martedì 6 novembre 2018

Il "Saggio del mese" - Novembre 2018


Il “saggio” del mese

NOVEMBRE 2018

Le prime conferenze dal nostro programma 2018/2019 dedicato al tema dei “FUTURI” hanno confermato la necessità di prestare la giusta attenzione ad alcuni possibili scenari negativi, o quanto meno problematici, legati alla irrefrenabile crescita della presenza della tecnologia nelle nostre vite, individuali e collettive. In particolare nella sfera, ormai onnicomprensiva ed onnipresente, della “Rete” e delle sue varie offerte di informazione, socialità, gestione di attività ed interessi. Il “Saggio” di questo mese aggiunge significativi elementi di riflessione proprio su questa tematica. Il suo autore, Michele Ainis, è da molti conosciuto per la sua frequente presenza sui media. Ma, a nostro modesto avviso e a suo pieno merito, a differenza di molti suoi “colleghi” non si atteggia mai a tuttologo. Esprime sempre, su giornali, riviste, o in programmi televisivi, opinioni meditate e collegate alla sua specifica competenza di giurista costituzionalista (è Docente di istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Roma, ed è membro dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato). Da questa sua competenza deriva in particolare una forte attenzione ai temi della “democrazia”, delle modalità e degli istituti che la concretizzano e la definiscono. Ed è quanto fa anche in questo saggio dedicato al tema di quanta democrazia, e libertà di pensiero, stiamo perdendo, consapevolmente ed inconsapevolmente, da quando la Rete, i social, i big data, sono diventati elementi costitutivi di molti aspetti delle nostre vite. Il suo è un segnale di allarme, un richiamo a prestare attenzione a quanta democrazia e a quanta socialità sono minacciate da queste presenze ingombranti, invasive, troppo spesso non trasparenti. Il Saggio di questo mese è…….

Per calarci subito a fondo nel discorso sviluppato da Michele Ainis ci affidiamo alla presentazione del tema che egli stesso fa nell’introduzione del saggio 

La libertà di manifestazione del pensiero rappresentava la “pietra angolare” della democrazia. Ma ormai non è più così: non siamo più liberi di pensare i nostri stessi pensieri. La trappola scatta il 4 dicembre 2009, quando Google avverte gli utenti che da allora in poi avrebbe personalizzato il proprio motore di ricerca. Significa che i risultati cambiano a seconda delle ricerche precedenti, del computer da cui stiamo interrogando Google, del luogo nel quale ci troviamo. Più che una riforma, una rivoluzione, che si propaga immediatamente agli altri giganti della Rete, da Apple a Microsoft, da Amazon a Facebook, a Twitter, a WhatsApp. Ciascuno di loro succhia dati mentre navighiamo online, carpisce i nostri gusti, le nostre opinioni, le nostre frequentazioni telematiche, per venderle poi agli inserzionisti, che in questo modo possono inseguirci con una pubblicità tagliata su misura. Queste tecniche di profilazione mettono in gioco la possibilità di rapportarci gli uni agli altri, d’aprirci al mondo esterno. I filtri che agiscono sul web tendono a proporci all’infinito le stesse fonti da cui già ci siamo alimentati, le stesse opinioni, le stesse informazioni. E la Rete diventa un po’ come uno specchio, una superficie riflettente dove non si moltiplica l’immagine del mondo bensì quella dei singoli individui. La nuova condizione umana è così una solitudine di massa che ci lascia senza democrazia, dato che quest’ultima si nutre del confronto tra punti di vista eterogenei. Quale regime potrà sostituirla? Il regno dell’Uroboro, serpente che si morde la coda, formando un cerchio chiuso. Il regno dell’autoreferenza. ……….dall’introduzione di Michele Ainis al suo saggio “Il regno dell’uroboro”

Seguono alcuni articoli di commento e recensione che ci sono sembrati evidenziare li temi centrali del saggio di Michele Ainis in modo chiaro,  approfondito e decisamente concorde

In “Il regno dell’uroboro”
Articolo/commento di Davide D'Alessandro – Il Foglio
Clic. Basta un clic e la democrazia perde peso e sostanza, si affloscia, tramonta. “La democrazia non è mai stata così fragile come da quando siamo tutti connessi con un clic”, denuncia Michele Ainis, costituzionalista con il dono della scrittura intensa e godibile. Non è poco. Il regno dell’uroboro. Benvenuti nell’era della solitudine di massa è il suo ultimo libro, edito dall’intraprendente La nave di Teseo. Confesso: ho iniziato a leggerlo al contrario, da pagina 111, dall’ultimo capitolo, poiché i circoli viziosi mi affascinano. L’incipit è straordinario: “Si respira un’aria fiacca, stanca. Mancano gli stimoli, sono venute meno anche le forze. Una volta le traevi dalle idee, se non dagli ideali. E le idee sbucavano dai libri. Ma di che parlano, adesso, i libri? Parlano d’altri libri, non più della vita. Rimasticano pagine già scritte, dettandone l’ennesima variante. Raccontano una storia che non ha più il potere di sedurti, né di sorprenderti, perché la conosci già, e ciò che conosci non ti piace, o comunque non ti meraviglia. È dallo stupore che si genera la filosofia, diceva Aristotele. Ma il filosofo attinge a un’energia vitale, che a sua volta si trasmette con parole nuove, vergini. Le nostre parole, invece, parrebbero tutte consumate. E allora i libri si ritorcono in se stessi, diventano sempre più autoreferenziali, cadono nel vizio di Narciso”.  Be’, anche questa rubrica scrive di libri, tutti da pubblicare e tutti da leggere. Li scelgo con cura, perché non sono tutti uguali. Mi sorprendono e attivano la circolazione del sangue e del pensiero. Li leggo e ne scrivo per farli leggere. Comprendo l’aria fiacca e la stanchezza. Non sono anni felici. Eppure, basta cercare, scoprire e ti sorprendi, magari con piccole chicche, delizie che ti seducono, che hanno il potere di trascinarti altrove, lontano dal rumore di rito. Il regno dell’uroboro ci riesce, alimenta il sangue e il pensiero senza farci mordere la coda, ma guardando avanti, problematizzando l’infernale sconquasso della mente, gli innumerevoli bombardamenti che la Rete impone di subire alla vita, alla nostra vita. È vero, riteniamo di vedere e siamo visti. Riteniamo di scoprire e siamo scoperti. Riteniamo di spogliare e siamo spogliati. Nudi. Completamente nudi. “La Rete diventa un po’ come uno specchio, una superficie riflettente dove non si moltiplica l’immagine del mondo bensì quella dei singoli individui”. La solitudine di Narciso, la solitudine dei molti, comuni e non numeri primi, in un tempo di amicizie forzate, non volute, l’algoritmo al potere, perché “dietro lo schermo del nostro cellulare o del computer c’è un sarto invisibile, che ci cuce addosso un vestito su misura. Può farlo un governo, per migliorare l’erogazione dei servizi pubblici, calibrandoli in base alle esigenze dei propri cittadini. Lo fanno, ormai, tutte le imprese, allo scopo di offrire prodotti in linea con i gusti dei consumatori”. Siamo indifesi. Più vogliamo vedere, più siamo visti. Più vogliamo spogliare, più veniamo spogliati: “Per ricevere una app o per navigare dentro un sito bisogna accettare i cookie, questi Dracula elettronici che ci succhiano i dati personali”. Veniamo regolarmente scippati, truffati attraverso il dono. Continua Ainis: “Le big companies ci regalano le loro informazioni, noi gli regaliamo i nostri dati. Solo che il nostro regalo è inconsapevole, non ci rendiamo conto né del cassiere né del prezzo. Mentre il loro non è affatto un regalo, casomai uno scippo, sia pure in guanti gialli”. Gli esempi portati dall’autore a sostegno della tesi sono incontrovertibili. C’è spazio anche per Michel Foucault. Veniamo osservati e “frugati dentro e fuori, senza sapere chi ci osserva, senza incrociarne mai lo sguardo”. Siamo ingenui. Come tanti bambini davanti all’emozione del gioco senza fine. Prigionieri di un gioco, sporco, che non ha fine. Le strutture, inizialmente aperte, si sono trasformate in microcosmi chiusi: Google, Facebook, Twitter, Instagram. Libertà pubbliche e controlli privati: “Il nuovo che avanza non è un sapere diffuso, bensì un’ignoranza confusa”. Ainis, ovviamente, non può non emettere una radiografia puntuale su un’altra autoreferenzialità: quella degli pseudo-partiti, della capocrazia. Eppure, “la democrazia – diceva Kelsen, sulle orme di Platone – è assenza di capi”. Kelsen? Platone? Chi erano costoro? Qualcuno conosce Rousseau, ma è soltanto il logo di una piattaforma. Per il resto, è solitudine di massa. E un clic. Un semplice clic. Per fingere partecipazione, mentre la democrazia tramonta. Elementare, Ainis! Eccellente, Ainis!

Il regno dell'uroboro
Articolo di Giovanni Boccia Artieri – Rivista on-line DoppioZero  
Viviamo online in modo paradossale. Non è mai esista una tale abbondanza di informazioni a rendere più trasparente il mondo, eppure molti dei processi algoritmici che governano Internet e i social media sono tutt’altro che trasparenti e rendono oscuro come diventi visibile ciò che vediamo. Online possiamo esercitare gradi elevati di controllo sul nostro racconto quotidiano, scegliendo le immagini e le parole con cui presentarci e decidendo con chi condividerli ed entrare in relazione; ma questi stessi contenuti diventano uno strumento di controllo nei nostri confronti da parte degli Stati (la lezione di Snowden è sempre attuale) e delle piattaforme che li trasformano in dati da mettere in relazione a fini di sorveglianza e predittivi. Al centro di questo scenario c’è l’ambivalenza con cui viviamo la privacy, contenti che le nostre vite sbuchino da Facebook, Twitter e Instagram diventando visibili e condivise così da ottenere commenti e like e pronti a risentirci quando qualche imbarazzo privato inaspettatamente viene alla luce. E anche su questo versante la nostra società vive un paradosso: di privacy “non ne abbiamo mai avuto così poca come da quado esistono norme, garanti e garanzie per proteggere i nostri dati personali”, come spiega Michele Ainis, costituzionalista e membro dell’Antitrust, nel suo “Il regno dell’uroboro” (La nave di Teseo). Perché, sostiene Ainis, le istituzioni non riescono a costruire una normativa capace di rispondere efficacemente alla combinazione tra: accelerazione delle tecnologie digitali con le corrispondenti trasformazioni in termini di possibilità comunicative; comportamenti sociali che hanno interiorizzato le forme di mediazione (e disintermediazione) delle relazioni sociali ed economiche e che portano ad aggregarsi attorno a piattaforme; una sorta di predisposizione antropologica connessa alla vita digitale che porta a preoccuparci poco della privacy a fronte dei vantaggi immediati che otteniamo nel creare profili che garantiscono navigazioni e servizi personalizzati e gratuiti.  Potremmo dire che siamo psicologicamente e socialmente indotti a dare il consenso alle piattaforme, a permettere di trattare i nostri comportamenti online e i nostri contenuti sotto forma di dati da raccogliere, accatastare e usare per una possibile profilazione a fini commerciali o di propaganda: “ogni contatto, ogni ricerca, ogni giudizio che ti scappa via su un social network si trasforma in merce, e la merce sei tu stesso, sono i frammenti della tua identità” (p. 50). È una realtà quella descritta che mette al centro del funzionamento dell’Internet delle piattaforme una logica dei “filtri” che selezionano per facilitare la personalizzazione dei servizi e delle informazioni che ci interessano, finendo per chiudere gli utenti in “bolle” in cui la probabilità di incontrare le opinioni che già si condividono è sempre più alta e che tengono selettivamente al di fuori la diversità. Questa prospettiva ha ricadute innegabili sui meccanismi democratici fondati su un fluido scambio di idee e su quella che è la democrazia deliberativa. Il contesto che Ainis descrive è quello di una bubble democracy in cui “le correnti d’opinione si muovono in sciami dalle traiettorie imprevedibili e cangianti, alimentate per lo più da una carica di risentimento, non dal sentimento” (p. 70). Il riferimento alla polarizzazione della politica è qui più che evidente ed è palpabile per ogni lettore che si sia imbattuto nella circolazione di memi controversi, in discussioni su Facebook che tracimano nell’hate speech, in bufale che sono oggetto di sharing compulsivo perché, per quanto false, sanno rappresentare la condizione di risentimento e rabbia meglio di dati scientifici e notizie ben informate. Usando una buona analogia Ainis spiega come le eresie abbiano una funzione di aggregazione e collante sociale superiore all’ortodossia e, possiamo aggiungere, la loro forza eversiva ha capacità di iniettare dubbi sistemici che mettono a rischio la struttura stessa della democrazia. Quella delle fake news e della propaganda non è una realtà nuova nell’ambito della società in generale e della politica in particolare, la novità è data dall’intrecciarsi di diversi elementi che rendono la scala, la velocità e la magnitudo di questi fenomeni decisamente più rilevanti: le caratteristiche architetturali della Rete che, essendo policentrica, rende più facile e capillare la propagazione e più complesso strutturare forme di frenata e rettifica; le tendenze algoritmiche alla diffusione di ciò che risulta più condiviso, scambiandolo con ciò che è condivisibile; la sfiducia generalizzata rispetto a una serie di intermediari istituzionali, compresi i legacy media. È all’interno di questo circuito che “le nostre aspettative sui fatti finiscono per sostituirsi ai fatti”, celebrando l’era della post-verità. Ainis descrive in modo colto e documentato questo contesto in cui evoluzione mediale e comportamenti sociali si relazionano, correlandolo a uno scenario più ampio che vede i cittadini man mano uscire da una comfort zone democratica (se mai ci fosse stata!), in cui i corpi intermedi, come ci insegna la politologia, sono saltati e le “capocrazie” – forme di leadearismo più o meno estreme – caratterizzano una politica disintermediata. Una strada che secondo l’Autore è punteggiata da una condizione di solitudine dell’uomo contemporaneo caratterizzata da “un sentimento collettivo d’esclusione, di lontananza rispetto alle vite degli altri, come se ciascuno fosse un’isola, una boa che galleggia in mare aperto” (p. 106). Una tesi questa già esplorata dalle posizioni alla bowling alone di Robert Putnam o della “solitudine del cittadino globale” di Zygmunt Bauman, che mostrano il dissolversi della comunità e l’indebolimento del capitale sociale. Riflessioni che però devono tenere conto di una realtà diversa – che Internet e i social media modellano ma non determinano – che è fatta di comunità networked, frutto di profonde trasformazioni sociali, costruite attorno a rapporti specializzati mediati comunicativamente, in cui gli individui si muovono attraverso reti multiple agendo separatamente nei propri network per ottenere informazione, collaborazione, ordini, supporto, sociabilità e senso di appartenenza – come spiega ad esempio l’analisi sul networked individualism di Barry Wellman.  D’altra parte il quadro tratteggiato da Ainis vuole dipingere quello che è il “regno dell’uruboro”, conducendoci, per metafora, a una figura chiusa a cerchio che rimanda all’idea di auto-referenza. Auto-referenza della politica, auto-referenza legislativa e auto-referenza dell’individuo, che fa delle nuove reti sociali in cui è immerso – anche attraverso Internet – la sua gabbia dorata. Non è qui questione di pessimismo o di ottimismo ma di capire se e come queste letture possano essere funzionali a una fondata critica dell’attuale condizione politica e delle vite connesse. La caduta delle ideologie e dei corpi intermedi non è, ad esempio, correlabile alla perdita di capitale sociale e alla solitudine di massa (sottotitolo del libro). Lo spiega Putnam nel suo lavoro con Feldstein Better Together quando afferma che “il capitale sociale “non rappresenta un’alternativa al conflitto sociale, ma un modo per rendere produttive le controversie”. D’altra parte il moltiplicarsi di aggregati online razzisti e xenofobi, per non parlare di comunità connesse antiscientiste, sono l’espressione di nerwork sociali in qualche modo coesi: il capitale sociale può essere utilizzato anche verso scopi moralmente ripugnanti, non ha un orientamento puramente etico. In definitiva il peccato originale di questo agile volume sta nella sua forza, quella di parlare in modo chiaro a un pubblico italiano di lettori che in qualche modo rappresentano una élite, sia per la scelta del genere saggistico sia perché il lettore di libri è sempre più una nicchia mediamente benestante e matura che probabilmente condivide generazionalmente con Ainis le preoccupazioni per le trasformazioni che vede prodotte dal digitale. Sono gli stessi lettori che partecipano a un dibattito pubblico che in Italia è sempre stato piuttosto povero e che vive di suggestioni giornalistiche, pronte a cogliere e divulgare solo alcuni aspetti della ricerca scientifica relativa al digitale e ai comportamenti sociali relativi. Dibattito che tende a essere polarizzato nei legacy media riconducendo le posizioni in campo a tecno-ottimismo o a tecno-pessimismo, cadendo quindi nello stesso limite che viene attribuito ai contesti online. Non che le preoccupazioni di Ainis non siano condivisibili, ma le condizioni di possibilità che generano il contesto attuale e le ragioni dei fenomeni che esplora meritano di essere comprese più alla radice. Quello che stiamo affrontando, a mio parere, è una frattura epistemica che non può essere compresa cercando continuità e discontinuità con la condizione precedente, ad esempio confrontando verità e post-verità, democrazia e democrazia elettronica, free speech e hate speech. O meglio lo si può fare ma a condizione che si colga il fatto che questi non sono altro che sintomi di una differenza di valori e atteggiamenti che si è prodotta tra gruppi sociali: pensiamo a quella fra globalisti e sovranisti, e che ha prodotto universi culturali non solo distinti ma che confliggono tra loro. La verità, la politica, la tecnologia sono tutti terreni di scontro tra semantiche diverse, fra forme diverse di rappresentazione del mondo che gli individui utilizzano come terreno espressivo per la propria identità e per costruire grumi sociali e vischiosità in una società raccontata come liquida.

"Il regno dell’Uroboro",.
 Articolo/cpmmento  di Maurizio Ferraris - La Repubblica
Tutto, ricorda Michele Ainis ne Il regno dell’Uroboro — volume che raccoglie suoi recenti articoli e saggi brevi, alcuni dei quali apparsi, in forma leggermente diversa, su Repubblica — inizia meno di nove anni fa, il 4 dicembre 2009, quando Google avvisa che comincerà a personalizzare gli avvisi in base agli utenti: se cerchi “calcio”, in base alle tue navigazioni ti può venir fuori “Juve” o “Roma” (e se cerchi spread, reddito di cittadinanza, vaccini, Junker che barcolla, avrai risposte coerenti con le tue abitudini). Perché tutto questo ha un valore epocale? Perché da quel momento si è compreso che la funzione capitale del web era registrare molto più che comunicare. Chi accede al web ha fisicamente l’impressione di guardare la televisione, ma in realtà tra il guardare un video in tv o sul telefonino ha luogo una rivoluzione copernicana. Nel primo caso, siamo noi che guardiamo il video. Nel secondo, per così dire, è il video che guarda noi, nel senso che annota quello che guardiamo, i commenti che facciamo, le persone a cui inviamo il link, la frequenza con cui ci ritorniamo. Il grandissimo merito di Ainis è di isolare lucidamente le conseguenze di questa rivoluzione, e di farlo con grandissima concisione, il che è un merito in sé, ma anche comparativamente, se si considera la pletora di libri che escono sul web, prima entusiastici, ora per lo più critici, ma che lasciano l’impressione di non aver colto il punto. Le conseguenze della rivoluzione riguardano essenzialmente il sapere, la politica e il lavoro. Sul piano del sapere, abbiamo una sorta di monadizzazione della conoscenza, cioè la «solitudine di massa» di cui parla il sottotitolo del libro di Ainis. Ognuno di noi è una monade nel senso che si rappresenta il mondo, il world wide web, da una prospettiva, la sua, personalissima. Così che la “Rete ampia come il mondo” diviene la descrizione di casa nostra. E noi tutti viviamo in mondi diversi. È facile vedere come, nell’ambito della politica, questa frammentazione sia il terreno di coltura ideale per la crescita delle convinzioni identitarie, della rappresentazioni dogmatiche, delle teorie del complotto. Se nella tua echo camber sono convinti che la Luna è fatta di formaggio ti apparirà naturale pensare che chi dice che è fatta di pietra è parte di un complotto. E questo non vale ovviamente solo per la Luna, ma viene a toccare elementi più sensibili come il funzionamento dei mercati, le conseguenze delle manovre economiche, le conseguenze socioeconomiche delle migrazioni. Ma mentre gli elettori hanno informazioni molto parziali, perché monadiche, gli eletti (purché abbiano i soldi per pagarsi le informazioni, soldi ben spesi) ne hanno di molto esatte, almeno sulle credenze degli elettori. Da una parte, i politici sono visibilissimi, ma questi sono fatti loro, se lo scelgono attraverso una frequentazione compulsiva dei social. Dall’altra, ed è più significativo e drammatico, abbiamo il passaggio dei politici da classe dirigente a classe diretta, perché quello a cui rispondono non è una opinione pubblica vaga e impalpabile, ma una rappresentazione esatta del gradimento e dei desideri degli elettori. E se prevale, poniamo, la dottrina della luna fatta di formaggio, allora sarà politicamente doveroso dar vita alla lega del formaggio e al movimento della luna. Di solito, le idee balzane e i sentimenti complottisti sono il frutto immaginario di disagi paure reali, per esempio rispetto al lavoro. È un fatto che c’è sempre meno lavoro e non è chiaro come potrà tornare. Da questo punto di vista, bisognerebbe distogliere gli occhi dal complotto della luna e dei mercati e considerare un fatto a cui pochi prestano attenzione. Mentre soddisfiamo i nostri bisogni ed esprimiamo le nostre idee, creiamo enormi archivi su noi stessi, sulle nostre abitudini, sulle nostre regole e sui nostri strappi alla regola. Così facendo, lavoriamo, gratis e senza saperlo, perché produciamo una ricchezza molto superiore a quella dei soldi. Un capitale che non si limita a dare informazioni su quanto possiamo spendere, ma su quello che siamo e quello che vogliamo. Mentre rinunciamo spensieratamente alla privacy, produciamo ricchezza. Ora, la privacy non ha prezzo, e non è chiaro come possa essere tutelata. Ma il lavoro che produciamo un prezzo ce l’ha, può essere quantificato, e deve essere pagato dalle piattaforme senza gravare sui bilanci degli Stati. Riducendo lo scontento sociale, e magari rendendo più onorevole, fattibile, e gratificante, il compito politico di servire un popolo meno impaurito e arrabbiato.

sabato 3 novembre 2018

La parola del mese - Novembre 2018


La parola del mese

 A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

NOVEMBRE 2018

Nella storia del pensiero umano si sono, da sempre, affacciate parole che hanno condensato in sé un intero concetto, anche complesso, piuttosto che una vera e propria riflessione teorica. Ciò è avvenuto sia in campo scientifico che in quello umanistico. Molte di queste parole sono rimaste legate al contesto specifico in cui erano nate, e ormai vengono citate come “reperto storico”, altre hanno conservato intatto il loro potere significante. Alcune non vengono nemmeno più citate e di esse solo alcuni “addetti ai lavori” tengono memoria, altre invece sono rimaste, spesso con ruolo importante, nell’odierno dialogo, altre ancora giacciono lì latenti ma intatte e giungono utili quando si ripresenta il concetto o la riflessione che sintetizzano. E’ questo il caso della parola di questo mese: di recente “adozione” non viene citata con eccessiva frequenza ma, essendo tuttora attuale ed attivo il concetto che sintetizza, torna utile riportarla alla ribalta. Torna utile in particolare a noi di CircolarMente mentre affrontiamo il tema dei “futuri” al centro del nostro programma. Molti degli scenari presenti in questi possibili “futuri” rientrano a ben vedere nell’ambito del complesso rapporto fra il “potere”, o meglio ancora i diversi poteri della politica, dell’economia, della tecnica, e le nostre vite, i nostri stessi corpi. La parola di questo mese è infatti……



BIOPOLITICA

Biopolitica sostantivo femminile formato da  bio [dal greco βίοs «ciò che vive»] e da  politica [dal greco politikè “amministrazione della cosa pubblica, della polis”] = L'insieme delle norme e delle pratiche adottate da uno stato per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, riproduzione, morte, ecc.).



Fra le diverse definizioni di questa parola, che in effetti presenta diverse sfaccettature e declinazioni, è questa quella che meglio si adatta al nostro specifico interesse. Per meglio cogliere la sua ricca complessità ci affidiamo alla illustrazione che di essa fa il filosofo Roberto Esposito nell’ambito della Enciclopedia Treccani

Biopolitica

di Roberto Esposito

Per biopolitica s'intende, soprattutto a partire dalla elaborazione che ne ha proposto M. Foucault, un'implicazione diretta e immediata tra la dimensione della politica e quella della vita intesa nella sua caratterizzazione strettamente biologica. In senso generale e mediato, l'agire politico si è sempre rapportato alla vita e, reciprocamente, la vita ha sempre costituito il quadro di riferimento delle dinamiche socio-politiche. Ma, mentre per una lunga fase tale rapporto è apparso indiretto, perché filtrato da mediazioni ordinative di tipo giuridico-istituzionale, a partire da un certo momento, situabile, per Foucault, nella seconda metà del 18° secolo, esso ha assunto la forma di una connessione sempre più stretta e vincolante. Già in Th. Hobbes, che pure è all'origine della filosofia politica moderna fondata sul binomio classico tra sovranità statale e diritti individuali, la posta in gioco prioritaria della politica è costituita dall'esigenza di conservazione della vita rispetto ai rischi di morte violenta che sono inerenti alle interrelazioni umane. Ma soprattutto dopo di lui il paradigma giuridico di sovranità viene affiancato, e a volte contraddetto, da un altro regime di discorso, e dalle pratiche a esso corrispondenti, orientato piuttosto al governo dei corpi individuali e del corpo collettivo della popolazione. Se il dominio sovrano si esercitava prevalentemente nel prelievo delle risorse, ma anche di sangue, di sudditi sottoposti al diritto di vita e di morte, il biopotere si rivolge piuttosto a quei processi - di riproduzione, risanamento, profilassi - i quali attengono al prolungamento e al miglioramento delle condizioni di vita. Da qui - oltre al ruolo sempre più centrale che viene assunto dal sapere medico - la nascita e lo sviluppo di quelle scienze della vita che sono la statistica demografica, l'igiene e anche l'economia intesa come tecnica per incrementare le ricchezze della popolazione. Tuttavia la questione della biopolitica - la complessità del suo concetto e la problematicità del suo significato - non è riducibile a questa traiettoria apparentemente virtuosa. Essa, già nel dispositivo teorico foucaultiano, implica un'antinomia costitutiva destinata a evidenziarsi sempre più nel corso dei due secoli successivi. Il processo generale di custodia e potenziamento della vita, infatti, non è separabile da un effetto contrapposto che sembra restaurare, a livello di massa, la pratica sovrana di decisione di morte.  Non a caso il rapporto Social insurance and allied services, noto come Piano Beveridge (1942) - vale a dire il più vasto intervento internazionale a favore della salute - si colloca nel pieno della Seconda guerra mondiale, cioè del più grande massacro della storia moderna. Secondo Foucault, responsabile di questo intreccio paradossale di protezione e negazione della vita - portato al culmine dal nazismo - è stato l'incontro della biopolitica con il razzismo, esso stesso declinato in termini sempre più rigidamente biologistici: quando la salute e la pretesa purezza razziale di un popolo diventano l'obiettivo politico supremo, a esso può ben essere sacrificata una porzione di vita che viene considerata non altrettanto valida e dunque, come fu detto da alcuni, non degna di essere vissuta. Pur avendolo portato al punto di massima elaborazione, non è stato Foucault a coniare il concetto di biopolitica. Già in qualche modo profilato nella cultura positivistica francese - A. Comte nel suo Système de politique positive (1851-1854) usa il neologismo biocrazia - e poi implicito in tutto il darwinismo sociale di impronta spenceriana, il nodo tra politica e vita è al centro della filosofia di F.W. Nietzsche. Assumere, come egli fa, la volontà di potenza come il fondamentale impulso umano non significa affermare soltanto che scopo ultimo della politica è l'espansione vitale degli individui e delle collettività, ma anche che i conflitti più significativi del nostro tempo avranno come oggetto e come campo di battaglia il corpo vivente dell'uomo. Rispetto alla radicalità, e anche all'articolazione, della concezione nietzschiana, la ripresa novecentesca del tema non ha lo stesso spessore concettuale e semantico. Sia la sua formulazione organicistica registrata negli anni Venti in Germania (per es., a opera di J. von Uexküll), sia la trascrizione etico-umanistica che ne fu effettuata in Francia negli anni Sessanta (da A. Starobinski ed E. Morin), sia, infine, quella sociobiologica, ancora attiva in alcuni settori della scienza politica americana (si veda la serie dei volumi collettanei Research in biopolitics, 1991-2001), appaiono appiattite su un calco naturalistico che perde gran parte della profondità della categoria.

Rispetto a tali declinazioni del concetto, non c'è dubbio che la prospettiva di Foucault risulti l'unica in grado di sostenere il confronto con quella di Nietzsche, di cui riprende più di un motivo, ma in un quadro ermeneutico che ne muta radicalmente i termini in senso critico e problematico. La sovrapposizione tra politica e vita, intuita drammaticamente da Nietzsche - e poi praticata in forma tanatopolitica dal nazismo - viene da Foucault interrogata e smontata in tutte le sue pieghe interne e i suoi effetti di senso. Essa, più che una costante naturale, è, per il pensatore francese, frutto di una storia complessa che vede alla sua origine il governo delle anime da parte dell'attività pastorale cristiana per poi pervenire, attraverso quelle che Foucault definisce tecnologie sei- e settecentesche della 'ragion di Stato' e dei 'saperi di polizia', al suo esito più intenso e contraddittorio nella tarda modernità. Neanche l'interpretazione di Foucault riesce a dissipare tutte le opacità di una categoria ambivalente e aporetica come quella in questione. La stessa articolazione storica richiamata presenta alcune lacune e incongruenze relative soprattutto al rapporto tra la modernità e i suoi antecedenti, ma anche alla sua deriva totalitaria. Il potere sovrano è l'origine o lo sfondo di contrasto su cui si ritaglia la biopolitica? E ancora, il processo biopolitico va inteso in senso prevalentemente affermativo, come potenza produttiva di vita o nei termini negativi della sua chiusura impositiva e violenta? Probabilmente assillato da simili interrogativi, ai quali non seppe dare una risposta definitiva, già alla fine degli anni Settanta del Novecento Foucault abbandonava il terreno scivoloso della b. a favore di temi meno inquietanti e controversi. Bisogna aspettare gli anni Novanta perché l'enigma della b. torni a interessare la filosofia contemporanea. I motivi di questa ripresa d'interesse - registrata soprattutto in Italia con i lavori di G. Agamben, di A. Negri e di R. Esposito - sono, prima ancora che di tipo teoretico, di carattere oggettivo. Mai come in questi anni a cavallo del nuovo millennio tutti gli elementi topici del regime biopolitico sono venuti prepotentemente alla ribalta. Dal carattere etnico dei conflitti internazionali alla indistinzione crescente tra politica e polizia nella gestione dei problemi sociali, dalla migrazione di un numero sempre crescente di uomini e di donne sprovvisti di qualsiasi statuto giuridico e spesso ridotti allo stato informe di nuda vita alla proliferazione corrispondente della ingerenza umanitaria, anch'essa esterna alla sfera regolata dei diritti, dalla diffusione ossessiva della sindrome della sicurezza (sociale, ambientale, biologica) alla ribadita centralità della politica sanitaria in tutti i programmi di governo, la questione della vita sembra accamparsi al centro dell'esperienza contemporanea come l'unica fonte di legittimazione indiscussa. La stessa penetrazione della scienza nel corpo umano attraverso l'inarrestabile incremento delle biotecnologie - con tutti i problemi etici, sociali, antropologici che comporta - determina una mobilitazione di interesse proporzionale al deperimento delle forme tradizionali di partecipazione politica sul piano delle istituzioni rappresentative. Dappertutto, in politica interna e in politica internazionale, i paradigmi universalisti della sovranità e della legge uguale per tutti sembrano cedere di fronte al proliferare incontenibile delle differenze storiche, sessuali, nonché religiose. In questa situazione in continuo mutamento, un atteggiamento di difesa attardata della semantica politica moderna appare sempre meno praticabile. Ma ciò non vuol dire che si riproducano le condizioni primonovecentesche di un biopotere totalitario. Al contrario, pare determinarsi una sorta di socializzazione, o di 'immanentizzazione', della fenomenologia biopolitica che vede crescere, almeno in Occidente, una richiesta di gestione individuale sul proprio corpo da parte di soggetti sempre meno inclini a farsi rappresentare dalle tradizionali istituzioni statali, partitiche e sindacali. Tale trasformazione, legata alle dinamiche di globalizzazione tecnologica nella parte ricca del mondo - con il relativo arretramento di quella povera a uno stadio di mera sussistenza, quando non di costante esposizione alla morte - non si presta certo a una valutazione compatta e indifferenziata. Di essa si possono mettere in evidenza i caratteri negativi, addirittura catastrofici o anche quelli, almeno potenzialmente, positivi e innovativi. Ciò che appare indifferibile è la decostruzione, già anticipata dalla realtà, del lessico politico-giuridico moderno a favore di una nuova idea, e pratica, politica che, comunque la si definisca, sarà situata nell'orizzonte di senso di una vita irriducibile ad astratti modelli normativi.
______________________________________________________________


bibliografia CONSIGLIATA PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE       

G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino 1995.

M. Hardt, A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Milano 2002.

Politica della vita, a cura di L. Bazzicalupo, R. Esposito, Roma-Bari 2003.

R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Torino 2004.

M. Foucault, Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France 1978-79, Paris 2004.

M. Foucault, Sécurité, territoire, population. Cours au Collège de France 1977-78, Paris 2004.

A. Cutro, Antologia della biopolitica, Milano 2005.

martedì 30 ottobre 2018

Sintesi della conferenza del Prof. Balistrieri - a cura di Enrica Gallo


Relazione sulla conferenza
del prof. Maurizio Balistreri:
”Sexy Robot. Etica,
amore e sessualità del futuro”

24 Ottobre 2018



Introduzione:

Nel presentare il relatore, Massima Bercetti fa un breve riferimento al progetto assunto quest’anno da CircolarMente, che ha posto il futuro nelle sue molteplici e possibili accezioni come oggetto di una riflessione volta a vagliarne tanto le potenzialità quanto i rischi. Ringrazia pertanto il prof. Balistreri, che nella sua veste di bioeticista e di docente di Filosofia morale già altre volte ha condiviso con il pubblico dell’associazione le sue ricerche rispetto a tutta una serie di problemi, dall’analisi del rapporto fra l’etica e le tecniche di potenziamento dell’umano all’indagine su quanto sta accadendo e si prospetta come futuribile nel campo della riproduzione umana. Nel suo intervento di stasera il prof. Balistreri è stato invece invitato  a parlare di un tema ugualmente intrigante anche se non privo di aspetti inquietanti, cioè dell’amore al tempo delle macchine, nella speranza che le sue riflessioni ci aiutino a comprendere meglio il nostro rapporto con le macchine, a valutare se esso si porrà nel segno di una vera e propria frattura ontologica o se invece non siamo già stati sottilmente “colonizzati” da tutti quei dispositivi tecnologici che consideriamo ormai come delle vere e proprie estensioni del nostro corpo. Un tema su cui il cinema e la fantascienza hanno aperto da tempo degli spiragli, ma rispetto al quale  davvero abbiamo bisogno di essere più consapevoli e  avvertiti.

                                        

Premessa:              

Nel corso della serata, il relatore ha condiviso con il pubblico di CircolarMente alcuni aspetti di una sua recente ricerca su questioni di grande rilevanza filosofica ed etica, che è poi culminata nella stesura del testo “Sexy Robot. L’amore al tempo delle macchine” (ed. Fandango). L’utilizzo dei robot a scopo sessuale solleva infatti degli interrogativi importanti, relativi da un lato alla personalità dei loro potenziali acquirenti e ai possibili effetti corruttivi del loro uso (in particolare, all’eventuale attivazione o accentuazione della tendenza ad ottenere un piacere sessuale legato a modelli violenti) e dall’altro, in termini più generali, alla natura della nostra relazione con delle macchine che sono programmate per interagire sempre più strettamente con noi. Prima di cercare insieme delle risposte a queste domande, vale la pena, secondo il relatore, di fare qualche riferimento alle immagini dei prototipi su cui si sta lavorando, già visibili on line, e che sono in verità alquanto impressionanti.  Esse ci mostrano infatti delle vere e proprie “bambole di pelle” di aspetto assai seducente, con un corpo che si riscalda reagendo agli stimoli tattili e che nelle versioni più sofisticate – per ora solo in fase di progetto – potrebbero davvero interloquire con i loro utilizzatori  (del resto, al di là di questo uso specifico, sono già stati messi a punto degli androidi – cioè dei robot con sembianze umane – capaci di esercitare diverse funzioni in un contesto familiare e di cura: è possibile su You Tube  vederli in azione mentre porgono oggetti, sollevano pazienti allettati, rispondono alle più diverse richieste di aiuto). Sappiamo bene infatti che gli investimenti nella robotica sono stati e continuano ad essere massicci: non c’è praticamente alcun aspetto della nostra vita che non ne sia già stato permeato, con una tendenza ad un rapido incremento, il che apre sicuramente scenari imprevedibili e sotto molti aspetti inquietanti (in particolare, se pensiamo al futuro del lavoro umano in un mondo in cui i robot sapranno fare un numero notevole di cose molto meglio di noi). Un tema, quest’ultimo, molto vivo all’attenzione di tutti ma su cui il professor Balistreri non si dilunga, anche perché sarà oggetto di un incontro successivo già programmato da Circolarmente. Passa  invece ad esaminare in modo più dettagliato alcuni dei punti critici  relativi  all’utilizzo dei robot sessuali, partendo dalle obiezioni che vengono poste da chi ne chiede la messa al bando ritenendo che essi possano predisporre i fruitori ad un atteggiamento sessualmente violento che poi andrà inevitabilmente a riflettersi sulle donne reali (in effetti, alcuni esemplari sono progettati in modo specifico per opporre resistenza al rapporto, in  modo che i loro utilizzatori possano agire le loro fantasie di  forzatura sessuale e di stupro).



I punti critici

e i dati della letteratura scientifica:

Sono obiezioni che secondo il relatore vale la pena di guardare con attenzione, anche perché sono speculari a quelle già poste a suo tempo per la pornografia e per alcuni tipi di videogiochi violenti, rispetto alle quali abbiamo ormai a disposizione una letteratura scientifica che ci può dare alcune utili indicazioni.

Partiamo dalla pornografia, a cui si addebita il fatto di offrire un modello di sessualità pericoloso in quanto presenta generalmente situazioni in cui essa viene agita in modo violento, veicolando l’idea che la forma basica della sessualità sia quella dell’uomo che prende ciò che vuole con forza, con la donna che trae piacere da questa imposizione. Una critica, questa, mossa a livello filosofico e politico da diverse studiose femministe, che per certi versi richiama quella rivolta a certi tipi di videogiochi, in cui si commettono sia pure virtualmente azioni che nel mondo reale sarebbero considerate immorali o punite come veri e propri reati: in essi si può infatti stuprare, torturare, uccidere…  Anche in questo caso si è parlato di possibile corruzione del carattere e di una tendenza a trasferire nel mondo reale la violenza così facilmente agita nel mondo virtuale (a sostegno di questa tesi, si cita il caso degli adolescenti statunitensi che si sono resi responsabili di stragi, nella cui storia personale si riscontra con evidenza la passione per questo tipo di videogiochi) Sono obiezioni importanti che toccano un nodo cruciale, quello del rapporto fra immaginazione, fantasia e realtà, su cui il professor Balistreri si è già interrogato in un suo saggio precedente - “Etica e romanzo. Paradigmi del soggetto morale” - volto ad esplorare il valore della narrativa nell’affinamento del mondo morale (a suo giudizio infatti essa costituisce, dando spazio all’immaginazione, una risorsa etica fondamentale, dal momento che le storie ci mettono a contatto con vite che non sono la nostra e aumentano la nostra percezione della complessità dei vissuti, fornendoci un ampliamento esperienziale importante). Nel tema che stiamo trattando diventa davvero indispensabile interrogarci sul ruolo giocato dall’immaginazione e sull’impatto delle nostre fantasie sulla realtà delle nostre vite, che è certamente importante anche se il prof. Balistreri non ritiene che si possa sempre porre una concatenazione diretta fra fantasia e realtà (il fatto di aver giocato da bambini a cowboys e indiani, uccidendone in gran quantità, ci ha forse resi degli adulti propensi all’assassinio? Per quanto lo riguarda, non gli sembra che questo sia avvenuto, come non lo è stato per moltissimi altri bambini che hanno condotto le stesse battaglie). Pensiamo, proseguendo su questa linea di discorso, ai cosiddetti “sexy toys” (giocattoli del sesso), che oggi è possibile acquistare con grande facilità in negozi appositi, fisici oppure on line. Potremmo forse essere sorpresi nello scoprire che uno dei più venduti siano le manette, presentate nelle modalità più varie: ma è un fatto assodato che molte coppie si divertano a mimare un rapporto di subordinazione o di violenza, senza che questo degeneri in una violenza reale e senza implicare una corruzione della personalità; allo stesso modo, ci sono coppie che si divertono a giocare sessualmente fingendo un rapporto fra un adulto autorevole e potente e un giovane inesperto… In effetti, il campo delle fantasie sessuali è quanto mai vario,  senza  che si possa  sempre parlare di perversioni e di devianza.



…………………………..



A questo punto è opportuno fare un riferimento alla letteratura scientifica, che sugli argomenti in questione ci presenta, secondo il prof. Balistreri, dei dati decisamente rassicuranti asserendo che all’aumento esponenziale dei videogiochi con contenuti violenti e dei video pornografici non corrisponde affatto un aumento della violenza in chi li utilizza, bensì una diminuzione, smentendo dunque una percezione molto diffusa. Se dunque riportiamo questi dati ai sexy robot, potremmo anche immaginare che il loro utilizzo, anziché esacerbare l’attitudine alla violenza, possa al contrario diminuirla  assumendo in qualche specifico caso un ruolo catartico (il relatore fa qui riferimento ad alcune sperimentazioni condotte da un gruppo di psicologi su individui con  inclinazione alla pedofilia o alla violenza sessuale, che paiono avere risultati positivi dal poter “agire” le loro pulsioni, imparando a controllarle,  attraverso delle simulazioni predisposte  al computer ).  Naturalmente, il relatore è ben consapevole del fatto che ci muoviamo su terreni scivolosi, toccando questioni complesse a livello morale e filosofico (pensiamo, per fare un esempio, al fatto che vengano progettati – così pare almeno si stia facendo in alcuni laboratori giapponesi – dei robot sessuali con fattezze infantili, e alle domande che ci possiamo porre: un robot bambino è “davvero” un bambino?). Quello che però è importante evidenziare, a suo giudizio - spostandosi magari su di un terreno meno infido, quello delle bambole gonfiabili, che è già ben conosciuto e che ci consente di sdrammatizzare il problema (magari ridendoci su, come si fa nel film “Lars e una ragazza tutta sua”  di Craig Gillespie)  - è la necessità di non essere troppo sbrigativi nell’ etichettare come devianti tutti quei comportamenti sessuali che ci sembrano uscire dall’ambito della norma, e in generale dalla relazione.  Certi oggetti, ad esempio, possono aiutare persone in difficoltà a vincere timidezze e paure: quando non si danneggia nessuno, può non esserci nulla di sbagliato nel cercare piacere con mezzi che magari a molti di noi possono sembrare bizzarri e in alcuni casi inaccettabili, mentre magari per altri risultano divertenti o giovevoli. Perché poi alla fine, osserva il prof. Balistreri, che cosa è il sesso? Dobbiamo forse intenderlo solo come un’attività che si pratica con altre persone, nell’ambito di una relazione? O pensarlo altrimenti, come tutto ciò che possiamo fare per raggiungere un particolare piacere, compreso l’autoerotismo? Certo ha pesato a lungo sulla nostra cultura l’interdetto religioso, che ha sempre ritenuto questa forma di sessualità come un’attività contro natura (pensiamo a San Tommaso, che la considerava più immorale della violenza stessa). Del resto non possiamo nasconderci il fatto che la presenza dell’altro non è sempre il segno di una sessualità “matura”: l’altro può essere magari solo utilizzato in modo veloce, o sottoposto ad un processo di sovrapposizione in cui scompare come individuo per fare posto alle nostre fantasie, al nostro immaginario, al pensiero di una persona assente…



Osservazioni conclusive:

In effetti, osserva ancora il relatore chiudendo un intervento che è stato volutamente breve per fare spazio agli interventi del pubblico, discutere sui sexy robot significa entrare in una serie di questioni  che precedono la stessa costruzione di queste macchine sessuali: interrogarsi, per esempio, se  certi giochi siano di per sé immorali o facciano invece parte di una vita sessuale non necessariamente perversa, riflettere su come sia cambiato nel tempo il nostro sentimento di ripugnanza rispetto a certe pratiche, chiederci se quando assistiamo da spettatori a  scene di cinematografia violenta rimaniamo o no ben coscienti dell’inaccettabilità della violenza nella vita reale. Porsi insomma tutta una serie di questioni che alcuni interventi del pubblico rilanciano, a partire dall’esigenza della natura umana di immaginare altri mondi, che viene sottolineata riflettendo su quanto le nostre fantasie siano costitutive dei nostri desideri. Vengono anche espresse naturalmente delle preoccupazioni, sia sulla natura equivoca e potenzialmente fagocitatrice delle offerte di mercato volte ad ampliare in modo indefinito esigenze e desideri, sia sulle difficoltà che molti giovani possono avere nel continuo spostamento fra il mondo reale e quello che Alessandro Baricco, nel suo recente “The game” chiama “l’oltremondo”, soprattutto se vengono a mancare buoni riferimenti familiari, scolastici e sociali. Interventi diversi, con osservazioni che il prof. Balistreri accoglie volentieri nella consapevolezza dell’importanza del confronto per mettere meglio a fuoco i problemi, separando i giusti timori dagli eccessi di allarmismo, e per guardare in faccia in modo consapevole quelli che possono anche risultare soltanto degli ancorati pregiudizi. Scenari nuovi (ma non poi così totalmente nuovi, come si evince dal suo discorso in cui sono stati messi in luce molti elementi di continuità) non possono che spingerci ad un surplus di riflessione, come si è cercato di fare in questa serata, sia pure nella brevità dello spazio a disposizione.



Per CircolarMente

Enrica Gallo

Sintesi della conferenza del Prof. Mezzalama - a cura di Enzo Bertolini



Relazione del Prof. Marco Mezzalama su:
“La folle corsa delle tecnologie digitali:
 dai Big Data all’Intelligenza Artificiale”
10 Ottobre 2018



Il professor M. Mezzalama, docente di Sistemi di Elaborazione presso il Politecnico di Torino, è stato uno dei precursori italiani nell’utilizzo di Internet e delle tecnologie del Web, e nel corso della sua brillante carriera ha ricoperto importanti incarichi Accademici e professionali, sedendo in diversi Consigli di Amministrazione di Istituzioni ed aziende tecnologiche. Il sentimento di parziale turbamento con cui viene vissuta questa epoca di consistenti rivoluzioni delle tecnologie, è dovuta a quanto esse incidono non solo sul terreno dell’evoluzione degli strumenti in nostro possesso, ma altresì sull’impatto dirompente che producono sul piano economico e sociale. Questo fatto però non deve spaventarci più di tanto, (ovviamente preoccuparci e porci interrogativi , sì!), in quanto , pur in condizioni diverse è la condizione che caratterizza tutte le rivoluzioni economiche che abbiamo vissuto nei secoli e nelle epoche passate. Poniamoci alla fine del ‘700 con l’introduzione della macchina a vapore. Nel giro di pochi decenni la società/civiltà agricola che aveva resistito per secoli, in pochi anni si è profondamente trasformata se non addirittura sparita, e ci fu il sorgere addirittura di nuove classi sociali : “la Borghesia”, “il Proletariato”. Alla fine dell’800 con l’avvento del motore a scoppio e della luce elettrica, un’altra importante rivoluzione si affermò trasformando ulteriormente la base economica e sociale delle nostre città e nazioni occidentali. Ciò che ci fa vivere con angoscia il nostro tempo, è la rapida trasformazione del contesto economico, con la sparizione di “mestieri” passati e l’insorgere di nuove professionalità. Tale fenomeno è caratteristico delle rivoluzioni tecnologiche che profondamente mutano il contesto economico di una società, e di per sé sono ineluttabili. Il ‘900 è stato il secolo delle macchine, che hanno sostituito la forza muscolare dell’uomo nel lavoro, ed hanno indotto l’emancipazione dallo sforzo fisico e dalla fatica. Il 2000 si pone come il secolo delle Tecnologie correlate alle informazioni, e quindi in qualche misura si pongono nell’area tradizionalmente occupata dal cervello umano, con l’intento di aiutarlo o sostituirlo. Ciò evidentemente aumenta le nostre riserve e preoccupazioni. Entrando nel vivo del tema della relazione, è evidente quanto rapido sia stato lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione dal dopoguerra ad oggi ed in particolare negli ultimi trent’anni. In quest’ultimo lasso di tempo la capacità di calcolo di un “processore” è cresciuta di un Milione di volte, ed il costo per unità di calcolo si è ridotto di 10 milioni di volte. Se lo stesso paradigma di sviluppo fosse applicato alle vetture, noi oggi viaggeremo con auto capaci di raggiungere i 100.000km/h consumando poche gocce di carburante.  Tale incredibile riduzione dei costi è stata l’origine della larghissima diffusione che tali tecnologie hanno avuto. Ovviamente tale enorme diffusione ha avuto impatto sui “Lavori”, tanto da poter affermare che le dieci professionalità più richieste oggi, non esistevano del tutto dieci anni fa. Ciò induce naturalmente un enorme impatto anche sul sistema scolastico e formativo della società, la cui caratteristica dovrà essere sempre più di “ INSEGNARE AD IMPARARE” piuttosto che soltanto trasmetterci saperi definiti, che saranno probabilmente obsoleti nel giro di pochi anni. Le tecnologie emergenti di questo periodo e che impatteranno sulla nostra vita sono sostanzialmente tre:

-         L’internet delle cose (IoT = Internet of Things)

-         I Big Data  ( Grandi basi di dati)

-         L’Intelligenza Artificiale (AI= Artificial Intelligence)

L’IoT consiste, di fatto, nella possibilità di avere in ciascun oggetto di uso quotidiano della capacità di calcolo e di comunicazione. In breve un connubio di “Intelligenza e Connettività”. Esempi su tipologie varie di oggetti si muovono dal Telepass, ai semafori intelligenti, agli elettrodomestici, all’abbigliamento, le calzature, attrezzature sportive, telecomandi vari, auto connesse, etc. Altro esempio di immediata percezione è il nuovo servizio di “Biciclette in condivisione” (Bike Sharing), dove il servizio è reso possibile dal fatto che ogni bicicletta è identificabile e rintracciabile sul territorio, grazie ai processori che gestiscono il GPS (localizzazione satellitare) e l’identificazione dell’utente tramite una Applicazione sul Telefono cellulare che comunica con il processore della bicicletta. Enormi ambiti di utilizzo interessano il campo della domotica (automazione della casa), dove sempre maggiori applicazioni di IoT mettono in comunicazione i vari oggetti della casa , dagli elettrodomestici, al sistema di climatizzazione, al sistema di illuminazione, ai sistemi di antiintrusione, a quello di intrattenimento con accesso alla rete. Un futuro che ci cambierà in modo sostanziale il vivere quotidiano. Altra tecnologia emergente è quella relativa ai Big Data. Queste tecnologie che riguardano l’informazione hanno di fatto rotto le filiere di accesso alle informazioni, eliminando il bisogno di attori di intermediazione. Esempi eclatanti: il passaggio dal sistema postale tradizionale a quello di posta elettronica, dove sono eliminati tutti gli operatori abilitanti (uffici postali, produzione di carta e penne, stampa di francobolli, postini e distributori, e così via) o il reperimento di una informazione sconosciuta, dalla intermediazione di scuole, professori, testi enciclopedici, biblioteche, etc al semplice accesso via cellulare alle informazioni presenti sul web. Da Wikipedia, l’enciclopedia autoredatta da utenti finali a siti specifici trattanti gli argomenti più disparati. Più in generale, oggi, accedere alle informazioni è più facile di un tempo e costa relativamente poco. Nei fatti questo costituisce un elemento di democratizzazione della società, in quanto rompe il flusso di potere connesso alla disponibilità di informazioni. (ricordiamo per esemplificare il sistema monastico medioevale che riproduceva e conservava i testi antichi, da cui la Chiesa come Istituzione traeva il suo Potere sulla società). Possiamo dire che oggi viviamo in un’epoca caratterizzata dalla esplosione della quantità di informazioni. Angela Merkel ha dichiarato nella conferenza di Davos di quest’anno che: «I big data sono la materia prima del XXI secolo. La linea di confine tra chi ne avrà il possesso e chi ne sarà escluso segnerà le sorti della democrazia, della partecipazione e della prosperità economica. Se non ci muoviamo con la dovuta cautela rischiamo il ritorno dei luddisti» Le quantità di informazioni disponibili sono davvero enormi e tendono a crescere in modo esponenziale. Ogni giorno si scambiano 100 miliardi di e-mail - Ogni giorno vengono postate su Facebook 700 milioni di fotografie - 100GByte sono generati per ogni ora di volo di un Boeing 787 - 1.5TByte sono prodotti dal sistema di videosorveglianza del metro di Londra ogni minuto. Di fatto noi stessi, le organizzazioni economiche, le società e le applicazioni varie basate sull’IoT, costituiscono la fonte di generazione di questa enorme valanga di informazioni. Si stima che ogni anno vengano prodotte 10 alla 21 bytes di informazioni, cioè 1000 miliardi di miliardi di bytes , equivalenti a 323 miliardi di volumi come Guerra e Pace di Tostoj. Le informazioni sono ovviamente non solo di carattere testuale ma riguardano anche immagini, musica, video, mappe, etc. Il passaggio successivo è quello di passare dai dati alla loro elaborazione, in modo tale da estrarne indicazioni che ci aiutino a profilare e determinare trends che ci supportino nel prendere decisioni. Tali elaborazioni avvengono ormai in modo sempre più automatizzato, attraverso algoritmi di classificazione e clusterizzazione delle informazioni, allo scopo di estrarre significati dalla imponente massa di dati a disposizione. Un elemento riscontrabile è che l’enorme massa di informazione prodotta e trattata tende in generale a ridurre la riservatezza (anche in modo lecito) di informazioni che un tempo avremmo volute tutelate da forme più o meno stringenti di riservatezza. Ma nel bilancio tra utilità del processo di gestione dei dati e le preoccupazioni sulla privacy, quest’ultime tendono ad essere poste in secondo piano. Un altro rischio connesso è che tali tecnologie tendano a far disabituare al processo di utilizzazione della memoria umana, avendo garantita una facile reperibilità di ciò che ci serve. (chi ricorda più i numeri di telefono degli amici?) La vera frontiera tecnologica che si profila davanti a noi, e che può destare le nostre suggestioni, è quella della Intelligenza Artificiale. Partendo dalla previsione che:

Nel 2029 la capacità di elaborazione di un singolo processore INTEL sarà pari alla capacità elaborativa di un cervello umano, e che nel 2040 la capacità di elaborazione dei computer supererà quella degli individui umani e delle specie pensanti, ci si attende che le capacità di elaborazione razionale delle macchine supereranno quella della intelligenza umana. “Imparare e fare esperienza è l’elemento essenziale per l’evoluzione delle specie”, affermava Konrad Lorenz padre dell’etologia. Ad oggi ciò è quello che ci differenzia dalle macchine e dalle capacità di elaborazione automatica. Ma anche in questo settore gli sviluppi sono enormi e rapidi, connessi con l’accrescimento delle capacità di calcolo dei computer ed alla messa a punto di nuove tecnologie quali le Reti Neurali, che tendono a riprodurre il meccanismo/processo di apprendimento, supportato dalla disponibilità di grandi basi di dati interpretati attraverso tecniche di Machine Learning. Già oggi una parte importante di processi decisionali, appannaggio di decisori umani, sono svolti da automatismi basati su tecniche di intelligenza artificiale. Dalle decisioni di investimento dei grandi fondi finanziari internazionali, alle capacità di diagnosi oncologiche in medicina, alla capacità di gestione di processi produttivi della fabbrica automatica. Questa la distribuzione percentuale attuale dell’utilizzo di AI nei vari settori:

Banche,assicurazioni, finanza      26%

Automazione industriale(robotica) 15%

Industria automobilistica             12%

Telco                                        08%

Retail e marketing                      06%

Medicina                                   06%

Altro                                         27%

Concludendo, dobbiamo sempre aver presente l’affermazione di Kranzberg :

“La tecnologia di per sè non è né buona, né cattiva, né tantomeno neutra.”

E di ciò dovranno tenere conto i progettisti delle future evoluzioni tecnologiche per poterne indirizzare gli effetti. Oltre a questo occorre aver sempre presente che le macchine si evolveranno in modo diverso da ciò che è stata l’evoluzione della specie umana. Nel senso che sapranno emulare i comportamenti umani ma non saranno umani. Per rappresentarci ciò Edsger Dijkstra diceva: “Chiedersi se un computer possa pensare è come pensare che un sottomarino possa nuotare”. Nel senso che un sottomarino agisce sott’acqua, si muove, si immerge ma certo non nuota come un pesce. Così un computer emulerà i processi decisionali umani, ma non penserà di certo né tantomeno sarà umano.

Gli uomini hanno in ogni caso una parte irrazionale che i computer ad oggi non hanno e che difficilmente potranno avere, fino a che noi non saremo in grado di decodificare le reazioni chimiche sottese alle nostre emozioni ed ai nostri sentimenti. Forse a quel punto anche gli esseri artificiali potranno emulare i sentimenti umani, e a quel punto chissà che il nostro frigorifero non possa innamorarsi della sua vicina lavastoviglie!!



Speriamo di poterci essere anche noi, allora!!



Per chi non avesse presenziato alla conferenza, e per i presenti come ulteriore richiamo alla memoria, pubblichiamo le slides utilizzate dal prof. Mezzalama come traccia di base per la sua relazione