giovedì 12 maggio 2016

Referendum Costituzionale - Contributo n° 4


DOCUMENTAZIONE  IN MERITO AL PROSSIMO QUESITO REFERENDARIO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE


Proseguiamo, con questo quarto contributo, la pubblicazione di documentazione inerente il prossimo Referendum Costituzionale. In attesa di un analogo documento/appello da parte dei nascenti Comitati per il SI seguono……



….stralci del documento dell’’Associazione Libertà e Giustizia a sostegno del NO al referendum sulla Riforma Costituzionale


……..nella campagna per il referendum costituzionale i fautori del Sì useranno alcuni slogan. Noi, i fautori del NO, risponderemo con argomenti. Loro diranno, ma noi diciamo.

1. Diranno che “gli italiani” aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro)

Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione – democrazia e lavoro – c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, “saggi” di Lorenzago, “saggi” del presidente, eccetera. È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente “la volta buona”. Ma questi non sono certo “gli italiani”, i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, il tentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare “per gli italiani”, diciamo: parlate per voi.


2. Diranno che “ce lo chiede l’Europa” (…)

Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: “Ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla quale volete dare risposte?

3. Diranno che le riforme servono alla “governabilità”

(..) “Governabile” è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra “governo”, non governabilità, e che governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice “governabilità” noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico.


4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia.
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente. Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d’una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (…) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e da parte di non poca “dottrina” costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (…)


5. Parleranno di atto d’orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di “autoriformarsi” senza guardare al proprio interesse

Noi parliamo, piuttosto, d’arroganza dell’esecutivo. Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza). Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica.


6. S’inorgogliranno chiamandosi “governo costituente”

Noi diciamo che il “governo costituente”, in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale e garanzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere “costituenti”. I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d’una parte, devono stare sotto la Costituzione, non sopra come credono invece di stare d’essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan “abbiamo i numeri”, come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all’autorizzazione a fare quel che si vuole. (…)

7. Diranno che l’iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d’anormale e, quelli che sanno, porteranno l’esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962.

Noi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d’essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l’Italia di oggi alla Francia d’allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate “disinteressatamente” nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma del Senato. (…)

8. Diranno che, anche ad ammettere che la riforma abbia avuto una genesi non democratica e un iter parlamentare telecomandato nei tempi e nei contenuti, alla fine la democrazia trionferà nel referendum confermativo.

Noi diciamo che la riforma forse sottoposta al giudizio degli elettori porta il segno della sua origine tecnocratica unilaterale e che il referendum richiesto dallo stesso governo che l’ha voluta lo trasformerà in un plebiscito. Non si tratterà di un giudizio su una Costituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica. (…) Avremo una campagna referendaria in cui il governo avrà una presenza battente, come se si trattasse d’una qualunque campagna elettorale a favore di una parte politica, e farà valere il “plusvalore” che assiste sempre coloro che dispongono del potere, complice anche un’informazione ormai quasi completamente allineata.



9. Diranno che non c’è da fare tante storie, perché, in fondo, si tratta d’una riforma essenzialmente tecnica, rivolta a razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti

Noi diciamo: altro che tecnica! È la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia la piramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall’alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano. La democrazia partecipativa è stata sostituita da un sistema opposto di oligarchia riservata. (…) Le “riforme” costituzionali sono in realtà adeguamenti della Costituzione a questa realtà oligarchica. Poiché siamo per la democrazia, e non per l’oligarchia, siamo contrari a questo adeguamento spacciato come riforma.

10. Diranno che i partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo (cuore della riforma) e che perfino Pietro Ingrao, ancora negli anni 80, si espresse per l’abolizione del Senato

Noi diciamo: andate a leggere i resoconti di quei dibatti e vi renderete conto che si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di “centralità del Parlamento”). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Ingrao, della “democrazia di massa”. Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell’esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche. (…)


11. Diranno che siamo come i ciechi conservatori che hanno paura del nuovo, anzi del “futuro-che-è-oggi”, e sono paralizzati dal timore dell’ “uomo forte”
Noi diciamo che a noi non interessano “riforme” che riforme non sono, ma sono “consolidazioni” dell’esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di disgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari. Questi istinti non si manifestano necessariamente attraverso l’uso esplicito della forza da parte di un “uomo forte”. Questo accadeva in altri, più primitivi tempi. Oggi, si tratta piuttosto dell’occupazione dei posti strategici dell’economia, della politica e della cultura che forma l’ideologia egemonica del momento. Questo è ciò che sta accadendo manifestamente e solo chi chiude gli occhi e vuole non vedere, può vivere tranquillo. Si tratta, per portare a compimento questo disegno, di eliminare o abbassare gli ostacoli (pluralismo istituzionale, organi di controllo e di garanzia) che frenano il libero dispiegarsi del potere che si coagula negli organi esecutivi. Non occorre eliminarli, ma normalizzarli, ugualizzarli, standardizzarli, il che significa l’opposto del far opera costituente.


12. Diranno che siamo per l’immobilismo, cioè che difendiamo l’indifendibile: una condizione della politica che non ha mai toccato un punto così basso in tutta la storia repubblicana, mentre loro vogliono rianimarla e rinnovarla

Noi opponiamo una classica domanda alla quale i riformatori costantemente sfuggono: sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta, che sta non solo in venerandi scritti sulla politica e sulla democrazia – che i nostri riformatori, con tranquilla e beata innocenza mostrano d’ignorare completamente – ma anche nelle lezioni della storia, è la seguente: istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata. Per questo noi diciamo: non accollate a una Costituzione le colpe che sono vostre. (…)13. Diranno: non ve ne va bene una; la vostra è una opposizione preconcetta. Non siete d’accordo nemmeno sull’abolizione del Cnel e la riduzione dei “costi della politica”? Noi diciamo: qualcosa c’è di ovvio, su cui voteremmo pure sì, ma è mescolato, come argomento-specchietto, per far passare il resto presso un’opinione pubblica orientata anti-politicamente. A parte il Cnel, che in effetti s’è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così. Si è voluto poter disporre d’un argomento demagogico che trova alimento nella lunga tradizione antiparlamentare che ha sempre alimentato il qualunquismo nostrano. Avere unificato in un unico voto referendario tanti argomenti tanto diversi (forma di governo e autonomie regionali) è un abile trucco costituzionalmente scorretto, che impedisce di votare sì su quelle parti della riforma che, prese per sé e in sé, risultassero eventualmente condivisibili. Voi dite di voler combattere l’antipolitica, ma proprio voi ne esprimete l’essenza. (…)


14. Diranno: come è possibile disconoscere il serio lavoro fatto da numerosi esperti, a incominciare dai “saggi” del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Tutto ciò non è per voi garanzia sufficiente d’un lavoro tecnicamente ben fatto?

(…) Le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. A ogni modifica della collocazione delle competenze e delle procedure corrisponde una diversa allocazione del potere. Nella specie, ciò che si sta realizzando, per l’effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l’umiliazione del Parlamento elettivo davanti all’esecutivo; l’esecutivo, un organo che, non essendo “eletto”, potrà derivare dall’iniziativa del presidente della Repubblica che, dall’alto, potrà manovrare – come è avvenuto – per ottenere la fiducia della Camera. Quanto poi alla bontà del testo di riforma dal punto di vista tecnico, ci limitiamo a questo esempio, la definizione delle competenze legislative da esercitare insieme dalla Camera e dal Senato (sì, il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti): “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per (sic!) le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’art. 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella (?) che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore e di cui all’art. 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116 terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma”. Se questo pasticcio è il prodotto dei “tecnici”, noi diciamo che hanno trattato la Costituzione come una legge finanziaria o, meglio, come un Decreto milleproroghe qualunque: sono infatti formulati così. Quanto ai contenuti, come possono i “tecnici” non aver colto le contraddizioni dell’art. 5, noto perché su di esso si è prodotta una differenziazione nella maggioranza, poi rientrata. Riguarda la composizione del Senato e non si capisce se i senatori rappresenteranno le Regioni in quanto enti, i gruppi consiliari oppure le popolazioni; non si capisce poi se saranno effettivamente scelti dagli elettori o dai Consigli regionali. Saranno eletti – si scrive – dai Consigli regionali “In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ma, se queste scelte saranno vincolanti, non ci sarà elezione ma, al più ratifica; se non saranno vincolanti, come si può parlare di “conformità”. Un pasticcio dell’ultima ora che darà filo da torcere a che dovrà darne attuazione: parallele convergenti, quadratura del cerchio… Agli autorevoli fautori di norme come queste, citate qui a modo d’esempio chiediamo sommessamente: dite con parole vostre e con parole chiare che cosa avete voluto. (…) Questi tecnici non hanno dato il meglio di sé, forse perché hanno dovuto nascondere nell’oscurità l’assenza di chiarezza che ha regnato nella testa di coloro che hanno dato loro il mandato di scrivere queste norme. Loro non lo diranno, ma lo diciamo noi. Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare. Orbene, noi della Costituzione abbiamo un’idea diversa: patto solenne che unisce un popolo sovrano che così sceglie come stare insieme in società. “Unisce”? Questa riforma non unisce ma divide. Non è una costituzione, ma una s-costituzione. “Popolo sovrano”? Dov’è oggi svanita la sovranità, quella sovranità che l’art. 1 della Costituzione pone nel popolo e che l’art. 11 autorizza bensì a “limitare”, ma precisando le condizioni (la pace e la giustizia tra le Nazioni) e vietando che sia dismessa e trasferita presso poteri opachi e irresponsabili? È superfluo ripetere quello che da tutte le parti si riconosce: per molte ragioni, il popolo sovrano è stato spodestato. Se manca la sovranità, cioè la libertà di decidere da noi della nostra libertà, quella che chiamiamo costituzione non più è tale. Sarà, al più, uno strumento di governo di cui chi è al potere si serve finché è utile e che si mette da parte quando non serve più. La prassi è lì a dimostrare che proprio questo è stato l’atteggiamento sfacciatamente strumentale degli ultimi anni: la Costituzione non è stata sopra, ma sotto la politica e perciò è stata forzata e disattesa innumerevoli volte nel silenzio compiacente della politica, della stampa, della scienza costituzionale. Ora, la riforma non è altro che la codificazione di questa perdita di sovranità. Apparentemente, la vicenda che stiamo vivendo è una nostra vicenda. In realtà, chi la conduce lo fa in nome nostro ma, invero, per conto d’altri che già hanno fatto il bello e il cattivo tempo nei Paesi economicamente, politicamente e socialmente più deboli e s’apprestano a continuare. Per questo, chiedono governi che non abbiano da dipendere dai parlamenti e, ove sia il caso, dispongano di strumenti per mettere i parlamenti, rappresentativi

lunedì 9 maggio 2016

Acrescita - saggio dell'economista Mauro Gallegati


Acrescita

Per una nuova economia

Saggio di Mauro Gallegati (Professore di Economia presso l’Università delle Marche)



(N.B. = le frasi in grassetto sono estratti dal testo del saggio)



Il breve saggio di Gallegati è sicuramente consigliabile a chiunque voglia meglio capire cosa succede nel campo delle attuali teorie economiche, vuoi per interesse personale o vuoi perché mosso dalla consapevolezza che dietro tutti gli evidenti limiti e le innegabili nefandezze delle politiche economiche neoliberiste (ma non solo) si celino elaborazioni teoriche economiche non meno imperfette e nefande. E’ un saggio agile e coinvolgente, scritto in modo semplice e chiaro anche per non addetti ai lavori, con la piacevole aggiunta di un tono ironico che regala alcune “battute” da far invidia al miglior Woody Allen.

 

Referendum Costituzionale - Contributo n° 3


DOCUMENTAZIONE VARIA IN MERITO AL PROSSIMO QUESITO REFERENDARIO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE



Proseguiamo nella pubblicazione di documenti utili, si spera, a capire e, conseguentemente, a maturare opinioni su basi più consistenti in merito al quesito referendario costituzionale del prossimo Ottobre. Dopo il prospetto comparativo fra la Costituzione originaria e quella risultante dalle modifiche apportate, dopo il parere “tecnico” dei Docenti di Diritto Pubblico Umberto Allegretti e Enzo Balboni proponiamo una scheda sintetica degli aspetti più rilevanti delle modifiche, ad opera del Prof. Gaetano Azzariti (autore di un nuovo saggio in corso di uscita su queste tematiche) ed una raccolta di “precisazioni e commenti” al riguardo. Entrambi privilegiano gli aspetti controversi e più discussi con un taglio “critico”.


Le modifiche Costituzionali in sintesi.



Scheda/commento del Prof. Gaetano Azzariti  (Professore ordinario di diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”. Ha fondato ed è condirettore della rivista on line “Costituzionalismo.it”. Collabora al quotidiano “il manifesto”. Di recente ha pubblicato Il costituzionalismo moderno può sopravvivere?¸ Roma-Bari,Laterza, 2013




venerdì 6 maggio 2016

Referendum Costituzionale - Contributo n° 2


DOCUMENTAZIONE IN MERITO AL PROSSIMO QUESITO REFERENDARIO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE


UNA REVISIONE COSTITUZIONALE CON ALCUNE BUONE INTENZIONI E MOLTE CONTRADDIZIONI


Una valutazione “tecnica”  espressa da Umberto Allegretti (Professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Firenze) ed Enzo Balboni (Professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) – membri del Comitato Dossetti per la Costituzione (al quale aderiscono, fra gli altri Raniero La Valle – che ne è il Presidente – e Valerio Onida – Presidente emerito della Corte Costituzionale)


È complicato prendere posizione nel dibattito scientifico ed accademico che sta crescendo intorno alla Legge di revisione costituzionale, che convenzionalmente (ma non solo) viene battezzata (Napolitano)-Renzi-Boschi. Si corre il rischio, infatti, di aggiungere la propria voce ad un coro che canta, spesso, sopra le righe del pentagramma, in cui a toni fin troppo ossequiosi si alternano accenti polemici poco fondati, molto gridati e scarsamente lucidi. Una corretta valutazione tecnico-giuridica dei temi in esame richiederebbe, a nostro avviso, un approccio più sobrio e laico rispetto a quello che viene, in genere, adottato.  Con questa considerazione non intendiamo trascurare l’intelligente contributo di molti colleghi, né vogliamo sminuire la valenza “politica” e culturale delle problematiche che si sono piantate davanti a noi e che avranno il loro sbocco nel referendum “approvativo” di ottobre. Vogliamo soltanto ricordare che il terreno che si addice alla nostra professione intellettuale deve continuare ad essere quello dell’analisi giuridica e costituzionale, limitandosi ad essa. Proprio alla luce di ciò, ci sentiamo di affermare che un giudizio sintetico SI- NO sulla riforma in esame risulta incongruo, anzi, impossibile. Il testo approvato, infatti, presenta schematicamente cinque caratteri tra loro totalmente differenti, perché vi si possono rinvenire interventi di qualità diversa: pessima, cattiva, neutra, buona ed ottima. Facciamone una rapida e schematica rassegna. Non prima, però, di aver accennato al fatto che l’impossibilità, teorica e pratica, di suddividere il referendum sulla legge di revisione in quesiti autonomi e differenziati complica ulteriormente il giudizio, rendendolo giocoforza complessivo. Sulla scorta dell’immediato precedente del 2006, è ragionevole immaginare, infatti, che nel mese di ottobre ci troveremo davanti ad una domanda di questo tenore: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche alla Parte II della Costituzione" approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n…?”». 


1. PESSIME sono, anzitutto, le intentiones legis, per il fatto che esse si mostrano, in prevalenza, compiacenti ed adattive, sia verso l’esterno – la mitizzata Europa– sia verso l’interno, cioè verso l’elettorato che verrebbe, populisticamente, lisciato per il verso giusto del pelo con l’asserita diminuzione della spesa pubblica. A tale proposito, se era giusto sbarazzarsi di un ente poco amato come la Provincia e dell’ingombro di un organo ausiliario come il CNEL ormai svuotato di senso, resta l’esigenza di non uccidere, per questa via, anche la mediazione sociale e la sussistenza di vitali corpi intermedi. Se torniamo, per un momento, alle problematiche dell’Assemblea Costituente, il partito democristiano e Mortati avevano auspicato una seconda Camera differenziata, che si facesse carico della rappresentanza di interessi e corpi sociali. Era un progetto discutibile – e fu battuto, in sede di votazione– ma almeno aveva una sua coerenza e compiutezza. Taluno afferma: “è l’Europa che ci chiede a gran voce le riforme; sono le istituzioni ed i burocrati di Bruxelles che ci interrogano, continuativamente, sulla loro adozione”. Ma, a tale proposito sarebbe bene chiarire cosa si intende per “riforme”, ricordando che si allude ad interventi di (sana) modernizzazione sul fronte del mondo del lavoro (sia privato, pubblico o autonomo), sulla scuola, sull’efficienza delle pubbliche amministra- zioni (legge e decreti Madia, pur imperfetti), sul miglioramento del servizio-giustizia, sulla sforbiciata ai privilegi delle Fondazioni bancarie e per una piena immersione nel mercato capitalistico delle c.d. Banche popolari ecc. Su tali materie, beninteso, sono stati fatti passi in avanti, in alcuni casi anche decisivi. Da questi interventi occorre distinguere, però, l’amplissima revisione costituzionale in esame (oltre 40 articoli), che l’Unione Europea come tale certamente non ci chiede. Qui soccorre, invece, il mantra delle “riforme per le riforme”, le quali rilevano, spesso, più per il loro effetto mediatico ed alone propagandistico che per il genio di scacciare un riformismo sanamente inteso. Pessima è stata, inoltre, la congiunzione tra lo spirito del tempo presente e quello governato dagli dei che vegliano sull’esprit constituent. È del tutto mancato, insomma, quel tono e quel tocco di “solennità” che Rousseau riteneva elemento qualificante e necessario dei processi costituenti. Rileggiamo le Considerazioni sul governo della Polo- nia (1782) del grande ginevrino: “È contro la natura del corpo politico di imporsi delle leggi che non possa revocare, ma non è né contro la natura né contro la ragione che non possa revocare quelle leggi se non con la stessa solemnité che ha impiegato per stabilirle”. Qui verrebbe in taglio una riflessione sul se e sul quanto l’attuale classe politica parlamentare (e governativa) sia legittimata a proporre una riforma costituzionale così ampia e profonda. Sgombriamo il campo, da subito, dall’inciampo derivante da una presunta, perduta, legittimazione dei parlamentari eletti con la legge “porcellum” dopo la sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale, per il fatto che questo ci appare argomento eccedente ad una lettura condivisibile delle conseguenze che deriverebbero dalla sentenza citata. È vero, tuttavia, che l’approccio ad una materia così delicata, ma al tempo stesso incandescente, avrebbe potuto e dovuto essere più cauto e sorvegliato, sforzandosi di agire, non si pretende für ewig, ma in modo tale da ridurre al minimo le spinte e le convenienze congiunturali: che sono, invece, massicciamente presenti. 


2. Tra le CATTIVE novità, troviamo spesso il risvolto di cose buone, ma che sono state pensate poco e fatte con trascuratezza. Prima fra tutte la composizione del “nuovo” Senato della Repubblica, frutto di una serie di compromessi (nell’accezione meno nobile del termine) che hanno dato vita ad un vero e proprio ircocervo, o, se si preferisce, un ippogrifo o un merlogallo. Se è vero che dar nuova forma, natura ed organizzazione alla Camera alta era un obiettivo ambizioso e lungamente atteso, il risultato al quale si è approdati ci appare confuso ed insufficiente, molto al di sotto delle aspettative.  La trasformazione del Senato in luogo di rappresentanza delle autonomie territoriali- e particolarmente di quelle regionali- era da tempo tra i desideri e le speranze di molti tra noi, che guardavano a questa riforma come al passaggio in cui l’assetto autonomistico complessivo (ed al tempo stesso fondante) della nostra forma di Stato avrebbe assunto un carattere compiuto. Non si può allora che esprimere delusione nel rilevare come si sia deciso, alla fine di mercanteggiamenti sfiancanti e non limpidi, di realizzare una “strana creatura”, nella quale la rappresentanza regionale, quella comunale, quella presidenziale (dei senatori per sette anni) e quella politica del cittadino-elettore per il tramite delle elezioni regionali, saranno confusamente mescolate. Maggior chiarezza, almeno con riferimento alla rappresentanza delle autonomie locali, ci sarebbe stata stabilendo, ad es., che i sindaci venissero eletti dai Consigli delle Autonomie locali (CAL) regionali e, forse, espungendo i componenti di nomina presidenziale, il cui contesto naturale sarebbe stato -semmai-  la Camera dei deputati.  Su quest’ultimo punto, che sembra aprire – ma troppo poco- ad una rappresentanza volutamente diversa o almeno ulteriore rispetto alle altre, un’opzione alternativa avrebbe potuto prevedere che i senatori di nomina presidenziale, aumentati di numero, fossero scelti in rappresentanza di mondi vitali della cultura, dell’associazionismo, dell’impresa e del lavoro (anche in ragione della già citata abrogazione del CNEL).  Svolgere questo discorso, però, ci porterebbe fuori dal nostro sentiero. La scarsa lungimiranza e la poca coerenza con cui è stata immaginata la composizione del nuovo Senato – frutto di un confuso compromesso interno allo stesso partito di maggioranza- affida un compito assai arduo al legislatore ordinario. Sarà, infatti, alla fine, con legge dello Stato, che, in un complicato e poco chiaro rapporto con le normati- ve regionali, dovranno essere sciolti i nodi oggi rimasti intricati.  È ovvio che se si fosse scelto il modello Bundesrat questo grave difetto non ci sarebbe stato. Ma è risaputo che, governando attualmente il centrosinistra 18 Regioni su 21, risultava difficile far entrare direttamente nel nuovo Senato i Presidenti di Giunte regionali che, presentandosi con la stessa maglietta, avrebbero costituito un “pacchetto di mischia” troppo robusto. E ci mostra, una volta di più, come sia quasi impossibile fare buone riforme avendo a disposizione materiali politici che sono, inevitabilmente, lì per essere utilizzati…quando sarebbe buona cosa agire “sotto il velo dell’ignoranza”, come ebbe la fortuna di fare l’Assemblea Costituente. È da segnalare, inoltre, la maniera con la quale si vuole procedere allo smantellamento del bicameralismo perfetto e paritario che, al di là delle positive intenzioni di partenza - che vanno ribadite - risulta, allo stato degli atti, un’occasione pressoché perduta. Di conseguenza, non vanno bene i tanti (otto? nove?) procedimenti legislativi differenziati, originanti dalla compartecipazione delle due Camere alla formazione di un rosario di leggi varie e dall’armamentario di co-decisioni parziali che ne conseguono, per diverse materie. Tra le occasioni perdute va annoverata quella riguardante una nuova categoria di fonti parlamentari, le leggi organiche, già presenti nelle costituzioni francese e spagnola e che si poteva sperare venisse adesso inclusa, arricchendo la tipologia delle nostre fonti del diritto. Passando alla sostanza della relazione tra Stato ed autonomie, risulta a nostro avviso grave - avuto riguardo alla scelta univoca per il pluralismo autonomistico inserito tra i principi fondamentali all’art. 5 e in presenza dell’ art. 114 - l’odierno ri-accentramento a favore dello Stato che pervade per intero il nuovo Titolo V. È a tutti noto che la riforma approvata nel 2001 non ha dato gran prova di sé, ed è allo stesso modo evidente che alcune competenze (si pensi all’energia, alle grandi reti infrastrutturali o al settore delle comunicazioni; al necessario coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, ecc) dovevano essere, ragionevolmente, riportate in capo allo Stato.  Non si può procedere, però, per questo motivo e quasi per assioma ad una complessiva mortificazione delle autonomie. A tale riguardo le pessime prove date, purtroppo, in tempi recenti dalle classi politiche regionali e locali, finiscono per essere eccedenti rispetto, ad. es, alla riesumazione di un vecchio arnese statalista e passe-partout qual è l’interesse nazionale. Poteva bastare al riguardo la tutela dell’unità giuridico-economica della Repubblica e, in ogni caso, sarebbe stato più opportuno sfruttare al meglio il procedimento bicamerale, affidando a entrambe le Camere la competenza in materia di livelli essenziali dei diritti concernenti le prestazioni pubbliche (lettera m dell’art. 117, II comma). Ugualmente difettosa è la “non soluzione” della disparità di trattamento tra le Regioni, risultando troppo sbilanciata a favore di quelle speciali (motivata pragmaticamente dalla necessità di accaparrarsi i voti decisivi dei senatori provenienti dai territori c.d. speciali, in particolare quelli del Trentino Alto Adige), che almeno conservano l’odierno status quo. Oltre a ciò l’apertura sull’art. 116, III comma è ancora troppo timida, mentre poteva diventare la porta d’ingresso per distribuire e incoraggiare competenze specializzate e diversificate sull’intero territorio nazionale. 


3. Veniamo in questo modo agli interventi per così dire NEUTRI: quelli in cui tratti positivi ed elementi criticabili si compensano. Rientrano in questa classificazione le novità introdotte con riferimento alle procedure di elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale. Quanto al primo caso, si ritiene opportuna l’intenzione di evitare che una legge elettorale maggioritaria (il nuovo Italicum) ed un rapporto squilibrato tra deputati e senatori, possano incidere negativamente sul carattere terzo ed imparziale del Capo dello Stato. Si segnala, però, il rischio che un quorum alto (i 3/5) possa condurre ad eleggere, dopo una lunga stasi ed estenuanti trattative, figure con caratura politica “minore”.  Quanto al supremo collegio, invece, si può ricordare che sia le ragioni dell’unità, sia quelle della differenziazione devono trovare spazio all’interno della Corte, ma senza introdurre, però, indebite (e minoritarie) figure quali sarebbero i due giudici che, per fatale connessione, sarebbero battezzati “regionali”. Costoro, per la modalità della loro elezione potrebbero vedersi applicare alla nascita un fastidioso bollino partigiano. Ovviamente diverso, perché conforme ad un vero sistema federale, resta il caso del Tribunale costituzionale di Karlsruhe, composto per metà da giudici eletti dal Bundesrat. Neutre sono anche le operazioni di manutenzione che si è inteso apportare ad un  testo oggettivamente datato in alcune parti, essendo in vigore da quasi settant’anni. Come la parola manutenzione suggerisce, si tratta di attività necessarie per ridare movimento, fluidità o regolarità alle istituzioni. Ci riferiamo, in particolare, all’introduzione del principio di trasparenza della P.A., con cui si recepisce una consolidata giurisprudenza ed all’invenzione dello statuto delle Opposizioni, che riprende la tradizione del parlamentarismo anglosassone. Si tratta di interventi importanti e da salutare positivamente, ma che sarebbero stati perseguibili anche percorrendo altre strade, più piane. Poteva, a nostro avviso, essere sufficiente intervenire attraverso leggi ordinarie ben fatte e, ancor più, con una rivisitazione dal profondo, ma coraggiosa, dei regolamenti parlamentari, là dove si annidano grumi corporativi ed interessi conservatori che avrebbero, essi sì, bisogno della ramazza e della candeggina. La questione relativa allo statuto delle Opposizioni, peraltro, meriterebbe un serio approfondimento. Essa, infatti, si inserisce nel più generale tema delle garanzie politiche ed evoca l’esigenza di contrappesi che riequilibrino le razionalizzazioni apportate alla nostra forma di governo parlamentare. Sarà bene, pertanto, vigilare, così come sarà opportuno agire tempestivamente in attuazione dell’art. 49 della Costituzione per dare rilevanza ed esigibilità giuridica al precetto secondo cui i partiti devono agire con metodo democratico.


Ci sono poi, nella riforma proposta, anche delle realizzazioni indubbiamente BUONE. Per brevità ci limitiamo a citare le seguenti: a) il tentativo di mettere fine all’inutile e costoso, sotto tutti i profili a cominciare da quello dei tempi, bicameralismo perfetto e paritario. Questa esigenza è risalente ed avvertita come urgente da una parte ormai maggioritaria non solo dei costituzionalisti, ma anche dell’opinione pubblica colta. Volendo dare una sola, ma significativa testimonianza, si ricordi che di essa aveva cominciato a parlare, e non in modo generico, Giuseppe Dossetti, già nel celebre discorso rivolto ai Giuristi cattolici nel 1951, quando li aveva, per l’ultima volta, incitati ad affrontate decisamente e coraggiosamente la problematica delle funzioni e dell’ordinamento dello Stato moderno. Queste le sue parole: «Non bicameralismo integrale…che è, evidentemente legato alla previsione, sempre, di una contrapposizione di poteri e di un raro, difficile e infrequente operare dello Stato…». Tale giudizio negativo fu rinnovato e perfezionato nel biennio 1994-96, quando anche Dossetti si volse a criticare l’attuale bicameralismo paritario, patrocinandone il superamento. Con ci risulta avvalorato, a nostro avviso, quel giudizio contraddittorio, già annunciato nell’incipit, che deve darsi sul punto in esame: l’esigenza c’era e c’è, ma si poteva provvedere diversamente  b) altra cosa buona: tempi certi per la calendarizzazione ed eventuale approvazione dei disegni di legge del Governo. Ma, anche a tale proposito, è stata immaginata una procedura inutilmente rococo e c’è, soprattutto, quella foglia di fico del termine “essenziale” in grado, potenzialmente, di coprire qualunque iniziativa del Governo sotto un’aura di aulica sacertà, perché cosa abbia o non abbia natura wesentlich fa parte dei misteri delfici ed italici. Più laicamente e sobriamente, si poteva dire: “prioritario” per lo svolgimento del programma di governo. Dopodiché, sul potere del Governo e del Presidente del Consiglio dei ministri di dettare, quando necessario, l’ordine del giorno dell’attività del Parlamento nessuno ha niente da obiettare; c) i nuovi strumenti di democrazia diretta ed il positivo tentativo di rivitalizzare il potere di iniziativa legislativa popolare, anche con una modulazione dei quorum referendari che dovrebbe rafforzare la capacità di controllo e le possibilità di partecipazione del corpo elettorale. Si segnala che sarebbe stato opportuno agire, anche su questo punto, con maggior determinazione; d) la competenza della Corte a giudicare sulla legittimità costituzionale delle leggi elettorali ancor prima che queste siano messe alla prova dei fatti. Ci si augura che, in questo modo, risulti impossibile replicare la triste vicenda di leggi elettorali incostituzionali alla nascita; e) apprezzabile è anche, l’aver assegnato al nuovo Senato il compito di esercitare le funzioni di raccordo tra lo Stato e gli enti costitutivi della Repubblica da un lato e l’UE dall’altro, nonché quello di valutare le politiche e l’attività delle pubbliche amministrazioni, anche andando a verificare l’impatto che l’azione dell’UE ha sui territori. Si può  anzi chiosare, a tal proposito, che, se ben fatto questo potrebbe essere un compito di straordinaria importanza per il nuovo Senato;  f) encomiabile, poi, il passaggio che prefigura il parere del Senato su alcune nomine di competenza del Governo e la verifica sull’attuazione delle leggi dello Stato. Sull’ultimo punto, tuttavia, la genericità – peraltro consueta e scontata - della lettera della riforma rinvia ad un atto di fede, come “sostanza delle cose sperate ed argomento delle non parventi”. 


A questo punto ci si potrà chiedere se e cosa ci sia di OTTIMO nel testo di riforma, secondo quanto affermato nell’incipit del nostro argomentare. Sono ottime le revisioni che non ci sono. È un paradosso, ma non troppo, visti i tempi nei quali ci è dato vivere e quelli che abbiamo appena oltrepassato. Pensiamo a qualche grave scivolata intervenuta ai tempi della Commissione D’Alema in tema di semi-presidenzialismo, ma specialmente sul terreno di una diminuzione dell’autonomia della magistratura. Soprattutto riflettiamo, ad alta voce, su quello che Leopoldo Elia aveva giustamente denunciato come il tentativo di “premierato assoluto” insito nel progetto Berlusconi-Bossi. Su quest’ultimo punto vale la pena ricordare che la riforma bocciata nel referendum del 2006 prevedeva un discutibile meccanismo di sfiducia costruttiva, che, accompagnato ad una sostanziale ed inadeguata introduzione del principio “simul stabunt aut simul cadent” avrebbe reso il Primo ministro di fatto inamovibile, con buona pace della democrazia parlamentare ed anche del tanto elogiato “modello Westminster”.  Almeno questi gravi timori, adesso, non sono fondati e chi denuncia una “torsione autoritaria” e parla di “minaccia alla democrazia” è fuori strada. Ugualmente, l’odierna pur scompaginata riforma del Titolo V non mette a repentaglio la coesione territoriale e soprattutto sociale del Paese, che era invece uno dei pericoli incombenti sul progetto Forza Italia-AN-Lega del 2005. Brillano per la loro assenza, inoltre e per fortuna, interventi a gamba tesa sull’indipendenza e autonomia della magistratura, a cominciare dal ruolo del pubblico ministero; non si entra nel recinto della Corte costituzionale, se non per l’assegnazione al Senato di due nomine su cinque (ma rispetto a complessive quindici).  Neppure si modifica, infine, il procedimento di revisione dell’art. 138, come invece aveva tentato di fare, sia pure una tantum, il d.d.l. Letta: anche questa conservazione della garanzia esistente è cosa buona. 


Che fare, dunque? Qui siamo al punto. Tutto lascia pensare che verremo “gettati”, infatti, di fronte ad un referendum approvativo che, per i modi con i quali è stato finora proposto e per le parole esigenti e insieme pesanti, che sono state usate – “o con me o contro di me” – acquista il sapore acre di un plebiscito. Per dir meglio, di una strana ordalia affidata al popolo attraverso le urne. Ma qui si arrestano i nostri doveri e competenze di cultori del diritto costituzionale, delle sue regole, e tecniche e viene avanti, uti singulus, il cittadino elettore, il quale quando verrà il tempo, dopo aver custodito nel suo cuore i pensieri sopra esposti, serenamente deciderà se e come votare. Ma quello, ovviamente, sarà un giudizio individuale, tutto di ordine politico.

martedì 3 maggio 2016

Referendum Costituzionale - Contributo n° 1


DOCUMENTAZIONE IN MERITO AL PROSSIMO QUESITO REFERENDARIO SULLA REVISIONE COSTITUZIONALE

 
N.B. = Inizia con questo primo documento la pubblicazione di una serie di contributi che hanno la finalità di offrire elementi di conoscenza e approfondimento sulla revisione costituzionale che sarà oggetto di apposito referendum il prossimo autunno. Questo primo documento mette a raffronto dettagliato il testo costituzionale originario e quello risultante dalle modifiche apportate affiancando per i passaggi più significativi spiegazioni e commenti. Inevitabilmente è un testo lungo e di lettura né semplice né “accattivante”, ma è la base oggettiva sulla quale riflettere e maturare le personali opinioni. Seguiranno documenti più “agevoli” che aiuteranno a districarsi nella materia, che offriranno utili chiavi di lettura, che esprimeranno opinioni e valutazioni. Questo primo testo tornerà quindi utile per rapportare questi nuovi contributi al testo effettivo della revisione operata dal Parlamento.

  
Costituzione 1948 - Costituzione 2016 a raffronto
Gli articoli sono qui presentati comma per comma. Nella prima colonna a sinistra compare il testo della Costituzione attualmente vigente (quella del 1948 con le modificazioni fino al 2012); nella seconda compare il testo della Costituzione come emendata dalla riforma Renzi-Boschi; nella terza, a destra, una breve spiegazione commentata delle novità.

domenica 1 maggio 2016

La parola del mese - Maggio 2016

LA PAROLA DEL MESE 

A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

Maggio 2016
 

Costituzione


Costituzione  è una parola con molti significati e riferibile a diverse discipline, viene proposta come “parola del mese” per quello che assume in campo giuridico-istituzionale, come primo spunto di riflessione sul quesito referendario che, presumibilmente, ad Ottobre chiederà a tutti noi di pronunciarci sulla Legge di modifica costituzionale recentemente approvata dal Parlamento

La Costituzione è l'atto normativo fondamentale che definisce la natura, la forma, la struttura, l'attività e le regole fondamentali di un'organizzazione. Il termine indica in particolare la legge fondamentale di uno Stato, ovvero il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto, mentre per l'atto fondamentale di altri enti, pubblici o privati, viene solitamente adottata la denominazione di statuto.

Il termine, che deriva dal latino constitutio, (legge di particolare importanza emanata dall'imperatore), è ricco di significati, sia descrittivi che assiologici. Da un punto di vista descrittivo indica per l’appunto la legge fondamentale di un ordinamento giuridico, la fonte principale, o superprimaria, da cui deriva la legalità di tutte le altre fonti. Da un punto di vista assiologico, diffuso soprattutto dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, indica una determinata legge dello Stato, con carattere e valenza fondamentali, in quanto su di essa si articola l’intero sistema giuridico ed il funzionamento della democrazia, in particolare su di essa si fonda il sistema di separazione dei poteri. Come tale si intende emanata in nome della sovranità del popolo, di solito per il tramite di una assemblea costituente. Se la Costituzione è invece il risultato di una cessione di autorità da parte di un monarca si parla solitamente di "statuto" (es. statuto albertino del 1848) o di "carta costituzionale".

La maggioranza degli Stati contemporanei ha alla base del proprio ordinamento una Costituzione scritta, alcuni (ad esempio il Regno Unito)- solitamente di lunga tradizione democratica - non hanno una Costituzione esplicita, ma un corpo di leggi di riferimento e di consuetudini procedurali, che nel loro complesso possono essere considerate una Costituzione materiale.

Le Costituzioni si dicono "rigide" quando sono protette da modifiche apportabili con leggi ordinarie, anche mediante specifici organi di garanzia (è il caso della Costituzione italiana, per la quale opera la Corte Costituzionale).  Sono invece "flessibili"  le Costituzioni che, dal punto di vista della modificabilità, sono analoghe ad una legge ordinaria, a cui è quindi parificata nella scala gerarchica delle fonti.

Anche per le Costituzioni “rigide” possono essere previste, nel corso del tempo, delle modifiche, ma queste per essere attuate richiedono un procedimento legislativo gravato da maggiori oneri procedurali rispetto alle leggi ordinarie, in particolare, come nel caso italiano, sono previsti più passaggi approvativi e maggioranze qualificate ovvero, nel caso che queste non si siano realizzate, la definitiva approvazione è demandata ad un referendum confermativo.

mercoledì 27 aprile 2016

Le basi culturali della xenofobia europea


Le basi culturali della xenofobia europea

Riflessioni a margine di un articolo di Micha Brumlik dal titolo “Il pensiero vecchio delle nuove destre”

 
Cresce la consapevolezza della centralità che da tempo, e con crescente accentuazione, riveste la gestione “politica” dei flussi migratori in Europa, Italia ovviamente compresa. Le politiche sostenibili di accoglienza ed integrazione non solo si scontrano con le oggettive difficoltà che derivano dal loro richiedere tempi lunghi ed una buona disponibilità diffusa per dimostrarsi efficaci, non solo sono vieppiù complicate dalla debolezza strutturale delle istituzioni Europee, ma a ciò si aggiunge una incontestabile impotenza a fronteggiare le crescenti indisponibilità che sempre più assumono il carattere di aperto rifiuto e chiusura. I megafoni xenofobi stanno coprendo le voci troppo deboli e confuse dell’accoglienza. Lo stesso successo mediatico di Papa Francesco non pare in grado di spostane più di tanto umori e atteggiamenti concreti. La partita si gioca, ovviamente, sul piano delle politiche concrete, sia quelle dedicate alla gestione “a valle”, sia quelle mirate a risolvere il più possibile le cause scatenanti “a monte”. Non meno centrale, però, proprio per meglio definire e attuare tali politiche, deve essere la conoscenza di cosa si muove nel campo avverso. Nel quale sono tre, in buona sintesi, i protagonisti; alla condivisone, diffusa e trasversale nella pubblica opinione, di sentimenti di rifiuto e chiusura, ed al collegato protagonismo, al tempo stesso fomentatore e strumentale, di partiti e movimenti di destra, populisti e xenofobi, si affiancano infatti i filoni di pensiero e le culture che, possono spiegare, almeno in parte, tale condivisione e, al tempo stesso, paiono ispirare in modo crescente quell’azione politica. Una loro maggiore conoscenza diventa quindi utile per superare quella sorta di “impotenza” cha la sinistra, in genere, prova nei confronti degli atteggiamenti di “chiusura”, e per smontare i presupposti teorici di movimenti e partiti che la pilotano. Offre spunti interessanti in questo senso l’articolo di Micha Brumlik, giornalista svizzero/tedesco, pubblicato su MicroMega 3/2016, che evidenzia ed analizza alcuni dei fondamenti della “nuova” destra europea: in primo luogo 1) - la celebrazione della “omogeneità culturale” 2) - la politicizzazione della “spazio” (territoriale ed etnico) 3) - la sacralizzazione delle funzioni sociali, il “dominio”. Cosa significano questi fondamenti che hanno come collante condiviso la ripresa che la “nouvelle droit” francese fa del concetto di “identità etnica”, ossia della convinzione che ogni etnia ha diritto di esistere ma solo nello “spazio” che la storia le ha consegnato? Attorno a queste idee di base si è coagulato, in particolare nel corso dell’ultimo decennio, un ampio movimento intellettuale di destra (spesso estrema), ricco di iniziative, di riviste, di momenti di incontro e di elaborazione collettiva. Brumlik cita nomi di intellettuali e riviste alla maggior parte di noi del tutto sconosciuti, ma che trovano inaspettate attenzioni ad ampio raggio. Sono ad esempio ben note le “relazioni” (come si vedrà tutt’altro che casuali, e comprensive di generosi sostegni finanziari) tra la Russia di Putin, l’FLN di Marine Lee Pen, il leader magiaro Viktor Orban. La comune matrice intellettuale originaria si trova nelle opere di Martin Heidegger, filosofo tedesco dello scorso secolo, filonazista, apertamente antisemita (personaggio comunque di difficile interpretazione a cui ad esempio sono rimasti personalmente legati, in quanto affascinati dalla sua cifra filosofica complessiva, pensatori, certo non di destra, come Herbert Marcuse e Hanna Arendt) soprattutto per la sua concezione dell’  “essere” (….essere un essere umano significa innanzitutto essere un tedesco, un francese, un russo, un africano e così via…..l’identità etnica è la realtà che più si avvicina all’essenza dell’uomo…..). Ad Heidegger si richiama apertamente una figura centrale nella formazione più recente del pensiero della nuova destra europea: il filosofo russo Alexander Dugin che, da sempre legato a Vladimir Putin, seppure con un rapporto spesso turbolento, ha definito nella sua opera, messa a punto a partire dagli anni novanta, una teoria politica, sicuramente mirata alla realtà russa (e alla strategia putiniana di rilancio dell’impero russo), ma che ha trovato attenzioni e riprese in campo europeo. Dugin sostiene che l’innaturalità della globalizzazione capitalistica sta riattivando sani anticorpi nazionalistici, unica possibilità di reagire all’ingovernabilità del mondo da essa prodotto, e la rinascita del sentimento di “popolo”. La particolarità del pensiero di Dugin, strettamente legato a quello di Heidegger e alla sua idea di “essere” e “popolo”, quella che di più ha avuto peso nello sviluppo del pensiero della nuova destra europea, è la rivalutazione della dimensione dello “spazio” nella connessione con il popolo, con l’essere. Ovviamente egli guarda alla particolarità russa, euroasiatica (da sempre caratterizzata dalla convivenza di più etnie strettamente legate ad una specifica “porzione” dello “spazio” russo) ma la sua rivalutazione della dimensione “etnica”, il rifiuto delle moderne regole democratiche (in nome di un ritorno a forme di governo gerarchico dal basso), la ferma opposizione alla globalizzazione occidentale ed al suo sovrapporsi alle etnie e comunità locali hanno trovato immediata attenzione in molti intellettuali di destra europei. Esemplare è il caso della destra francese che (ancora una volta ritorna questo “strano” legame con la cultura nazionalistica russa), più ancora che in Germania (da sempre, Hedfegger compreso; la destra tedesca è affascinata dallo spirito indipendente russo, la guerra nazista ad Est si mosse contro l’Unione Sovietica, contro il comunismo, non contro la Russia) apertamente rivaluta, nelle parole del FLN di Marine Le Pen, la storia francese riappropriandosi dei suoi miti, a partire da quello della Rivoluzione del 1789, ma spogliandoli del loro valore universalistico e traducendoli in conquiste del “popolo” francese (in questo aiutato da quelle di alcuni ex intellettuali di sinistra come Alain Finkelkraut).

Le idee di Dugin, quelle precedenti di Heidegger (che sostenevano che ogni generazione sempre si definisce in spazi già precedentemente organizzati dalle generazioni precedenti), assegnano un ruolo centrale alla categoria dello “spazio”; una categoria trascurata nelle elaborazioni della sinistra che da sempre lo concepisce unicamente nella sua accezione di “ambiente”, vuoi nelle riflessioni ecologiche piuttosto che urbanistiche. Ed è indubbiamente proprio la crisi epocale dei migranti, di milioni di individui costretti a fuggire dal proprio spazio per migrare in quello di altri che ha alimentato in modo diffuso timori, rifiuti, chiusure, che, a loro volta, hanno riavvalorato la centralità che il vecchio pensiero della nuova destra ad esso concede. Seppure del tutto slegato dalle odierne vicende suonano quanto mai pertinenti le parole dedicate da Kant allo “spazio”……..la natura ha rinchiuso tutti i popoli entro limiti determinati e siccome il possesso del suolo, sul quale può vivere un abitante della terra, è pensabile sempre e soltanto come il possesso di una parte di un tutto determinato (dalla forma stessa della Terra) su cui dunque ognuno ha un diritto originario, così tutti i popoli stanno originariamente in una comunanza di suolo, non però in una comunanza giuridica di possesso……

E’ difficile negare che le stesse strutture politiche e le istituzioni sociali possono essere tali solo se hanno una dimensione spaziale, che inevitabilmente coincide con la categoria della “sfera pubblica”. Nella versione di sinistra la sfera pubblica viene sviluppata, più in termini di idealità che di concreta realizzazione, come uno “spazio aperto”, uno spazio in cui ogni individuo, ogni popolo, può liberamente manifestarsi ed incontrarsi, in quella di destra, con una maggiore capacità e legame fra idealità e ricadute concrete, lo spazio, e quindi la sfera pubblica, viene restituito alla sua declinazione più antica di stretto collegamento con lo spirito etnico che da più tempo lo occupa

La differenza, che nell’attuale fase sta pesando in misura notevole, sta proprio nel ruolo centrale che il pensiero di destra assegna alla categoria dello “spazio”, a fronte di una sua evidente incompleta declinazione da parte della sinistra.

Che cosa possa significare l’attenzione della nuova destra europea alle categorie della spazio (fondamento 2) e dell’etnia, intesa nella sua “sacralizzazione della omogeneità culturale” (fondamento 1), è facilmente riscontrabile nelle recenti evoluzioni avvenute nella Ungheria di Viktor Urban e nella Polonia ed in particolare nei termini e modi in cui sono definite nelle loro nuove (Ungheria) Carte Costituzionali. Analogo riscontro è possibile stabilire fra queste Costituzioni e molti dei punti centrali della teoria politica euro-asiatica di Dugin.

In esse sono poi rintracciabili collegamenti con il pensiero di Julius Evola, da sempre pensatore principe per la destra (estrema) europea, capace di criticare “da destra” il fascismo mussoliniano. Evola ha elaborato un pensiero politico che, come concezione della composizione sociale, si rifà apertamente al sistema induista delle caste e che, come articolazione del potere, ne pone il fondamento nella sua valenza di “dominio sacrale” (fondamento 3). Avrebbe certamente applaudito il passaggio del preambolo della nuova Costituzione ungherese che la collega al mitico re-santo Stefano!

Alexander Dugin, Julius Evola, Martin Heidegger, sono i teorici a cui fanno riferimento gli “intellettuali” della nuova destra europea nel definire strategie che mirano apertamente alla creazione di una comune forza politica tesa alla chiusura etnica, al rifiuto non solo dell’accoglienza ma di ogni altra cultura, alla lotta contro il multiculturalismo, lo stile di vita consumistico dominante, la globalizzazione, l’industria culturale.

Valgono per tutti le seguenti  recentissime dichiarazioni di Martin Sellner, intellettuale austriaco……il nostro obiettivo è un arricchimento spirituale, intendiamo incendiare i cuori, mettere qualcosa in movimento, porre domande decisive in maniera profonda e con conseguenze politiche….il dormiente furore teutonico, l’eterna febbre tedesca che si irradia dalle foreste vergini germaniche così come dalle cattedrali gotiche, tutto questo si riunisce in noi…..io credo che viviamo nel tempo della decisione…..

Certo sono parole che suonano così stonate ed così fuori dal tempo, dai nostri tempi, da sembrare impossibili da collegare ai “semplici” sentimenti di timore di perdita del proprio “particulare” che sono alla base di buona parte delle manifestazioni di chiusura e rifiuto delle nostre “liquide” società; certo sono frasi così esoteriche e visionarie da sembrare impossibili da collegare ai calcoli meschini e strumentali degli attuali partiti populisti e xenofobi.

Però la storia del XX secolo ci ha insegnato che tragedie immani si sono innescate quando, con percorsi sottovalutati e ignorati, si è realizzata una perversa unione fra una parte del popolo, partiti di massa, seppure non di maggioranza, e  filoni di pensiero del tutto simili a questi