lunedì 1 aprile 2024

La Parola del mese - Aprile 2024

 

La Parola del mese

Una parola in grado di offrirci nuovi spunti di riflessione

APRILE 2024

La Parola di questo mese denomina l’oggetto di uso comune che più simboleggia l’impressionante svolta tecnologica avvenuta in questi ultimi decenni. Ed è un termine entrato così rapidamente nel vocabolario quotidiano da essere ormai usato senza prestargli la giusta attenzione. Eppure come saggiamente ci ricorda Gustavo Zagrebelsky, nell’introduzione del libro che ci guiderà nella sua esplorazione, è sempre più importante colmare questo vuoto di conoscenza. E’ il primo fondamentale passo per un suo più giusto utilizzo, individuale e collettivo

SMARTPHONE

Smartphone = sostantivo inglese, letteralmente “telefono intelligente”, indica un telefono cellulare che, grazie alla presenza di un sistema operativo completo e autonomo, ha le potenzialità di un piccolo computer

La familiarità quotidiana con la sua presenza non è infatti sinonimo di conoscenza delle sue caratteristiche, del suo funzionamento, delle sue potenzialità, e neppure di quanto abbia ormai modificato molti aspetti dei modi di vivere individuali e collettivi, così in profondità da imporre una seria riflessione a tutto campo. Ci aiuta a farla un testo di recente pubblicazione che coniuga altissima competenza tecnica e sensibilità sociale e politica

il cui autore è Juan Carlos De Martin

Professore ordinario presso il Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino, professore associato presso il Berkman Center for Internet & Society dell’Università di Harvard

Dal 2007, anno della sua comparsa, al 2022 sono stati venduti 15 miliardi e 224 milioni di smartphone, di questi circa 7 miliardi sono ancora attivi. Questa dato non significa che l’85% della popolazione mondiale ne possegga uno, il numero di persone che ne dispone è stimato in circa 4 miliardi persone (un altro miliardo e mezzo, sparso nelle zone più povere del pianeta, ancora utilizza un cellulare di vecchio tipo) vale a dire comunque circa la metà della popolazione mondiale. Negli ultimissimi anni le vendite di smartphone stanno conoscendo un rallentamento (nel 2022 ne sono stati venduti “solo” 1,2 miliardi, il valore più basso degli ultimi dieci anni) a dimostrazione che è ormai un dispositivo talmente diffuso da ridurre i suoi acquisti quasi esclusivamente “alla sostituzione”.

Per conoscerlo ne prendiamo uno, lo apriamo per capire quali sono i suoi organi, come sono connessi tra di loro, che ruolo hanno per il suo funzionamento

Anatomia dello smartphone

Lo schermo tattile = E’ la caratteristica che lo differenzia immediatamente dai vecchi cellulari, per la straordinaria differenza della qualità d’immagine (dovuta all’altissimo numero di pixel, l’unità minima che compone la superficie di una immagine digitale, più pixel ci sono più è nitida e precisa), ma soprattutto perché grazie alla tecnologia touch screen (schermo tattile ossia schermo sensibile al tocco) è attraverso di esso che si attua la catena dei comandi funzionali. Questa potenzialità, chiamata “capacitiva”, è resa possibile da una particolare pellicola conduttiva (capace cioè di condurre, trasmettere, calore e elettricità), che ricopre lo schermo vero e proprio (fatto di vetro di alta qualità) che  traduce il contatto di un polpastrello in una coordinata di comando (una caratteristica tecnologica tanto brillante quanto delicata perché richiede che il tocco sia a sua volta conduttivo, il touch non funziona con le unghie ed i guanti e nemmeno con una pelle troppo secca come quella di molte persone anziane). Al di sotto sta poi lo schermo vero e proprio, le cui tecnologie costruttive sono sostanzialmente due: quella a cristalli liquidi (LCD) e quella a diodo-organico (OLED) decisamente migliore e presente solo negli smartphone di gamma alta (sta già prendendo piede una sua evoluzione, la AMOLED, che consente di realizzare schermi flessibili).

La batteria = Come tutti i dispositivi elettronici portatili lo smartphone ha bisogno di una batteria (accumulatori agli ioni di litio) adeguata a reggere il suo consumo energetico (il cui standard è calcolato in un giorno di uso) e di dimensioni contenute. Le attuali batterie consentono alcune centinaia di ricariche prima di iniziare a perdere capacità. Se paragonati a quelli di altri prodotti tecnologici i consumi degli smartphone sono contenuti (alcuni kWh all’anno, per un costo di due/tre euro), l’impatto energetico resta però impressionante stante il loro numero nel mondo

Il sistema-su-un-chip = Chip (letteralmente = scheggia, truciolo e anche patatina fritta) è una parola da tempo entrata nel linguaggio corrente (visto che ogni anno ne sono prodotti circa mille miliardi!), ma non per questo del tutto conosciuta, e d’altronde ha una definizione tecnica parecchio complicata (circuito integrato sviluppato planarmente su un substrato di silicio atto a implementare componenti elettronici, prevalentemente diodi e transistor, con funzioni logiche o di memoria). Quelli usati nello smartphone, chiamati SOC (System On Chip), sono lo sviluppo di un chip speciale, il microprocessore (chiamato anche CPU, unità di elaborazione centrale, collocato su una scheda madre, inventato negli anni settanta dalla INTEL per contenere tutte le istruzioni per far operare un personal computer), e gestiscono tutte le sue funzionalità (elaborazione grafica, elaborazione immagini, memoria di sistema, decodifica video, unità di machine learning, connessione radio, modem integrati, Wi-Fi, Bluetooth, e la tendenza è quella di continuare ad aggiungerne). Lo sviluppo tecnologico del sistema-su-un-chip si gioca sul fronte delle dimensioni: chip sempre più piccoli (più lo sono e più sono potenti, ma anche, va da sé, più costosi) e con sempre più transistors fotoincisi sulle loro superfici (e quindi con più potenzialità di operazioni, i SOC più avanzati, quelli dell’Iphone 14, ne contengono ormai più di 15 miliardi)

La memoria = come per i pc anche lo smartphone ha bisogno di due memorie (componenti elettronici in cui sono archiviati dati e informazioni): una volatile denominata DRAM, più veloce ma più costosa, che serve per l’esecuzione di programmi ed una permanente denominata FLASH, più lenta e più economica, che immagazzina i dati ed i software [La crescita di documenti (foto, audio, email, file) da archiviare ne imporrebbe, con notevoli sovrapprezzi, l’aumento delle dimensioni, ma la tendenza che viene più incoraggiata è quella di ricorrere ai servizi del cloud  (archiviazione su server esterni gestiti da società private) vale a dire diventare clienti (sempre più paganti) per accedere ai propri dati personali]. Completano le componenti solide (hardware) dello smartphone: la macchina video-fotografica, il microfono e l’altoparlante

in effetti esistono anche alcuni “sensori”, dispositivi, denominati anche trasduttori, che convertono segnali di una data natura (acustica, elettrica, meccanica, termica, ecc.) in un segnale di natura diversa. Sono almeno sei quelli più presenti: sensore di prossimità, misuratore di luminosità, accelerometro, giroscopio, magnetometro, radio-navigatore

La macchina video-fotografica (che ha in gran misura sostituito le macchine fotografiche digitali) è ormai divenuta una componente fondamentale dello smartphone (molti acquisti di smartphone sono ormai decisi proprio sulla base delle caratteristiche della componente fotografica). La qualità delle immagini, sempre più di ottimo livello, è data da quella delle sue due componenti: la lente, quasi sempre multipla (però, per insuperabili ragioni di spazio, piccola e a focale fissa e quindi di limitate prestazioni in condizioni di scarsa luce ambientale) ed il sensore ottico. Il microfono, da sempre componente di base per tutti i telefoni portatili, ha a sua volta conosciuto una notevole evoluzione tecnica abbinata a quella dell’altoparlante  (ormai almeno due: uno in alto per le conversazioni telefoniche, ed uno in basso per la riproduzione di audio) che deve garantire il miglior ascolto possibile di musica e di altri prodotti come i podcast (una funzionalità molto utilizzata dagli utenti più giovani)

Connettività senza fili = è la caratteristica fondamentale dello smartphone che solo con essa è operativo. La modalità di accesso alla Rete avviene tramite appositi ricevitori di segnale (di molto ottimizzata con il progressivo miglioramento della velocità di connessione da 3G a 4G ed ora a 5G) ed è garantita, accanto alla consolidata copertura esterna offerta dalle “torri(i ripetitori) che coprono una “cella(con potenza 4G vale, in ambiente urbano, circa un chilometro quadrato)  anche dalla rete locale Wi-Fi, LAN, (che oramai copre il 62% del traffico dati) presente nelle residenze, nei posti di lavoro ed in molti luoghi pubblici. In aggiunta alle connessioni cellulari e WiFi uno smartphone ha almeno due altri tipi di connessione senza fili: il Bluetooth, una rete personale, PAN, che consente di collegarsi ad altri dispositivi analogamente dotati in un raggio di alcuni metri, e la NFC (Near Field Communication) che permette collegamenti molto ravvicinati (come quelli sempre più usati di pagamento su idonei POS). Ed infine non meno importante è la componente software: innanzitutto il Sistema Operativo = costituito dalle istruzioni di base che consentono la gestione operativa di tutte le funzioni dello smartphone, sia quelle automatiche interne sia quelle opzionali, è il sistema operativo che decide che cosa è possibile fare e come lo si debba fare. Sono due i principali sistemi operativi: lo Ios prodotto dalla Apple (arrivato nel 2023 alla versione 17 presente nel 27,6% dei dispositivi) e l’Android della Google (versione 13 del 2022 presente nel 71,8%). Il sistema operativo contiene anche una particolare app (un programma che, aggiunto al software di base, consente di gestire attività di vario genere purchè compatibili con l’hardware posseduto) che, in aggiunta a quelle già preinstallate dal produttore, è quella che consente di scaricare quelle scelte dall’utente, denominata (come un vero e proprio negozio) app store (quello della Apple offre l’acquisto di circa 1,7 milioni di app e circa 460.000 giochi. Nel caso di Android si arriva a circa 3,5 milioni di app).

Gli elementi che lo compongono  = ed è infine utile conoscere i materiali con cui tutti questi organi sono costruiti: per il 40% sono metalli (sono di sessantadue tipi diversi, prevalgono rame, oro, argento, tellurio, cobalto, manganese, tungsteno, ma incidono non poco le cosiddette terre rare), 40% plastica, 20% ceramica e altri materiali

Conclusioni: lo smartphone è quindi a tutti gli effetti un vero e proprio computer portatile, la cui definizione ultima potrebbe essere quella di un oggetto ideato, progettato e costruito da alcuni esseri umani che consente alla restante umanità di fare certe cose, e non altre, e che fissa il modo di farle sulla base di precise scelte di progettazione. Per metterle in luce, per meglio comprenderle, è necessario un secondo passaggio preliminare:

Da dove viene e dove finisce

Il percorso che ha portato alla creazione dello smartphone è stato relativamente lungo e non poco articolato e si è sviluppato in parallelo a quello dei classici telefoni cellulari (che a loro volta hanno conosciuto una notevole evoluzione dalla comparsa, nel 1973, del primo modello, il Motorola DynaTAC, che pesava circa un 1,5 Kg e poteva memorizzare un massimo di 30 numeri telefonici) i cui passaggi più significativi sono:

Ø 1980 = nascono gli HHC (Hand Held Computer) i primi computer “che stanno in una mano

Ø 1984 = entrano sul mercato i PDA (Personal Digital Assistent), alias palmtop, computer tascabili le cui funzioni principali sono quelle di agenda e di rubrica

Ø 1992 = escono due dispositivi molto innovativi: il NEWTON della Apple e il SIMON della IBM, in particolare quest’ultimo è il primo serio tentativo di fondere un PDA con un telefono cellulare (per di più con uno schermo tattile)

Ø 1992 – 1997 = in parallelo le grandi imprese europee produttrici dei classici telefoni cellulari (la svedese Ericsson, la tedesca Siemens, e soprattutto la finlandese Nokia, che hanno una posizione dominante grazie allo standard per la telefonia mobile digitale GSM) cercano di rendere più smart i loro cellulari, ma non investono più di tanto nella ricerca di differenti prodotti tecnologici (una scelta perdente che metterà per sempre fuori gioco l’Europa)

Ø 1998 = debutta il primo lettore MP3, un lettore musicale digitale, piccolo e leggero, con una notevole capacità di memoria

Ø 2001 = il successo del formato MP3 induce la Apple a progettare una sua versione avanzata l’iPOD. In appena tre anni diventa un dispositivo di culto

Ø 2005 = sulla scia di questo successo Steve Jobs, carismatico leader della Apple, investe ingenti risorse per progettare un dispositivo che sappia abbinare le potenzialità di un cellulare, di un lettore multimediale, di un dispositivo di accesso alla Rete (un browser), di alcune funzioni di un pc, gestite da uno schermo tattile all’altezza del compito, il tutto gestito da un esclusivo (non utilizzabile da altri)  sistema operativo

Ø 2007 = il 9 Gennaio Steve Jobs annuncia l’iPhone 1, il primo vero smartphone che contiene davvero tutte quelle potenzialità, gestite dal sistema Ios.  Per gli standard attuali è un modello con limiti considerevoli, ma al tempo innescò una autentica rivoluzione

Ø 2010 = Google, la principale protagonista del WEB che già stava lavorando ad un proprio smartphone, spiazzato dal successo dell’Iphone rafforza la collaborazione con una piccola impresa americana, la Android, per puntare soprattutto sulla messa a punto di un sistema operativo per smartphone, denominato per l’appunto Android, che in alternativa allo Ios della Apple è però “open source” ossia liberamente utilizzabile anche da altri produttori

Ø 2012 = la battaglia è vinta: i vecchi cellulari vanno in soffitta, lo smartphone è lo standard globale, il computer portatile, la macchina che fa tutto ha inglobato il telefono. Ios e Android formano, per quanto diversi, un solido duopolio.

Al culmine di questo percorso (che ha visto l’uscita di scena di brand celebri come BlackBerry, Nokia, Sony, LG, rimasti troppo legati alla vecchia tecnologia) sono tre i produttori ed i paesi rimasti in gioco: gli USA con l’Apple (ma la sua produzione è in Asia, soprattutto in Cina), la Corea del Sud con Samsung (che produce anche in altri paesi asiatici) e la Cina con Xiaomi e altri (fino a pochi anni addietro la cinese Huawei competeva al livello di Apple e Samsung, è stata poi penalizzata dall’amministrazione Trump che l’ha incriminata come rischio per la sicurezza nazionale, giudizio poi confermato da Biden, estromettendola così dal mercato occidentale e restando attiva (molto) solo su quello cinese). Se la Apple ancora mantiene la quota di vendite più elevata, pari al 25% degli smartphone venduti, la Cina, con marchi differenziati, è però ampiamente il primo produttore mondiale con ben il 67% del totale (la sola BBK Electronics, brand del tutto sconosciuto in Occidente, copre il 25% degli smartphone prodotti).  Non meno importante, per completare la conoscenza del mondo smartphone, è l’aspetto della sua riparazione e del suo smaltimento. Come si è visto lo smartphone è un oggetto molto complesso e soprattutto molto chiuso, accedervi per una eventuale operazione (anche solo quella di sostituzione delle batteria) è davvero difficile. Questo comporta che a fronte di un qualche malfunzionamento o della necessità di sostituire qualche componente (oltre alla batteria ad esempio il display) i tempi dell’eventuale intervento sono molto lunghi e sempre molto cari. Condizioni che inducono l’utente, che di esso ormai non può più fare a meno, a disfarsene e a sostituirlo (mediamente ciò avviene intorno ai tre anni di vita). Qualcosa però si sta muovendo (soprattutto in Europa dove è in corso di definizione una più ampia direttiva per promuovere la “riparazione dei beni”, dispositivi elettronici e smartphone compresi) e la pressione di movimenti in difesa dei consumatori sta inducendo i produttori a progettare modelli più accessibili per riparazioni e sostituzioni (Apple ha iniziato a farlo con l’ultimo modello l’Iphone 14 e la Samsung con i modelli di punta della serie Galaxy). Per ora però il numero di smartphone che finiscono nei rifiuti resta impressionante: sono miliardi quelli che ogni anno vengono buttati e che si aggiungono a miliardi di altri dispositivi elettronici (nel 2019, ultimo dato certo, sono stati stimati in 53,6 milioni di tonnellate pari a 7,3 chilogrammi per persona sul pianeta. Nel 2030 se ne prevedono 74,7 milioni, In numeri assoluti è l’Asia a produrne di più, seguita dalle Americhe e dall’Europa che però è quella che ne produce di più pro capite, 16,2 chilogrammi). Che fine fanno questi rifiuti? L’Europa si riscatta riuscendo a riciclarne il 42,5% con il resto del mondo fermo a percentuali molto più basse. I dispositivi non riciclati (pari a oltre 44 milioni di tonnellate, dato 2019) prendono la strada, più o meno legale, dei paesi più poveri del mondo (dove in minima parte vengono riutilizzati), per essere nella quasi totalità avviati ad artigianali siti di recupero dei componenti senza alcun adeguato controllo dell’inevitabile inquinamento atmosferico e delle acque.

Conclusioni: Vale anche per lo smartphone, come per tutti i prodotti soprattutto se tecnologici, la constatazione che l’utente medio è di norma all’oscuro di tutta la filiera che precede l’acquisto e di quella che segue il suo divenire rifiuto. Le conseguenze di questa inadeguata conoscenza sono vieppiù accentuate dal suo essere il dispositivo tecnologico più diffuso e più utilizzato proprio perché predisposto a molti usi. E’ necessario esplorarle.

Le conseguenze

Il potere dello smartphone, ovvero le conseguenze del suo uso così diffuso, pervasivo e frequente, è attestato non solo dalla sua consistenza numerica, ma anche dai modi e dalla frequenza di utilizzo, che possono ovviamente variare molto a seconda del contesto culturale locale, dell’età, della classe sociale, del tipo di occupazione e di relazioni sociali (aspetti che molto incidono anche sulla varietà di app scaricate ed usate), ciò detto alcuni dati, che fotografano la situazione media, molto dicono al riguardo:

Ø nel 2022 nei principali dieci mercati lo smartphone è stato utilizzato, per tutte le sue opzioni, cinque ore al giorno

Ø sempre nel 2022 sono state scattate, utilizzando lo smartphone, 1.720 miliardi di foto, il 90% del totale di quelle postate

Ø attualmente gli accessi a Internet avvengono per il 55% tramite smartphone, per il 42% tramite pc con il rimanente 3% legato ai tablet. E’ opinione acquisita che a breve perlomeno il 75% accederà alla Rete solo più con lo smartphone

Che conseguenze provoca sul nostro organismo un utilizzo così intenso e costante?

Ø sul corpo = già con vecchi cellulari la principale preoccupazione si concentrava su possibili danni dovuti all’esposizione delle onde elettromagnetiche emesse durante una comunicazione telefonica. Premesso che ancora mancano adeguate certezze scientifiche al riguardo (i possibili danni emergono sul lungo periodo e sono accertabili solo con adeguati screening di massa, ancora nel 2000 solo il 12% della popolazione mondiale usava abitualmente un cellulare) è però possibile ipotizzare che lo smartphone non abbia accentuato questo rischio visto che il suo utilizzo come puro telefono si è ridotto rispetto al cellulare essendo mirato ad altri usi. In compenso stanno emergendo, ma anche in questo caso occorre essere cauti mancando adeguati studi, altre possibili problematiche legate al suo peso (i migliori modelli di cellulare pesavano dagli 80 ai 90 grammi, quelli dello smartphone superano i 200 grammi) alla postura imposta dall’uso dello schermo (braccia e mani in posizione di sostegno, testa chinata in avanti, uso intenso del pollice) intensa e ravvicinata esposizione alla luce dello schermo, la sua pulizia (accertata presenza di batteri sulla sua superficie). Sembra purtroppo lecito che, su tempi lunghi, emergano ricadute negative di ordine osteo-muscolare, visive, e malattie trasmissibili

Ø sulla mente = le conseguenze principali sono due: dipendenza e ridotta capacità di concentrazione. Ambedue sono problemi (ormai accertati da diversi studi) che derivano dalla esplicita scelta progettuale (fatta anche con l’apporto di neuro-scienziati e psicologi) di catturare costantemente l’attenzione dell’utente (notifiche sonore e visive, vibrazioni). Lo smartphone non è stato concepito per essere lasciato inutilizzato. Indagini statistiche (fatte negli USA nel 2023 dal Ministero della Salute) hanno accertato che a partire dal 2010/2012 l’utilizzo (spesso non controllato e non seguito da adulti) delle reti sociali tramite smartphone ha provocato, nei bambini di età inferiore ai dodici anni, un preoccupante aumento di vari problemi di ordine psicologico (fino alla propensione al suicidio), accentuati dal collegato fenomeno del cyberbullismo, (non a caso nel 2023 l’UNESCO ha pubblicato uno specifico rapporto al fine di bandire gli smartphone nei primi ordini di scuola)

Non meno significative sono le conseguenze su ambiente e informazione:

Ø sull’ambiente = si è già visto che il consumo energetico diretto (ricarica batteria) di uno smartphone non è particolarmente significativo, ma occorre tenere in debita considerazione gli impressionanti numeri di dispositivi attivi nel mondo ed inoltre i consumi energetici dell’intera sua filiera di produzione, delle infrastrutture della rete e di Internet, dei server che gestiscono la circolazione e l’archiviazione dati, ed anche quelli legati alle attività indotte a cascata. Anche in questo caso è complesso avere delle stime esatte (stante la difficoltà di scorporare il consumo energetico per smartphone da quello totale di tutti i dispositivi elettronici). Una stima molto approssimativa individua una sua incidenza, sul consumo energetico totale (nel quale il solo Internet vale per un 7%) in un range che va dal 3,5% al 5%. Una percentuale che si ribalta su quella della connessa produzione di Co2. (Dell’impatto ambientale derivante da smaltimento e recupero si è già detto)

Ø sull’informazione = Non c’è ormai dubbio alcuno su come e quanto siano cambiate le modalità di informazione nell’era della rivoluzione telematica. Il ruolo della “carta” si è di molto ridotto parallelamente al crescere del “digitale(mediamente a livello globale si stima che l’acquisizione di notizie avviene per il 53% con dispositivi digitali, per il 33% via televisione, per il 7% via radio e appena il 5% con carta), al cui interno lo smartphone è ormai divenuto uno dei principali strumenti di informazione (vale la percentuale di accesso alla Rete rispetto agli altri dispositivi indicata in precedenza). A questo suo utilizzo voluto e consapevole si deve però aggiungere la dimensione delle informazioni che l’utente riceve passivamente ogni qualvolta accede ai vari social ed utilizza le app. Soprattutto attraverso i ben conosciuti e molto invasivi cookies sono veicolate a tutti gli utenti una massa di informazioni sempre più individualizzate (e cioè calibrate da specifici algoritmi sulle base delle preferenze e degli interessi che ogni utente rivela di sé ogniqualvolta accede alla Rete, aspetto che verrà analizzato in seguito) e finalizzate a catturare costantemente la nostra attenzione per puri fini di mercato. Si tratta di un meccanismo opaco e del tutto incontrollato che non ha, questo è certo, alcuna finalità di informazione obiettiva per la residua parte che a questa viene dedicata. L’utente potrebbe cioè non essere informato di fatti, anche importanti, se questi non fossero ritenuti rilevanti, sulla base dei suddetti parametri, dall’algoritmo di turno. L’opacità totale con cui tutto ciò avviene lascia una porta spalancata a dubbi di manipolazione interessata e di controllo di massa. [nel Luglio 2023 le riviste “Science” e “Nature” hanno pubblicato articoli scientifici di valutazione statistica del fenomeno che hanno ridimensionato parte dei timori (l’informazione scorretta viaggia in gran prevalenza tramite deliberate fake news), ma al tempo stesso hanno riscontrato un significativo impatto sulla presunzione degli utenti di essere correttamente informati].

Conclusioni: Queste ultime considerazioni portano ad affrontare infine il tema centrale del potere dello smartphone, di chi è in grado di esercitare potere sulla macchina più importante di questa prima metà del XXI secolo. E quindi capire: chi controlla ciò che serve per costruirlo, chi controlla i suoi principali componenti, chi decide come assemblarli, chi controlla i sistemi operativi, chi decide quali applicazioni possono essere installate, chi ha accesso ai dati (quali e a quali condizioni) e chi ne gestisce i flussi

Chi controlla lo smartphone

Chi controlla l’oggetto fisico?:

Ø elementi e materiali = Come si è già visto gran parte dei materiali necessari alla costruzione dello smartphone e dei suoi componenti sono ritenuti “critici”, ossia materie prime di non semplice approvvigionamento (fanno parte di due appositi elenchi: uno europeo con 30 elementi ed uno americano con 50 elementi, che in buona misura si sovrappongono). Vi compaiono ovviamente le famose terre rare (17 elementi chimici della tavola periodica) ed l’ormai citatissimo litio (essenziale per tutte le batterie ricaricabili, non solo quelle dello smartphone). La questione della loro disponibilità, della loro raffinazione (molte di quelle terre tanto rare non sono, ma è complessa la loro estrazione), della loro commercializzazione e trasporto, è da tempo al centro del dibattito geopolitico e meriterebbe del suo ben altre valutazioni. Limitandoci al quadro generale dei paesi produttori, i loro veri padroni (ovunque è di competenza statale la concessione all’estrazione, primo fondamentale passaggio della filiera) emerge il fatto che tre paesi dei BRICS (inizialmente l’alleanza tra Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica, che si sta allargando in alternativa ai paesi del G7) posseggono ben il 72% delle riserve di terre rare (Cina 37%, Vietnam 18,3%, Brasile e Russia 17,5%). Per quanto riguarda il litio al momento (molti paesi, USA in testa, stanno cercando alternative) ben il 97% è prodotto in soli quattro paesi: Australia 47%, Cile 30%, Cina 15%, Argentina 5%. A fronte del suo 15% estratto la Cina è però il primo produttore di batterie al litio con una quota di mercato di circa il 79%. E’ un quadro in costante evoluzione ed in grado di incidere sull’evoluzione delle relazioni geopolitiche che di certo vede una forte dipendenza della parte ricca del mondo dai paesi emergenti

Ø componenti = il primo, e più essenziale, è il sistema-su-un-chip, che è prodotto da diverse imprese (solo una, la coreana Samsung è in grado di progettarli e di produrli) le quali, Apple inclusa, devono sottostare al monopolio di quella che è definita la “fonderia di silicio”: la taiwanese TEMC che detiene il 90% del mercato dei circuiti integrati di punta. (vero è che sono non poco complessi gli intrecci di mercato perché a sua volta la TEMC dipende da sofisticatissime macchine litografiche olandesi, da prodotti chimici giapponesi, e da specifici software messi a punto negli USA, una situazione paradigmatica della compiuta globalizzazione). Va da sé che USA ed UE stanno tentando, per tutti i tipi di chip, (in particolare l’Europa conta di raddoppiare la sua attuale quota di mercato del 10%) di sottrarsi da questo monopolio

Ø il dispositivo = è lo smartphone che in ultima istanza decide quello che si può davvero fare. A ben vedere sono proprio poche, quelle elementari (volume, luminosità, connessioni), le funzionalità che sono controllate dall’utente, tutto il resto (a partire dallo stesso completo spegnimento) è sotto controllo esclusivo del dispositivo. L’utente deve convivere con un elevato grado di incertezza su tutto quello che il dispositivo (acceso o spento che sia) sta facendo. Questo rimanda a successive domande.

Chi controlla i sistemi operativi? =Non solo non si ha mai completamente sotto controllo  l’attività del dispositivo, ma anche quando l’utente ne avvia un uso consapevole deve sottostare ai vincoli imposti dal sistema operativo. Sono limiti e vincoli che valgono per qualsiasi tecnologia, ma se in generale il mercato offre un ventaglio di scelte, per lo smartphone, ed il suo sistema, si ha a che fare, come si è visto, con un duopolio: Apple o Android. E’ un dato di fatto che incide, oltre che sulle potenzialità di innovazione (in un mercato con più concorrenti è meglio incentivata), sull’enorme potere in capo a due imprese statunitensi di decidere le modalità e le finalità di utilizzo dello smartphone. Un esemplare esempio della pericolosità di questo accentramento di potere è stato globalmente vissuto nel 2020 durante la prima fase della pandemia da Covid-19. Fu evidente, fin dall’inizio, la necessità di tenere sotto controllo la diffusione del contagio mettendo in atto un tracciamento dei contatti e quindi la possibilità di sfruttare in tal senso la grande capillarità degli smartphone. L’idea, condivisa da tutti i principali governi, fu quella di una apposita app che potesse registrare in tempo reale la catena di contatti avuti da una persona contagiata. Furono pertanto avviati contatti con Apple e Google per concordarne la fattibilità. Si trattava (senza entrare più di tanto nei dettagli tecnici) di “entrare” nei due rispettivi sistemi operativi per installare una apposita procedura, però ideata e posta sotto il controllo esterno delle strutture sanitarie statali. Apple e Google, i signori dei sistemi operativi, rispondono congiuntamente (cosa mai successa prima e nascondendosi dietro il pretesto del rispetto della privacy dei loro clienti) che la cosa poteva essere fatta solo mantenendo in capo a loro l’ideazione dell’app. Ed è quello che è successo: in una economia di mercato basata sulla proprietà privata tutti i governi si sono dovuti piegare al volere di due imprese a capo di un duopolio (in Italia l’app così ideata sarà acquisita con il nome di “Immuni”, avrà quasi 22 milioni di installazione, ma a poco servirà per i limiti organizzativi del sistema sanitario)

Chi controlla i negozi di app? = La risposta è sempre la stessa: Apple e Google. Come già visto in precedenza gli sviluppatori di app (a differenza dei loro colleghi che sviluppano software per pc scaricabile dalla Rete senza intermediari), devono anch’essi obbligatoriamente passare dai loro due appstore. La ragione addotta per giustificare questa scelta, garantire la sicurezza degli smarphone, non sta tecnicamente in piedi, sono invece almeno tre le vere ragioni: il ritorno economico, il loro ruolo di intermediazione non è certo gratuito e vale  un 30% del valore dell’app scaricata (il che genera un giro di affari di decine di miliardi di dollari)il diritto di negare l’ammissione  nell’appstore alle app giudicate, a loro piena discrezione, non compatibili con il loro profilo aziendale (sono numerosi i casi di discriminazioni verso app di denuncia sociale e di sostegno a cause “scomode”), ed infine avere un unico punto di controllo consente ad Apple e Google di trattare con governi che desiderano farlo quali app debbano essere vietate in cambio, ovviamente, di ritorni vantaggiosi (il caso della Cina è esemplare: Apple ha ottenuto condizioni molto vantaggiose per produrre lì i suoi smartphone in cambio di un rigido controllo delle app fornibili e del diretto accesso ai dati dei suoi clienti cinesi)

Chi controlla le app? = Non bastasse il rigido filtro dell’appstore le protagoniste del duopolio, i cui smartphone di norma interagiscono direttamente con il WEB attraverso i browser (vedi sopra) preinstallati, hanno assecondato un  cambiamento importante avvenuto nel WEB: moltissimi siti, tra cui tutti i più importanti, hanno sviluppato una propria app per essere consultati (ad esempio anziché consultare google.maps tramite la Rete si scarica l’omonima app, lo stesso per acquistare su Amazon, o per accedere a YouTube o Facebook). E’ una svolta che implica costi non indifferenti (di progettazione e di gestione), ma che si é diffusa rapidamente per alcune specifiche ragioni: di marketing (essere visualizzabili sullo schermo dello smartphone  è un costante richiamo della propria esistenza), di rafforzamento del rapporto con l’utente (l’app offre molte più funzionalità di quelle presenti con il solo accesso via browser), di comodità di gestione del traffico in Rete (l’app usa le risorse dello smartphone e alleggerisce il carico dei server di Rete), ma soprattutto di più ampio accesso ai dati dell’utente, aspetto limitato con l’accesso via browser [si parla di dati personali in senso stretto (rubrica, impegni in calendario, foto, video) e di dati dello smartphone stesso (posizione, dettagli tecnici quali sensori, connessioni, accesso, app installate)]. Ma chi è che controlla queste particolari app? Tornano innanzitutto in ballo Apple e Google: tutte le app installate sui loro smartphone devono passare attraverso un motore WEB (il WebKit della Apple, Blink per l’Android di Google) e con questo (in aggiunta all’ineliminabile filtro del sistema operativo) devono quindi essere compatibili: è un sofisticato rafforzamento del loro duopolio. Un secondo livello di controllo è quello dei creatori delle app che decide quali funzionalità devono essere contenute e che registra tutto quello che l’utente fa. Interviene infine, in questa lunga catena, un ulteriore aspetto: come si è visto le app sono milioni, ma sono poche decine quelle di diffuso successo e sono quindi queste quelle che consentono un autentico controllo dell’utente. Si tratta di un potere enorme che nel vasto universo degli smartphone è concentrato (calcolato sul totale di ore di tempo d’uso) in gran prevalenza su sette app: WeChat (19,5%), TikTok (17%), YouTube (12%), Facebook (9,2%), Chrome (8,1%) Instangram (4,6%). Molte rientrano ancora nel mondo Apple e Google rafforzando così vieppiù il solito duopolio (chi sfugge ad esso, come TikTok non a caso sta conoscendo non poche traversie, replicando la precedente vicenda degli smartphone Huawei)

Chi controlla i dati? = Appare chiaro, da quanto fin qui esposto, che lo smartphone, con la sua incredibile capacità di produrre e gestire dati, ne implica la loro automatica registrazione, il loro immagazzinamento, e, stante la sua connessione senza fili, la possibilità della loro trasmissione. Si presuppone che quest’ultimo passaggio possa avvenire solamente a dispositivo acceso e con consapevolezza dell’utente. Non è proprio così. Anche quando è a riposo lo smartphone si connette alla casa madre in media ogni 4/5 minuti (per consentire la localizzazione), ma soprattutto invia automaticamente dati alla casa madre ad intervalli prestabiliti [su ogni smartphone ogni dodici ore Android invia circa 1 megabyte (mille Kilobyte) di dati ai server Google, Ios “solo” 52 Kilobyte. Sono inviati anche dati delle app presenti sullo smartphone, ma solo se consentito dal sistema operativo]. Nulla che avvenga segretamente, l’accesso ai dati è dichiarato nelle condizioni di acquisto congiuntamente ad un formale impegno (privacy policy) a garantire una loro gestione rispettosa della privacy dell’utente

Apple lo fa con un documento, consultabile tramite link, che spiega con 4.000 parole quali dati vengono raccolti dal sistema operativo Ios e con altre 70.000 quelli raccolti dallo specifico prodotto. Un libro di medie dimensioni fitto di informazioni tecnico-giuridiche. Difficile pensare che qualcuno le abbia lette, eppure in sede di eventuale contenzioso valgono come acquisita informativa. Non molto dissimile è l’informativa usata da Google

I dati in questione sono di fatto tutti quelli che il dispositivo produce e gestisce nel suo funzionamento e spaziano, ad esempio, da quelli relativi ai contatti effettuati a quelli degli estremi di operazioni di pagamento, da quelli di utilizzo di prodotti, servizi ed informazioni, a quelli sullo stato di salute dell’utente (se digitati in qualche comunicazione). L’utente potrebbe in teoria bloccarne almeno una parte (molto usato, perché facile da attivare, è quello della localizzazione), ma la maggioranza degli utenti non è sufficientemente attenta, e magari neppure attrezzata per farlo, a questo aspetto (persino più complessa è la gestione di eventuali rifiuti all’utilizzo dati raccolti per le app installate). Va quantomeno riconosciuto che Google e, soprattutto, Apple stanno introducendo modifiche sui loro dispositivi di ultima generazione per attenuare (almeno in parte) questo impressionante flusso di dati

Conclusioni: Lo smartphone non è solo un dispositivo che può essere utilizzato con rigide modalità, ma è anche una macchina appositamente progettata per catturare, in maniera silenziosa e quasi sempre senza che l’utente ne sia consapevole, quanti più dati riguardanti sia l’utente sia l’ambiente in cui vive. Ciò è utile a rafforzare la dipendenza dal suo pervasivo utilizzo e a monetizzare ogni possibile collegato ritorno economico

Manifesto

Che caratteristiche dovrebbe allora avere uno smartphone ideale, se per ideale si intende un prodotto tecnicamente valido e al tempo stesso attento ai diritti dell’utente, dei lavoratori della sua filiera, dell’ambiente?

Per arrivare al cuore del problema si impone innanzitutto una domanda: è così necessario che l’uomo sia corredato da una macchina, qualunque essa sia, per poter lavorare, studiare, divertirsi, insomma per vivere? Non è una domanda retorica, l’impressionante diffusione e pervasività dello smartphone impone innanzitutto che sia garantito il diritto al suo “non utilizzo”, che tutte le sue funzionalità non siano imposte a tutti come unica modalità di svolgere attività fondamentali, deve cioè esistere la libertà di vivere, in tutte le sue articolazioni, senza di esso. Inoltre, con riferimento alle criticità fin qui evidenziate, le modifiche che dovrebbero essere attuate sono riassumibili in venti punti:

1.  deve essere certificato che tutti i materiali ed i componenti sono stati estratti/prodotti rispettando ambiente e diritti dei lavoratori

2.  analoga certificazione  per assemblaggio, collaudo e trasporto

3.  e per il suo smaltimento finale

4.  la sua progettazione deve puntare alla facilità di riparazione, anche da parte dell’utente, rendendo disponibili, a prezzo equo, pezzi di ricambio e informazioni tecniche

5.  deve inoltre puntare a massimizzare la vita media del dispositivo

6.  e analogamente a massimizzare la riciclabilità di materiali e componenti

questi primi sei punti devono valere per ogni tipologia di dispositivo elettronico,

 quelli seguenti sono specifici per lo smartphone

7.  la batteria deve essere facilmente rimuovibile e sostituibile

8.  il sistema operativo deve assicurare il pieno controllo di sensori e funzioni

9.  deve inoltre garantire la possibilità di trasmettere dati da dispositivo a dispositivo

10.        i produttori devono rendere pubblici i dati tecnici per favorire lo sviluppo di sistemi operativi alternativi

11.        libertà di installazione di qualsiasi sistema operativo compatibile

12.         deve essere facilitato l’uso condiviso (per es. in scuole, associazioni, uso occasionale)

13.        deve essere ridotta il più possibile la possibilità delle app di controllo utente

14.        libertà di installazione di qualsiasi app compatibile

15.        tutti i dati generati dallo smartphone devono restare in locale, salvo specifica autorizzazione dell’utente

16.        le app di contatto utenti non devono memorizzare i metadati (chi ha interagito con chi)

17.        devono inoltre poter accedere solo ai dati utili alla loro funzionalità

18.        sistemi operativi e app devono facilitare la condivisione dati per utenti iniziative collettive

19.        devono inoltre segnalare utilizzi errati o pericolosi

20.        i produttori di sistemi operativi e app devono rendere possibile l’accesso ai propri dati e algoritmi per permettere a ricercatori indipendenti di valutarne la correttezza

(una buona parte di queste regole sono già state attivate da una linea di smartphone, i Fairphone prodotto dalla omonima ditta dei Paesi Bassi)

Alcuni di questi punti richiedono l’adozione di universali norme lavorative e ambientali che inevitabilmente richiederanno anni di impegno e lavoro, altri invece, specie quelli relativi ai software, potrebbero essere realizzati in breve tempo. E’ in ogni caso indispensabile che maturi in modo diffuso e condiviso la consapevolezza che la tecnologia, e tutte le sue realizzazioni, non sono di per sé stessi dogmi indiscutibili …………

la tecnologia, infatti, è per definizione un prodotto umano e come tale può e deve essere discussa nel modo democraticamente più ampio possibile, e cioè sempre e ovunque deve poter essere deciso se, quando e come, una determinata tecnologia può essere adottata

 



venerdì 22 marzo 2024

Video della conferenza del 20 Marzo 2024 - relatore prof. Guido Boella

 

Sperando di fare cosa gradita a tutti coloro che non hanno potuto presenziare di persona (modalità che riteniamo comunque restare quella da preferire perchè più consona con lo spirito delle nostre iniziative mirate a rafforzare i legami sociali e personali), ed anche a quelli che, pur avendo partecipato, abbiano piacere di riprendere i passaggi che di più li hanno interessati, pubblichiamo il video della partecipata conferenza (oltretutto ingentilita dalle apprezzate esibizioni pianistiche di allievi del  Centro Studi di Didattica Musicale Roberto Goitre di Avigliana) tenuta, in data 20 Marzo 2024, presso l’auditorium D. Bertotto, dal prof. Guido Boella (ordinario del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, Vice-Rettore per i rapporti con l’Industria dell’Università, Co-fondatore della Società per l’etica dell’AI) con titolo:

Libertà e Tecnologia,

Etica e Intelligenza Artificiale

Per accedere al video cliccare qui

venerdì 15 marzo 2024

Il "Saggio" del mese - Marzo 2024

 

Il “Saggio” del mese

 MARZO 2024

La riflessione che il Saggio scelto per questo mese ci propone è attorno ad un tema, quello della “guerra”, drammaticamente ritornato sulla scena globale con una intensità ed un coinvolgimento che nel secondo dopoguerra sembrava ormai lecito non dover più vedere. Vero è che in tutti questi decenni non si sono mai interrotti conflitti qua e là nel mondo (ed anche qui nella nostra Europa, ex Jugoslavia anni Novanta), ma è purtroppo innegabile che con l’aggressione della Russia all’Ucraina si è fatto molto più forte il timore (accentuato poi dalla tragedia della Striscia di Gaza) che il mondo stia tornando a vedere nella guerra una “normale se non inevitabile” soluzione delle fisiologiche tensioni geopolitiche fino all’assurdità di contemplare come possibile lo scenario di un conflitto nucleare. Questo Saggio entra nel merito di questa svolta per cercare di capire quali ragioni, quali convenienze, stiano di fatto riportando indietro l’orologio della storia ri-consegnandoci una aggiornata idea di guerra

il cui autore è Fabio Armao

(attualmente professore di Relazioni internazionali al Dipartimento Interateneo, Università e Politecnico, a Torino, dopo essere stato a lungo Docente di Sociologia presso l’Università di Torino. Autore di numerosi saggi, collabora a diverse riviste. Apprezzato relatore alla nostra conferenza di Marzo 2018 con titolo “Nuove forme di criminalità organizzata e di delinquenza giovanile”)

In questo saggio Armao prende in esame i fattori che sostengono l’affermarsi di una diversa idea di guerra tutti collegati alla più generale evoluzione del quadro globale economico, sociale, politico ed istituzionale avvenuta nel corso degli ultimi decenni. In questo quadro il ripresentarsi di conflitti armati ad alta intensità rappresenta solamente il punto più alto e tragico di un ricorso sistematico alla violenza organizzata che in diverse forme caratterizza ormai l’intera società globale

Prologo

Tutte le guerre, da sempre, offrono ad uno sguardo analitico alcune identiche caratteristiche (politiche di potenza, imperialismi e nazionalismi, interessi economici ed espansionismi), ma tutte allo stesso tempo possono essere davvero capite e spiegate solamente individuando i loro fattori specifici e le collegate dinamiche. Anche il conflitto russo-ucraino, l’avvenimento che meglio può sintetizzare l’attuale versione del concetto di guerra, non sfugge a questa regola e propone un inedito modello di relazioni tra politica e mercato, tra pubblico e privato, che come si vedrà è strettamente connesso al contesto di una globalizzazione pienamente realizzata. Due elementi di novità, fra i tanti che stanno emergendo e che verranno quindi esaminati, lo evidenziano: il primo consiste nel fatto che anche in campo bellico sono  sempre più le logiche del mercato neoliberista a dettare le regole, ricorrendo ad esempio anche a pratiche di subappalto a corporation private di funzioni un tempo rigidamente in capo allo Stato (logistica, addestramento delle truppe, intelligence, ruoli mercenari di combattimento, per non parlare della privatizzazione ormai totale dell’industria degli armamenti), il secondo nel dilagare di quelle che sono definite le “nuove guerre”, ossia conflitti che per lo più avvengono all’interno degli Stati per ridefinirne la collocazione all’interno di contrapposti interessi globali (la stessa guerra scatenata da Putin può essere fatta rientrare in questa categoria se si guarda alle storiche relazioni fra i due paesi e alla oggettiva incerta definizione dei confini che li separano). Si è quindi di fronte ad una significativa evoluzione, non adeguatamente compresa ed evidenziata, che non a caso si intreccia con il preoccupante accentuarsi della questione ambientale e climatica le cui concrete ricadute stanno inevitabilmente influendo sul sistema delle relazioni geopolitiche e sulle priorità in capo alle scelte politiche. Anche per questa ragione, oltre al dramma dei conflitti in sé, trovare un’alternativa alla guerra è ormai diventata una questione di vita o di morte per l’intera umanità

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Da sempre le guerre sono state delle scelte e non delle necessità, degli eventi pianificati per raggiungere obiettivi, più o meno legittimi e condivisibili, ritenuti non ottenibili con altri mezzi. Questo sintetico concetto storico di base ha però poi conosciuto nel corso del Novecento un evidente salto di qualità, reso possibile dal formidabile sviluppo tecnologico e produttivo avvenuto in particolare in Occidente. L’impressionante “potenza di fuoco” che via terra, via mare, via cielo, ha segnato i due sanguinosissimi conflitti mondiali è stata efficacemente sintetizzata dal giudizio storico con la riassuntiva definizione di “guerra industrializzata” intendendo con essa non solo l’utilizzo mirato del potenziale tecnologico, ma anche la collegata evoluzione delle stesse strategie belliche verso una loro versione “scientifico-produttiva”.  La quale non ha inciso solo sugli avvenimenti avvenuti sui campi di battaglia, ma, proprio grazie al potenziale tecnologico industrializzato, ha progressivamente avuto un impatto diretto sulle popolazioni civili che, lungi dall’essere dei semplici “soggetti collaterali” come fin lì storicamente avvenuto, sono anch’esse divenute un preciso obiettivo strategico (le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki ne sono la più drammatica testimonianza). Il Novecento ha quindi inaugurato una nuova concezione della guerra sostanzialmente basata su due componenti: quello materiale degli apparati bellici e quello immateriale delle modalità di concepire le conseguenti strategie belliche, e soprattutto delle ragioni politiche ed ideologiche alla base del ricorso al conflitto, del collegato coinvolgimento, attivo e passivo, delle popolazioni coinvolte, del sistema di relazioni tra sfera delle decisioni politiche e quella degli interessi economici. La prima dimensione vede, in linea con le consolidate realtà tecnologiche e produttive, il permanere di una forte concentrazione dell’industria degli armamenti in pochi paesi, eredità consolidata dei conflitti novecenteschi e della successiva divisione nei due blocchi, quello occidentale in capo agli USA e quello orientale con capofila l’URSS con la successiva aggiunta della Cina

Per quanto concerne la prima componente (che sta conoscendo una ulteriore impressionante accelerazione tecnologica con non pochi aspetti a dir poco fantascientifici quali, a puro titolo di esempio, il ricorso a “robot soldati”) Armao fornisce alcuni dati che confermano il ruolo centrale dell’industria bellica occidentale aggiornato dalle new entry di alcuni paesi di consolidata potenza economica ed industriale: nel quinquennio 2017-2021 il 91,8% delle esportazioni di armi belliche è stato in capo a 10 Stati soltanto, di cui ancora ben il 68,2% da paesi del “fronte occidentale” (USA, Europa, Corea del Sud, Israele, Turchia) ed il restante da quelli del “fronte orientale” (Russia, Cina)

Questo quadro novecentesco ha poi trovato un suo nuovo e diverso equilibrio globale con la svolta avvenuta con la fine del blocco sovietico: i decenni successivi alla caduta del Muro hanno infatti visto il realizzarsi dell’aspetto fondamentale per comprendere ragioni e forme della nuova idea di guerra che si è concretizzata ai nostri giorni: l’inarrestabile globalizzazione neoliberista che, senza più ostacoli da superare, ha imposto ovunque le sue logiche di mercato, la sua sbilanciata visione del rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, una nuova gestione delle relazioni tra paesi ed aree del mondo. Non rientra nelle finalità di questo saggio entrare nel merito delle caratteristiche di questa autentica rivoluzione globale, interessa qui rilevare che, inevitabilmente, la svolta neoliberista è stata capace di squilibrare anche le classiche modalità di gestione della sicurezza globale, la sfera entro la quale si definiscono e si concretizzano gli stessi eventuali ricorsi alle guerre guerreggiate. Un dato aiuta a meglio comprendere perché tutto ciò sia potuto succedere: a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso si è infatti via via consolidata una strettissima connessione tra le istituzioni pubbliche che presiedono questa sfera ed il settore pubblico/privato specializzato nella ricerca e nella produzione dei componenti, sempre più di altissimo contenuto tecnologico, indispensabili per una ottimale gestione operativa dello scontro. E’ questo ormai il terreno strategico sul quale i possibili conflitti, soprattutto quelli potenziali su scala ampia, vengono preventivamente decisi, ed ogni effettivo scontro armato è in gran misura determinato dall’arsenale e dai sistemi tecnologici concretamente posseduti

i quali vanno dal monitoraggio alla copertura informativa, dalla disponibilità e dall’efficientamento dei dispositivi alla gestione dei combattimenti veri e propri. Resta pur vero comunque che sul campo di battaglia, soprattutto quelli di ridotta scala locale, incidono ancora altri fattori, a partire da quello umano, la stessa guerra russo-ucraina (per quanto i costanti appelli ucraini per adeguate forniture militari confermino l’importanza di questo aspetto) così come gli scontri in corso nella striscia di Gaza, dimostrano che sono pur sempre combattenti in carne ed ossa che si misurano

Si tratta di un processo che ha progressivamente accompagnato tutte le guerre avvenute negli ultimi decenni a cavallo dei due secoli, a partire da quelle combattute sotto l’egida delle Nazioni Unite o della Nato (1991 Guerra del Golfo, 1992-1995 Somalia, 1999 Kosovo, 2001 Afghanistan, 2003 Irak, 2014 Stato Islamico Isis)  per passare anche a quelle classificate come “guerre civili(1992-1995 ex Jugoslavia, 1994 Ruanda, 1998-2003 Congo, dal 2011 e tuttora in corso in Libia, sempre 2011 e sempre tuttora in corso Siria, sono solo le più eclatanti in un elenco molto più lungo). Al di là delle loro caratteristiche specifiche, delle ragioni del loro innescarsi, sono tutti conflitti che bene testimoniano questo dato di fondo: da decenni la guerra nella sua definitiva versione neoliberista ha generato un’intera filiera globale ad alta redditività capace di coinvolgere tutte le sfere del capitalismo, da quella industriale della produzione di armi, a quella commerciale del traffico e della vendita (lecita ed illecita) di armi, dalla sfera ipertecnologica a quella finanziaria (e non va neppure dimenticata la consistenza di gruppi mercenari e di agenzie di contractors) che vede coinvolte le autocrazie di turno, ma non di meno le stesse democrazie. Si è in questo modo completata la trasformazione della guerra, avviata nei conflitti novecenteschi con la sua prima industrializzazione, in una “normale” componente del capitalismo globalizzato, in una delle voci, non meno pianificabile e gestibile, che contribuiscono ai suoi ricchi bilanci.  In questo nuovo quadro globale, ed in particolare nelle sue caratteristiche di fondo materiali ed immateriali, va collocata anche la guerra russo-ucraina, lo scontro armato decisamente più pericoloso per la pace nel mondo che, come tale, meglio aiuta a mettere a fuoco alcuni specifici aspetti che meritano di essere considerati. Emerge un primo dato: trent’anni dopo l’introduzione forzata ed accelerata delle logiche capitalistiche in un paese, l’ex URSS già del suo allo sbando totale, la sinergia fra un dispotico potere centrale ed un mercato oligarchico ha prodotto una società ibrida nella forma ma allineata nel macro dato dell’ingiustizia socioeconomica: nella Russia che invade l’Ucraina il 10% più ricco della popolazione detiene il 70% della ricchezza del paese, ossia lo stesso identico dato di USA e Cina. Questa sostanziale omogeneità strutturale viene spesso trascurata nelle analisi del conflitto che evidenziano molto di più l’aspetto neoimperialistico di Putin, la sua esaltazione del ritorno alla Grande Russia, ma fra i due aspetti esiste una evidente correlazione che capovolge questa riduttiva versione. Nel corso del Novecento le politiche belliche aggressive erano infatti basate sull’assunto ideologico, creato ed alimentato ad arte, del concetto di nazione, di patria, della sua grandezza e del suo diritto storico di “un posto al sole” , ed erano conseguentemente orientate ad incidere sui rapporti esterni, oggi, nella Russia di Putin (ma non solo perché non ne sono esenti altri insospettabili paesi, a partire dagli stessi USA piuttosto che  dalla Turchia di Erdogan), fare appello alla nazione, alla sua grandezza storica, ha assunto in misura prevalente una finalità interna: quella di dissimulare, di coprire, le evidenti storture socioeconomiche interne (come quella della disuguaglianza economica), è cioè divenuto una vera e propria arma di distrazione di massa.  Il che da subito richiama in causa un secondo aspetto: se anche la dimensione, “eccezionale” della guerra rientra, strumentalmente, nell’orbita ampia di “normali” logiche di profitto, è inevitabile che conseguentemente, proprio perché questo impongono queste logiche, si inneschino dinamiche, pressochè automatiche, di una costante corsa al rialzo competitivo (ben testimoniata dalla tendenza globale all’aumento della relativa quota dei bilanci statali). Il che significa, a guerra in atto, una continua corsa verso l’alto dello stesso scontro armato. In questo senso l’errore di calcolo di Putin non è consistito tanto nel sottovalutare la capacità di resistenza del popolo ucraino (che ha comunque fatto saltare la sua presuntuosa illusione di chiudere la vicenda in pochi giorni quasi senza colpo ferire), ma nel non aver adeguatamente previsto e considerato l’entità della reazione occidentale di sostegno all’aggredito visto che in ultima istanza sarebbe stata animata dalle sue stesse logiche di guerra. Emerge inoltre un terzo aspetto, più specifico, che richiama quanto già evidenziato in precedenza sul coinvolgimento nel conflitto della popolazione civile: la maggior parte dei bombardamenti russi più che a obiettivi militari mira sistematicamente a colpire infrastrutture civili (centrali elettriche, acquedotti, scuole, ospedali, centri commerciali, chiese) ed intere città. Anche in questo caso si è di fronte ad un perfezionamento di tendenze già emerse nel corso della novecentesca guerra industrializzata: la distruzione sistematica della polis, delle città, ossia del contenitore simbolico dell’intera struttura sociale, è da tempo divenuta una precisa strategia militare, dagli analisti definita con il termine “urbicidio

la distruzione sistematica di città, iniziata nella seconda guerra mondiale con i bombardamenti a tappeto delle città tedesche (Dresda docet) e con le atomiche americane sul Giappone, è infatti divenuta una prassi abituale in tutti gli ultimi conflitti, si pensi ad esempio a Mosul e Falluja nella guerra in Iraq, a Raqqa in Siria, Tripoli e Tobruk in Libia, Sana’a in Yemen, Sarajevo nell’ex Jugoslavia. Per quanto rappresenti un conflitto per alcuni versi a sé stante è poi impossibile non citare quanto sta succedendo nella striscia di Gaza

La rabbia putiniana verso il popolo ucraino colpevole di aver osato disubbidirgli ha quindi come dichiarato obiettivo la deliberata distruzione di ogni spazio sociale e mira a fare dell’Ucraina, o meglio della parte che non gli sarà mai possibile conquistare, autentica terra bruciata. Rappresenta il culmine di una cinica logica distruttiva che nella nuova idea di guerra non prevede più la delimitazione dei luoghi di battaglia, la distinzione fra uomini in divisa e normali cittadini. Ma sarebbe un grave errore ridurre queste logiche alla spietata irrazionalità dell’autocrate di turno, la necessità urgente di capirle, e quindi di superarle, chiama in causa (vedi elenco precedente) come colpevole protagonista il mondo intero, a partire dalle stesse democrazie occidentali che, guarda caso, ancora non hanno fatto pienamente i conti con l’eredità storica delle loro conquiste coloniali piuttosto che dell’interessato sostegno a sanguinose dittature in Asia, Africa e Sud America. Chiamare quindi anch’esse a rispondere implica, inevitabilmente, interrogarle sulla loro reale democraticità ben consapevoli che la democrazia, pressochè ovunque, già del suo non sta passando un buon momento. Lo attestano, in aggiunta alla crisi del sistema dei partiti e alla diffusa disaffezione elettorale, i dati relativi alle effettive forme istituzionali: il numero delle liberal-democrazie è ormai tornato ai valori del 1989 ospitando solo il 13% della popolazione mondiale, il resto vive in autocrazie ancora elettorali o dichiaratamente tali (Democracy Report 2022). Secondo Armao il dato più sconfortante che emerge consiste soprattutto nella innegabile degenerazione autoritaria che in esse è stata indotta dalle stesse logiche globalizzate di mercato già protagoniste della negativa evoluzione di cui si è testè detto. Siamo cioè di fronte, anche per questo aspetto, all’indiscutibile esito di un processo di mutazione nei rapporti tra capitalismo e Stato, iniziato negli ultimi decenni del secolo scorso (a partire dalla fine degli accordi di Bretton Woods che regolavano rigidamente modi e confini del sistema finanziario internazionale), che ha fatto piazza pulita dei meccanismi di regolazione politica del mercato instaurando un sistema, globale, di gran lunga più flessibile fatto di meccanismi ed attori che si muovono indipendentemente dalle forme giuridiche e istituzionali dei singoli Stati. L’aver ridotto la politica a servizievole ancella di logiche di profitto spacciate come neutra scienza economica, l’unica possibile per l’ideologia del mercato autoregolato, ha inevitabilmente abbassato di molto l’asticella della vera democraticità. Questa constatazione offre lo spunto per approfondire alcuni aspetti del rapporto fra interessi economici, scelte politiche, funzionamento dei sistemi democratici, gestione della sfera della sicurezza, che hanno una evidente ricaduta anche sulla propensione e gestione di potenziali conflitti armati, e più in generale sul bilanciamento tra legalità ed illegalità. Il primo dato da cui prendere le mosse consiste nella constatazione dell’innegabile esistenza di un vero e proprio doppio capitalismo, uno in qualche modo ancora legato alla sfera delle decisioni politiche ed uno che, in parte comunque tollerato se non addirittura  legalizzato, è da queste molto più slegato. Si tratta di quello, tecnicamente definito “economia informale(la versione 2.0 della tradizionale economia sommersa) che la World Bank, nel 2022, ha stimato valere per circa un terzo del PIL mondiale con punte del 70% nelle economie in via di sviluppo.

Accanto alla classica produzione di beni e servizi rientra nell’economia informale una serie alquanto varia e sofisticata di agenzie, specie di intermediazione creditizia (con gran utilizzo delle criptovalute), che completano un ciclo finanziario e produttivo che non si fa certo scrupolo di sfruttare al meglio paradisi fiscali e centri offshore

Si parla cioè di un autentico convitato di pietra sulla scena politica e decisionale globale. Sono cifre che rendono bene l’idea di quanto valga quest’area dell’economia globale che viaggia parallela a quella ufficiale sfuggendo però, in modo intenzionale e sistematico, al controllo politico e giuridico che, oltre ad essere inevitabilmente una ghiotta opportunità per le attività in capo a gruppi criminali, contribuisce non poco ad alimentare le diseguaglianze economiche allargando la forbice dei redditi all’interno dei singoli paesi e, a livello globale, la differenza fra Nord e Sud del mondo. Per meglio comprendere il collegamento che l’esistenza consolidata ed ormai globalmente strutturata di questo secondo capitalismo ha con la sfera della sicurezza è inoltre necessario evidenziare quello che altrettanto organicamente esso ha sviluppato con la politica. La potenza di fuoco, termine in questo caso quanto mai appropriato, che essa è in grado di mettere in campo per consolidare i propri margini d’azione e di profitto non poteva non investire una politica già del suo prona alle logiche neoliberiste, appiattita sul governo del presente e finalizzata alla mera raccolta di consensi elettorali. Nell’epoca del neoliberismo globalizzato e del conseguente scavalcamento del potere locale e nazionale non stupisce più di tanto che ciò sia avvenuto  proprio nel momento in cui processi di profonda innovazione, come quello appena evidenziato, avrebbero al contrario richiesto una politica forte in grado di conoscerli e governarli. Si è invece assistito ad una progressiva mercificazione della politica ridotta ad un insieme di brand che si fronteggiano nel mercato dei voti (e quindi con partiti leggeri sempre più ridotti a comitati elettorali, con il ruolo preminente di leader mediatici, con l’uso massiccio di una pubblicità ben diversa dalla classica propaganda, con l’adozione di messaggi politici semplificati se non ridotti ad una raccolta di slogan). Un recente fenomeno testimonia il perverso intreccio tra sfera politica e degli affari: quello delle cosiddette revolving doors (porte girevoli), ossia politici, anche di altissimo livello, che con assoluta indifferenza lasciano la politica per subito assumere prestigiosi incarichi in imprese che molto dipendono da commesse pubbliche

non si tratta della pur impattante attività di lobbysmo sempre più presente negli ambienti politici di buona parte del mondo, ma della spudorata cinica formalizzazione degli interessati intrecci fra pubblico e privato. Due esempi fra i tanti: Gerhard Schröder dopo essere stato Cancelliere (Primo Ministro) della Germania dal 1998 al 2005 ha ricoperto, anche grazie all’amicizia intima con Putin, posizioni di grande rilievo in aziende energetiche russe. Ancor più esemplare è la vicenda di Dick Cheney, Segretario alla difesa del presidente George Bush padre dal 1989 al 1993, gli anni della prima Guerra del Golfo, che subito dopo diventa Amministratore Delegato della Halliburton, una multinazionale americana del settore energetico che possiede anche una compagnia militare, per poi tornare in politica come Vice Presidente USA con George Bush figlio dal 2001 al 2009, gli anni della seconda Guerra del Golfo, con, guarda caso, appalti multimiliardari alla sua ex azienda

Dall’intreccio fra tutti questi processi (qui percorsi molto sinteticamente) che hanno caratterizzato la ristrutturazione dell’economia e della società globale emerge un quadro complessivo composto da una sommatoria di interessi economici (nella loro forma di doppio capitalismo) in grado di incidere in modo rilevante su tutti comparti della sfera decisionale politica ed istituzionale, compreso quello della guerra. Ciò avviene in duplice modo: sia condizionando le scelte strategiche che determinano gli intrecci geopolitici, sia orientandole verso sbocchi in grado di assicurare concreti ritorni economici. Vale a dire che ai giorni nostri una guerra (quella che ha assunto le caratteristiche dell’ulteriore evoluzione della novecentesca guerra industriale) può innescarsi perché gli equilibri geopolitici possono essere visti non più congeniali per determinate strategie e può avere un determinato sviluppo, più o meno accentuato, in relazione agli interessi economici in gioco. Questo nulla toglie all’incidenza di altri fattori (ad esempio nazionalismi esasperati, eredità di tensioni storiche, contrasti di ordine religioso) che possono sicuramente accentuare, sino ad esserne vero detonatore, processi già solidamente avviati del loro. Si tratta di una evoluzione, spesso sotto traccia, che ha di fatto sconvolto anche un presupposto basilare sul quale a lungo si è fondata la gestione dei motivi di conflitto: la presenza di una o più potenze egemoni in grado di determinare la stabilità dell’intero sistema internazionale. La realtà storica degli ultimi decenni  dimostra l’esatto contrario: se è vero che (con la sola eccezione dello scontro aperto tra truppe americane e cinesi nel corso della guerra di Corea del 1950-1953) non si sono registrati conflitti armati con il coinvolgimento diretto delle tre grandi potenze (USA, URSS/Russia, Cina), non è meno vero che, soprattutto dalla fine del bipolarismo, sono state le stesse grandi potenze ad alimentare i più rilevanti, per quanto periferici, conflitti. Sembra davvero un azzardo definire “stabilità” un quadro di questo genere caratterizzato dal costante strumentale scavalcamento del concetto di “sovranità nazionale”. Paradossalmente l’elemento che in qualche modo potrebbe concorrere a contenere i rischi di guerre consiste proprio nel dilagante totalitarismo (diffuso sottoprodotto non casuale della globalizzazione neoliberista che, a differenza di quello novecentesco più concentrato in specifici Stati, si disperde ormai in tutte le aree del pianeta), alle autocrazie locali sono infatti imposti spazi limitati per esasperare le ragioni di tensione con altri Stati. Il capitalismo globalizzato poggia così tanto su una totale libertà di movimento, di ininterrotta circolazione di merci, persone e soprattutto dati, che non tollera fastidiosi elementi di disturbo (come quelli avvenuti nel 2022 in Kazakistan diventato il più importante centro al mondo per le movimentazioni, legali e non, di criptovalute grazie all’installazione, incentivata dalle politiche governative locali, di un numero impressionante di potentissimi server). Partecipare allo stesso globalizzato sistema capitalistico (nelle sue due versioni), che come si è fin qui detto costituisce il quadro d’insieme che sostiene l’attuale idea di guerra, può, a fronte di evidenti ragioni di tornaconto, rendere più complicato il ricorso alla guerra, sempre che questa non si dimostri una soluzione in qualche modo conveniente per tutti gli attori coinvolti e per le loro, a ben vedere, comuni logiche.

Resta comunque significativo il peso dell’irrazionalità competitiva da sempre insita nelle logiche capitalistiche. Molte delle attuali guerre sono ancora troppo spesso il frutto di scelte tanto irrazionali quanto criminali compiute da Stati guidati da leader autocratici in delirio di onnipotenza (spesso sostenuti da clan, anche mafiosi, che agiscono nella sfera del secondo capitalismo) che sfruttano le opportunità offerte da un mercato globale che offre tutto ciò che serve per un conflitto armato

….. Se il delicato equilibrio tra Stato e mercato viene meno e un capitalismo senza regole detta legge, a rischio è, con eguaglianza e democrazia, la stessa pace ….