domenica 6 marzo 2022

Altri due articoli sulla guerra in Ucraina

 

Proseguiamo nel presentare articoli che aiutino a meglio comprendere la drammatica situazione della guerra in Ucraina. Iniziamo con uno spiazzante articolo di una giornalista, che da anni segue in prima linea conflitti in varie aree del mondo, che sviluppa considerazioni sicuramente “forti” sia sulla gestione russa dell’intervento militare sia sulla scelta italiana di sostenere l’Ucraina anche con l’invio di armi. Farà poi seguito un secondo articolo contenente utili valutazioni da una parte sulle politiche di Putin e sull'idea di Russia che le sostiene e dall'altra sull'incerto percorso ucraino verso una nuova identità nazionale

Le tigri non sono mai di carta 

se hanno denti atomici

05.03.22 – Articolo di Benedetta Piola Caselli (giornalista specializzata in relazioni internazionali, scrive abitualmente sul giornale Il Riformista e collabora a diversi blog)  – sito on line pressenza international press agency

 

Cerchiamo di essere seri e di capire come stanno andando le cose. Abbiamo avuto l’invasione annunciata (si, annunciata) di uno Stato sovrano da parte di una potenza regionale che detiene l’atomica. Le ragioni di questa invasione sono complesse e non andrebbero semplificate, ma la più ripetuta riguarda la richiesta di adesione dell’Ucraina alla NATO, cosa che porterebbe i missili dell’Alleanza a 3 minuti da Mosca. La disparità di forze fra Russia e Ucraina è evidente, e la guerra avrebbe potuto essere lampo. Non lo è stato, e dunque occorre chiedersi perché, così come occorre chiedersi perché i media hanno raccontato fin qui qualcosa che non c’era. Infatti, l’escalation di violenza è stata – ed è – progressiva ma graduale. Ce lo dicono gli stessi militari, fra cui il Generale Mini che è uno che di guerra se ne intende: i russi non hanno usato l’aviazione per bombardare, non hanno interrotto né elettricità, né comunicazioni, né riscaldamento; hanno colpito – o tentato di colpire – installazioni militari cercando di risparmiare i civili. La strategia della violenza progressiva non è niente affatto usuale e, per rendersene conto, basta pensare ad un qualsiasi intervento americano. L’obiettivo in guerra è vincere in fretta con il minor numero di vittime proprie, ed il modo per farlo è combattere dal cielo con i droni o l’aviazione. Se lo scopo era occupare l’Ucraina, bastava un solo bombardamento aereo su Kiev per chiudere la questione. Inoltre, specialmente ora che si chiede a gran voce che Putin sia processato da un Tribunale Internazionale per crimini di guerra o addirittura contro l’umanità, dovrebbe essere sottolineato che la Russia non ha voluto colpire i civili e che sta permettendo i corridoi umanitari per farli allontanare dalle città. Che sia per calcolo o per buon cuore, giuridicamente è irrilevante. Su questo punto occorre fare un attimo di attenzione. Cosa sappiamo delle vittime civili? Secondo i dati dell’Onu, che in 9 giorni di guerra sono state 113 – la cifra non può essere confermata né per eccesso né per difetto – ma parrebbe da valutare per difetto data la mancanza di immagini di cui pure, in genere, i media amano fare ampio uso. E, per quanto sia orribile da dire, sono comunque pochissime: un solo bombardamento aereo normalmente ne fa il triplo. Quindi – stante che c’è una guerra e la guerra causa distruzione e morte – fin qui la Russia sembra aver agito nel modo meno violento possibile. Eppure l’informazione mainstream ci dice altro: il cittadino medio capisce che in ballo c’è un’operazione totalmente ingiustificata, imprevista, condotta da un pazzo sanguinario al pari di Hitler. Fare un’analisi critica delle informazioni e verificare i dati non significa essere filo-Putin o giustificare un’aggressione e, al contrario, serve per valutare correttamente gli effetti di una determinata scelta. Per esempio: solo ammettendo onestamente che la Russia ha operato a basso impatto, scegliendo un conflitto a violenza progressiva, si può capire il perché di questa scelta. L’argomento secondo cui, in caso di blitz aereo, temeva una reazione internazionale armata non tiene: l’Ucraina non è nella Nato e nessuno sarebbe intervenuto. E’ più facile pensare che Putin non voglia isolarsi internazionalmente, e voglia lasciare aperta la porta alle trattative. Ma questo vuol dire anche che, se la porta del dialogo internazionale venisse chiusa comunque, e lui fosse messo all’angolo, verrà meno l’unico vero deterrente all’uso della violenza estrema. Ma c’è un’altra questione rilevante come fenomeno di psicologia sociale. Perché i media hanno drammatizzato con notizie false o esagerate un attacco che nel suo inizio era comparativamente contenuto? Non può essere negato che “pioggia di fuoco su Kiev” del Tg2 (con le immagini di un videogioco), le immagini dell’aviazione russa in formazione del Tg1,2,3 (immagini di una esercitazione del 2014) , la corrispondente in assetto da guerra che parla concitata da un parcheggio in cui la gente fa la spesa su La7, eccetera (quante ne volete mettere?), hanno lasciato nell’osservatore l’idea che Putin sia un pazzo scatenato che, fin dal primo giorno, sta radendo al suolo un paese di 40.000.000 di abitanti. Ma non è vero. Senza voler togliere nulla al dramma dei profughi (e chi non scapperebbe sapendo di essere in pericolo?) e al fatto che l’escalation potrebbe portare ad uno scenario critico, al momento questa cosa non è successa. Perché allora ce la raccontano in modo erroneo?E perché viene esaltato con toni quasi agiografici Zelensky, uno dei leader più controversi dell’ ultimo decennio, improvvisamente dipinto come l’eroe della libertà?C’è un disegno o è solo per vendere di più? Il modo in cui l’ informazione è veicolata ha molti effetti. Il primo, il più banale, è educare o instupidire la popolazione.Nel nostro caso la instupisce. Noi viviamo in un paese in cui, per tradizione, è continua la polarizzazione buono/cattivo, vero/falso, amico/nemico con buona pace di ogni coscienza critica: è il fenomeno del conformativismo italiano, vera base del successo del fascismo, ampiamente trattata da Noberto Bobbio. Iper-eccitare l’opinione pubblica significa stimolare questi schemi con passioni irriflesse, annientando il poco di senso critico che viene faticosamente costruito nelle more degli show mediatici. Oggi, ad esempio, sulla base di una corale solidarietà all’Ucraina (buoni), siamo alla caccia a tutto ciò che è russo (cattivi), e così abbiamo gli atleti bloccati, gli analisti scomparsi dai programmi d’approfondimento, Dostoevskji cacciato dalle università eccetera: questi episodi non sono marginali, perché sono espressione proprio di questo fenomeno, gravissimo, di infantilismo intellettuale e morale. C’è di peggio. La dicotomia buono/cattivo amico/nemico è talmente potente da giustificare azioni totalmente incostituzionali. Ne è esempio la decisione di armare l’Ucraina, pur se armare un paese è un atto di guerra indiretto, e l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali ex art. 11 Costituzione. Qualcuno, credendosi furbo, ha provato ad argomentare che la guerra di difesa è legittima e che l’Ucraina è paese attaccato. No: la guerra di difesa è legittima quando è l’Italia ad essere attaccata, e su questo presupposto trovano copertura le alleanze militari difensive a cui l’Italia appartiene, come la Nato. Ma armare un paese attaccato che non faccia parte dell’alleanza è esattamente intervenire in una controversia internazionale, contro il dettato costituzionale: in ogni disputa c’è una vittima ed un aggressore, anche se ciascuno ritiene di agire nel giusto. E c’è ancora di peggio. Il fondo lo si tocca con il mancato calcolo di opportunità. Perché, è evidente, delle due l’una: o i politici, spinti dall’opinione pubblica sovraeccitata, fanno scelte di una stupidità infinita, o i politici – per ragioni altre – hanno già fatto scelte che vengono poi coperte dall’opinione pubblica sovraeccitata. Nell’uno e nell’altro caso la responsabilità dei media è gravissima. Volendo credere al primo, il discorso di Draghi che, in soldoni, dice : “siamo in emergenza, quindi prima si agisce e poi si riflette”, lascia basiti. Uno: perché questo conflitto era stato annunciato, rectius: la stessa invasione era stata annunciata, con data e ora precisa, e quindi il tempo per riflettere c’era, e due: perché, se le misure adottate per reagire sono controproducenti, l’escalation del conflitto è certa e ne faremo le spese tutti. Armare l’Ucraina (a parte l’essere incostituzionale) è intelligente? Attenua il conflitto o lo alimenta? Le sanzioni economiche sono una furbata? Attenuano il conflitto o lo alimentano? Demonizzare l’avversario lo isola o compatta il fronte interno? Quale è veramente il punto debole di Putin? What else? Già Hans Morgenthau ricordava che il nemico non si mette all’angolo, perché lì è costretto a gesti estremi. Ora: un conflitto non solo previsto, ma anche a intensità crescente, permette e dà il tempo di trovare soluzioni negoziate – anche con il naso storto, anche dovendo sacrificare qualche principio morale. Non volerlo fare ed alimentarlo è da folli. In primo luogo, perché il popolo ucraino, per quanto eroico e pronto al sacrificio, non ha realisticamente alcuna possibilità di vincere, quindi non si capisce a che serve spingerlo ad ingaggiarsi in una guerra lunga e dolorosa. In secondo, per la salvaguardia di noi stessi che gesti estremi non ne vogliamo: come ci insegnavano i padri, le tigri non sono mai di carta se hanno denti atomici. E questa riflessione, che ha improntato la politica internazionale degli ultimi settantasei anni, non dovrebbe essere dimenticata nel settantasettesimo.

Russia e Ucraina post-sovietiche:

il perché di un conflitto

04-03-22 - Articolo di Marco Puleri (docente presso i dipartimenti di Scienze Politiche e Sociali e di Beni Culturali dell'Università di Bologna) – sito on-line Doppio Zero

Voglio rivolgermi a tutti i cittadini della Federazione Russa: non come presidente dell’Ucraina, ma come cittadino dell’Ucraina… Sappiamo che non vogliamo una guerra: né fredda, né calda, né ibrida”. Alle prime ore della notte del 24 febbraio, in un discorso tenuto in lingua russa, così Volodymyr Zelens’kyj si rivolgeva ai cittadini russi nel tentativo di indurli a una mobilitazione popolare per fermare l’invasione russa nel Paese, che sarebbe comunque iniziata dopo qualche ora per volere della leadership politica russa. All’alba dello stesso giorno, il presidente Vladimir Putin annunciava il lancio di un’operazione speciale per “demilitarizzare” il Paese confinante. Nel corso di questi lunghi otto anni, iniziati con la Rivoluzione di piazza dell’Indipendenza a Kyiv nel novembre del 2013, siamo rimasti nell’incredula attesa che una guerra potesse realmente esplodere nuovamente nel cuore dell’Europa. In questa dimensione di sospensione epistemologica ed esistenziale, abbiamo iniziato a cercare nuovi termini per descrivere quello che stava succedendo, senza trovare una soluzione: abbiamo così imparato a replicare l’utilizzo di categorie storiche per descrivere e talvolta giustificare le diverse posizioni politiche assunte dagli attori coinvolti; abbiamo concordato sul fatto che l’unico modo di guardare al presente fosse tramite il prisma ideologico della ‘guerra fredda’; siamo rimasti scioccati di fronte al riemergere di arcaici nazionalismi che sembravano essere stati ormai sepolti dal volgere dei secoli. Nel suo libro dal titolo emblematico Cosa significa essere post-sovietici? (2018), la critica letteraria russa Madina Tlostanova descriveva in questo modo la nuova condizione esistenziale e politica seguita al crollo dell’URSS: “Non c’è più nessuna teleologia, nessun punto di arrivo… il ricorso all’attesa di un meraviglioso futuro nelle condizioni di privazione e umiliazione odierne è del tutto esausto”. Nel corso degli ultimi trent’anni di storia, si è assistito alla fine della ‘modernità sovietica’ e all’inizio di una ricerca disperata di un nuovo punto d’arrivo. I diversi attori politici e culturali della regione hanno faticosamente ricostruito il loro passato, per pianificare il presente ed immaginare un nuovo futuro. In questo percorso hanno dapprima guardato alle proprie tradizioni locali, sopite e represse in età sovietica, per porre le basi della nuova ‘modernità’ nazionale. Successivamente, si sono rivolti all’Europa e all’Occidente e al modello di modernità globale in chiave liberal-democratica, vivendone in primo luogo i traumi di un distorto processo di modernizzazione, che ha dato in molti casi vita a corruzione, povertà e umiliazione. Lungo questo percorso ha preso vita la ‘transizione’ post-sovietica, un percorso ‘senza futuro’ in cui era paradossalmente solo il linguaggio del passato a poter significare il presente: Ben presto divenne chiaro che le persone post-sovietiche apparentemente mandate in fondo alla fila, in realtà, erano semplicemente escluse dalla storia, perché il recupero non si sarebbe mai concluso con un sorpasso. Ci siamo trovati nel vuoto, in un luogo problematico abitato da persone problematiche. Ed è stata questa situazione di non avere nulla da perdere che ha plasmato il pericoloso risentimento postimperiale di oggi. Le strategie adottate dalle élite politiche e culturali della regione per colmare il vuoto creato dall’assenza di un futuro sono state profondamente diverse tra loro. Il ‘presente’ post-sovietico che ha preso forma nel corso degli ultimi 30 anni di storia ha determinato vettori divergenti di evoluzione storica, la cui direzione ha portato alla formazione di nuove realtà politiche, che hanno riconosciuto vicendevolmente la legittimità della loro presenza sulla scena internazionale. Se lo scenario internazionale ci invita a pensare che ad oggi non esiste nessuna organizzazione internazionale che contenga al suo interno tutti i quindici Paesi sorti dal crollo dell’Unione Sovietica, possiamo già comprendere come un ‘ordine politico’ post-sovietico non abbia mai realmente preso forma. Se guardiamo alla Russia post-sovietica, vediamo un’élite politica che ha costruito la sua stabilità intorno alla negazione dell’umiliazione dei cosiddetti ‘selvaggi anni Novanta’ (‘lichie devjanostye’, in russo) nella coscienza collettiva: è indubbio che la crisi economica, politica e sociale vissuta dalla Russia El’ciniana abbia rappresentato un punto di non ritorno per la retorica putiniana. Vladimir Putin, salito al potere al tempo della seconda guerra cecena (1999-2009), ha costruito la propria carriera politica intorno all’idea di uno ‘stato forte’ (‘velikaja derzava’) che potesse garantire ai propri cittadini una stabilità economica e politica del tutto diversa da quella ereditata dagli anni del suo predecessore. Se è vero che il nuovo contratto sociale che si è affermato negli anni putiniani ha sì portato a una maggiore stabilità politica ed economica per il Paese, di contro ciò è avvenuto tramite la rinuncia a tutta una serie di diritti civili e politici goduti dai cittadini russi negli anni successivi alla perestrojka: per usare una metafora utilizzata dai media russi, nel corso degli anni Duemila ha preso forma quello che viene definito come uno scontro interno ‘tra frigorifero e televisore’, ovvero tra le aspettative di vita reale e concreta dei cittadini russi e l’immagine veicolata dallo Stato della Russia stessa. Volgendo lo sguardo all’Ucraina post-sovietica, guardiamo ad un Paese che per la prima volta nella sua storia legittimava le ambizioni di un movimento nazionale sorto alla metà dell’Ottocento in seno all’Impero Russo, e si trovava di fronte alla possibilità di raggiungere una statalità riconosciuta a livello internazionale. È indubbio il fatto che l’élite politica che si è resa protagonista della ‘transizione’ post-sovietica ucraina non sia stata sempre all’altezza del compito di creare una nuova idea di futuro per il Paese. Non a caso la storia contemporanea dell’Ucraina indipendente, a differenza di quella russa, si muove per ‘cicli rivoluzionari’: dalla rivoluzione sul granito del 1990, alla rivoluzione arancione del 2004 e, infine, alla rivoluzione cosiddetta di Euromaidan nel 2013-14. Ovvero, in luogo della leadership politica del Paese, è stata la società civile a proporre nuove idee di comunità politica che andassero al di là della retorica nazionale del passato sovietico, debitamente rivista nel presente. Queste istanze di cambiamento sono state puntualmente sommerse, per fini elettorali, dalle retoriche divisive adottate dai diversi attori politici intorno all’idea dell’esistenza di ‘Due Ucraine’ distinte e separate. In particolare, sin dagli anni della ‘Rivoluzione Arancione’, che hanno visto il presidente Viktor Jusenko salire al potere, per arrivare all’ultimo presidente ucraino pre-Euromaidan, Viktor Janukovic, il dibattito politico ha iniziato a ruotare intorno alle diverse idee d’Ucraina costruite intorno a miti storici e criteri di appartenenza linguistica ed etnica: secondo questa logica, a un’Ucraina ucrainofona ed ‘europea’, si contrapponeva un’Ucraina russofona e ‘nostalgico-sovietica’. L’eterogeneità e vivacità del presente della società civile ucraina veniva così puntualmente sommersa all’interno del linguaggio del passato. Una condizione post-sovietica, quindi, ma che ci riguarda tutti: non solo i russi e gli ucraini, ma anche la vecchia Europa e l’Occidente. Mentre la fine dei regimi comunisti in Europa centro-orientale segnava la fine di un’epoca, nel corso degli ultimi decenni non si è mai stati in grado (o non si è mai pensato alla necessità) di definire un nuovo futuro per lo spazio geopolitico europeo e globale: mentre l’Unione Europea si allargava ad Est, i nuovi conflitti che avevano già preso vita nella regione post-sovietica (e non solo) restavano insoluti e ‘congelati’, senza che si riuscisse a trovare un dialogo e un metro di valutazione condiviso. Le repubbliche popolari di Donec’k e Luhans’k sono soltanto gli ultimi tasselli sorti nel 2014 in un quadro che sin dagli ultimi anni di vita dell’URSS ha prodotto le cosiddette ‘zone grigie’ d’Europa: la Transnistria, al confine tra Moldova e Ucraina; l’Ossezia del Sud e l’Abcasia in Georgia; il Nagorno-Karabach in Azerbaijan. Conflitti costruiti a livello retorico attraverso il ricorso al linguaggio del passato sovietico, modellati intorno all’implosione del complesso mosaico dell’etno-federalismo sovietico, ma che indiscutibilmente hanno definito un futuro politico complesso per la regione. Un futuro in cui la Federazione Russa si è ritrovata a giocare il ruolo di unico arbitro indiscusso, utilizzando le armi a sua disposizione: le armi di un passato che ai nostri occhi sembrava essere stato seppellito ormai trent’anni fa. Dopo una lunga attesa durata otto anni, la domanda che ricorre è ‘perché oggi siamo di fronte ad una guerra tra russi e ucraini’? Potrebbero esserci tante risposte a questa domanda: perché l’élite politica russa non è riuscita a trovare un nuovo futuro che potesse prendere forme diverse dal ricorso al revanscismo di marca imperiale; dall’altra, perché la società ucraina ha cercato di porre le basi di un futuro tramite il ricorso al confronto democratico e alla creazione di un nuovo modello di comunità post-nazionale, ma nel suo percorso ha incontrato un’élite politica inadeguata che ha strumentalizzato divisioni etniche e culturali interne; perché queste dinamiche sono diventate oggetto di contesa nel contesto internazionale tra progetti di integrazione regionale in opposizione, seguendo le linee di un linguaggio del passato che ruota intorno alle dinamiche di una nuova ‘guerra fredda’. In queste ore di forte preoccupazione per il destino di un Paese che nel corso degli ultimi 30 anni di storia ha vissuto un difficile percorso verso l’affannosa ricerca di un futuro tramite l’affermazione di una vibrante società civile, di una società multiculturale, e in generale di un confronto politico interno vivace e aperto, sembra necessario ribadire con forza e lucidità che la guerra in corso non è una guerra tra russi e ucraini, i cui legami familiari, esperienze di vita, radici culturali comuni restano indiscutibili, ma ruota intorno a due idee diverse di comunità politiche promosse dalle odierne élite dei due Paesi. Da una parte, il futuro promosso dalla leadership russa è costruito intorno alla continuità con il passato, alla negazione della possibilità di creare un nuovo percorso politico e sociale democratico per la regione post-sovietica. Dall’altra, abbiamo un’idea di futuro (ancora imperfetto e in divenire), basata su una discontinuità con il passato sovietico. Un futuro che chiaramente può prendere forma solo in tempi di pace: e qui il ruolo dell’Unione Europea e dell’Occidente è essenziale. Siamo tutti coinvolti nel tentativo di creare una nuova idea di futuro tramite un linguaggio nuovo per un dialogo rinnovato, che rifiuti con decisione il ritorno alle armi, i termini di una nuova ‘guerra fredda’, il lessico dei nazionalismi. La speranza è che questo linguaggio possa nascere dal confronto tra la società civile russa e quella ucraina. Un nuovo linguaggio post-sovietico di rottura da fare nostro, e rendere parte di una nuova idea di relazioni culturali e politiche in Europa.

venerdì 4 marzo 2022

Guerra in Ucraina: che fare? due articoli contrapposti

 

Con la pubblicazione dei due seguenti articoli, che presentano prospettive nettamente contrapposte sul modo di affrontare il dramma della guerra in Ucraina, prende avvio un nostro contributo di approfondimento sulle tante dirimenti tematiche connesse a tale conflitto comunque destinato a segnare un punto di svolta strategico nel quadro geo-politico globale. In questo senso si muove anche una apposita conferenza, in corso di organizzazione per la serata di Lunedì 14 Marzo p.v., per la quale, non appena possibile, forniremo tutti gli opportuni dettagli

Vi informo: siamo in guerra

Articolo di Sergio Benvenuto – Blog “Le parole e le cose”

(Sergio Benvenuto, psicoanalista, filosofo e scrittore italiano. Primo Ricercatore presso l'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR a Roma. Professor Emeritus di Psicoanalisi presso l'Istituto Internazionale di Psicologia del Profondo di Kiev)

 

E’ la prima volta nella mia ormai lunga vita (sono del 1948) che mi sento in guerra. Finora, per me, le guerre erano sempre quelle di altri. A meno che Putin non accetti la sconfitta subito, ovvero di ritirarsi dall’Ucraina, l’Unione Europea sarà in guerra. Non temo che aerei russi vengano a bombardare Roma, città dove abito. A meno che non si scateni una terza guerra mondiale a colpi di bombe atomiche, e allora… non sarebbe nemmeno più la guerra, ma l’Apocalisse. Ho vissuto la guerra fredda, che appunto non era calda: una costante minaccia di guerra, ma le guerre si facevano altrove (in Medio Oriente, in Vietnam…). L’Italia poi ha partecipato a varie “missioni di pace” che erano di fatto, spesso, missioni di guerra, ma era come un tempo le guerre coloniali: erano cose di militari, di professionisti, la popolazione italiana non ne era coinvolta. Ora invece mi sento davvero in un paese in guerra, anche se nessuno dei nostri politici e governanti osa dirlo. E questo anche se l’Europa non mandasse nemmeno un soldato a combattere i russi per difendere l’Ucraina. Ormai sappiamo che una guerra non è più come la si concepiva un tempo, scontro militare in un campo di battaglia. La guerra basata su battaglie campali è finita. La guerra oggi non si fa solo con le armi da fuoco: si fa con le sanzioni economiche, agendo sul mercato del petrolio, con azioni di guerriglia, terrorismo, colpi di stato, attacchi informatici, persino con le elezioni… Guerra e politica ormai si intrecciano strettamente, così, affamare un popolo con dure sanzioni può fare più vittime che una battaglia di tank. Essere in guerra significa, oggi, che la popolazione del paese in guerra ne paga in qualche modo i costi. Gli eserciti oggi sono professionali, di specialisti, ma paradossalmente c’è vera guerra quando un intero popolo è in guerra. Lo stiamo vedendo bene in Ucraina, ma lo abbiamo visto in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia… Nel 2003 il presidente Bush Jr. dopo la conquista di Baghdad dichiarò “missione compiuta” perché aveva ancora un’immagine arcaica della guerra. In realtà, come sappiamo, la vera guerra in Iraq è cominciata quando Bush pensava che fosse finita: fu dopo che fece centinaia di migliaia di morti. Attraverso il terrorismo, in quel caso. Terrorismo e guerriglia non sono sostituti della guerra, ma parte integrante della guerra stessa. In questo senso non è più vero, come diceva von Clausewitz, che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, e nemmeno quello che diceva Foucault, che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. La guerra accompagna sempre la politica come un suo arto, la violenza è parte della politica, e la guerra guerreggiata è solo una modalità della violenza politica. Per esempio, è probabile che ci saranno azioni terroristiche ucraine in territorio russo: in modo che la popolazione russa si renda conto essa stessa di essere in guerra. In effetti, c’è un solo modo non militare per mettere in ginocchio la Russia di Putin: non comprare più il suo gas, perché l’economia russa si basa sul gas. Questo lo sanno anche le pietre. Ma gran parte dei paesi europei (non la Gran Bretagna, per sua fortuna) dipendono dal gas russo. Alcuni paesi addirittura al 100% dei loro acquisti di gas; 94% la Finlandia, 93% la Lettonia (in Italia il 43%). Ma se rinunciare al gas russo è l’atto di guerra più efficace, bisogna che la popolazione europea si rassegni a molti sacrifici per un certo tempo: dovrà imparare a vivere con poco gas. Ma siccome del gas non si può fare a meno, lo si dovrà prendere dalla Norvegia, dall’Algeria e dal Qatar, ovvero, il prezzo del gas schizzerà in alto. Da qui inflazione, con tutto quello che essa comporta. Con l’inflazione, le banche centrali dovranno alzare i tassi di sconto, quindi meno prestiti, meno investimenti… la crisi. Eppure, se si vuol vincere una guerra il vincitore deve soffrire. L’idea, con cui oggi i politici cullano i loro elettori, secondo cui le guerre si vincerebbero senza sofferenze della popolazione, è un’illusione. Tempo fa, l’ex segretario di stato americano Colin Powell teorizzò una guerra senza vittime, cosa che provocò all’epoca una certa ilarità. L’ideale di una guerra fatta in poltrona, pigiando solo bottoni come in una play station, è un film che non regge. Combattere qualcuno significa infliggergli delle pene concrete, e ci sono tanti tipi di pene. Si può sparare al nemico, ma lo si può anche ridurre alla povertà, oppure costringerlo a una insostenibile interminabile guerra. Oppure obbligarlo a una paura continua, che è il fine principe della strategia terroristica: chiunque e ovunque è in pericolo di essere colpito da un atto terroristico. Se l’Europa che dice di essere democratica vuole battersi contro la dittatura, deve quindi decidersi a soffrire, purché le sofferenze inflitte al nemico – in questo caso, Russia e Bielorussia – siano molto più cocenti delle nostre, fino a obbligarlo alla resa. Non ci sono vittorie senza perdite. E nel nostro caso, è perdere buona parte del nostro gas. Dare armi agli ucraini è un’ottima cosa – anzi, perché non si è pensato di farlo prima? – ma non è possibile fare la guerra sempre col sangue degli altri. A un certo punto l’Europa occidentale dovrà versare il proprio sangue, se vuole vincere. E per sangue versato intendo anche sangue economico. Significa accogliere centinaia di migliaia di rifugiati ucraini, significa riarmarsi (ovvero, spendere in bombe e razzi invece che in scuole o in infrastrutture), significa rischiare rappresaglie da parte del nemico… Per vincere bisogna accettare di soffrire e di infliggere sofferenze al nemico. Purtroppo, bisogna augurarsi che il popolo russo soffra tanto… da far fuori Putin e la sua banda. E lo dico con il cuore rotto, perché ho tanti cari amici in Russia, e molti di loro odiano Putin, che chiamano Putler (Putin + Hitler). Mi dispiace, dovranno soffrire anche loro. Anche i tedeschi anti-nazisti soffrirono sotto le bombe anglo-americane. Perché questo è l’altro lato che la retorica paciona di oggi non riconosce: che fare la guerra a Putin non è fare la guerra a lui e a qualche altro oligarca ma, ahimè, a tutti i russi. Perché solo se i russi si renderanno conto che Putin li porta alla povertà, allora potranno insorgere. Come i russi fecero nel 1917, reagendo a una guerra disastrosa contro la Germania a cui li aveva portati il dispotismo zarista. Ma ci volevano le terribili sofferenze nelle trincee della prima guerra mondiale perché finalmente lo zarismo venisse spazzato via. La storia ha sempre vie tortuose e crudeli anche per raggiungere i buoni fini. Il punto è: siamo disposti a soffrire perché il pluralismo democratico trionfi sulla dittatura? Altrimenti, abbiamo già perso.

 

La guerra ed i denti stretti

Articolo di Ernesto Sferrazza Papa – Blog “Le parole e le cose”

Ernesto Sferrazza Papa (ricercatore presso l'Instituto de Filosofía della Pontificia Universidad Católica de Chile. Dottore di ricerca in Filosofia presso l'Università di Torino, ha svolto attività di ricerca presso il CAS SEE (Università di Rijeka) e la FMSH di Parigi)

N.b. = sarà nostro relatore ad un seminario pomeridiano previsto per il prossimo 24 Marzo di cui riceverete a breve la consueta segnalazione dettagliata

Ho sempre ritenuto che le polemiche culturali, che l’espressione “scambio di idee” tende a nobilitare eccessivamente, fossero uno dei tanti modi mediante cui la novecentesca industria culturale rimpolpa ancora oggi le proprie carni. Partecipare a una polemica, addirittura lanciarla, significa collocarsi nel mercato delle idee, vendere la propria opinione, e magari coltivare la misera speranza di poterla prima o poi capitalizzare. La mia posizione, a dire il vero assai defilata, di giovane accademico “specialista” mi ha concesso finora il privilegio di questo sguardo sospettoso. Non ho mai dovuto scendere nell’agone culturale, né peraltro sono mai stato invitato a farlo. Probabilmente me ne sono beato, agendo in maniera più o meno inconsapevole come la volpe della nota favola. Nonostante ciò, sento la necessità tutta personale di scrivere qualche riga di commento all’articolo di Sergio Benvenuto “Vi informo: siamo in guerra” pubblicato su Le parole e le cose. Poco male qualora le mie riflessioni non venissero pubblicate. La favola evita di dire che la volpe, dopo un po’, si convince che l’uva è davvero amara. Come sono solito fare, entro in medias res. Benvenuto apre il suo contributo equiparando la propria percezione di essere in guerra con l’essere, in quanto cittadino italiano, davvero in guerra. La percezione di partecipare al conflitto, senz’altro ben pasciuta nell’immaginario collettivo da mezzi di comunicazione che in questi giorni stanno agitando senza vergogna le peggiori passioni, è sufficiente per siglare la sentenza per cui siamo realmente in guerra. Dobbiamo immaginarci come tali, cominciare a vivere, pensare, forse addirittura scrivere, come tali. Nonostante qualsiasi cosa possano affermare le parti politiche in gioco che non siano Russia e Ucraina, e anche qualora, come riconosce lo stesso Benvenuto, l’Europa non mandasse un solo soldato a combattere, la guerra è una realtà qui e ora. La percezione della guerra è così vivida e potente da realizzarsi magicamente, senza scarti, senza obiezioni, senza possibilità di contro-argomenti. La guerra viene annunciata sin dal titolo del contributo di Benvenuto con la stessa freddezza con cui si comunicherebbe il ritardo di un treno: se non lo sapevate prima, ora lo sapete. Ma questo è lo snodo decisivo: poiché siamo in guerra, bisogna comportarsi di conseguenza. E la prima cosa che si fa, in guerra, è qualcosa che in realtà si subisce: in guerra si soffre. Prepararsi alla guerra significa prepararsi a soffrire. A partire dall’evidenza materiale di una guerra in corso che colpisce anche noi italiani, e ci schiaffeggia sin da subito, il contributo di Benvenuto si risolve presto in un elogio della sofferenza necessaria. In questo, egli si adegua senza scarti alla linea governativa, che nella persona di Draghi ha chiarito senza equivoci, mentre annunciava il numero di militari italiani allertati, quali sacrifici si dovranno sopportare. En passant, dal momento che non è il fulcro di queste poche righe: Benvenuto si dichiara assai d’accordo con l’invio massiccio di armi in Ucraina, ma la questione è quantomeno problematica dal momento che questa pratica tende a trasformare i civili in combattenti (poiché le armi, è cosa nota, vengono ormai distribuite alla popolazione tutta), erodendo quella linea tra combattenti e non-combattenti, prezioso patrimonio del diritto di guerra modernamente inteso, che se non inibisce l’uso de facto della forza illimitata, quantomeno lo rende illegittimo. Ma questa, come si dice in questi casi, è un’altra storia. Ciò che rileva è che già tempo fa Mario Monti prometteva “lacrime e sangue”, ma almeno all’epoca le voci si levavano critiche e sgomente. Ciò che prima appariva scandaloso, ora può senza vergogna essere semplicemente annunciato e recepito. È un’informazione come un’altra. Da un certo punto di vista, Benvenuto ha ragione quando dice che la percezione della guerra è alimentata dal suo sconfinamento ben al di là dei canoni classici e moderni. La guerra oggi è combattuta in mille modi e mille forme: guerre informatiche, economiche, sanzioni, targeting. Ma quanto dura questo “oggi”? Quanto è lungo questo presente? Non certo da oggi la forma della guerra è mutata rispetto all’immaginario ancora ottocentesco di guerre campali. E soprattutto, non certo da oggi la popolazione tout court (vorrei per una volta abbandonarmi al lessico foucaultiano e dire: la popolazione come costrutto biopolitico) è parte significativa del conflitto. Insomma, è quantomeno bizzarra l’idea per cui “essere in guerra significa, oggi, che la popolazione del paese in guerra ne paga in qualche modo i costi”. È proprio il Novecento, sin dai prodromi della Grande guerra, a consegnare tutta la popolazione direttamente agli effetti del conflitto scatenato. Almeno da quando gli italiani decisero, guadagnandosi un triste primato, che un aereo in sorvolo poteva tranquillamente trasportare bombe da buttare alla bisogna su un’oasi in Libia, il confine sempre più labile tra belligeranti e non-belligeranti si è fatto evanescente. Perché allora Benvenuto sembra volere insistere su una rottura paradigmatica che analiticamente non trova spazio? Detta ancora diversamente, e forse in maniera più fastidiosa: perché Benvenuto si sente in guerra oggi ma non si sentiva in guerra ieri? Il motivo è presto detto: la guerra di oggi ha potenziali conseguenze immediate che la guerra di ieri non aveva, o che comunque non rientravano nel campo d’intellegibilità di un ceto medio colto che, tuttavia, non ha gli strumenti per comprendere che anche le guerre di ieri hanno avuto un impatto devastante, per quanto diluito nel tempo. Ma la buona notizia è che questa guerra può essere vinta, e può essere vinta nel dolore. Quella che si apre è una hegeliana gara della sofferenza tra vincitore e vinto, dove a vincere sarà colui in grado di sopportare la propria sofferenza mentre ne distribuisce di più all’avversario. Ben vengano, per vincere questa guerra, tutte le sofferenze inflitte a un intero popolo, come se quelle già a disposizione non fossero abbastanza. Gli Ucraini hanno sofferto finora? I Russi da domani soffriranno un po’ di più. Lavoriamo dunque a questo scopo, cosicché finalmente capiranno e agiranno di conseguenza. Ben vengano le sanzioni, le armi, gli ostracismi, l’economia distrutta. La “colpa metafisica”, come forse l’avrebbe chiamata Jaspers, dell’Altro, del Russo, va in qualche modo punita, per quanto non possa esserlo fino in fondo. E noi? Anche noi rientriamo in questo gioco al massacro, e vi rientriamo per le conseguenze delle sanzioni lanciate da parte europea. Ma ciò che conta, in ogni caso, è il rapporto tra sofferenza inferta e sofferenza subita. L’esito di questo scontro di civiltà dipende dall’equilibrismo: rimanere in piedi dopo il colpo per colpire un po’ di più. Nel ragionamento che Benvenuto ci propone, la sofferenza si tramuta così in un vero e proprio apprendistato politico per Noi, in una pedagogia del dolore per Loro, un insegnamento che li convinca una volta per tutte di essere in guerra. Da qui procede la strabiliante lettura che ci viene proposta: vincerà chi sarà disposto a soffrire di più adesso. La minaccia dei rubinetti del gas chiusi andrebbe affrontata a cuorcontento. La vittoria passa, in maniera direi muscolare, dalle resistenze eroiche del popolo che soffre ora al solo scopo di far soffrire di più l’altra parte domani. Come uscire da questa sacca? Cosa opporre a una prospettiva politica che sgrana il rosario delle passioni tristi? Come sottrarsi all’elogio della sofferenza, al suo inconsapevole spirito bellico, alla terribile ode al sangue versato? Benvenuto nel suo contributo richiama di sfuggita la celebre dottrina di Karl von Clausewitz, e ne critica la massima per cui la guerra sarebbe politica continuata con altri mezzi. Ma c’è un’altra lezione in Clausewitz troppo poco ascoltata e alla quale dovremmo riandare. Non bisogna dimenticarsi che uno dei nodi concettuali principali di Vom Kriege è l’attrito. Nelle sue opere Clausewitz insiste su tutti quegli attriti e frizioni che necessariamente trasformano il conflitto da guerra a tavolino, astratta, metafisica, in guerra reale, concreta, dove gli esseri umani che la combattono e dirigono sostituiscono pedine e statistiche. I mille inciampi tattici cui una guerra va incontro sono anche attimi di sospensione del conflitto. Quando qualcosa va storto e deraglia dal piano strategico fatto sulla carta, si apre lo spazio dell’attesa. La guerra reale diventa così necessariamente una guerra limitata, per certi versi contenuta. Catastrofica, drammatica, ma non totale, non integrale. L’attrito è la via di fuga dalla catastrofe di una guerra totale senza via di scampo per nessuno. Ciò che da Clausewitz si può trarre è forse l’imperativo a individuare quei momenti di crisi immanenti la guerra stessa, e riconfigurarli nell’unico modo oggi possibile per evitare la deriva infernale: come spazi di diplomazia. Non bisogna avere il coraggio della sofferenza né rivendicare il dolore come virtù politica. Per quanto possa apparire brutale e dispotico, è il dialogo con il nostro nemico di oggi che ci salverà domani. Non bisogna lasciarsi accecare dai successi tattici del momento, poiché essi tendono a rovesciarsi in sciagure strategiche. In un mondo globale e interconnesso non ci possono essere vinti e sconfitti, come se questi universi fossero separati e non comunicanti. Nonostante sia stata proprio la globalizzazione della violenza a riattivare la figura del Grande Altro, del nemico assoluto, in realtà essa reclama l’abbandono una volta per tutte della dicotomia Noi/Loro, Democrazia/Dittatura, Liberali/Autoritari. L’interconnessione globale non concede spazio di legittimità al vocabolario binario. E non perché non vi siano opzioni politicamente e moralmente preferibili (il sottoscritto si dichiara democratico e liberale), ma perché esse convivono in uno spazio in cui sono mediate da altre opzioni che non possiamo non riconoscere. E il riconoscimento potrà e dovrà essere critico, ma in sua assenza a spadroneggiare sarà la violenza perpetua tra parti in costante conflitto. Per quanto ciò possa apparire faticoso, per quanto gli schiaffi del presente portino il nostro immaginario a ben altre soluzioni, il Nemico ha la enne minuscola. Non un’alterità assoluta da annientare a tutti i costi, in una logica spavalda Noi vs. Loro che ha dato fin troppi esiti insanguinati.  L’invito è di opporre alla brutalità dello scontro tra forze la libera coazione delle ragioni in dialogo. Benvenuto, di contro, soccombe con sconsolato cinismo al richiamo di una sofferenza necessaria e gloriosa. Egli scrive: “per vincere bisogna accettare di soffrire e di infliggere sofferenze al nemico”. Ormai rassegnato ad aderire in tutto e per tutto alla sua percezione di belligerante, la vittoria, per lui, non può che passare dallo stringere i denti. Ma con quanta facilità, in questo modo, si mette in soffitta l’uso della ragione nella sua incarnazione internazionale, vale a dire la potenza della diplomazia! Con quale facilità si accetta che la forza debba chiamare altra forza, senza rendersi conto che così si lavora non alla pace – al cui orizzonte abbiamo forse già rinunciato –, bensì a un’instancabile violenza perpetua. A salvarci non sarà la capacità di soffrire. Ben più prosaicamente, l’unica e ultima chance di salvezza sarà il dispiegamento di un corpo diplomatico europeo di prim’ordine, autonomo per quanto possibile rispetto alla volontà egemonica statunitense, a fare da mediazione tra le parti in gioco. Si tratta di una scommessa, questo è evidente. Come un rumore bianco, la minaccia nucleare incombe su tutti noi. Ma una volta di più, soprattutto in queste ore buie, è necessario scommettere, piuttosto che sulla sopportazione del sangue versato e sulla rivalsa di una civiltà sull’altra, sull’uso di una ragione non rassegnata al peggio. Dalla diplomazia passa il futuro mondiale, la possibilità stessa del futuro. Essa ha finora fallito, muovendosi a casaccio. Ma la partita per la pace non è ancora finita, e come sapeva bene Walter Benjamin, il colpo decisivo si sferra con la mano mancina.

martedì 1 marzo 2022

La Parola del mese - Marzo 2022

 

La parola del mese

A turno si propone una parola evocativa di pensieri fra di loro collegabili in grado di offrirci nuovi spunti di riflessione

Marzo 2022

Fin dall’inizio della ricerca su questo argomento sono partito dal presupposto che i concetti di “comunità” e “immunità” siano talmente inscindibili da non poter essere pensati separatamente

Inizia con questa frase l’ultimo saggio di Roberto Esposito (filosofo, docente di filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore, considerato uno degli autori di riferimento dell'Italian Theory)




Ed in effetti è dagli anni Novanta che Esposito propone riflessioni, molto apprezzate nel contesto filosofico internazionale, attorno a questi due concetti (“Comunità” è stata la nostra Parola del mese di Aprile 2016) che la pandemia ha drammaticamente riportato al centro dell’attenzione enfatizzando, inevitabilmente, quello dell’immunità. La cui necessità è stata, gioco forza, condivisa globalmente seppure con diverse interpretazioni e soluzioni, consistite sostanzialmente in tre contrapposti filoni: immunità naturale di gregge – confinamento sociale – vaccinazione generalizzata. La prima, proposta all’inizio pandemia da nazioni importanti quali il Regno Unito, gli USA e la Svezia, si basa sull’idea che nulla debba essere fatto se non attendere, di fatto assecondandolo, che il processo di diffusione virale faccia il suo corso anche a costo di una pesante ricaduta in termini di contagiati e di decessi. La seconda, attuata con diversa gradualità in tutto il pianeta, punta sul contenimento della diffusione virale mediante la riduzione, se non il quasi totale annullamento, degli spazi di vita collettiva, compresi quelli produttivi/economici. La terza, intervenuta successivamente, e anch’essa globalmente, con diverse politiche di “incentivazione/obbligo”, ha decisamente puntato su una interpretazione “forte” dell’immunità conferendole il marcato profilo di un passaggio che, per essere efficace, deve coinvolgere tutti, l’intera comunità. Soprattutto in quest’ultima versione il concetto di immunità ha acquisito una valenza ed un estensione, orizzontale e verticale, che si è articolata su due decisivi versanti: quello giuridico-politico e quello medico-biologico.  Sono i due aspetti alla base del concetto di “biopolitica” così come si è affermato, in campo filosofico e politico, a cavallo dei due secoli. La svolta oggettivamente intervenuta ha fatto rientrare in questo contesto tutte le questioni che la caratterizzano quali: diritto alla vita, diritto alla libertà, stato di eccezione, stato di emergenza, tecnica e politica, diritto alla salute e leggi di mercato. Il saggio si propone di mettere in ordine, storico e filosofico, questo decisivo salto di qualità, e ci offre lo spunto per scegliere come “Parola del mese”

IMMUNITA’ (COMUNE)

Per meglio comprenderne origine, significato, ricadute, seguiamo la riflessione di Esposito che chiude l’Introduzione a questo suo saggio con questa frase:

…… per la prima volta si profila la possibile sovrapposizione di comunità e immunità, cui si può ben dare il nome, paradossale, di immunità comune  ….

Capitolo primo = Contaminazioni

1 - Per Esposito la stretta relazione concettuale fra “comunità” ed “immunità”, al centro di due suoi  distinti saggi, poggia anche sulla loro matrice etimologica. Entrambi questi termini sono strettamente collegati al lemma latino “munus” che ha un duplice significato: quello di “dono”, ma anche quello di “obbligo, incarico”. Ma se per “comunità” la relazione con munus ha una valenza “positiva”, si è membri di una comunità per condividere un obbligo donativo verso gli altri, “immunità” la declina nel senso “negativo” di essere, per una qualche accertata ragione, esentati da tale relazione comunitaria. Accanto a questa concezione giuridico-politica esiste poi per “immunità” una versione medico-biologica, quella che di più viene di solito presa in considerazione: si è immuni da una malattia dopo averla contratta o per contagio naturale o per averla deliberatamente assunta in forma controllata. In ambedue i casi si rende quindi evidente che l’immunità può esistere …… solo in riferimento alla comunità che al contempo contraddice (concezione giuridico-politica) e protegge (concezione medico-biologica) …… e che questa inestricabile correlazione comporta come implicita conseguenza che …… non esiste comunità senza immunità ….. Nessun corpo fisico, ma anche nessun corpo politico, nessuna comunità, potrebbe resistere alle minacce, esterne ed interne, senza un sistema immunitario di difesa. Ma l’immunità non è una pratica difensiva priva di complicazioni e contraddizioni, la politica è chiamata a deciderne modi e le forme fissando il limite, la soglia, oltre la quale una sua eccessiva estensione rischia di compromettere lo stesso obbligo donativo …… come per un corpo fisico si può sostenere che un corpo politico deve evitare di ingenerare un eccesso di reazione immunitaria che attivi una malattia incontrollata di autoimmunizzazione …...

2 – La coesistenza nel concetto di immunità di queste due versioni è il prodotto di un lungo percorso storico che le vede succedersi per poi integrarsi solo nel pieno della tarda Modernità. Per più di duemila anni è prevalso il significato giuridico-politico inteso come ……. salvacondotto rispetto alle leggi in vigore, una deroga alla legge fissata dalla legge stessa …. Questa sorta di esenzione ufficialmente riconosciuta poteva riguardare singoli individui piuttosto che, come nel Diritto Romano, intere comunità e città, ed è stata ovunque attuata in forme non troppo diverse da quella ancora oggi riconosciuta nel Diritto Internazionale ai corpi diplomatici. Una concezione che ha consolidato un lessico specifico per definire l’immunità in senso lato, non a caso infatti anche quello utilizzato per definire la versione medico-biologica ricorre a metafore lessicali di carattere “guerresco” nelle quali il sistema immunitario è un esercito che combatte contro invasori esterni. E’ solo con la nascita della medicina sociale del XIX secolo che il concetto di immunità si volge in prevalenza all’aspetto biologico.

3 – Va da sé che la millenaria prevalenza dell’interpretazione giuridico-politica non cancella il ruolo fondamentale che l’immunità biologica ha rappresentato in generale per l’evoluzione di Homo Sapiens e per l’intera storia umana. Ne sono drammatica testimonianza le ondate epidemiche che hanno spesso rappresentato il crollo di intere civiltà, comprese quelle contagiate, più o meno deliberatamente, da eserciti stranieri. La conquista spagnola per via epidemica dell’Impero Atzeco è solo una delle tante testimonianze in questo senso

4 – Ma per l’appunto è solo con la nascita e la diffusione della medicina scientifica occidentale che l’immunità biologica acquista un ruolo, affidato a specifiche “istituzioni”, così preminente da scavalcare quello tradizionale della versione giuridico-politica. A partire dall’Ottocento si affermano, sulla base del grande sviluppo delle scienze mediche, accanto a strutture quali cliniche, ospedali, sanatori, centri medici territoriali, il complesso di procedure e protocolli medico-sanitari sempre più mirati, oltre che alla cura, alla prevenzione, alla cui base si afferma proprio il ruolo dell’immunità. Ed è esattamente questo il processo storico che di più ha indotto Foucault (Michel Foucault, 1926-1984, filosofo e sociologo francese) ad introdurre il concetto di bio-politica, della politica che si fonda sul controllo totale delle vite, a partire da quello dei corpi.

5 – ….. la definitiva svolta verso il paradigma immunitario si ha con la scoperta e la diffusione della vaccinazione nella prima metà dell’Ottocento …… Come spesso succede anche in questo caso la sperimentazione pratica anticipa la conoscenza teorica: il medico di campagna inglese Edward Jenner, procedendo empiricamente, mette a punto la tecnica di iniettare nel corpo umano dosi controllate di vaiolo, estratte da una vacca infettata (da qui i nomi “vaccino” e “vaccinazione” e, per estensione di “immunità di gregge”), ottenendo risultati ben più validi di quelli, del tutto incerti, fin lì ottenuti con quella, definita “variolizzazione”, di passaggio da uomo a uomo di secrezioni contagiate. Questo successo ottenuto per via empirica e quindi, inizialmente privo di consistenza teorica, a lungo ha di fatto impedito un adeguata riflessione sul ……. suo significato di fondo rispetto al paradigma immunitario …… Le stesse modalità di estensione della prevenzione vaccinale sono state decisamente orientate, nel pieno avvento del capitalismo, dalla necessità di disporre di una ampia classe di lavoratori, di donne ed uomini dotati di forza lavoro. E’ proprio Foucault a ricordarcelo quando afferma che …… la biopolitica contemporanea fa vivere abbandonando alla morte quelli che restano fuori dal cerchio della riproduzione economica ….. Nona caso la scelta di chi vaccinare è sempre stata terreno di battaglia politica, così come lo sono state le varie forme di resistenza ad essere vaccinati inizialmente portate avanti, per un insieme di motivazioni di vario genere, proprio dalle donne ed uomini destinati ad alimentare l’esercito dei lavoratori.

6 – E’ con Pasteur (Louis Pasteur, 1822/1895, chimico francese) e con i suoi studi di laboratorio negli anni Ottanta dell’Ottocento, che si può iniziare a parlare di vera scienza immunologica. Il cui costante sviluppo nel secolo successivo è costellato da contrapposizioni tra diverse concezioni scientifiche, in particolare tra scienziati francesi e tedeschi, quasi a voler riprodurre, anche in questo contesto, quel carattere lessicale “guerresco” ci sui si è detto, fino alla rivoluzionaria  scoperta dei “batteri” che sconvolge non solo i protocolli medici, ma lo stesso concetto di “immunità” non più riducibile ai soli legami interpersonali dal momento che deve misurarsi con agenti “nemici” tanto nocivi quanto invisibili. Ciò implica uno spostamento radicale anche su quali corpi debbano essere difesi ….. non sono più solo i corpi individuali, ma anche, se non soprattutto, il corpo sociale nel suo insieme attaccato da forze oscure ….. Se ancora di “guerra” si continua a parlare questa va allora combattuta sul fronte dei varchi dai quali questo nemico invisibile può passare. L’immunità, al tempo stesso sanitaria e politica, impone una nuova piattaforma: l’igiene sociale.

Capitolo secondo = Democrazia autoimmunitaria

1 – Per dispiegarsi in tutta la sua ambivalenza il paradigma immunitario ha infatti richiesto un ulteriore passaggio: la medicalizzazione della politica. Se la democrazia può già essere del suo vista come un “sistema di immunità”, il cui scopo è quello di garantire che persone, cose, opinioni, interessi non siano violati, vale a dire l’esercizio, il più pieno possibile nell’ambito dell’orizzonte comunitario, della “libertà”, il paradigma immunitario traduce questa tensione in …. una libertà da piuttosto che libertà di ….. Transitandola così dalla categoria attiva della partecipazione a quella passiva della sicurezza, all’interno della quale l’aspetto medico-sanitario della bio-politica assume una valenza decisiva. E’ un ulteriore ribaltamento dell’immunità giuridico-politica: se originariamente questa era una eccezione concessa ad alcuni, con l’evoluzione immunitaria della democrazia essa non può non essere estesa, analogamente a quella biologica, a tutti gli individui. Da subito si apre però una contraddizione che investe l’intero dispositivo immunitario; quella dell’impossibilità di garantire la piena e totale inclusione all’interno dell’ambito immunitario. Come ogni diritto conquistato anche l’immunità deve infatti essere percepita come uno status diverso, caratterizzante, che quindi richiede, necessariamente, che esista una fascia esclusa …… qualcuno che deve esserne escluso per motivi di carattere sociale, economico, razziale, o di genere …… Queste due fasce, gli inclusi e gli esclusi, non sono fra di loro esterni, questa contraddizione evidenzia anzi la loro complementarietà …. non è che mentre alcuni sono protetti altri non lo sono. Non lo sono perché sia consentito ai primi di esserlo …. Esiste cioè un dispositivo, bio-politico, che traccia una linea invalicabile sul confine tra interno ed esterno, tra protetti ed esposti. Un dispositivo che, inconsapevolmente, si traduce, nelle fasi epidemiche acute, nella fobia di essere “toccati” da chi non conosciamo, e quindi da un possibile esterno, esposto. E’ la stessa fobia che Elias Canetti (1905-1994, scrittore e saggista bulgaro) nel suo fondamentale “Massa e potere” pone all’origine della civiltà umana.

2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 = Nei restanti paragrafi di questo Capitolo Esposito analizza i tratti caratteristici della democrazia che più si prestano ad essere investiti dal dispositivo immunitario ovvero che di più possono a loro volta alimentarlo, recuperando idee di pensatori quali (qui in pura successione di esposizione): Jacques Derridà, Kant, Rousseau, Alexis De Tacqueville, Pericle, Platone, Aristotele, Luciano Canfora, Antonio Gramsci, Bernard Manin, Carl Schmitt, Annah Arendt. Sono pagine di estremo interesse che sarà opportuno tenere in considerazione nei futuri, sempre più necessari, nostri approfondimenti sulla tenuta della democrazia rappresentativa, ma che qui non citiamo per restare concentrati sulle parti più collegate al tema specifico della Parola del mese

Capitolo terzo = Nel tempo della biopolitica

Analogamente ci è sembrato opportuno riportare di questo Capitolo, interamente dedicato al concetto di “bio-politica” e anch’esso articolato su sette paragrafi, solamente alcuni cenni dei passaggi che di più si collegano strettamente a “immunità”. Sorprende, a giudizio di Esposito, che proprio nel tempo della pandemia interamente occupato in tutte le sue articolazioni dalla bio-politica questo concetto sia fortemente criticato da più parti. (Biopolitica è stata la nostra “Parola del mese” di Novembre 2018, analizzata proprio sulla base di un testo di Roberto Esposito, successivamente a Gennaio 2021 abbiamo pubblicato un post di sintesi di un interessante numero della Rivista “MicroMega” interamente dedicato a mettere a confronto numerosi ed autorevoli pareri, compreso quello di Roberto Esposito che già conteneva molte delle considerazioni riprese in questo Capitolo, favorevoli o critici verso il concetto di biopolitica) Il paradigma della bio-politica, punto cardine della ricerca filosofica di Esposito, resta, a distanza di decenni, in gran misura ancora discusso sulla base dell’elaborazione fatta da Michel Foucault. Esposito da una parte respinge le accuse mosse al concetto di biopolitica di costituire una forzatura antistorica dei processi della Modernità occidentale e di essere così indeterminato da impedire un suo mirato utilizzo come loro chiave di lettura. Dall’altra non si esime dall’evidenziare alcune sue forzature, in particolare quelle che riguardano: l’insufficiente analisi delle modalità di passaggio da una fase paradigmatica all’altra, l’inadeguata distinzione fra l’idea di vita come “zoe” (la vita “naturale” sottoposta a tutte le necessità che riguardano i viventi, non ultima la morte) e come “bìos” (le forme e le modalità, culturali, sociali, politiche, con le quali l’uomo organizza e gestisce la vita naturale), il non meglio chiarito rapporto tra storia e filosofia, e tra bio-politica e sovranità, troppo compressi nei concetti, in parte indefiniti, di “bio-potere” e “governamentalità”, l’insufficiente attenzione data al “potere istituente” delle istituzioni giudicate troppo schiacciate sul “potere istituito”. Resta però di grande valore l’intuizione dell’attenzione che la politica, entrata nella fase storica della modernità, presta al “bìos”, visto come dimensione indispensabile per un controllo sociale di sostegno alle forme economiche di sistema. Il termine bio-politica bene sintetizza quindi un paradigma orientato al totale controllo, mediante apposite procedure e istituzioni, della vita individuale e collettiva, comprensivo della loro difesa, del loro sviluppo, e dell’insieme delle loro articolazioni. Questo paradigma, onnipresente in tutti i gangli sociali, non può non manifestarsi apertamente nelle fasi pandemiche, allorquando il dispositivo immunitario, direttamente puntato alla difesa della vita individuale e collettiva, deve in stretta connessione con l’aspetto biologico …… garantire la società dagli individui e gli individui dalla società ….. All’interno del quale, a partire dagli anni novanta con il pieno controllo sociale della globalizzazione tecno-politica neo-liberista,  si è semmai accentuato ….. il valore della vita biologico-naturale rispetto a quello della vita socio-politica …….

Capitolo quarto = Filosofie dell’immunità

1 – Se è vero che  ……. l’esigenza di immunizzazione attraversa tutte le forme di civiltà, passate e presenti …… investendo quindi  da sempre anche la riflessione filosofica, è non meno vero che la modernità, occidentale, è quella che di più, e più apertamente, si presenta come …… un’epoca immunitaria, o meglio ancora come l’epoca dell’immunizzazione …. investendo in profondità il dibattito filosofico. Né è prova lo stesso Heidegger (Martin Heidegger 1889/1976) ed il suo saggio del 1938 “L’epoca dell’immagine del mondo”. Il lessico è diverso, ma è indubbio che parli del paradigma immunitario. Altro non è infatti la tendenza dell’uomo moderno di interporre fra sé ed il mondo una sorta di barriera immunitaria, una difesa dalle difficoltà del confrontarsi con il vivere, con “l’essere”, creata ad arte proprio con la riduzione del mondo a pura “immagine” …… in poche, potenti, pagine, Heidegger delinea attraverso questa lente la genesi moderna del processo di immunizzazione ……. e dei pericoli che esso contiene quando l’uomo, ponendosi come unico fondamento del reale, lo trasforma in immagine consona alla sua presunzione

2 – Ma è Nietzsche (Friedrich Nietzsche, 1844/1900) il filosofo che ripercorre l’intero percorso dell’immunizzazione, dalla genesi fino al punto limite in cui si ribalta nel suo opposto. La volontà di potenza, l’esigenza umana di andare oltre ogni limite, ha bisogno, per non tracimare, di un negativo, di un freno …. l’immunizzazione rappresenta l’unico modo di contenere la spinta ad andare fuori, oltre, di sé ….. Essa è quindi una sorta di indispensabile autodifesa da sé stesso, ma al tempo stesso vissuta come penosa limitazione. Non può allora stupire che questa elaborazione immunitaria, che Nietzsche assume anche dal punto di vista medico-biologico, rischi di essere vissuta come un rimedio peggiore del male …… la più grande malattia degli uomini nasce dalla battaglia contro le loro malattie, e gli apparenti rimedi alla lunga generano qualcosa di peggio di quello che dovevano eliminare ….. Nietzsche sostiene cioè che se il farmaco, l’immunizzazione, è fatto della stessa sostanza del male, come nella pratica della vaccinazione, l’uomo resta comunque nel cerchio della malattia. L’immunità allora …. da un lato agevola la vita, mettendola al riparo dai rischi che la insidiano, dall’altro, proprio in questo modo, la indebolisce sottraendole volontà di potenza ….. Anche qui Nietzsche torna ai suoi amati Greci, i quali veneravano la malattia come un Dio, convinti come erano che ….. la salute non è un bene in sè, e non è lo per sempre, lo è solo se costituisce il transito benefico tra due stadi di malattia

3 – Alla lettura nicciana dell’immunità si affianca, su un versante parallelo, quella di Freud (Sigmund Freud, 1856/1939) rintracciabile in particolare in “Totem e tabù”, “L’avvenire di una illusione” e “Il disagio della civiltà”. Freud da un nome, declinandolo sul versante delle “pulsioni”, al dispositivo immunitario che Nietzsche fa entrare in campo come freno alla volontà di potenza umana: la religione. Che altro non è che la protezione, immunitaria, dagli istinti aggressivi che caratterizzano da sempre individui e comunità. Ed anche per Freud questa immunizzazione rischia a sua volta di divenire "nevrotica” fino a trasformarsi, non diversamente da Nietzsche, in …… una forma psicotica più generale nata proprio dal tentativo di curare le psicosi …… La minaccia che ne consegue è quella di una immunizzazione così estesa ad ogni ambito della vita sociale da ampliare la contraddizione di neutralizzare il male mediante la sua inclusione nella cura. Non diversamente quindi dall’idea di Freud che la stessa origine della civiltà umana poggi su un radicale atto immunitario: l’uccisione sacrificale del Padre poi incorporato dai figli nel successivo pentimento

4 – Parte proprio da questo atto sacrificale l’elaborazione del concetto di immunità di René Girard (1923/2015, antropologo e filosofo francese) che riconosce a Freud il grande merito di avere per primo preso sul serio i racconti mitici. La logica sacrificale, a suo avviso, corrisponde esattamente ad una procedura immunitaria …. ci si protegge dal male con un male minore della stessa natura ….. La violenza sacrificale diventa l’antidoto immunitario, applicato su scala ridotta, alla violenza, al male, incontrollati. La contiguità fra male e malattia è molto più individuabile nella sfera mitologica che nel sapere, medico e giuridico, moderno. Un testo che lo testimonia in modo avvincente è l’Edipo re di Sofocle. Ma la vicenda storica, con evidenti caratteri mitologici, che più compiutamente sintetizza questa logica immunitaria è il sacrificio di Gesù Cristo, analizzato nel suo saggio “La violenza ed il sacro”. Quello di Gesù non è l’ultimo sacrificio nella storia umana, ma quello che, perlomeno per la cultura occidentale, spinge la storia fuori dalla sindrome immunitaria sacrificale, perché mai come in questo caso: la violenza ha avuto il duplice ruolo di veleno e di rimedio 

5 – E’ però un sociologo a teorizzare in modo rigoroso l’applicazione del paradigma immunitario alla realtà sociale: Niklas Luhmann (1927/1998, sociologo tedesco). Per Luhmann nel Novecento la “grammatica dell’intera società moderna” è quella immunitaria. E’ in questa grammatica che si completa, definitivamente e compiutamente, la congiunzione tra immunità biologica e immunità sociale. La ragione che promuove questa congiunzione non è “conservativa”, non si tratta solo di preservare l’esistente, ma di conservare una propensione evolutiva, di progresso, istituendo …… un rapporto “produttivo” con il negativo che abita tutti i sistemi, quelli biologici e quelli sociali ….. L’immunizzazione, in questo senso, non può ridursi ad una difesa dell’esistente, teorizzando una sicurezza di fatto impossibile, ma deve tradursi nel …… governo dell’insicurezza, in gran misura insopprimibile, individuando ed accettando le contraddizioni che la rivelano e la caratterizzano …… Sono proprio le contraddizioni il sistema immunitario sociale, individuarle permette infatti di attuare una trasformazione che eviti la loro esplosione. …… come nell’organismo biologico occorre attivare una memoria cellulare che sappia intervenire prontamente quando un evento nocivo si ripresenta, allo stesso modo i sistemi sociali devono avere memoria delle contraddizione per poterle prontamente governare ….. E’ impossibile immunizzarsi dai cambiamenti, ma al contrario ci si immunizza dalle loro conseguenze negative sapendoli individuare e governare. In questo quadro diventa fondamentale la comunicazione ….. il sistema sociale è essenzialmente comunicativo ….. Grazie ad essa, ed al suo ruolo tempestivo, si può determinare una compiuta sovrapposizione tra “comunità ed “immunità” garantita dalla istituzione che più di tutte può fungere da memoria immunitaria ….. il diritto, il sistema giuridico …. A patto che sappia andare oltre la semplice distinzione fra legittimo/illegittimo per divenire un contenitore immunitario dei “conflitti sociali” che altro non sono che i rivelatori delle “contraddizioni”.

6 – Con Derrida (Jacques Derrida, 1930/2004, filosofo francese) l’attenzione si sposta sul lato oscuro dell’immunizzazione: l’eccesso di auto-immunità. Si ripresentano alcune delle riflessioni di Nietzsche, Freud e di Girard che Derrida declina però all’interno di una concezione più generale dell’uomo, della vita, basata sul rapporto indissolubile fra l’io ed il non-io, fra il sé e l’altro. Se l’immunità interviene come difesa verso il non-io, verso l’altro, questa indissolubilità implica di …. dirigere allo stesso tempo a suo favore e contro di sé le difese immunitarie ….. Derrida cala questa considerazione generale in alcuni ambiti specifici che meglio la evidenziano, in particolare la sua attenzione si concentra, nel saggio “Fede e sapere”, sulla religione. Fin dai primi secoli dell’era cristiana il concetto di immunità trova una sua precisa declinazione religiosa, lo è ad esempio nel diritto all’inviolabilità per chi si rifugia in una chiesa, che è però in gran misura destinata a fronteggiare la tendenza umana alla secolarizzazione, al concedere priorità alle cose terrene, alla razionalità scientifica. Ma, come per l’immunità biologica, ciò inevitabilmente avviene assorbendo al suo interno quella stessa razionalità scientifica da cui vuole immunizzarsi fino ad usare gli stessi strumenti tecnologici che vorrebbe combattere. E non diversamente dall’immunizzazione biologica si espone in questo modo al rischio, per eccesso di immunizzazione, di favorire ciò che vuole fermare  e di contribuire alla sua stessa distruzione. Questo processo non ha però solo un esito negativo: il collasso autoimmunitario apre uno spazio e rivela alla comunità la sua vulnerabilità ……. ogni immunità, autodistruggendosi, si apre al suo rovescio comune, il cui nome non può che essere co-immunità …..

7 – Ma è un filosofo vivente quello che articola l’intera sua opera sul paradigma immunitario: Peter Sloterdijk (filosofo e saggista tedesco, docente di filosofia ed estetica) la cui trilogia fondamentale, con nome  Sfere”, …. è in ultima istanza l’elaborazione di una immunologia generale ….. Le sfere rappresentano spazi dotati di un loro specifico sistema immunitario che l’uomo, fin dal nascere della civiltà, ha ritenuto necessario costruire per proteggersi dall’inospitabilità del mondo. Sloterdijk distingue tre tipologie di dispositivi immunitari: il primo è rappresentato dai sistemi biologici naturali, il secondo dalle procedure socio-immunologiche giuridico-politiche, il terzo dalle pratiche psichiche con le quali si fronteggiano l’insostenibilità della consapevolezza della mortalità, della “finitudine”. Il loro insieme definisce l’homo immunologicus. L’attuale paradigma immunitario, ossia la contemporanea combinazione di questi tre sistemi, è il risultato di un lungo percorso che Sloterdijk suddivide in tre fasi di “globalizzazione” analizzate separatamente nei tre volumi delle Sfere. La prima, definita “cosmo-uranica” è quella dell’infanzia dell’umanità, in cui l’uomo, come un neonato, si avventura nel mondo esterno cercando di interpretarlo e riprodurlo come un grembo materno, di ben più ampie dimensioni, capace però di offrire analoga protezione e sicurezza. In questa sfera è la religione il primo dispositivo immunitario utile a ……. superare la paura della morte con una sorta di negoziazione immunitaria con la divinità …… Con il diffondersi umano sull’intero pianeta le strutture cosmo-uraniche esplodono e si entra nella seconda sfera: quella della globalizzazione terrestre. La Terra viene occupata e vissuta come il vero habitat naturale, la primordiale paura dell’esterno lascia spazio ad un presuntuoso possesso. La discesa dalle sfere celesti alla nuda terra muta però lo spirito immunitario che smette di essere trascendente per divenire immanente ……. l’uomo non vive più in un globo ma su un globo …….. nel quale la protezione immunitaria è sempre più affidata alle istituzioni umane, culminanti negli Stati e nei loro codici giuridici. Navigatori e cartografi sono gli eroi di questa fase, capaci di aggiungere sicurezza per il loro saper tradurre la sfericità terrestre su piani orizzontali meglio controllabili e gestibili. Al culmine di questa fase di occupazione globale della terra “il denaro”, il flusso globalizzato dell’economia finanziaria, si rivela il grimaldello capace di far definitivamente saltare le prime due sfere. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale non collassa, con l’intero pianeta fagocitato nella sfera degli interessi economici, solo il sistema immunitario della fase due, quello delle istituzioni statali,  ma la connessione stessa tra spazio e identità che aveva sin lì sostenute l’idea di globo delle due sfere precedenti. Le quali esplodono così in mille frammenti che formano “schiume”, il sottotitolo della terza sfera, trascinando con sé ed in sé l’intera umanità altrettanto divisa, frammentata. L’immunità non può non adeguarsi a questo orizzonte post storico e post sferico, al punto da divenire, inglobata nella natura sistemica dell’ultima globalizzazione, l’esatto opposto della comunità. …….. l’immunità, raggiunto il confine ultimo, minaccia di ritorcersi contro sé stessa autodistruggendosi ……. Da questa frantumazione si può uscire solo con una nuova idea di immunità, capace di ricostruire in sé l’idea stessa di comunità …… una co-immunità che miri a proteggere tutti gli esseri umani non gli uni dagli altri, ma gli uni con e per gli altri ….

Capitolo quinto = Politiche della pandemia

1 – 2 - 3 – 4 In quest’ultimo Capitolo Esposito, riflettendo su alcuni aspetti delle politiche globalmente messe in atto per fronteggiare la pandemia, riprende alcuni punti esaminati nei Capitoli precedenti, in particolare in questi primi quattro paragrafi quelli concernenti la tenuta della democrazia. Vale, a maggior ragione, quanto già detto per il Capitolo 2: non è questo l’ambito per entrare nel merito di questioni tanto complesse quanto decisive per la salute della democrazia rappresentativa quali: la relazione tra il valore della vita e quello della libertà, individuale e collettiva – stato di emergenza e stato di eccezione – potere costituente e potere costituito – il rapporto tra scienza e politica – tecnicizzazione dei saperi e ruolo degli “esperti”. Possiamo qui soltanto ribadire la necessità di una ampia e approfondita riflessione, capace di coinvolgere il locale ed il generale, partendo dalla consapevolezza che la pandemia altro non ha fatto che accentuare processi già in corso che non poco hanno già inciso sulle nostre democrazie

5 – 6 In questi due paragrafi Esposito passa invece in rassegna i notevoli sviluppi, promossi proprio dalla necessità di fronteggiare scientificamente la pandemia, nel campo delle scienze biologiche. Anche in questo caso il livello di dettaglio delle sue considerazioni non è sintetizzabile nell’ambito di questo post. Sono temi che, se questa “lezione pandemica” non verrà dimenticata troppo presto, resteranno alla ribalta ancora a lungo e potranno quindi essere recuperati, anche nel nostro piccolo contesto di CircolarMente. In particolare, proprio per l’accertata incidenza su vasta scala dell’eccesso di reazione immunitaria, si stanno mettendo meglio a fuoco i meccanismi biologici che regolano il sistema immunitario, partendo dall’incidenza del  rischio di  ……. rivolgere il suo fuoco contro lo stesso organismo che lo produce ……… Da questi studi sempre più emerge la complessità di una facoltà biologica che, non entrando mai in pausa, deve avvertire la presenza di elementi patogeni esterni, decifrarne la pericolosità,  attivare specifiche molecole per fronteggiarli, evitando però una sorta di “fuoco amico” verso tutti i tantissimi microorganismi che abitano il corpo umano e che sono indispensabili per la sua salute (un essere vivente è costituito per il 90% di batteri e solo per il 10% di cellule portatrici del proprio genoma). Anche grazie alla pandemia si sta quindi attivando un mutamento profondo del paradigma immunitario biologico, sempre più visto non solo come la classica barriera protettiva nei confronti dell’ambiente esterno, ma come un fondamentale …… filtro di interazione con esso …… a formare un complesso processo di “costruzione della singola identità organica” fatto di continui incroci fra interno ed esterno tali da far sì che ……. l’io non è qualcosa che precede l’immunizzazione ma il suo stesso esito ………

7 – La pandemia, per l’insieme di queste ragioni, ha ridisegnato in profondità quella opposizione fra comunità e immunità, dalla quale Esposito è qui partito, azzerando soprattutto la tradizionale contrapposizione tra il carattere di unione proprio della prima e quello di divisione insito nella seconda …… il virus ha unificato l’umanità in una condizione che ha superato etnia, genere, livello sociale, potere ….. ricreando, ad un livello più alto, una comunità originaria definita proprio dalla comune esposizione al pericolo. Non è stato così sin da subito: l’iniziale risposta alla pandemia, quella più immediatamente praticabile, è stata ancora quella di difendere la comunità con il suo smembramento, perché tale era il “distanziamento”, freudianamente definito “sociale”. Solo nel secondo passaggio, quello della vaccinazione di massa, si sono create le condizioni per questa potenziale riunione fra comunità e immunità, e ad un livello globale. Mai prima si era pensato di immunizzare l’intera umanità, una svolta che si fa ancora fatica a comprendere nella sua portata,  ….. per la prima volta coincidevano comunità ed immunità facendo di questa, anziché una lama che taglia la comunità, la sua stessa forma ……. E’ un precedente fondamentale anche per fronteggiare la transizione ecologica che allo stesso modo o sarà globale o non sarà. Ma è una svolta ancora lungi dall’essere compresa e pienamente attuata. Non sono mancate, e tuttora non mancano, nuove linee di separazione, fra paesi e aree del mondo, e all’interno di ogni singolo paese. Non devono essere dimenticate e sottovalutate: possono, se lasciate lievitare, disperdere quella potenzialità e, addirittura, moltiplicare il carattere divisorio insito nell’immunizzazione. Sono in ballo enormi interessi geo-politici ed economici capaci, se non affrontati, di imporre una gestione della vaccinazione egoistica e guidata da logiche di profitto. La questione, prima ancora che economica o tecnologica, è politica che è chiamata ad imporsi su ogni altra ragione

…….. mai come oggi, in pieno regime biopolitico, la politica ha a che fare con la protezione e lo sviluppo della vita, non delle singole popolazioni ma dell’intero genere umano. Comunità e immunità si ritrovano in una comune linea quando la vita di ciascuno è protetta solo da quella di tutti ……