la sconfitta delle proposte politiche tradizionali, perché tutte quante giudicate “complici” del loro declino, e che hanno al contempo premiato discorsi populisti istintivamente usati come valvola di sfogo per un crescente senso di sconfitta irrecuperabile. Un viaggio che attraversa il Mid West e la Rust Belt (le aree deindustrializzate) americani con il loro voto per Trump, le campagne inglesi della Brexit, le tentazioni tedesche, innanzitutto della ex Germania Est ma ormai estese a tutto il paese, di destra se non di ultra destra, le paure xenofobe dei paesi scandinavi, la confusione e lo smarrimento italiano e francese. Bastasin usa una affascinante immagine metaforica a sintetizzare questi flussi, quella dell’alternarsi di zone illuminate e zone buie che si offrono ai viaggiatori in volo di notte su un aereo che sorvoli l’America o l’Europa: tutte le zone buie viste da lassù testimoniano la presenza viva della divergenza, che sembra mitigarsi un poco nella zone già più illuminate che circondano il cuore delle grandi città, là dove la luce viva sembra ancora offrire un qual certo riparo dal suo diffondersi. Questo sentimento di divergenza fra le persone si è poi, in questo stesso arco di tempo, manifestato anche tra le stesse nazioni, sono infatti riaffiorate tensioni e divisioni che sembravano appartenere ad un passato da dimenticare, sono aumentate le reciproche diffidenze, ed è quando …….la divergenza dei destini degli individui incontra la retorica delle divergenze fra le nazioni che si trasforma in nazionalismo ……. Non è un paradosso se tutto questo succede in una fase storica in cui le idee guida della globalizzazione hanno creato una “convergenza” dei mercati mondiali mai vista in precedenza nella storia, basti pensare che negli ultimi vent’anni il mercato globale unificato del lavoro è raddoppiato passando da 1,5 a 3 miliardi di individui. Fra questi due aspetti esiste un evidente rapporto di causa ed effetto: aver cancellato gran parte dei punti di riferimento locali ha innescato, proprio sulla base della divergenza dei destini, una reazione verso chiusure nazionalistiche. In questo contesto Bastasin non nega l’incidenza della crescita, spaventosa, delle disuguaglianze economiche, ma in più passaggi evidenzia che per quanto esse siano pesanti ed estese pur tuttavia la politica, se seriamente intenzionata, ancora possiede strumenti per affrontarle, ad iniziare da coraggiosi programmi di redistribuzione del reddito mediante una severa fiscalità progressiva. Molto più complessa si presenta la risposta alla divergenza a partire dal fatto che …….. i suoi sentimenti possono essere invisibili per l’analisi politica tradizionale proprio perché non si riferiscono solo agli indicatori di disuguaglianze ……. la divergenza è diversa dalla disuguaglianza perché si riferisce alla proiezione di sé nel futuro …….. Ed appare poi evidente che ci vogliono anni, decenni, per correggere alcuni dei più importanti fattori che la provocano quali, ad esempio, la deindustrializzazione e l’obsolescenza di tecnologie e culture del lavoro, tutto questo mentre all’individuo che si sente scivolare ai margini non sarà mai sufficiente che un pur efficiente welfare garantisca il soddisfacimento dei bisogni primari. Bastasin sottolinea inoltre che se queste considerazioni si applicano alla componente “povera” della divergenza, non meno problematica è quella della sua componente “ricca”, per la quale è altrettanto forte la paura di perdere le condizioni su cui poggia il suo benessere, percependole fragili e provvisorie. Non sempre poi la qualità di questo benessere economico si accompagna ad un corrispondente benessere sociale e culturale, non a caso quindi le manifestazioni di chiusura discriminatoria della divergenza “ricca” sono identiche a quelle della divergenza “povera”. L’ultimo richiamo di Bastasin è rivolto al futuro della democrazia, a suo giudizio fortemente mesa a rischio, nell’insieme del quadro tracciato, dalla difficoltà di leggere il fenomeno della divergenza e dalla mancanza oggettiva di efficaci risposte a breve termine, ma soprattutto dalla fin qui insufficiente presa di coscienza dei propri limiti. Tant’è che se  ……. questa contraddizione senza precedenti tra il sentire popolare e la soluzione dei problemi non viene resa esplicita e gestita apertamente la democrazia, i suoi cicli, il suo linguaggio diverranno inutili se non ostili …….