venerdì 1 aprile 2022

La Parola del mese - Aprile 2022

 

La parola del mese

A turno si propone una parola evocativa di pensieri fra di loro collegabili in grado di offrirci nuovi spunti di riflessione

APRILE 2022

La parola scelta per questo mese di Aprile 2022 si presta ad essere usata come passepartout per meglio comprendere, nell’ambito delle riflessioni attorno al conflitto russo-ucraino, il peso ed il ruolo di una casta economica, e politica, dell’attuale Russia i cui membri sicuramente rientrano a pieno titolo in quanto viene definito da……

Oligarchia

oligarchìa = sostantivo composto di derivazione dal greco - oligoi (pochi) e archia (comando/governo) -  Forma di regime politico in cui il potere è nelle mani di pochi, eminenti per forza economica e sociale. Per estensione gruppo ristretto di persone che esercita, generalmente a proprio vantaggio, un’influenza preponderante o una supremazia in istituzioni, organizzazioni ed enti economici, amministrativi e culturali, e anche l’istituzione, l’organizzazione o l’ente retti in questo modo.

Da almeno due decenni il termine che definisce la struttura sociale ed economica della Russia è in effetti quello di una oligarchia, così accentuata da porla fra i paesi con il più alto livello di disuguaglianza economica. Questo cambiamento così radicale rispetto alla situazione socio-economica che l’ha preceduta, quella dell’economia statalizzata dell’URSS, si è realizzato in brevissimo tempo nell’ultimo decennio del secolo scorso non appena definitivamente crollato il regime politico sovietico. E’ indispensabile per meglio valutare le attuali caratteristiche dell’oligarchia russa ripercorrere quanto avvenuto al tempo, ed il decisivo ruolo giocato sulla trasformazione della società post sovietica da parte dell’Occidente. Ci aiuta a ripercorrere quella cruciale fase il saggio di Thomas Piketty “Capitale e Ideologia” (Parte Terza –Capitolo 12 – pagine 681-693. La sintesi di questa Parte Terza di “Capitale e Ideologia è stata il nostro Saggio del mese di Dicembre 2020). L’analisi dettagliata svolta da Piketty evidenzia bene come il vuoto di potere seguito alla caduta del regime comunista nel periodo 1990-1991 (19 Gennaio 1990 prime elezioni libere – 26 Dicembre 1991 formale dichiarazione di dissoluzione dell’URSS) sia stato riempito, con una velocità a dir poco impressionante, dalla nascita di una struttura oligarchica. Il governo russo di Boris Eltsin, favorito dal vuoto di opposizione interna e con l’appoggio ed i consigli “tecnici” delle istituzioni economiche occidentali (FMI, OCSE, Banca Mondiale), attuò una politica di radicale smantellamento dell’economia centralizzata (definita come “terapia d’urto) privatizzando la quasi totalità dei beni pubblici con un sistema (voucher privatization) di buoni di possesso consegnati ad ogni cittadino russo per divenire azionista di un’impresa liberamente scelta. In pratica avvenne che in un contesto di super-inflazione (il 2.500% annuale nel 1992!!!!!) in cui salari e pensioni avevano di fatto valore nullo la stragrande maggioranza dei cittadini russi fu costretta a “mettere sul mercato” i propri voucher trovando, certamente non a caso, un gruppo ristrettissimo di sfrontati finanzieri (l’origine vera delle loro già ingenti iniziali risorse finanziarie non è mai stata appurata, rendendo lecita ogni ipotesi sulla loro provenienza) pronti ad acquistarli a prezzi stracciati ……. In pochi anni successe quello che c’era da aspettarsi in una situazione del genere: gran parte delle imprese russe, soprattutto nel settore dell’energia, è caduta nelle mani di pochi ed abili “uomini d’affari”, i nuovi oligarchi russi ….. Questa impressionante ascesa è stata inoltre agevolata dalle politiche fiscali di Eltsin, l’esatto contrario di quelle con tassazione progressiva, basate su una radicale flat tax del 13% su ogni livello di ricchezza e sulla cancellazione delle imposte di successione, e dalla totale libertà loro concessa di trasferire all’estero le ricchezze così accumulate. Nell’ultimo decennio del 1900 si è quindi realizzato compiutamente un processo che vede il dieci per cento più ricco del paese (decile) passare da una quota di possesso della ricchezza russa del 25% nel 1990 ad una del 50% nel 2000, e l’uno per cento più ricco (centile) passare da una del 5% nel 1990 ad una del 25% nel 2000. Non a caso quindi già ad inizio nuovo secolo la rivista Forbes annoverava in testa alle sue graduatorie degli uomini più ricchi del mondo molti oligarchi russi.  Come anticipato non poco ha contribuito a creare questa situazione l’interesse dell’Occidente, in gran misura ormai orientato da scelte neoliberiste, di cancellare il prima possibile ogni retaggio del collettivismo sovietico e di far rientrare la Russia, e le sue ingenti risorse naturali, nell’ambito del mercato globale. In questo quadro va inoltre ricordato un aspetto non meno dirimente, soprattutto se raffrontato con l’attuale situazione: in questi stessi tormentati anni Novanta russi furono attive intense trattative per l’ingresso della neonata Repubblica Russa nella Nato, un’operazione, giunta a poco dall’essere completata, fallita unicamente per l’irrigidimento fra le parti causato dai contrasti sorti per il ruolo della Nato contro la Serbia nel lungo conflitto nella ex Jugoslavia. La Russia ex sovietica è così divenuta nel giro di dieci anni l’attuale oligarchia per eccellenza a livello globale. Ed è sempre ad inizio secolo che Vladimir Putin realizza il suo capolavoro politico: vince le elezioni politiche del Marzo 2000, non poco aiutato dagli stessi oligarchi del tempo, sapendo intercettare, con promesse di rinascita della grandezza russa, l’ovvio malcontento popolare ed al tempo stesso attivando uno stretto rapporto con la casta degli oligarchi sulla base di un patto di reciproca convenienza: da una parte la conferma, e l’accentuazione, della totale libertà di profitto, dall’altra un sostegno alle politiche putiniane di progressiva creazione di un sistema di potere tecnocratico e dittatoriale, nell’ambito di una sostanziale divisione dei compiti (io comando e voi guadagnate). Esemplare è una dichiarazione fatta da Putin nel corso della lunga intervista concessa nel 2017 al regista Oliver Stone (non poco filo-putiniano) nel commentare le politiche perseguite nel primo decennio del suo governo così riassumibile: …… solo la definitiva rinuncia senza riserve a qualsiasi forma di egualitarismo e socialismo può consentire di ristabilire la grandezza della Russia che esige in primo luogo una struttura di tipo verticale fondata sulle gerarchie politiche e finanziarie …… Difficile concentrare meglio di così in poche parole la giustificazione ideologica della realizzazione di una compiuta oligarchia! Certo non sono mancati, in questa reciproca convenienza, momenti di contrasto, che in alcuni, limitatissimi, casi hanno anche portato alla caduta in disgrazia di qualche oligarca, ma non è mai stata messa in discussione la solidità del patto alla base dell’impostazione oligarchica russa.  Un patto che ha retto anche grazie alla benevolenza accordata, per reciproche convenienze, a questa moderna forma di oligarchia da una buona parte delle economie occidentali, europee in primis, ad essa legate, in particolare in campo energetico. Va inoltre sottolineato che la definizione di oligarca va riferita, in Russia, ad un numero ristretto di persone, alcune delle quali personalmente legate a Putin dalla comune precedente appartenenza al KGB (il servizio segreto sovietico), che non hanno mai dato vita, non avendone ragione e convenienza, ad autonomi movimenti politici e partiti, mantenendo così una loro comunità di intenti mai venuta meno anche se è intervenuta una loro fisiologica evoluzione. Alcune lievi contraddizioni interne in questo quadro oligarchico si sono manifestate solamente nei primi anni del secondo decennio del secolo come riflesso dell’onda lunga delle crisi finanziaria globale del 2007/2008, così come si può rilevare dal seguente articolo di Stefano Grazioli (giornalista free lance, si occupa di politica estera, specie della Russia, per diverse testate,(Limes, Il Riformista, fra le altre) apparso nel sito online “L’Inkiesta” nel 2013 che sostanzialmente conferma il quadro sin qui tracciato:

La madre Russia di Putin dagli oligarchi ai siloviki

Oligarchia, ossia il governo di pochi. Sono passati oltre due millenni dai tempi di Platone – che vedeva in questa forma costituzionale una degenerazione dell’aristocrazia, il governo dei ricchi – alla Russia di Vladimir Putin. La sostanza è cambiata di poco. Il Paese più vasto del mondo, ex superpotenza planetaria convertitasi dopo il crollo dell’Urss a player regionale e promotrice per forza di cose di un nuovo ordine multipolare, è retta in fondo da un’oligarchia. Formalmente la Russia è da oltre vent’anni una democrazia, in realtà è in una fase di transizione verso un modello pseudo democratico o pseudo dittatoriale (è questione di punti di vista), dove sia i processi decisionali politici che le leve dell’economia sono nelle mani di un esiguo gruppo di persone. C’è chi la chiama democratura (democrazia+dittatura) facendo pesare più la valenza politica, chi invece aborre i neologismi può definirla appunto oligarchia, accentuando il fatto che i pochi che comandano sono pure ricchi sfondati. E così come è oligarchica la Russia putiniana di oggi, con i protagonisti più conosciuti presenti nelle cronache anche dei media occidentali (Boris Berezovsky, Roman Abramovich gli ultimi due nomi saliti alla ribalta in questi giorni), la Russia di ieri, quella di Boris Eltsin, lo è stata ancor di più. L’elezione al Cremlino di Vladimir Vladimirovich (nome completo di Putin) nel 2000 ha fatto da spartiacque tra due ere in cui il ruolo degli oligarchi è essenzialmente cambiato. Il primo decennio della Russia indipendente (1991-2000) – quello in cui l’élite al vertice ha dovuto affrontare il tracollo economico postsovietico e ha forgiato tramite le privatizzazioni selvagge la classe rapace turbocapitalista – è stato caratterizzato dalla sostanziale alleanza tra attori politici e attori economici: l’oligarchia eltsiniana, costituita dalla Famiglia allargata e dai “magnifici sette”, ha retto le sorti del Paese badando più agli interessi personali che al bene comune, come avrebbe detto Platone. Il presidente e il manipolo affiatato di robber barons (Beresovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Potanin, Mikhail Friedman, Pyotr Aven, Alexander Smolensky) hanno gestito la Russia allo stesso tavolo, con gli oligarchi che dietro le fette di torta generosamente distribuite dal Cremlino hanno assicurato a Corvo Bianco (il soprannome di Eltisin) la permanenza nelle stanze del potere per due mandati. Clamorosa la situazione delle elezioni del 1996, quando Eltsin è riuscito a tener testa al comunista Gennady Zyuganov solo perché Berezosvky e Gusinsky hanno pilotato le loro televisioni al servizio del malandato capo di Stato che tra una vodka di troppo e qualche bypass rischiava di dover cedere inaspettatamente lo scettro. I capitani d’industria postsovietici, allora pochi, agguerriti e smaniosi di affondare le mani nella politica (l’oggi defunto Berezovsky è finito addirittura alla presidenza del Consiglio di sicurezza della Federazione) si sono poi trovati di fronte al momento in cui scegliere il successore di Eltsin. I passaggi di potere in Russia avvengono sempre dall’alto: l’ascesa di Putin – già nel 1999 capo dei servizi segreti e primo ministro, la notte di capodanno del 2000 nominato in diretta televisiva da Boris Nikolaevich come suo erede favorito – è avvenuta con il consenso dei “magnifici sette” e la spinta decisiva proprio di Berezovsky. Il problema per gli oligarchi è arrivato non appena hanno capito che il nuovo inquilino del Cremlino avrebbe cambiato le regole del gioco. Con Putin nella stanza dei bottoni i meccanismi di fondo sono mutati perché il presidente, giunto a Mosca con una squadra proveniente in larga parte dall’intelligence, ha dato sostanzialmente un ultimatum: basta intromissioni oligarchiche nelle vicende politiche. Gli anni successivi sono stati quindi destinati a isolare chi non si è attenuto al patto: Khodorkovsky è finito in Siberia, Berezosvky e Gusinsky se la sono data a gambe – il primo alla corte di Sua Maestà, il secondo in Israele – altri pesci piccoli, pochi in verità, sono stati presi nella rete della giustizia selettiva che ha ostacolato i nemici di Putin e li ha costretti a scendere a patti o all’esilio, di solito dorato. La gran parte dell’oligarchia, i superstiti del gruppo iniziale e i nuovi che hanno beneficiato del cambiamento, continua però a sostenere oggi il potere politico ricevendone sempre i dividendi. Sotto Vladimir Vladimirovich (Putin) le competenze di questa èlite a due facce sono comunque ben definite e più efficienti. La Russia cresce di peso sulla scacchiera internazionale e si scrolla di dosso il complesso di debolezza interno causato dal disastroso decennio eltsiniano (tra due colpi di stato, 1991 e 1993, due guerre in Cecenia, 1994-1996 e 1999-2000, e il default del 1998). I deficit democratici sono considerati a Mosca errori di cosmesi per un Paese che non vuole accettare lezioni dall’Occidente, sempre pronto a bacchettare il Cremlino, ma anche sempre pronto ad accogliere nelle proprie banche il capitale degli oligarchi. La nuova razza padrona russa, i nuovi magnati che sono veri global player dell’economia mondiale avendo investito ovunque, non sono certo in declino. Si sono trasformati: il defunto Berezovsky e lo stesso Abramovich, hanno rappresentato e rappresentano un modello un po’ invecchiato, tra teorie del complotto e gossip. Il centinaio di miliardari russi presente nella lista di Forbes (il più ricco d Russia è Alisher Usmanov con un patrimonio personale di 17,6 miliardi di dollari) incarna una classe diversa da quella dei “magnifici sette”, più moderna e globalizzata da un lato, più attenta a non pestare i piedi a nessuno, pronta al compromesso per non perdere i privilegi e disposta a ridistribuire parte, seppur minima, della ricchezza attraverso meccanismi spesso imposti dall’alto. Non solo. Gli oligarchi puri, cioè quelli provenienti direttamente dai settori dell’economia e della finanza, sono stati affiancati dagli oligarchi di stato, i silogarchi (siloviki+oligarchi), ossia i siloviki – gli uomini che Putin nel corso di un decennio ha cooptato dall’apparato di sicurezza e inserito nei gangli dell’amministrazione, della burocrazia e delle aziende statali (Gazprom e non solo) – diventati parte integrante del gruppo centrale di potere. Silogarchia, insomma, il governo dei siloviki e degli oligarchi: è questa la vera Russia di oggi. Chissà cosa avrebbe detto Platone.

Nei dieci anni successivi a questo illuminante articolo nulla sembra essere cambiato, neppure nel tormentato anticipo dell’attuale guerra, quello per l’annessione alla Russia della Crimea seguita da una prima consistente ondata di sanzioni economiche da parte dell’Occidente che hanno imposto qualche significativo contraccolpo alle ricchezze oligarchiche. Le preoccupazioni interne per Putin, e la sua paranoica politica di ripristino della perduta grandezza imperiale russa, sono infatti legate ad altri fattori. Ci aiuta a comprenderlo il seguente articolo di Jurii Colombo (giornalista freelance residente a Mosca collabora con “il manifesto” e altre testate italiane e internazionali. Autore di diversi saggi sulla situazione russa fra i quali: L’Ucraina tra l’espansionismo della Nato e l’egemonismo russo (Castelvecchi, 2018), La sfida di Putin. Come cambierà la Russia (Manifesto libri, 2018), di commento sull’esito delle ultime elezioni politiche russe del Settembre 2021 (sito on-line OGzero.org)

La lenta decadenza dello zar tecnologico

Cedimento strutturale: scricchiolii nel sistema di potere

Alla fine anche i media che si erano ostinatamente rifiutati di riconoscere che le elezioni per il rinnovo dei deputati della Duma di stato avrebbero potuto condurre a dei mutamenti profondi del quadro politico interno e quindi, inevitabilmente, visto il peso specifico della Russia nel Vecchio Continente, si sono dovuti arrendere: l’arretramento di Russia Unita è irrevocabile. Il partito padre-padrone dello stato russo da due decenni mostra chiari segni di cedimento strutturale mentre il profondo disagio della società russa profonda trova il modo di canalizzarsi, almeno per ora, nel voto per il Partito Comunista. Si apre quindi una nuova inedita fase politica segnata dal lento ma inesorabile declino della stella di Putin, già iniziato in realtà da almeno tre anni. I numeri che parlano del partito-regime ancora vicino al 50% dei suffragi e la maggioranza assoluta dei seggi non devono trarre in inganno. Se formalmente non cambia un granché nel nuovo emiciclo russo con Russia Unita che passa dai 343 deputati del parlamento precedente agli attuali 324 e i comunisti crescono da 42 a 57, il messaggio che arriva dalle urne è chiaro: soprattutto nelle grandi città i russi esigono un cambiamento del personale politico dirigente.

Propaganda drogata e brogli digitali non bastano più

Malgrado lfrodi (una normalità per la Federazione), malgrado si sia allungata la possibilità di votare a ben tre giornimalgrado si sia aggiunto il voto elettronico a quello tradizionale nelle scuole in cui i partiti di opposizione non hanno possibilità di realizzare alcun controllo, il meno 6% per Russia Unita è ben più che un campanello d’allarme: evidentemente l’oliata macchina della raccolta del consenso pilotato si è inceppata.Non è bastata l’estrazione di premi (appartamenti, automobili, buoni-acquisto nei supermercati) finanziata dalle grandi imprese russe per chi avesse deciso di votare elettronicamente; non è bastato un assegno una-tantum a militari, poliziotti e pensionati di quasi 200 euronon è bastata la giornata libera del venerdì per i lavoratori dei municipi, per dare l’impressione che tutto stesse andando come al solito, con una squillante vittoria putiniana. non è bastato neppure mettere alla testa delle liste di Russia Unita candidati civetta – che mai si presenteranno in parlamento come i popolari ministri della Difesa (Sergey Shougu) e quello degli Esteri (Sergey Lavrov). I russi seppur compassati sufficientemente dal non credere che il voto sia sufficiente a far cambiare qualcosa, hanno voluto comunque evidenziare che il corso dell’attuale amministrazione a loro non piace. Nella quota proporzionale il trend della capitale è lo stesso: il partito di Putin al 36,7% e i comunisti al 22,7% mentre il complesso delle liste di opposizione si colloca intorno al 40% dei suffragi. In Siberia come nella Jacuzia, dove la crisi economica e il disfacimento sociale sono elementi caratterizzanti e persistenti e dove l’egemonia comunista era troppo evidente, i comunisti superano spesso agevolmente Russia Unita anche nei collegi uninominali. Si è trattato delle elezioni più manipolate della storia russa come ha voluto sottolineare qualcuno? Difficile dirlo, ma la percezione è che nelle scorse tornate il fenomeno dei brogli più classici (la manomissione dell’urna da parte della commissione elettorale) era stato più accentuato. Il dato essenziale e più interessante è un altro: malgrado i brogli milioni di russi continuano comunque ad andare alle urne.

Il voto è intelligente, non nostalgico

Il partito comunista quindi è diventato come catalizzatore del disagio quando non della protesta. Come è possibile che un partito che ancora rivendica la continuità del “programma di Lenin e di Stalin” sia riuscito a invertire un declino che da 20 anni era sembrato a tutti inesorabile? Come è possibile che un partito che alle amministrative di Mosca superava a stento il 5%, sia diventato il vincitore (perlomeno morale) delle elezioni per la Duma? I motivi sono molteplici. In primo luogo il partito di Zyuganov, è stato quello che – con maggiore enfasi – si è opposto alla controriforma delle pensioni del 2018 che ha innalzato per la prima volta l’età pensionabile in Russia (gradualmente innalzata da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 63 per le donne). E in linea generale è stata la formazione politica che ha votato alla Duma contro tutte le misure antisociali promosse dal governo negli ultimi anni. Malgrado le timidezze (i comunisti avevano promesso che sulla previdenza avrebbero raccolto le firme per un referendum, ma alle parole poi non sono seguiti i fatti), malgrado troppe volte – soprattutto in politica estera – non si sia mai distinto strategicamente dal corso putiniano, si tratta comunque del partito che parla di quello che sta più a cuore a milioni di russi: ovvero della disastrosa distruzione del welfare iniziata da Eltsin e proseguita nei decenni turboliberisti di zar Putin.A ciò si deve aggiungere la tattica del “voto intelligente” scelta da quel che rimane del gruppo dirigente del partito Navalny che non si trova già in prigione o in esilio. Schiacciata dalla repressione (in questi mesi sono proseguiti selettivamente arresti, fermi, condanne e chiusure di siti internet) quella vasta galassia di opposizione “liberal” (cioè giovanile e residente nelle grandi città che la stampa occidentale fa coincidere superficialmente tout-court con Navalny) nei social network ha iniziato il tam tam per il voto ai comunisti come unica arma per incalzare il Cremlino (una tattica a cui si è unita la rarefatta area della “sinistra alternativa”).

La lunga marcia verso il 2024

Era inevitabile che con il “paziente berlinese” in prigione (Navalny persona, che lo resterà ancora per almeno due anni) il pallino del gioco di chi deve dirigere l’opposizione sarebbe spettato ad altri e così è stato. Ora toccherà ai comunisti decidere se mettersi in gioco e diventare un ampio polo di riferimento per chi vuole mettere fine a un regime in affanno, o ripetere alla Duma la tattica accorta dell’opposizione “costruttiva” delle scorse legislature. Nel primo caso non potrebbe essere un’operazione di maquillage, ma dovrebbe essere la trasformazione di un partito, percepito come poco più che una reliquia nostalgica dell’Unione Sovietica, in un organismo “moderno”, di impianto socialdemocratico come invocano soprattutto i suoi nuovi quadri emergenti che punti direttamente – nelle prossime elezioni presidenziali del 2024 – a contendere seriamente la presidenza a Putin. Sotto questo profilo gli impazienti dovranno rassegnarsi: la lotta dell’opposizione russa non è una gara di velocità ma piuttosto una maratona.

Nuove Persone, un embrione per nuovi oligarchi?

In questa tornata Putin ha riconfermato di avere un approccio “tecnologico” alla politica. I risultati delle elezioni erano stati “disegnati” in modo da garantire il controllo assoluto di Russia Unita sul parlamento ma con un’allusione al pluralismo. “C’è più scontento, ecco vedete, faccio avanzare un po’ i comunisti”. “Si vogliono più libertà? Ecco per voi il nuovo partito “Nuove Persone”. Questa formazione, di ispirazione vagamente liberale, che riesce alla sua prima apparizione nell’agone politico a superare lo sbarramento del 5% e a entrare alla Duma, è la quintessenza di ciò che al Cremlino si immagina debba essere il “quadro politico nazionale”. Movimento fondato poco più di un anno fa, Nuove Persone dice di far riferimento alle teorie interdisciplinari del filosofo sovietico (dissidente) Georgy Shchedrovitsky, scomparso nel 1994. Dietro però ci sono corposi interessi che hanno permesso alla lista di spendere almeno 20 milioni di rubli nella campagna elettorale. In primo luogo il patrimonio del proprietario dell’azienda di cosmetica Faberlic Alexey Necaev ma anche secondo il portale sempre ben informato “The Bell”, di Yuri Kovalchuk, comproprietario di Rossiya Bank e ben piazzato ai vertici nella classifica dei più ricchi uomini del paese di “Forbes Russia”. Un partito non putiniano ma non avverso al potere che ha raccolto il voto soprattutto nella fascia demografica che va dai 18 ai 30 anni.

Congiuntura economica: una differenziazione in ritardo

Del resto nella lettura della società del capo del Cremlino non c’è spazio per l’alternanza al potere e men che meno, per i movimenti e le aspirazioni delle classi sociali: queste possono essere sempre manipolate e incanalate grazie proprio a quelle tecnologie politiche create ad hoc. Oggi chi lavora su questo aspetto è principalmente Sergey Kirienko, nello staff della segretaria presidenziale già dal 2016.Tuttavia le cose, piaccia o meno alla presidenza russa, dal punto di vista “oggettivo” – materialistico – gli equilibri stanno cambiando in fretta nel mondo e metteranno ancora più in crisi l’approccio tecnocratica che piace tanto allo “Zar”. Da qualche mese il prezzo del petrolio è tornato a galleggiare verso l’alto, stabilmente sopra i 75 dollari al barile dopo i lunghi mesi di magra della pandemia. Ciò ha dato, e darà ancora, una boccata d’aria all’economia russa, ma gli effetti non si sono visti né nelle entrate delle famiglie né sul rublo che resta ben oltre gli 85 rubli contro euro, schiacciando così importazioni e consumi. I veri problemi dell’economia russa però non sono neppure congiunturali ma strutturali. Si tratta di capire, in primo luogo, come un paese che ha prosperato sull’esportazione degli idrocarburi potrà affrontare la sfida della green economy che in prospettiva dovrebbe rendere l’Europa indipendente dalle forniture di gas e petrolio russo. Una sfida decisiva per la Federazione che solo ora sta iniziando a ragionare in termini di differenziazione dell’economia (dopo averci già provato durante la presidenza Medvedev). A cui si collega il problema di un saldo demografico disastroso destinato a peggiorare in conseguenza di un covid-19 che in Russia non cessa di mordere (da oltre due mesi i casi di contagio sono rimasti intorno ai 20.000 al giorno con una media di 800 morti).

Le elezioni hanno avviato il cambiamento, malgrado i risultati

Ecco, dentro questa dinamica profonda, probabilmente il dibattito delle oligarchie e i gruppi di potere del capitalismo di stato russo è già iniziato e l’emergere di un partito come Nuove Persone potrebbe non essere un fuoco di paglia. In alcuni circoli russi si dubita già che l’ex direttore del Fsb ormai quasi settantenne, sempre meno popolare e senza una grande formazione economica potrà gestire la sfida del prossimo decennio. La soluzione non è a portata di mano visto che per ora non si vede all’orizzonte un leader o una nuova classe dirigente che possa garantire una transizione morbida o permetta a Putin se non di andare in pensione almeno di tirare le fila politiche russe da una posizione defilata. Per storia e tradizione tutti i cambi di regime in Russia sono stati complessi e spesso segnati da fortissime fibrillazioni e c’è ragione di pensare che anche questa volta possa essere così: Putin è stato – ed è ancora – il punto di equilibrio tra un complesso di poteri e interessi che verosimilmente faranno molto fatica a trovare una mediazione stabilizzante. Del resto, a ben vedere, si tratta di una questione che va ben oltre le camarille moscovite e investe tutte le grandi capitali europee se è vero, come è vero, che l’Europa potrà affrancarsi dall’abbraccio americano solo se troverà una sponda in Russia. Sullo sfondo potrebbe tornare in auge persino il vecchio dilemma russo: slavofili o occidentalisti? Se proiettato su scala internazionale il voto russo ha prodotto un paradosso politico che le cancellerie dei paesi occidentali stenteranno a comprendere: il loro sostegno a Navalny ha determinato per ora il rafforzamento dei comunisti. Né Merkel, né Macron, né Biden, avrebbero immaginato che i loro sforzi per sostenere l’opposizione “liberale” avrebbero potuto avere un simile sviluppo. Nei prossimi mesi potremmo avere persino un’Europa che si riappacifica con Putin. Una svolta “comunista” nel paese, sarebbe ancora più nazionalista e statalista (e sicuramente filo-cinese) di quanto a Bruxelles e a Washington si possano permettere.

L’ultima previsione di questo articolo, scritto a caldo subito dopo le elezioni del Settembre 2021, è stata clamorosamente smentita nelle dinamiche reali, ma forse non nelle loro motivazioni di fondo. Sembra infatti lecito supporre che Putin, sotto pressione per questa evoluzione del quadro politico interno, sia stato costretto, ANCHE per questa ragione, ad accentuare una strategia di rafforzamento nazionalistico del proprio potere anche a costo di una contrapposizione dura, e di carattere militare, con l’Occidente puntando in primis all’avamposto ucraino. Al contrario sembra più difficile supporre che questa accelerazione, strategicamente quanto meno azzardata oltre che umanitariamente tragica e quanto mai pericolosa, possa essere messa in crisi da una aperta opposizione da parte degli oligarchi russi, anche se questo è quanto spera una gran parte dell’Occidente. Certo sarebbe uno scherzo della Storia, dando credito all’analisi di Colombo, se a togliere le castagne dal fuoco di questa drammatica situazione fosse il ritorno sulla scena da protagonisti degli eredi di quel comunismo sovietico così frettolosamente e malamente sostituito dalla oligarchia attuale! A complicare il quadro contribuisce lo scoprire che, volgendo lo sguardo verso l’Ucraina aggredita, anche lì non mancano elementi di degenerazione oligarchica. Lo spiega ancora una volta Stefano Grazioli con questo breve articolo pubblicato in questi giorni nel sito “Tag43”.

Chi sono gli oligarchi padroni dell’Ucraina

Il presidente ucraino Voldymyr Zelensky sta combattendo due guerre: una contro la Russia, l’altra – in casa – contro gli oligarchi. Entrambe da quando è stato eletto, nella primavera del 2019. Allora mandò a casa Petro Poroshenko, capo di Stato uscente, entrato alla Bankova (la sede presidenziale a Kiev) nel 2014, dopo il cambio di regime a Kiev. Poroshenko non era un politico puro, ma anche lui un rappresentante dei poteri forti che da sempre hanno deciso le sorti dell’Ucraina, fin dal crollo dell’Urss nel 1991 e l’indipendenza da Mosca. Zelensky, attore comico trasformatosi in politico di successo in un’operazione durata pochi mesi con l’appoggio mediatico e finanziario diretto di vari oligarchi e quello tacito di altri, si è trovato così in mezzo a una serie di conflitti che non è ancora riuscito a districare, proprio perché geneticamente insiti in un sistema politico-economico che in oltre 30 anni è sempre stato caratterizzato dalla commistione tra big business e gestione dello Stato. Nonostante il trionfo alle Presidenziali tre anni fa e quello alle Legislative dello stesso anno che gli hanno consegnato la maggioranza in parlamento, Zelensky è rimasto imbrigliato nei meccanismi dell’oligarchia che, nonostante le due rivoluzioni, o supposte tali, del 2004 e del 2014, non sono cambiati. I protagonisti delle vicende ucraine sono sempre gli stessi, eccezion fatta per Viktor Yanukovich, il presidente amico di tutti gli oligarchi ucraini e un po’ troppo di Vladimir Putin, che è stato defenestrato con il benestare di Unione europea e Stati Uniti in quello che è stato considerato al Cremlino un colpo di Stato. Sorte analoga, lo scorso maggio, era toccata a Viktor Medvedchuk. Oligarca e leader dell’organizzazione Ukrainian Choice, sponsor dell’opposizione filo-russa e contrario all’avvicinamento del Paese all’Ue, è finito ai domiciliari con accusa di alto tradimento. Un chiaro messaggio per Putin, visto l’ottimo rapporto, anche personale, con Medvedchuk: il presidente russo è infatti il padrino della figlia dell’oligarca Daryna, nata nel 2004. A parte queste eccezioni, le facce sono sempre le stesse. Prima di tutti quella di Rinat Akmetov, da decenni il numero uno degli oligarchi ucraini, che si è sempre districato tra politica e affari con enorme successo, diventando l’uomo più ricco del Paese e uno dei più potenti burattinai alle spalle di presidenti e governi. Con una certa predilezione politica per lo spettro definibile come filorusso, data la sua provenienza dal Donbass, Ahkmetov ha dovuto soffrire un po’, economicamente e politicamente, con l’arrivo del suo rivale Poroshenko alla presidenza, ma è ormai in ripresa sotto Zelensky che ha avviato sì una campagna politico-giudiziaria contro lo strapotere degli oligarchi – e l’arresto di Medvedchuk lo dimostra – ma concentrandosi su pochi, o meglio su uno solo: Petro Poroshenko appunto. Il penultimo presidente, con un posto fisso ai piani alti del ranking dei businessman del Paese e leader del maggior partito dell’opposizione filoccidentale, è ora accusato di altro tradimento per aver fatto affari con i separatisti filorussi del Sud Est e rischia 15 anni di carcere. È la giustizia selettiva che pende come una spada di Damocle ogni volta che alla Bankova entra un nuovo inquilino. Yanukovich si era invece concentrato su Yulia Tymoshenko, che prima di diventare premier ai tempi della rivoluzione arancione del 2004 era nota come unica oligarca donna e principessa del gas, visto che la sua fortuna l’aveva accumulata con gli opachi traffici energetici tra Russia e Ucraina. Poroshenko aveva preso di mira anche Dmitry Firtash, altro boss del gas, che ha dovuto rifugiarsi a Vienna e dal 2014 colpito poi da sanzioni per aver venduto titanio in Russia. Sempre nel 2014 era entrato in scena in grande stile Igor Kolomoisky, forte nel settore bancario e del petrolio e tra gli ucraini più ricchi, diventato addirittura governatore nella regione di Dnipropetrosvk. È stato lui il principale sponsor di Zelensky, insieme agli altri che hanno sempre mantenuto un profilo basso e neutrale, senza decise preferenze politiche, ma strizzando l’occhio e aprendo i portafogli a tutti. Maestro in questo senso è Victor Pinchuk, il prototipo dell’oligarca ucraino, che ha istituzionalizzato già negli Anni 90 il matrimonio tra affari e politica, sposando la figlia dell’allora presidente Leonid Kuchma. L’impero di Pinchuk, tra industria dell’acciaio e media, si è allargato sotto ogni presidenza e anche sulla scacchiera internazionale ha resistito agli scossoni rivoluzionari grazie all’equilibrio tradizionale familiare. Suo suocero Kuchma, dopo il fallimento del 2004 di condurre alla presidenza il suo delfino Yanukovich, sconfitto da Viktor Yushenko, tre lustri dopo è finito a fare il mediatore per la parte ucraina nel gruppo di contatto trilaterale con Russia e Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) nel processo di pacificazione nel Donbass, sostituito solo ultimamente dal consigliere di Zelensky Andrei Yermak. Lo stesso Pinchuk ha fondato oltre 15 anni fa la Yalta European Strategy, piattaforma che guarda con favore ai rapporti con l’Occidente.

domenica 27 marzo 2022

Guardare alla guerra russo-ucraina con uno sguardo lungo - articolo/conversazione con Limes

 

Sembra proprio che si stia purtroppo materializzando il rischio che l’invasione russa dell’Ucraina si trasformi in un conflitto di lunga durata. Una prospettiva che accentuerebbe, oltre al drammatico impatto sul popolo ucraino, le tante problematiche legate, direttamente ed indirettamente, a questo tragico evento. La reazione emotiva che ha attraversato, con accentuazioni anche molto diverse, le opinioni pubbliche dell’intero Occidente si sta sempre più accompagnando all’esigenza di andare oltre lo sdegno morale per l’aggressione per meglio capire da una parte le dinamiche che possano spiegare quanto è successo e dall’altra le prospettive che si potranno innescare. Ogni sforzo per raggiungere una pace stabile e sostenibile deve necessariamente fare i conti con questi aspetti. Nel nostro ambito abbiamo offerto, oltre ad alcuni post, un prezioso spunto di riflessione con la conferenza di Gian Giacomo Migone dello scorso 14 Marzo, procediamo in questo impegno con il seguente articolo/conversazione apparso sulla rivista online La Tascabile che offre una competente panoramica ad ampio raggio sui prossimi possibili sviluppi del conflitto e, più in generale, sugli scenari geo-politici globali che ne potrebbero conseguire

Mappe mobili

Una conversazione con Alfonso Desiderio su implicazioni e scenari dell’invasione russa in Ucraina (giornalista professionista ed esperto di geopolitica e relazioni nternazionali. Lavora per Gedi Digital / Limes ed è coordinatore del canale youtube di Limes)

Partirei dalla Ucraina e da come, per identità e cultura, prima della guerra fosse bene o male composta da due, o forse tre zone: occidentale, orientale e meridionale.

Alfonso Desiderio (AD): Ucraina significa terra di confine, nome azzeccatissimo perché  nei secoli è sempre stata contesa tra mondo russo e resto d’Europa. Da quando è indipendente, in ogni elezione presidenziale ucraina si è sempre vista una spaccatura elettorale tra parte sud orientale (filo-russa) e parte centro occidentale (filo-occidentale) con un candidato che voleva l’Ucraina sempre collegata all’Occidente (NATO, UE). E questo aveva una base storica perché da Kiev le zone verso est sono state sotto il controllo russo a lungo, mentre invece le parti occidentali hanno vissuto solo una breve occupazione russa. Anzi, il grande problema di oggi l’ha causato Stalin, perché alla fine della seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica vincitrice non ha soltanto espanso la sua area di influenza fino all’Europa centrale, ma ha voluto espandere i confini della stessa URSS. Oltre poi a prendersi Kaliningrad sul Mar Baltico (che dopo il 1991 è diventata un’exclave della Federazione Russa), nella parte meridionale Stalin ha voluto inserire nella Repubblica Sovietica di Ucraina tutta una regione che faceva parte dell’impero asburgico, il cui punto di riferimento è Leopoli, che fu addirittura la quarta città dell’impero, e dove si era sviluppato un sentimento nazionale ucraino in chiave anti-russa. All’inizio di questa guerra molti analisti, me compreso, pensavano che alla fine Putin sarebbe riuscito a conquistare facilmente la parte orientale. Questa è stata un po’ la sorpresa di questa guerra, perché si è visto che c’è una fiera resistenza anche nella parte orientale, come nella parte meridionale. Mariupol, che non è ancora del tutto controllata dai russi, è fondamentale perché è una città che in sostanza divide la parte delle Repubbliche Federate del Donbass, rese autonome nel 2014 e ora riconosciute da Putin, con la Crimea – anche quella annessa nel 2014 – e la provincia di Kerson nella parte meridionale già conquistata. A Mariupol, che è un caso a sé, c’è il famigerato battaglione Azov, o meglio reggimento, con molte implicazioni politiche, perché è un battaglione che ha usato una simbologia nazista, e viene accusato dal punto di vista ideologico e politico. Ma nelle altre province meridionali la città chiave è Dnipro, dove vedevamo i video delle madri che preparavano molotov per strada. Ora certo, c’è un effetto propaganda, però ecco non è che i russi abbiano avanzato tranquillamente. In questi otto anni dal 2014 anche quella parte di popolazione che consideravamo russofona in realtà si è trasformata e sta combattendo contro i russi. Questa è una novità, perché abbiamo sopravvalutato l’influenza storico-culturale della Russia in queste province. La divisione sembra essere in tre parti: cittadini ucraini che si considerano russi (Donbass e Crimea); la parte che parla russo abitualmente; e ucraini occidentali che sanno entrambe le lingue ma parlano solo ucraino. La novità di queste prime settimane di combattimenti? È diminuita l’influenza politica e culturale russa in questa parte orientale di Ucraina; la resistenza ucraina rappresenta una sconfitta per Putin. Altra sorpresa è che tutti si aspettavano che Putin volesse mettere un governo fantoccio, si pensava che questa cosa sarebbe stata facile, trovare cioè un politico ucraino che proclamasse una Repubblica ucraina indipendente filo-russa. Al momento la sorpresa è che anche nelle parti più legate alla Russia c’è molta resistenza, è uno dei motivi che l’ha spinto a intervenire ora, la paura di perdere il paese. 

​​L’obiettivo minimo adesso per Putin qual è? Prendersi la Nuova Russia, intesa come regione storica, cioè tutta la parte a nord del Mar Nero?

AD: Quello sta diventando l’obiettivo massimo. Sarebbe una conquista importante. Non solo si conquisterebbe tutta la costa del Mar Nero (sbocco mediterraneo che si aggiunge all’espansione russa in Siria, Libia, etc), ma sarebbe un colpo gravissimo per quello che resta dell’Ucraina, che senza sbocco al mare difficilmente riuscirebbe a sopravvivere. Questo paese già era povero prima della guerra, affaticato dalle tensioni degli ultimi anni, senza sbocco sul mare avrebbe delle difficoltà economiche. L’obiettivo sarebbe di creare uno stato talmente debole che un domani si potrebbe convincere a tornare alla Russia, vecchia tattica usata sull’Ucraina intera. Ora, conquistata Mariupol, si tratterebbe di escludere Odessa e annettersi e riconoscere una Repubblica del Donbass allargata fino alla Crimea. L’altra questione per i russi è che la Crimea, anche se storicamente legata alla Russia, dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico ed elettrico dipende dall’Ucraina. Dal 2014 ci sono stati problemi per i russi a fornire acqua e corrente elettrica alla Crimea. Questo obiettivo minimo consentirebbe una vera annessione della Crimea alla Russia.

Hai parlato di un sentimento nazionalista ucraino che ha sorpreso gli analisti. Puoi parlarci delle sue origini? Quanto è legato alla figura di Zelensky, e quanto dipende dai rapporti con l’Occidente, o piuttosto da un senso di identità nazionale forte?

AD: All’inizio della guerra non era previsto da nessuno. Tutti pensavano che le minacce fossero un modo per ottenere risultati dal punto di vista politico e diplomatico. E la dimostrazione la si vede in questi giorni. Militari mandati a fare esercitazioni in Bielorussia sono stati avvisati all’ultimo o non avvisati. Lo stesso apparato russo, compresi generali nei vari gradi, alla fine non erano informati o pronti a questa guerra. Quindi sicuramente nella fase iniziale c’era un obiettivo negoziale anche perché dal punto di vista militare è un’operazione illogica. Stiamo parlando di un paese grande quanto la Francia con oltre 40 milioni di abitanti ed è difficile riuscire a controllarlo con duecentomila soldati. L’unica speranza di vittoria era che Putin venisse accolto come liberatore. Puoi vincere una guerra come gli Usa in Iraq, ma poi mantenere il controllo del paese è un’altra questione. Tutto ciò fa pensare che ci sia stata una decisione di avviare l’intervento da parte di Putin. Che lui avesse già da tempo questa intenzione e l’abbia tenuta nascosta, questo non lo sappiamo. Che fosse obiettivo di lungo termine è vero, qui però entriamo nel campo delle ipotesi, un ping pong con gli Usa che hanno fatto di tutto per non impedire l’invasione, perché con lo spostamento dei diplomatici a Leopoli e gli annunci sul non-intervento per l’Ucraina hanno lasciato agli europei il compito di sostenerla. Insomma, Putin ha pensato che fosse il momento giusto. Con l’attacco al Congresso americano e con il ritiro dall’Afghanistan ha intravisto una debolezza americana. Quando fece la guerra in Georgia era il 2008, l’anno della crisi economica che portò al fallimento di Lehman Brother. Forse pensava che Zelensky e il governo ucraino entrassero subito in difficoltà e forse delle persone identificate come alternativa a Zelensky sono venute meno. E quindi è rimasta solo l’opzione militare. L’altra sorpresa è stata Zelensky, ex attore comico che Putin probabilmente non considerava un leader capace di reggere, e che invece si è rivelato in questa fase un grande leader; sa usare i mezzi social per coinvolgere l’opinione pubblica occidentale, i governi europei e la stessa popolazione. Non era scontato. Altro fattore: considerate anche che Biden e gli Usa hanno tenuto un basso profilo. Dal punto di vista mediatico abbiamo assistito al confronto tra un Putin che invade, l’uomo forte, e Zelensky la vittima debole. Sui media è Davide contro Golia. Forse se ci fosse stata una presa di posizione forte da parte Usa dal punto di vista mediatico sarebbe stato un confronto tra Biden e Putin; nell’Europa occidentale questo avrebbe creato manifestazioni di movimenti anti-americani, “Zelensky fantoccio degli Usa”, però in questa situazione mediatica non è – almeno –  sembrato così.

I telegiornali in giro per il mondo che differenze hanno al di fuori della Russia su come stanno raccontando della guerra?

AD: Ovviamente non conosco tutti i media. Molti paesi subiscono l’influenza dell’informazione occidentale, quella che noi vediamo filtra in tanti paesi del mondo ad eccezione di due soggetti principali di questa guerra, Russia e Cina, dove sono controllati. Quanto questi media sono pervasivi? Con i social ci sono tanti modi per informarsi. Escludiamo la Cina per ora, parliamo della Russia. La questione mediatica è questa: in Russia alla fine il settore della popolazione che subisce l’effetto delle sanzioni è un settore limitato, soprattutto urbano, e ha quindi un impatto relativo. Il grosso della popolazione russa, meno legata agli standard occidentali, ha la carta prepagata russa che non subisce sanzioni, guarda la tv russa filo-putiniana eccetera. C’è una Russia profonda che in questo momento non viene intaccata dalle sanzioni, ma ci vuole tempo; non conosce i fatti se non quelli che arrivano dal governo russo. E conoscendo lo spirito russo è facile per Putin dare colpa all’Occidente perché c’è un atavico complesso di inferiorità russo verso l’Occidente. C’è una popolazione che da un lato può essere mobilitata verso occidente, e dall’altro – pur essendo povera e in difficoltà – è pronta a sacrifici per la potenza del proprio paese. L’impatto dei media è relativo, considerando che l’opinione pubblica russa conta relativamente. È importante l’impatto che ha sugli apparati, ministeri, gruppi di potere intorno a Putin. Sono in corso delle purghe che sono da un lato effetto di come sta andando la guerra, ma forse ci sono anche delle crepe all’interno del sistema. Importante qui è stato rendere pubblico quel video del Consiglio di Sicurezza russo in cui Putin mette in difficoltà i suoi collaboratori, segnale che da un lato affermava la forza del leader, dall’altro faceva capire che su questa guerra c’erano state delle divisioni interne alla Russia. Per la Cina c’è un altro discorso. L’impatto dei media relativo, il regime è particolare. Molto importante è quello che deciderà il governo cinese, che è l’unico che può salvare la Russia.

Prima parlavi del momento giusto per attaccare, l’altro giorno nel Mappa Mundi con Orietta Moscatelli parlavate di questo come l’ultimo momento possibile; Moscatelli ipotizzava che la caduta di Mariupol potesse essere sufficiente a innescare una tregua.

AD: Quello è il problema classico delle negoziazioni. Apriamo il quadro, riguardo al momento giusto e quello non giusto. C’è stato un allargamento NATO nel tempo, a danno di quella che era la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica e della Russia stessa. Si è passati dal contenimento a un rosicchiamento dei vari pezzi, un allargamento fino alle Repubbliche baltiche nel 2004. C’è stata la Georgia, l’Ucraina, si era arrivati a ipotizzare la caduta di Lukashenko in Bielorussia, l’unico saldo alleato della Russia – anche se non è così semplice il suo rapporto con la Russia, perché a lungo Putin e Lukashenko non hanno avuto ottimi rapporti, Lukashenko aveva voluto rimarcare l’indipendenza della Bielorussia dalla Russia… Detto ciò, con le manifestazioni contro Lukashenko in Bielorussia dal punto di vista di Putin, e russo, c’era il rischio che anche la Bielorussia potesse fare la fine dell’Ucraina. Nella visione russa, Bielorussia e Kazakistan, al di là dell’allargamento della NATO (l’Ucraina non sarebbe mai potuta entrare nella NATO per varie ragioni, assenza di confini chiari, stato di guerra permanente etc), la sensazione da parte di Russia e Putin era di questo continuo rosicchiamento, e ricordiamoci sempre che la Russia è un impero, non uno stato nazione. Limes l’ha scritto in vari volumi. La perdita di pezzi equivale a una frammentazione della Russia stessa.

Con Marco d’Eramo abbiamo parlato di temi simili, quanto è importante la Siberia per esempio: se la Russia si disgrega, magari la Cina si prende la Siberia e non è detto che gli Usa lo vogliano… Ci sono tante nevrosi nel giornalismo italiano, puoi dirci un po’ la tua su questo disagio davanti al fatto che veniamo da un lungo periodo di benevolenza per la Russia, e questo imbarazzo di vedere gli Usa che hanno incalzato, fatto sentire insicuro l’impero russo, e noi non sappiamo più come parlare… Come vedi questo imbarazzo?

AD: Italia e Germania sono due paesi che storicamente, anche facendo parte dell’alleanza atlantica, hanno sempre avuto un rapporto di forte interscambio con la Russia. Il caso energetico è quello più evidente. Italia e Germania dipendono dal gas russo. Fatto economico e politico. Due esempi: Schröder, segretario del partito socialdemocratico tedesco, va a lavorare per Gazprom ed è uno dei personaggi chiave per la realizzazione del gasdotto che collega Germania e Russia saltando la Polonia. L’altro esempio è il nostro circa il rapporto tra Berlusconi e Putin, non a caso noi dipendiamo dal gas russo per più del 40 per cento, e così la Germania. Ci siamo presi delle libertà nel sistema atlantico. Il problema dell’Italia e degli altri paesi europei, seguendo un filone del post-storicismo, è che siamo entrati in una fase in cui si pensava solo ai lati economici e non politico-strategici, abbiamo delegato questi agli Stati Uniti. Ora ci svegliamo. Gli Usa non sono più disposti a difendersi come nella guerra fredda e scopriamo che per l’accordo del gas ci fu grande attenzione da parte di media e popolazione sugli aspetti che ci legavano alla Russia di Putin.

Intervenire nel Mar Nero significa anche interferire nelle rotte dei “mari caldi”. Come si modificheranno le dinamiche dello scacchiere mediterraneo a livello strategico, considerando anche la presenza della Russia in Siria?

AD: Il Mediterraneo è stato considerato a lungo ai margini dello scacchiere strategico internazionale. Gli Americani per anni non hanno più schierato portaerei nel Mediteraneo, e adesso sono tornate: in questo momento sono in corso esercitazioni tra la portaerei francese De Gaulle, la portaerei italiana Cavour, la portaerei americana Truman. Quindi il Mediterraneo dal punto di vista strategico torna importante, e anche a rischio. Si tratta di un problema pratico, perché le navi russe vanno a vedere cosa fanno le navi occidentali durante queste esercitazioni, c’è un confronto: molto spesso c’è un aereo che entra, una nave che si avvicina all’altra… C’è un gioco delle parti che provoca tensione, e un incidente può sempre accadere. Esiste poi un discorso strategico e politico più ampio. Noi la Russia ce l’abbiamo al confine, perché da una parte sostiene Haftar in Libia, dall’altra in Tripolitania abbiamo la Turchia. Il rapporto tra Russia e Turchia è molto particolare, e se dovessero trovare un accordo sulla Libia noi avremmo la Russia vicina alle nostre altre forniture di gas ed energia algerine e nordafricane. Poi c’è la questione migratoria. La Turchia ha usato l’arma migratoria nei confronti dell’Europa, e potrebbe usarla anche contro l’Italia, facilitando gli sbarchi e provocando la reazione dell’opinione pubblica. E poi ci sono i Balcani, che sono già in un equilibrio molto instabile: basti pensare alla Bosnia negli ultimi mesi, e all’importante rapporto storico che la Serbia ha con la Russia – anche se in questa crisi la Serbia all’Onu ha una posizione non proprio filo-russa. Con Romania e Bulgaria che sono sul Mar Nero, e vengono influenzate da questa guerra direttamente, anche i Balcani entrano in fibrillazione: è possibile che nei prossimi mesi esplodano delle crisi. E poi abbiamo una serie di effetti indiretti: noi parliamo giustamente dei danni economici che le sanzioni e provocheranno all’economia italiana ed europea, ma il rialzo dei prezzi avrà effetti devastanti nei paesi dall’Africa e del Medio Oriente, quindi bisogna stare attenti a crisi che potrebbero essere innescate dal rialzo dei prezzi delle materie prime – grano, fertilizzanti, metalli e così via – e che innescherebbero effetti anche politici nei Paesi con economie molto più fragili della nostra, in aree instabili.

A proposito, c’è anche una questione mediorientale poco raccontata ma che in realtà mi sembra fondamentale. La Russia ha un ruolo chiave in Medio Oriente. Per la presenza militare e politica in Siria, come dicevi, perché contiene l’Iran contro Israele, e per le tante connessioni che ha proprio con Israele: il russo, per esempio, è la lingua madre non ufficiale del paese; sono legami profondi, culturali. Per questo Israele sembrava, almeno all’inizio, poter diventare una figura di intermediazione, anche per il fatto che Zelensky è ebreo.

AD: All’inizio sembrava, sì, in questa fase sembra esserlo meno, però forse ha un ruolo sotterraneo. Considerate che i russi in Israele si sentono russi. C’è un legame forte poi di Israele con gli Usa che è scontato. C’è il discorso dei flussi finanziari, i patrimoni degli oligarchi all’estero, metterei anche Cipro che è una delle destinazioni privilegiate delle finanze; ricordiamo che è divisa, la situazione è ambigua. E quindi Israele può avere un ruolo, ma non è ancora chiaro di che tipo, dal punto di vista politico, perché i legami con gli Usa sono fortissimi anche se si dà per scontato il luogo comune per cui Israele sia influenzabile dagli Usa. Non è sempre così. I rapporti di forza tra i due paesi è particolare, non è che Israele segue e basta, è un rapporto complicato e quindi bisogna capire gli interessi in questa fase di Israele, che è appunto interessato all’Iran. Siria: c’è una presenza russa che sostiene Assad, in contrasto forte con la Turchia. Alcuni scontri sono tenuti nascosti. Noi abbiamo visto anche meno di ciò che è stato tra Russia e Turchia. Entriamo nel capitolo della Turchia, allora, paese chiave nei rapporti con la Russia: è un rapporto ambiguo. La Turchia fa gioco tra Stati Uniti, Nato e Russia; quindi da un lato la Russia sarebbe un’antagonista della Turchia (Libia, Mar Nero, controllo degli stretti), hanno un problema nel Caucaso, hanno tantissimi contrasti in atto… Nonostante ciò hanno anche delle collaborazioni: la Turchia ha comprato il sistema missilistico russo S400, gli Usa non hanno dato gli F35 perché temevano che la tecnologia potesse passare ai russi; collaborazione economica, flusso turistico, un rapporto non nitido. È impossibile fare previsioni. Dal punto di vista strategico la Turchia è antagonista della Russia per interessi contrapposti; magari vedremo un avvicinamento tattico ora, in funzione anti-americana, anche se lì Turchia e Russia hanno troppi problemi geopolitici di lungo periodo per un riavvicinamento totale. Ci sono diversi dossier, bisogna capire su quali si può trovare l’accordo. Discorso simile per la Cina, anche lì sono impossibili le previsioni, non è scontato che la Cina sostenga la Russia e viceversa.

Hai tirato fuori la parola “dossier”. La parola dossier aiuta a capire la differenza tra il lavoro che fate a Limes e quello di talk show e telegiornali che la buttano sul sentimentale. È importante ricordarsi che ci sono una serie di faldoni con scritte delle questioni, e bisogna un po’ trattare tra quelle. La domanda che ti vogliono fare è: voi avete tradotto in italiano deep state, stato profondo, traduzione di un termine turco che Trump ha usato per parlare male degli apparati. Voi avete fatto un lavoro per far capire che per stato profondo si intende continuità del rapporto tra collettività e amministrazione e comprensione di quale deve essere la strategia. Con tutti questi personaggi, qual è il rapporto tra i dossier che stanno in mano allo stato profondo e il lavoro dei politici? Qual è equilibrio tra le due cose?

AD: Gli apparati svolgono una funzione fondamentale dal punto di vista culturale storico e politico. Il consigliere del principe ha sempre avuto un ruolo fondamentale. È difficile da soppesare. È più facile negli Usa, che hanno un apparato evidente, che non è però compatto. Entriamo nella logica per cui l’apparato americano è diviso in vari componenti; ma anche proprio all’interno delle singole strutture c’è questo interscambio continuo tra mondo privato e pubblico, questa attività di lobbying che fa sì che la divisione tra privato e pubblico sia molto fragile. Ci sono poi i filoni culturali che vanno di moda nell’apparato americano che in vario modo influenzano. Nell’apparato americano c’è una tradizione anti-russa importante. E qui c’è una novità. A Limes abbiamo fatto una carta sulla Russia nemico preferito degli Usa, tanto che alcuni parlano nei termini di una collaborazione perché la divisione faceva comodo a entrambi: era una guerra fredda, ma anche un’alleanza, per certi versi. E c’è questo filone anti-russo molto forte legato alle comunità, ad esempio, di polacchi negli Stati Uniti. La novità è che sta crescendo il filo-putinismo negli Usa, c’è una crisi interna negli Usa, ecco anche la motivazione di un profilo basso di fronte all’invasione di Putin. Sono spaccati al proprio interno. Anche lì è complicato, perché è sempre complicato il rapporto tra apparato e opinione pubblica americana: c’è un’America che da sempre non sopporta Washington, una ridotta minoranza che sta diventando un concetto più ampio. Gli apparati hanno problemi a mantenere il controllo della popolazione. Negli USA c’è la stampa libera. È facile scambiare informazioni. 

È pensabile immaginare uno scenario della Russia dopo Putin?

AD: Anche nella migliore delle ipotesi per Putin, un passo geopolitico duraturo nel tempo è stato fatto. La Russia resterà a lungo con le sanzioni. Putin nei primi anni della sua presidenza guardava molto a occidente, all’integrazione russa nel sistema occidentale. Poi si è rotta questa strada, e la strategia è cambiata. È stato nel 2007-2008, quando a Monaco Putin fa un discorso importante, dove dice alla NATO: “dove volete arrivare?”; e poi l’applicazione pratica di questa logica è la guerra in Georgia nel 2008. Anche gli ultimi discorsi, spinti dall’immediatezza della situazione attuale, mostrano un odio verso l’Occidente. Un odio che marca uno spostamento della Russia verso oriente, anche nella popolazione; quella più legata all’Occidente è quella più colpita, più debole in futuro. L’effetto nel medio periodo è importante. L’altro grosso effetto dal punto di vista geopolitico è il riarmo tedesco, un elemento fondamentale che avrà un effetto sul futuro dell’Unione Europea, ma ne parliamo un’altra volta.

venerdì 18 marzo 2022

Il "Saggio" del mese - Marzo 2022

 

N.B. = La stesura della sintesi del “Saggio” di questo mese è stata fatta prima dell’inizio della gravissima e drammatica invasione russa dell’Ucraina. Non abbiamo però rinunciato alla sua pubblicazione, soprattutto per la consueta parte introduttiva, nella sua forma originaria. Per due ragioni: la prima è quella, pur nella consapevolezza di tutti noi della rilevanza storica di quanto sta avvenendo, di non rinunciare ad interrogarci sulle tante altre questioni che incidono sulla attuale contemporaneità. La seconda consiste nel ritenere che anche questa spaventosa guerra, ed i percorsi storici che l’hanno determinata, pongano domande importanti proprio sul tema al centro di questo “Saggio”

Il “Saggio” del mese

MARZO 2022

Come anticipato nella “Parola del mese” di questo Marzo 2022 “Immunità (comune)” non mancano di certo elementi che sollecitano una riflessione sulla tenuta della democrazia rappresentativa così come l’abbiamo sin qui conosciuta, fino a darla, incautamente, per scontata, per acquisita. Così non è. Quantomeno a partire dagli anni Ottanta/Novanta le profonde mutazioni del quadro geo-politico globale connesse a quelle dei sistemi economico-sociali hanno prodotto un profondo impatto - su istituzioni, procedure e sistemi, relazioni con società e soggetti economici, partecipazione elettorale, sistema dei partiti e loro rapporto con il corpo elettorale – tale da aver di fatto modificato molti dei capisaldi sui quali poggiava l’idea “classica” di democrazia. La pandemia infine, con il suo carico di impattanti provvedimenti che non poco hanno accentuato questo stato di cose, ha reso ormai manifesta questa situazione. Proveremo in questo spazio a presentare spunti di riflessione capaci, progressivamente, di entrare nel merito delle tante questioni che, in conseguenza di tutto ciò, si sono delineate. Iniziamo con questo Saggio del mese, di recentissima pubblicazione, che in forma di phamplet propone, ripercorrendo alcuni passaggi topici relativi alla specifica situazione italiana, una serie di “provocazioni”. Il suo autore non è certo ascrivibile alla schiera dei critici per partito preso, ma non teme di esprimere, con apprezzabilissima sintesi, opinioni chiare e nette in questo  ripercorre alcuni significativi passaggi delle recente storia politica italiana, utili proprio come prima concreta base dalla quale partire per entrare nel merito delle contraddizioni che ne emergono.



Luciano Canfora, filologo classico, storico, saggista e accademico italiano

 

1 – Attinenze cospicue

Non sono mancati nella recente storia italiana passaggi che, nella loro incidenza concreta, hanno di fatto costruito un percorso riformatore mai formalmente enunciato. Una situazione che, non meno di quella per molti versi ben più brutale, della crisi greca del 2015, chiama in causa, come loro primo decisivo protagonista, la stessa UE, la sua idea di democrazia, di rapporto fra Stati membri e istituzioni centrali, e la coerenza ad essa delle politiche concrete che ne sono conseguite

2 – Una anomalia italiana

Ed infatti …… da oltre trent’anni l’Italia vede attuarsi periodicamente soluzioni “irregolari” delle crisi politiche ….. Al di là del giudizio di merito, e delle situazioni contingenti che possano aver contribuito a promuoverle, non sembra infatti sostenibile che “le modalità istituzionali” con le quali l’incarico governativo conferito in successione a Ciampi, Lamberto Dini, Monti e Draghi, sia stato attuato conformemente ai dettami della vigente Costituzione Italiana …… come se i Presidenti della Repubblica chiamati in causa in queste vicende, rispondessero alla Costituzione francese o persino allo Statuto Albertino ….. Nessuno dei tre incaricati di formare un nuovo Governo era parlamentare: non lo erano Ciampi  e Lamberto Dini, ma Governatori della Banca d’Italia, non lo era Monti, prima che Napolitano lo nominasse in fretta e furia Senatore a vita, ed ancor meno lo è Draghi, del tutto privo di cariche istituzionali al momento della nomina. ….. questa anomalia tutta italiana, quasi un retaggio di pratiche “ancien régime” ….. non poco accentua il discredito del Parlamento e dei partiti che lo compongono. Certo in tutti questi casi proprio la debolezza del sistema politico e partitico è stata la principale causa del suo manifestarsi, ma nulla cambia nella necessaria valutazione della tenuta democratica. Il presidente dell’Istituto De Gasperi (Domenica Cella), certo non uno scatenato estremista, ha osato far notare, e quindi  immediatamente e quasi unanimemente messo a tacere, che  ….. un governo del Presidente (della Repubblica) esorbita dal nostro ordinamento costituzionale ….  Il quale non esclude il conferimento dell’incarico ad un “non parlamentare”, purchè indicato al ruolo da una maggioranza parlamentare pre-costituita (l’ultimo esempio è quello di Giuseppe Conte), ma non prevede il percorso contrario con un Primo Ministro incaricato dal Presidente dall’andarsi a cercare tale maggioranza

3 – Programma “rei pubblicae constituendae”

Con il governo “Mattarella/Draghi”, ancor più dei casi precedenti, siamo quindi di fronte a mutazioni significative della nostra “Costituzione materiale”? Un significativo contributo per rispondere a questa domanda viene da alcuni passaggi del discorso, molto limato e soppesato, di presentazione del nuovo governo tenuto dallo stesso Primo Ministro il 17 Febbraio 2021. Un governo che, coerentemente con l’ampio mandato ricevuto dal Presidente, mirava ad avviare, in piena sintonia con la UE, importanti riforme e una ferma gestione della pandemia. A proposito della quale esplicita che ….. ci impegniamo ad informare i cittadini di ogni cambiamento delle regole ….. Segue, per evidenziare la volontà riformatrice, un significativo richiamo a Cavour riprendendo una sua frase, va da sé scelta non a caso ……. le riforme, compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità la rafforzano …… Questa volontà riformatrice sarà l’orizzonte di un governo definito semplicemente come  …… il governo del paese che non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca e che, interprete dello spirito repubblicano, nasce raccogliendo l’indicazione del Capo delle Stato … Respingendo subito dopo l'idea che tale governo sia stato reso necessario dal …… fallimento della politica …. Mascherando però a fatica il disagio di dire la verità sul commissariamento che di fatto veniva fatto dell’intero Parlamento (difficile non cogliere lo stesso disagio di una politica fallimentare quando, un anno dopo, il Parlamento incapace di trovare sintesi sostenibili sul nome del nuovo Capo dello Stato, rinomina, gioco forza, il Presidente uscente Mattarella). Questa constatazione, inaggirabile, dei limiti del quadro politico viene immediatamente legata alla UE precisando, con una formulazione non poco sibillina, che …… gli Stati Nazionali rimangono il riferimento ma, nelle aree definite dalla loro debolezza, cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa ….. Difficile non leggere fra le righe la considerazione che solo un esecutivo guidato da un personaggio considerato, dal Capo dello Stato e della stessa UE, "adatto all'incarico" poteva concordare tale cessione di sovranità

4 - Mi notano di più se non ci sono?

Non è assolutamente in discussione – anche in questa disamina che mira a far emergere, nel concreto operare istituzionale, le reali dinamiche di fondo dell’evoluzione dell’attuale democrazia -  l’autorevolezza e la competenza del nuovo Primo Ministro, da subito capace di imprimere un passo da tempo sconosciuto con i precedenti governi. Ma non si può non rilevare che quell’impegno “ad informare”, così solennemente assunto, non ha avuto un gran seguito, anzi. L’uomo al comando lavora, eccome, ma il rapporto con l’opinione pubblica, inevitabilmente mediato dai media, non sembra essere mai stato una sua priorità

5 – Stile e governo

Un distacco ed un silenzio che si interrompono con l’uso strumentale delle sport come potente veicolo di idee e consenso, viste le tante, inaspettate, vittorie italiane. La valanga di esaltazioni e celebrazioni (quasi una gara ad ostacoli fra le alte cariche a chi arrivava per primo) permetteva di far passare quasi in sordina, ancora una volta rinnegando quella promessa di chiarezza informativa, alcuni passaggi rilevanti del percorso riformatore. Spicca ad esempio il cruciale avvio della riforma del processo penale varata in un silenzio pressochè totale. Nessuno ha avuto così modo di ascoltare, e capire, gli argomenti addotti per spiegare tale scelta che ….. non era assolutamente fra le riforme richieste dalla stessa UE che spingeva per quella della giustizia civile ….. Un momento alto di “servitù spontanea”? Un'altra riprova del clima semiclandestino che ha avvolto la relazione diretta fra esecutivo e cittadini è fornita dalla comparsa in scena, in svariati momenti e passaggi importanti, di una non meglio definita “cabina di regia”. Un organismo, magari non ufficiale, ma composto da personaggi con altissime competenze? No, è semplicemente un incontro fra i leader dei partiti al governo, o dei loro portavoce, per essere preventivamente informati di quanto il governo sta per decidere.

6 -  Il superpartito. Declino dei partiti

Qualche domanda dovrebbe ben porla alla coscienza democratica italiana il frequente ripetersi di passaggi in cui, a fronte di oggettive situazioni problematiche, peraltro ormai endemiche per il nostro paese, ci si affida ad un “salvatore” di collaudate capacità per uscire dalle secche degli evidenti limiti del sistema politico-partitica. Suona a monito il precedente, dal successivo drammatico sviluppo, del 19 Novembre 1922 quando il governo Mussolini  ebbe la maggioranza di tutti i partiti, tranne socialisti e comunisti. Ma è ben raro che la storia si ripeta tal quale. La possibile attuale forma del “partito unico” non è più, per nostra fortuna, quella imposta dalla dittatura fascista, ma ha la forma …… della riduzione  delle formazioni politiche, malconce ed impegnate in battibecchi strumentali, al ruolo di comparse …… Non è irrilevante, in questo processo in nuce, il ruolo della “stampa politica”, quasi unanimemente allineata a glorificare il salvatore della patria visto al tempo stesso come logica conseguenza e come “giusta punizione” dell’insignificanza partitica. I commentatori più acuti, ma non meno trasversali, evidenziano alcuni aspetti che meriterebbero, ben al di là del solito evidenziare il discredito verso i partiti, peraltro  ampiamente meritato, un esercizio critico più attento alla tendenze di fondo:


*   il mandato di governo  è di fatto staccato dall’effettiva volontà dei partiti

*   il governo è nominalmente un governo parlamentare ma gli attori parlamentari istituzionali, i partiti, decretano in tal modo la loro irrilevanza

*   la formula …. in Italia il governo si forma in Parlamento …. è così virtualmente svuotata di valore

Sullo sfondo, ad ulteriore giustificazione del dato di fatto, si muove una sorta di mantra invocativo …. l’abbandono delle ideologie ……. Laddove per ideologie si intende, a ben vedere, …… l’intero patrimonio di idee e riferimenti culturali che ciascuna forza politica dovrebbe avere come propria ragione d’essere …... Un richiamo il cui esito scontato non può che essere  il definitivo fallimento della politica facilmente decretato, vista l’impalpabilità dei soggetti partitici in causa, con il loro impallidire in una sorta di unico incolore “superpartito”. Verrebbe così cancellato lo stesso mandato che la nostra Costituzione, all’Articolo 49, affida ai partiti: tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per contribuire con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La parola chiave di questo articolo 49 è chiaramente il verbo attivo “determinare”, che coniugato con “metodo democratico”, indica al contrario un …… fecondo contrasto, ideale e pratico …..  fra opinioni politiche differenziate. Il richiamo ai dettati costituzionali non è, in questo caso, un passaggio di poco conto: il processo di svuotamento degli istituti democratici costituzionali, è da tempo portato avanti dalle forze per le quali la Costituzione antifascista …… da solo fastidio …. Mentre le forze, quelle di sinistra in primis, che di più dovrebbero impegnarsi per la sua difesa e concreta totale applicazione non sembrano opporre adeguata “resistenza”, fino a farsi sprovvedute promotrici di sue pericolose modifiche, a partire dall’abnorme dilatazione del ruolo delle Regioni (modifica Articolo 5). Per capire le origini dell’attuale assenteismo elettorale non occorre andare molto lontano

7 - Morti sul lavoro e sinistra di governo

In questo breve, ma di forte impatto nel suo ricordare, peraltro sinteticamente, l’elenco senza fine delle morti sul lavoro Luciano Canfora, coerentemente con quanto evidenziato nel Capitolo precedente sul pericoloso ed inaccettabile “abbandono delle ideologie”, richiama la sinistra italiana, in coerenza con la sua storia anche ideologica, a non ritenere che ……. essere sinistra di governo significhi soltanto occupare dei posti nel governo ……

8 – Il prezzo dell’investitura

Per meglio comprendere il contesto, allargato, entro il quale hanno via via preso corpo questi “slittamenti” dall’ordinario contesto democratico e istituzionale è utile ricordare il clima di sospetta benevolenza manifestata dalla UE verso il neonato governo Draghi e la collegata immediata approvazione del cosiddetto “Recovery Plan”. Sicuramente il devastante impatto sulle economie europee della pandemia ha imposto ai rigoristi europei una posizione, per ora, più conciliante, ma è altrettanto possibile che la cordiale e sollecita approvazione delle generose elargizione dei fondi PNRR sia stata motivata dall’aver verificato che, con il nuovo governo, erano state attuate le richieste garanzie di un quadro politico ed istituzionale “sotto controllo”.

9 – La giornata dell’orgoglio

In questo quadro, all’apparenza tutto “rose e fiori”, sono passate sotto silenzio alcune importanti precisazioni venute da personalità, come Mario Monti, tutt’altro che mal disposte verso il nuovo corso dei rapporti tra Italia ed UE. Quello che per il Primo Ministro italiano era la “giornata dell’orgoglio”, e per Ursula von der Leyen la riprova che “l’Italia è il modello per la ripresa” , in effetti è il giorno dell’approvazione di un piano, il mitico PNRR, che, se ben speso, potrà essere di buon sostegno al rilancio economico italiano, ma certamente non a costo zero. Non solo in termini di modalità finanziarie, dei 209 miliardi concessi dalla UE solo un’ottantina sono a “fondo perduto” tutti gli altri sono normale finanziamento oneroso, ma soprattutto come “impegno” a garantire una stabilità istituzionale di lungo periodo tale da tranquilizzare i vertici UE a partire dalla sempre forte componente dei rigoristi del bilancio statale “in ordine”. Al momento il famigerato Patto di Stabilità, che tanti danni ha provocato al sistema di Welfare europeo, è soltanto rimandato al 2023. Ed è bene tenere presente che, a tutti gli effetti, i ripetuti consistenti scostamenti di bilancio, inevitabilmente messi in atto per fronteggiare gli “effetti collaterali” della pandemia, sono stati tali da aver già “intaccato” il “tesoretto del PNRR”.

10 – Rifondazione

E’ allora lecito domandarsi se la forzatura qui delineata dei normali meccanismi democratici ed istituzionali possa rappresentare un modus operandi tutt’altro che episodico ed eccezionale? Qualunque possa essere, la risposta a questa domanda è sicuramente legata ai futuri equilibri europei. Le tensioni geo-politiche, le incertezze economiche, le profonde divisioni strategiche fra gli Stati membri, l’impegno per una svolta ambientale coniugata ad una maggiore giustizia sociale, sono fattori così dirimenti da rendere inaggirabile una vera e propria “rifondazione” dell’Europa Unita. Con quali tempi e modalità lo si potrà intuire già nel corso del 2022, ma è certo che sarà ancor più centrale e dirimente la questione della tenuta della democrazia e dei meccanismi decisionali, istituzionali e non.

11 – Per la contradizion che nol consente

La cartina di tornasole per capirlo sarà ancora quella della sopravvivenza dello Stato Sociale, della visione dei rapporti sociali ed economici, e dei collegati meccanismi democratici, che ha positivamente contraddistinto l’intera Europa del secondo dopoguerra, Italia in prima fila. Da anni il dibattito politico attorno al deliberato processo del suo svuotamento e ridimensionamento, che già molti danni ha fatto, si inceppa di fronte al bivio dei veri ambiti decisionali. Ogni eventuale tentativo di capire come porre rimedio alle gravi problematiche che già si sono accumulate, in tutti i settori “pubblici”, dalla giustizia alla scuola, dalla sanità al sistema pensionistico, deve fare i conti con un quadro decisionale che inevitabilmente, e per molti versi giustamente, non può più essere quello strettamente nazionale. E’ quindi indispensabile ed urgente che anche l’Italia sia consapevole di questo stato di cose, per trarne le necessarie conseguenze sui percorsi democratici decisionali. Evitando quindi che si consolidino percorsi non esattamente alla luce del sole. Non sarà semplice, perché questa necessaria consapevolezza ancora latita  ……..   né pentère e volere insieme puossi, per la contradizion che nol consente …… (Dante, Inferno-XXVII-119-120)

12 – Governismo al capolinea

Riprendendo alcune fila della riflessione sin qui fatta occorre rilevare che l’attuale italica tendenza al cosiddetto “superpartito” non sembra costituire una premessa positiva. Non si può non constatare che …. in tutte le formazioni politiche, pur nell’apparente aspra dialettica, prevale alla fin fine una concezione “governista”, persino in quelle  che si compiacciono di atteggiamenti anti-sistema ……. E’ un fenomeno che può avere diverse interpretazioni e ancor più diversi giudizi, ma che, per quanto accentuatosi in tempi recenti, non è storicamente una novità, tanto da essere stato descritto e giudicato da due pensatori tra di loro distantissimi: Benedetto Croce e Antonio Gramsci. Il primo, in un articolo del Gennaio 1912, ospitato dall’Unità con titolo “Il partito come giudizio e come pregiudizio”, così scriveva in piena età giolittiana ….. l’esperienza mostra che il partito che governa, o sgoverna, è sempre uno solo e ha il consenso di tutti gli altri che fanno le finte di opporsi …… Ben più articolata è l’analisi gramsciana, in effetti tutta attraversata dalla questione “partito”, che nel valutare nel Quaderno 17 dei “Quaderni dal carcere” le differenze tra “partito unico totalitario” e “partito unico articolato” afferma che nella situazione apparentemente più democratica di un libero parlamentarismo tradizionale …… il parlamentarismo effettivo è quello “nero” ……. Ossia un pluripartitismo “addomesticato” che, nell’ombra dei meccanismi di potere, converge verso un sostanziale unanimismo. Ciò succede, secondo Gramsci, quando vertici ed apparati di partito perdono un solido ancoraggio con la parte della società che dovrebbero rappresentare. In questo senso la stessa vocazione “europeista”, per quanto condivisibile e sostenibile, se slegata da un concreto ancoraggio sociale, perde consistenza ideale e fattuale. Non aiuta di sicuro il  procedere, parallelo a quello dello scadimento politico e culturale dei partiti, di profonde trasformazioni della composizione sociale che, non a caso, hanno inciso in misura maggiore “a sinistra”. Gli strati sociali che guardano ai loro privilegi trovano più facilmente una sintesi attorno alla convinzione, caposaldo del pensiero mainstream neoliberista, che il loro mantenimento e rafforzamento abbia effetti positivi per l’intera società. A sinistra invece la difficoltà di restare collegati ad una idea di “popolo” sempre più frantumata in rivoli, non di rado addirittura contrapposti, ha non poco contribuito a rafforzare una visione “governista”, immaginata come la sola risposta ad un non meglio identificato “interesse generale”. Va da sé che quella di Gramsci non sembra più essere una lettura abituale della sinistra governista.

13 – Il ritorno del suffragio ristretto

C’è allora da stupirsi se gli scenari della partecipazione elettorale vedono sempre più ….. votare gli abitanti delle metropoli, però essenzialmente quelli delle ZTL, delle zone a traffico limitato …… i quali, in percentuali confortanti, non di rado premiano il voto “progressista? Il controcanto è rappresentato da una percentuale sempre più crescente, fino ad essere quella maggioritaria in non poche occasioni, di elettori che non votano ovvero che votano motivati quasi esclusivamente da sentimenti di protesta, di rabbia (Marco Revelli parla di vero e proprio rancore).  Si sta cioè assistendo all’affermazione di una sorta di ……. suffragio ristretto, non più imposto per legge, ma realizzato per selezione naturale mediante auto-esclusione ….. Sembra lecito stabilire un collegamento con la tendenza evidenziata nel precedente Capitolo al “governismo”, inutilmente interrotto dalle bandierine agitate in campagna elettorale per marcare una certa “alterità”. Fino a sostenere che è un giudizio suicida quello che valuta questo stato di cose come una tendenza insita nelle moderne democrazie ….. una forma di assetto politico non resta democratica anche quando il demo se n’è andato …..

14 – Bilancio

….. sul nostro paese si sta giocando una partita di rilevanza internazionale …… nell’ultimo ventennio, per un cumulo di ragioni, l’UE ha avuto una guida tedesca. Ma sempre meno considerata positivamente nell’altra sponda dell’Atlantico, interessata, indipendentemente dal Presidente USA di turno, a rafforzare legami di stretto controllo nella lotta sempre più marcata con la Cina (e con i sogni di grande potenza russa coltivati da Putin). La Brexit si spiega anche in questa ottica di indebolimento della UE a trazione tedesca. Washington non sembra nutrire adeguata fiducia neppure nella Francia, Macron o no al governo. Per quanto fragile e “ballerina nel suo ondeggiare politico” l’Italia sembra stia meritando, dal punto di vista americano, un surplus di attenzioni. Che, non diversamente dalle ottiche UE, deve però fare i conti con un quadro politico troppo volatile, troppo difficile da comporre in maggioranze stabili di lunga durata. Salvo aggirare il problema scavalcando le “normali” procedure democratiche e lavorando a costruire, rafforzando tutte le tendenze già in corso qui delineate, un esecutivo forte messo al riparo dalle italiche turbolenze politiche. Sembra, se così è, che si stiano saldando due interessi convergenti …… la trazione diplomatico-militare statunitense e la subordinazione di quel che resta dello Stato sociale alle politiche monetarie europee ……. Ancora una volta …… la chiave di volta è pur sempre l’intreccio nazionale-internazionale …….