mercoledì 1 maggio 2019

Laa parola del mese - Maggio 2019



La parola del mese

 A turno si propone una parola, 
evocativa di pensieri collegabili 
ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni

MAGGIO 2019

Chiudiamo con questa di Maggio 2019 un ciclo di “parole del mese” in qualche modo tutte collegabili al tema al centro del nostro programma 2018/2019, i “Futuri”. Lo facciamo, dopo diverse parole più impegnative, con una che si presta ad una lettura più leggera, per certi versi persino ironica nel suo evidenziare un rapporto con il futuro che, in questa nostra epoca “liquida”, pressata da diffuse incertezze in ogni campo, continuamente modificata dal costante procedere delle innovazioni tecnologiche, sembra persino richiedere “competenze professionali” per essere analizzato. Come vedremo non si parla più delle visioni di sciamani, profeti e indovini, ma di autentici professionisti di………..

FUTUROLOGIA
 Dall’Enciclopedia on-line Treccani
futurologìa =   Termine con cui si vuole indicare un tipo d’indagine che ha per scopo la previsione degli sviluppi futuri della tecnologia, fondata sull’ipotesi della invarianza, o della variazione costante, di certi parametri considerati primari, e svolta anche mediante simulazioni al calcolatore, con l’uso di modelli matematici e di tecniche stocastiche.

Due articoli reperibili in Rete sembrano infatti attestare la nascita di un nuovo mestiere, quello del futurologo…………..

Dal sito dell’AGI – Agenzia Giornalistica Italiana
Il futurologo è diventata una professione,
molto ambita. E le aziende assumono
Non è un esperto di marketing, piuttosto un sociologo, un antropologo capace di immaginare il comportamento umano nel futuro. Una professione appena nata, che non si studia da nessuna parte, ma già molto richiesta. Tempi di crisi, ci si interroga sul domani. Un tempo erano gli auguri, l'ordine sacerdotale dell'antica Roma, fondato da Romolo, il cui compito era quello di interpretare il volo degli uccelli. In Grecia la Pizia di Delfi, e poi Cassandra con le sue previsioni troppo spesso nefaste. Poi San Malachia e Zarathustra, passando per Nostradamus: la storia è costellata di indovini e profeti. Il futuro è un tema ricorrente, e oggi la capacità di anticiparlo è una professione ricercata da molte aziende. L'automobilistica Volkswagen, l'azienda di cioccolato statunitense Hershey's, la banca Capital One sono alcune delle imprese che sul mercato del lavoro cercano professionisti in questo settore: li chiamano in maniera diversa, ma tutti si guardano attorno per assumere i futurologi.  Non si tratta di predire il futuro - spiega al Financial Times Josef Hargrave, manager di Arup, l'azienda di consulenza ingegneristica londinese con sedi in quattro continenti - quanto piuttosto di pensare ai possibili sviluppi e diffondere all'interno dell'azienda la consapevolezza e la capacità di adattarsi". 'Scenario' è la parola chiave in una professione per la quale anche le università si stanno attrezzando, a cominciare da Stati Uniti e Taiwan, dove la facoltà di Tamkang ha attivato corsi di 'Futures studies' obbligatori per i suoi studenti. Niente improvvisazione, servono competenze, capacità analitiche e sensibilità verso le dinamiche culturali e sociali: "Il lavoro da futurologo è quanto di più lontano dalla profezia - assicura al Ft Erik Overland, responsabile del corso di Berlino e presidente della Federazione mondiale per gli studi del futuro -. Le grandi imprese si sono rese conto che di fronte alla complessità del mondo è possibile agire in modo migliore se vengono esaminati diversi scenari futuri". Il fulcro della professione non è quindi cercare di indovinare quali tecnologie verranno adottate dai consumatori, spiega il quotidiano economico britannico, quanto piuttosto immeainare le applicazioni future e i relativi contesti di utilizzo, della tecnologia. Un mestiere che ha quindi ha a che fare con sociologia ed etnologia, due branche dello studio dell'uomo e del suo comportamento. Come spiega David Johnson, per sette anni futurologo per la compagnia informatica Intel, il mestiere riguarda l'uomo, ma anche la fantascienza aiuta: mescolare la finzione con i fatti scientifici consente di "esaminare i luoghi più oscuri, distopici" della realtà e di "tirar fuori idee incredibili". I team di persone che si occupano di questo settore all'interno delle aziende spesso si rivolgono ad autori di fantascienza. Tim Maughan, autore della serie 'Paintwork', aiuta ad esempio Arup a "ragionare in maniera critica sul futuro", ad esempio provando a immaginare l'impatto delle tecnologie attuali in un lasso di tempo di 10 o 15 anni. In quest'ottica il lavoro dei futurologi è quindi molto diverso da quanto capita spesso di leggere su riviste tecnologiche, dove esperti di varie discipline ingaggiano la propria battaglia nell'immaginare le invenzioni del futuro, come per esempio le nanotecnologie in grado di collegare il cervello umano a cloud informatici, promettendoci di essere più intelligenti in vita, avendo a disposizione molte più informazioni, e al tempo stesso rendendoci immortali, consegnando la nostra conoscenza a un computer. In un ambito informatico che alimenta il dibattito tra vita e morte, eternità ed etica, che mette in discussione i concetti di scienza e religione, il mestiere di futurologo si fa largo in maniera differente. Niente intelligenza superumana che sostituisca le persone in carne e ossa, almeno per il momento: basta studiare l'uomo, e magari chiederci come noi stessi potremmo sfruttare in futuro la tecnologia che sta dietro ai servizi che già oggi usiamo.

……E poi ancora dal sito Businnes Insider Italia
La professione del futuro? Il futurologo.
Lo fanno in pochissimi ma sarà molto richiesto

Conoscere le conseguenze di un’azione prima che venga compiuta è un sogno per chi deve prendere una qualsiasi decisione, un mestiere per alcuni. Se ne occupa il futurologo. Non è un indovino ma un professionista che cerca di prevedere il mondo nel futuro per un’amministrazione o un’azienda. Non è neanche un economista che analizza trend di mercato ma deve avere conoscenze di materie come la sociologia e ipotizzare l’evoluzione dei comportamenti umani. Secondo head hunter come Carola Adami, della società di selezione del personale Adami & Associati, quella del futurologo è fra le figure che più si cercano e meno si trovano. All’estero diverse università hanno introdotto corsi di laurea e di dottorato sui Futures Studies, una disciplina accademica nata alla metà degli anni ’60. Anche in Italia qualcosa si è mosso. L’università di Trento ha iniziato quattro anni fa il Master di secondo livello in Previsione sociale rivolto a chi è già nel mondo del lavoro. Dal 2013 l’Italian Institute for the Future si occupa di introdurre in Italia i Futures studies e l’impiego dei metodi di anticipazione da parte dei decisori politici e del mondo imprenditoriale. Anche il nodo italiano del network Millennium Project svolge attività di previsione, con l’obiettivo di accumulare saggezza sul futuro e fare scelte migliori oggi. Il 7 aprile 2017 questi tre enti hanno tenuto il workshop internazionale “Anticipation, Agency and Complexity” per lavorare alla costituzione di una rete italiana dei futuristi. Secondo Roberto Poli, professore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università di Trento e cattedra Unesco sui sistemi anticipanti, di possibilità di impiego nel settore ce ne sono molte. Aziende, banche, assicurazioni stanno investendo nelle previsioni. Per esempio, Barilla haa lavorato sugli scenari del futuro dell'alimentazione nel 2030. In pochi possiedono un reparto con persone con formazione specifica ma molti si avvalgono di consulenze. Come quelle fornite dalla startup innovativa dell’università di Trento –Skopìa, presieduta dal professor Poli. Si lavora con il privato, ma secondo Poli il settore pubblico dovrebbe essere più attivo. “Quasi tutti i governi europei hanno un ufficio che si occupa di queste cose”, dice il professore, “la Finlandia in particolare, dove è stato costituito un gruppo al seguito del parlamento e non del governo. Qui in Italia ancora non si è visto nulla del genere”. Le previsioni dei futuristi sono diverse da quelle fatte in economia. “Per esempio, se si vuole aprire una fabbrica nel 2025 in Polonia, i metodi economici individuano le scelte più razionali da fare”, spiega Poli, “ma non dicono se ha ancora senso nel 2025 dar vita a un’impresa in Polonia o se ci sarà ancora mercato per quel prodotto. Nel frattempo, nuove leggi potrebbero venir promulgate, diversi tipi di contributi potrebbero sparire. I futurologi intervengono in situazioni di alta incertezza”. Ad aprile 2018 a Bologna, nella sede del Consiglio nazionale delle ricerche, è in programma il secondo incontro dei futurologi italiani, dedicato alle anticipazioni sul lavoro. “Faremo un discorso più aperto di quanto non appaia da molti report”, dice Poli, “l'automatizzazione del lavoro non è qualcosa come l’invecchiamento della popolazione rispetto a cui possiamo solo rassegnarci. Dipenderà dalle politiche adottate. È importante muoversi con visione per non farsi travolgere”. All’incontro parteciperà anche Mara Di Berardo, dottoressa di ricerca in Culture, Linguaggi e Politica della Comunicazione e co-chair del nodo italiano del Millennium Project. Dal 2016 ha iniziato a lavorare sullo studio globale “Scenari alternativi su lavoro e tecnologia al 2050”, nel quale vengono sviluppati tre scenari possibili: 



  1. un mondo di governi con capacità strategica ma adozione altalenante della tecnologia 
  2. un’umanità disperata nel disordine politico ed economico
  3. ed una che ha pensato a strategie a lungo termine condivise a livello internazionale. 
Nella seconda fase dello studio i partecipanti ad alcuni workshop cercheranno di definire azioni a breve (5 anni), medio (15 anni) e lungo termine (35 anni) per realizzare il miglior futuro possibile. “Su questi scenari per il lavoro nel 2050 sarebbe utile aprire un discorso con i sindacati”, dice Di Berardo. Secondo la co-chair per l’Italia nel Millennium Project, nel costruire una previsione sono molto usati anche i metodi partecipativi, che mettono insieme esperti, cittadini o rappresentanti. Si discute insieme sul futuro, si creano gli scenari con lo scopo di suggerire politiche che siano fattibili e desiderabili. “L’Unione europea parla di Futures studies in alcune sue attività”, racconta la dottoressa Di Berardo, “Molte politiche europee vengono definite attraverso forum in cui vengono analizzati una serie di attività fattibili e desiderabili. Questo significa fare Futures studies”.


………..la comparsa in scena dei futurologi, “professionisti” della lettura dei futuri possibili, aspetto che qualche sorriso incredulo inevitabilmente produce, sembra sugellare un percorso di cambiamento profondo, ben sintetizzato dal successivo articolo che bene spiega l’evoluzione della futurologia. Senza voler qui riaprire un supplemento di discussione “seriosa” al riguardo, appare però evidente che agli scenari che verranno non volgiamo più lo stesso sguardo degli antichi, da dopo la Rivoluzione Industriale, ed in modo sempre crescente fino al suo massimo nei presenti tempi della rivoluzione digitale, lo facciamo con un miscela tutta nuova di speranze e timori. In fondo è l’indicazione che è emersa dall’insieme delle nostre iniziative: se è vero che i futuri sembrano consentire cambiamenti positivi non pochi però sembrano essere  rischi negativi; il problema pertanto non è tanto quello di immaginare cosa è più probabile che succeda, ma è quello di “governare” i processi di concretizzazione degli scenari futuri, Non di futurologi c’è quindi bisogno, ma di politiche, di culture, di percorsi partecipati e condivisi, che decidano verso quali futuri davvero vogliamo muovere

Dal sito La Tascabile, articolo di Simone Arcagni professore all'Università di Palermo, giornalista, editorialista, consulente e conferenziere.

Futuri passati
Immagini, visioni e parole con cui, nel passato, abbiamo raccontato il futuro.
Nel 1902 lo scrittore H.G. Welles produce un testo scientifico, una philosophical lecture dal titolo emblematico The Discovery of the Future, dando così il via a una particolare forma letteraria che (forse impropriamente, ma spiegheremo meglio in seguito) potremmo chiamare “Futurologia”. A differenza della Fantascienza la Futurologia non inventa di sana pianta, non crea mondi fantastici con l’intento di stupire, ma trae le sue radici nei discorsi scientifici e muove le proprie considerazioni a partire da un’approfondita conoscenza della tecnologia contemporanea. Il suo fine è provare a delineare gli sviluppi e gli impatti futuri della scienza e della tecnologia. Parliamo di un futuro prossimo, un near future che in qualche modo si delinea già all’orizzonte. Non è un caso che proprio il secolo XIX, contraddistinto da un impatto scientifico e tecnologico senza pari, rilanci – già agli albori del nuovo secolo – un piano di studi, progetti e proiezioni che provano, non solo a predire il futuro, ma in qualche modo persino a configurarlo. La Futurologia vera e propria nascerà qualche decennio più tardi come sviluppo di una disciplina che prevede l’apporto fondamentale dell’Economia, della Sociologia e della Statistica. L’atto ufficiale di fondazione viene indicato nel 1973 quando il Club di Roma commissiona al MIT di Boston una ricerca sui tempi, gli impatti e le conseguenze dell’esaurimento delle materie prime fondamentali. Lo studio viene affrontato secondo sistemi logici e statistici applicando la Teoria dei Sistemi e getta le basi per una nuova disciplina che troverà sempre più spazio soprattutto in ambiti politici. Anche in questo caso si può trovare un celebre antecedente nel lavoro di Thomas Robert Malthus dal titolo Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo della società, un vero e proprio trattato sull’impatto futuro della crescita della popolazione mondiale. Figliastra delle urgenze accelerazioniste del Futurismo e, successivamente, dei piani quinquennali stalinisti, la Futurologia si impone sempre più come ambito di studi sociali, economici e politici. E con il Club di Roma si aprono le porte alla declinazione moderna di questa disciplina. Ma la vena letteraria aperta da Wells non si indebolisce, anzi, si alimenta in particolar modo con l’apporto di scrittori di fantascienza che provengono da studi scientifici e spesso fanno della divulgazione scientifica una parte della loro attività letteraria. Per questi scrittori accorti di “cose di scienza e di tecnologia” spesso la narrazione è un modo per declinare felicemente proprio la lettura dei futuri prossimi impatti tecnologici. Pensiamo al polacco Stanislaw Lem, agli americani Isaac Asimov e Arthur C. Clarke o al filone del Cyberpunk con William Gibson e Bruce Sterling. Ma non si tratta solo di letteratura, bensì delle arti tutte: la fotografia, l’architettura, il cinema, le arti visive, la videoarte… innestano i propri percorsi poetici con quelli delle nuove tecnologie e creano racconti che si spingono un po’ più in là (basti pensare alla serie Black Mirror). Un’esigenza che ha le sue radici nell‘800 ma che esplode nel ‘900 e poi, di nuovo, all’alba del nuovo millennio, sollecitata in particolare dalla rivoluzione digitale che impone alla nostra società un’accelerazione scientifica e tecnologica unica e che viene definita come “esponenziale”. Ecco che allora la Futurologia diventa un territorio davvero vasto che include molti settori della Scienza, le arti e la letteratura ma anche la neonata cultura digitale e la filosofia dell’Informatica in un percorso che spesso ibrida motivi, temi e persino forme letterarie: pensiamo a pensatori come Nick Bostrom, Yuval Noah Harari, Kevin Kelly, Chris Anderson, Ray Kurzweil, Parag Khanna… tutti fautori di una “Futurologia digitale”. Ovviamente la Futurologia diviene così figlia anche (e forse, soprattutto) di scelte politiche: e qui possiamo risalire fino all’ Utopia di Thomas Moore. E arrivando ai nostri giorni possiamo individuare due binari ben precisi: da una parte, per l’appunto, l’utopia, e dall’altra la distopia. In fin dei conti lo stesso pensiero di Marx e la conseguente ideologia marxista vivono della spinta utopica che nasce dall’osservazione del presente tecnologicamente (per allora) avanzato. Sul confine tra utopia e distopia si muovono le osservazioni di carattere sociologico sulle metropoli: sia le nuove città della rivoluzione industriale (per il ‘900) che quelle digitali come la smart city (per il 2000). Proviamo allora a concentrare la nostra attenzione sulla divaricazione tra sguardo del ‘900 e sguardo del 2000. Una divaricazione (un po’ forzata ma nemmeno tanto) che ci permette di fotografare perfettamente la Futurologia e il suo portato sociale e culturale: da una parte il ‘900 che guarda il 2000… il secolo della rivoluzione industriale matura, il secolo dell’atomica e del nucleare, dei primi calcolatori e dello sviluppo delle società evolute. E dall’altra il 2000 con il digitale che sente la necessità di sostenere il cambio di paradigma della nuova rivoluzione tecnologica. Tra ‘900 e 2000 si distinguono due sguardi che si appuntano però principalmente sugli stessi obbiettivi: la città, la scienza e la tecnologia con la sua accelerazione senza precedenti. In questa visione duplice si dipana la storia della società occidentale contemporanea e il suo modo di specchiarsi, di proiettarsi e di narrarsi

lunedì 29 aprile 2019

Relazione sulla conferenza del dott. Flavio Brugnoli del 17 Aprile 2019:



Relazione sulla conferenza del dott. Flavio Brugnoli del 17 Aprile 2019:


“ EUROPA”
Riflessioni sul nostro orizzonte comune

Presentazione:
Nell’introdurre una serata che si prospetta assai ricca di contributi, Massima Bercetti esplicita a nome di CircolarMente i motivi che hanno determinato l’inserimento di questo tema in un programma dedicato ai possibili “Futuri” che si prospettano, e rispetto ai quali la scelta che andremo a compiere il 26 maggio non è certo di poca rilevanza, perché l’Europa è davvero lo spazio comune in cui lo giocheremo.
Non è casuale inoltre che la riunione sia stata progettata in collaborazione con l’ANPI di Avigliana. E’ infatti allo spirito, ai valori, al coraggio degli uomini e delle donne che hanno lottato per riconquistare la libertà, e ai Padri Costituenti che ci hanno dato gli strumenti costituzionali per mantenerla e potenziarla che vogliamo riagganciarci, ricordando la capacità di pensiero lungo e preveggente che essi hanno avuto nel comprendere  che per raggiungere una pace stabile e una più alta giustizia sociale era necessario che l’Italia si rendesse disponibile a rinunciare  in parte alla propria sovranità, nella prospettiva di una futura integrazione europea (art.11).
Nell’intento di ritrovare quel clima e quella speranza – pur senza sottovalutare la crisi attuale dell’Unione Europea – è stato affidato ad un relatore qualificato come il dott. Flavio Brugnoli, Direttore del Centro Studi sul Federalismo di Torino, il compito di prospettarci il percorso storico della UE e di analizzarne i punti di forza e di debolezza.
Al suo intervento seguirà il previsto contatto via skype da Strasburgo con Elly Schlein, una giovane e appassionata eurodeputata che si è occupata particolarmente di due temi fondamentali quali quello dell’ambiente e dell’immigrazione, dando il suo contributo al negoziato inteso ad elaborare un nuovo sistema di regole che dovrebbe andare a sostituire il Trattato di Dublino. In conclusione, toccherà al dott. Gianni Colombo, che è stato fino al 2018 membro del Comitato esecutivo dell’Istituto Europeo per la tecnica e l’innovazione, il compito di darci qualche ragguaglio sugli scenari che si prospettano in questo campo. La parola, dunque, al dott. Flavio Brugnoli.
………………………………………….
Nel suo intervento il dott. Brugnoli intende offrire una riflessione sull’Europa come nostro orizzonte comune, che muova dalla considerazione del complesso percorso storico con cui si è realizzata l’Unione Europea per focalizzarsi poi sul funzionamento delle sue istituzioni, sui risultati raggiunti o mancati e sui problemi da affrontare. Per raggiungere con maggiore efficacia questo scopo, il relatore ha corredato il suo intervento con un ricco e chiaro apparato illustrativo, che ci consente in questa sintesi di lasciare spesso la parola direttamente alle slides, limitandoci ad una presentazione in termini generali oltre a qualche osservazione aggiuntiva. 

Prima parte:
Dalla tragedia delle due guerre civili europee
alla nascita dell’unione economica e monetaria

In questa prima parte del suo intervento il dott. Brugnoli fa anzitutto riferimento al vero e proprio cambio concettuale che si è compiuto nel secondo dopoguerra, per l’acquisita consapevolezza dell’immane tragedia in cui i nazionalismi esasperati avevano condotto le popolazioni europee (non a caso infatti ha usato l’espressione “guerre civili”, perché così è stato: europei contro europei).

Una volontà forte di cambiamento che ha avuto come esponenti d’eccezione Altiero Spinelli e Jean Monnet, veri e propri giganti nella costruzione dell’identità europea a cui hanno dato non solo la spinta ideale, ma anche dei veri e propri piani di costruzione.
E’ a partire dalla loro azione appassionata, e dalla proposta del governo francese nella persona di Robert Schumann di mettere l’insieme della produzione franco tedesca di carbone ed acciaio sotto una comune Alta autorità, a cui potessero aderire nel tempo gli altri paesi europei

(da cui nasce nel 1951 la CECA) che incomincia, con un altissimo valore simbolico – unire proprio ciò che ha diviso e che  ha fornito armi e combustibile al massacro - …….

……quel processo di  costruzione europea di cui il relatore esplicita via via le varie tappe, senza ignorare il persistere di diffidenze profonde e di momenti di chiusura (qual è stato, per esempio, il rifiuto francese di aderire alla proposta di istituire una Commissione Europea di difesa, che pure era stata avanzata proprio da Jean Monnet).
Non diamo qui ragione di tutti questi passaggi, che sono molto ben evidenziati nelle slides  presentate dal relatore;

ci limitiamo a segnalare l’altra svolta epocale che vede, dopo il 1989,
un allargamento e un rafforzamento dell’integrazione europea attraverso i quali si costituirà l’Unione così come la conosciamo oggi, non priva certo di problemi e di ambiguità ma che pure ha svolto un ruolo fondamentale di stabilizzazione

contribuendo – come recita il comunicato del Comitato per il Nobel, che ha attribuito nell’ottobre del 2012  il prestigioso premio per la pace proprio all’Unione Europea -  a trasformare in buona parte l’Europa “da un continente di guerra a uno di pace” .

Seconda parte:
Istituzioni europee e meccanismi decisionali;
come funziona l’Unione Europea

Nella seconda parte del suo intervento il dott. Brugnoli intende offrire una descrizione sufficientemente esauriente del funzionamento della UE 
a partire da quel Trattato di Lisbona, in vigore dal 1°dicembre 2009, che ne detta i principi fondamentali (valendo così come una sorta di Carta costituzionale) ed esplicita le modalità di funzionamento a cui le istituzioni europee devono attenersi. A suo giudizio riveste la massima importanza che nel trattato sia contenuta la “Carta dei diritti” che non vale solo in linea di principio ma che è, come si suol dire, “giustiziabile” (nel senso che ad essa si può far riferimento nelle cause di giustizia), e che facendo perno sul principio di responsabilità verso gli altri e verso le generazioni future  apre il discorso dei diritti a temi che un tempo erano avvertiti con minore urgenza: la responsabilità verso i bambini, verso i disabili, verso l’ambiente…Il relatore illustra molto opportunatamente i compiti e le modalità di funzionamento delle istituzioni europee, su cui spesso si ingenerano confusioni da parte di chi non è addetto ai lavori, partendo da quelle che fanno parte del cosiddetto “triangolo istituzionale” e cioè:

il PARLAMENTO EUROPEO, eletto a suffragio universale, che rappresenta i cittadini e i popoli dell’Unione

il CONSIGLIO EUROPEO, che è formato dai capi di stato o di governo, ha solo funzioni di indirizzo – almeno in teoria - e resta pertanto esterno rispetto a questo triangolo);

il CONSIGLIO (Consiglio dei Ministri), che esercita la funzione legislativa e la funzione di bilancio ed è composto dai rappresentanti di governo degli stati membri

la COMMISSIONE EUROPEA, composta da un membro per ognuno dei paesi dell’Unione, che è indipendente dai governi e che nell’interesse generale dell’Unione ha il compito di svilupparne le politiche e le proposte legislative, oltre ad avere la funzione fondamentale di Custode dei trattati.

Prima di analizzare nel dettaglio formazione, competenze e modalità di funzionamento delle varie istituzioni il dott. Brugnoli dà alcune delucidazioni rispetto al cosiddetto “voto a maggioranza qualificata”, che vige per alcune materie, mentre per altre si richiede l’unanimità prevedendo anche il diritto di veto.

Si tratta di un meccanismo decisionale inteso ad evitare che la grandezza o la piccolezza di un paese venga a costituire un elemento di squilibrio, garantendo attraverso un bilanciamento fra il numero degli stati richiesto (il 55 % degli stati membri) e il numero degli abitanti (almeno il 65% della popolazione totale della UE) il diritto dei paesi più piccoli ad avere voce in capitolo senza che questo produca la messa all’angolo dei più grandi. Segnaliamo di seguito alcune delle osservazioni complementari fatte dal dott. Brugnoli a proposito delle istituzioni di cui sopra:
1) Rispetto al Parlamento europeo
L’incertezza numerica che riscontiamo è dovuta semplicemente al fatto che non si è in grado, in questo momento, di indicare con esattezza di quanti membri sarà composto. Sulla base dei trattati il Parlamento non può avere più di 750 membri (751 con il Presidente), ma nel caso di uscita del Regno Unito questo numero si ridurrà a 151. I posti che si libereranno saranno in parte tenuti di riserva per eventuali nuovi ingressi, in parte distribuiti in base alle variazioni della consistenza della popolazione dei vari paesi (per l’Italia si passerà in questo caso dagli attuali 73 membri a 76). Per quanto riguarda invece le sedi, il Parlamento ha più volte espresso con il voto il desiderio che siano unificate, ma il veto francese su Strasburgo ha finora impedito questa convergenza. Per intanto, i trattati stabiliscono che a Strasburgo si tengano 12 sedute plenarie, mentre Bruxelles ospita le riunioni delle Commissioni parlamentari e tutte le altre riunioni plenarie (a Lussemburgo c’è solo la segreteria generale).
2) Rispetto al Consiglio:
Secondo il dott. Brugnoli, che esista ancora il diritto di veto, e che su alcune materie quali la fiscalità, la politica estera e di sicurezza sia richiesta l’unanimità è un evidente anacronismo, che in molti casi paralizza il lavoro del Consiglio (perfino per l’elezione del Papa bastano i due terzi dei votanti, e questo già da alcuni secoli!).  Sarà davvero indispensabile risolverlo, nella prossima legislatura.
3) Rispetto alla Commissione europea:
Il relatore attira anzitutto la nostra attenzione sul fatto che la Commissione deve essere, per esplicito dettato dei trattati, del tutto indipendente dai governi (una cosa che a molti sfugge, in effetti), segnalando la notevole importanza di questa istituzione, non solo perché da essa dipende la messa in moto di qualunque provvedimento, ma anche perché al suo interno si gioca una partita davvero decisiva relativa alla presidenza. Se è vero infatti che i capi di stato possono indicarne il Presidente, è altrettanto vero che senza l’approvazione del Parlamento non c’è alcuna possibilità di eleggerlo ugualmente. Sarà interessante dunque vedere quale dialettica si creerà fra gli stati e il parlamento dopo le prossime elezioni.
Ultime considerazioni:
In chiusura di questa seconda parte, il dott. Brugnoli offre alcuni chiarimenti sul “metodo comunitario”, e cioè su come si arriva a produrre le leggi e gli ordinamenti. Per intanto, è solo la Commissione a poter proporre nuovi atti legislativi, mettendo in moto le procedure (il Parlamento non può proporli per suo conto, cosa che per il relatore costituisce un evidente limite), mentre spetta al Parlamento e al Consiglio adottarli per cui se non c’è accordo fra chi rappresenta il popolo e chi gli stati non si riesce a tradurre in atto alcuna decisione.
Importante ancora, a suo giudizio, sottolineare due elementi che spesso non sono considerati con l’attenzione che meritano. In primo luogo, la prevalenza della legislazione comunitaria rispetto a quella degli Stati nazionali – cosa rispetto alla quale è in atto una forte polemica da parte dei partiti così detti “sovranisti”; in secondo luogo, gli inevitabili limiti dell’azione della UE, che può fare solo ciò che è espressamente previsto dai trattati (giova ricordarlo, anche se non è certo sua intenzione giustificare con questo ogni mancanza: come federalista sa bene che molti passi devono ancora essere compiuti).

Terza parte
La UE in un mondo che cambia:
problemi e prospettive di azione

Nell’ultima parte del suo intervento il dott. Brugnoli entra nel vivo del tema muovendosi, per così dire, dall’esterno verso l’interno, perché senza una considerazione del contesto globale in cui la UE si sta muovendo sarebbe difficile a suo parere dare un giudizio sul presente e sui possibili futuri dell’Unione

Un presente del resto che conosciamo bene e i cui elementi, che pur con qualche inevitabile semplificazione sono evidenziati nelle relative slides, vanno a definire il quadro globale di un mondo in movimento, non senza conseguenze importanti dal punto di vista sociale, economico, politico e geopolitico. Ora la domanda, inevitabile, è questa: che cosa può fare la Ue, che cosa sta facendo o non facendo in un mondo dove la globalizzazione mostra – soprattutto per alcune classi sociali e in modo particolare per l’occidente – i suoi risvolti oscuri; un mondo dove le disuguaglianze sono in aumento e dove il combinato disposto  di problemi globali enormi, dalle migrazioni di massa al cambiamento climatico e alle tensioni per l’accaparramento delle fonti energetiche, determina un’instabilità crescente che desta grande preoccupazione. Secondo il dott. Brugnoli, il modo più opportuno per affrontare temi di questa sorta sta per intanto nello sdoppiare la nostra domanda: chiederci cioè, sul fronte interno, che cosa può fare la UE (e naturalmente, che cosa sta realmente facendo) per proteggere i propri cittadini dagli effetti negativi della globalizzazione, e sul fronte esterno come può muoversi come soggetto attivo per orientarla favorevolmente.

Sicuramente, se prendiamo in considerazione il fronte esterno, 

i punti indicati nelle slides possono indurre qualche incertezza sulle effettive possibilità della loro realizzazione, perché sappiamo bene che forze potenti stanno agendo contro l’Europa minandone la coesione, e con essa la capacità di incidere come agente propositivo nello scenario mondiale. Dalla scelta isolazionista di Trump, che sta recidendo i legami storici con l’Europa cercando di indebolire l’Unione, all’idea sovranista che sia meglio “andare da soli” (anche se le convulsioni del Regno Unito dopo la Brexit stanno inducendo tutti a maggiore cautela), viene portato un vero e proprio attacco al cuore di un  sistema che si voleva non basato su rapporti di forza ma su accordi, consenso e regole condivise, cose tanto più necessarie di fronte alle sfide enormi che l’Europa deve affrontare. Paradossalmente però questi stessi attacchi potrebbero contribuire, secondo il dott. Brugnoli, ad accelerare quelle modifiche all’architettura istituzionale che si stanno rendendo sempre più necessarie per rendere i meccanismi decisionali più agili e produttivi:
(qui il relatore apre una parentesi per indicare quelle su cui si sta lavorando, o che in qualche misura si sono già verificate. Pensiamo per esempio al peso maggiore assunto progressivamente dal Consiglio Europeo, motivato dalla necessità di prendere in qualche caso decisioni estremamente rapide: questo naturalmente dà più spazio ai governi, e pertanto può mettere in crisi il sistema comunitario se non viene bilanciato almeno da qualche modifica consistente relativa al Parlamento, che andrebbe dotato della possibilità di iniziativa legislativa. Sul tavolo ci sono poi questioni annose che prima o poi dovranno essere affrontate: in particolare il dott. Brugnoli segnala l’esigenza di eliminare la richiesta di unanimità nelle materie per cui ora è richiesta - anche se su questo i pareri sono ancora notevolmente divergenti -, oltre a quella di dotarsi di un sistema comune di difesa, impostando iniziative concordate nella politica estera).
Allo stesso modo questi attacchi esterni  potrebbero determinare un soprassalto di responsabilità e un vero e forte recupero della sovranità europea, che è davvero indispensabile di fronte alla portata della sfida insita in problemi di straordinaria complessità e urgenza. Dalla necessità di affrontare il cambiamento climatico a quella di dotarsi di un governo comune delle migrazioni (temi, questi, di cui parlerà Elly Schlein), da quella di  istituire un partenariato “virtuoso” con l’Africa a quella  di affrontare le minacce alla sicurezza che possono venire sia dall’esterno che dall’interno: temi enormi su cui il relatore porta alcune considerazioni, fermandosi in particolare sul rapporto con l’Africa e sul problema della sicurezza:     
il Partenariato con l’Africa:
dietro una sigla un po’ misteriosa (“AfCFTA”) che sta semplicemente ad indicare l’Area Africana continentale di libero scambio, si cela un’importante iniziativa presa da 45 Stati africani che hanno firmato nel 2018 un accordo per un mercato comune. Questo potrebbe anzitutto cambiare il modello di sviluppo africano, che è stato basato finora sulla produzione di materie prime da esportare, rendendolo finalmente endogeno; parimenti però potrebbe portare grandi benefici per l’Europa. E’ stato soprattutto Juncker (il cui operato andrebbe rivalutato, secondo il dott. Brugnoli) a porre il tema dello scambio euro- africano come importante leva su cui puntare, ponendo la UE come co-protagonista di questo libero scambio che finora è sempre stato oggetto di accordi bilaterali ad opera dei singoli paesi europei
la sicurezza:
la stessa importanza riveste, a giudizio del relatore, il tema di una comune sicurezza europea a livello sia energetico che informatico e militare. Anche in questo caso, qualcosa si sta muovendo: la sigla “PESCO” sta infatti ad indicare una “Cooperazione strutturata permanente”. Non si tratta per ora di avere un esercito comune, ma pur sempre della possibilità di poter contare su di un nucleo federale per progetti comuni di difesa, molti dei quali sono già partiti dal momento che questo accordo ha visto la firma di 25 paesi su 27 (per ulteriore paradosso, proprio il Regno Unito che ha scelto l’uscita dall’Europa vorrebbe aderire alla CASCO…).
IL FRONTE INTERNO:
LE RISPOSTE DELLA UE ALLA CRISI

Rispetto al fronte interno, secondo il dott. Brugnoli è importante anzitutto segnalare quegli elementi positivi che spesso noi cittadini dell’Unione tendiamo a dimenticare. Con tutte le sue difficoltà la UE ha ancora grandi punti di forza: essa è pur sempre l’area economica più integrata del pianeta, dispone della seconda valuta a livello mondiale, è in grande misura esportatrice e soprattutto può ancora contare su di un modello sociale che nonostante gli attacchi a cui è sottoposto da parte di chi sostiene che non possiamo più permettercelo, è almeno in parte in grado di bilanciare gli effetti negativi della crisi sui suoi cittadini. Molto si è fatto sul piano interno per rispondere alla crisi, a giudizio del relatore (certo, non tutto bene, non tutto abbastanza rapidamente o efficacemente, o talvolta con una accelerazione eccessiva). Tuttavia non possiamo negare che si è cercato di difendere l’euro, di consolidare le finanze pubbliche – seppure non ugualmente in tutti i paesi dell’Unione, come ben sappiamo -, di rilanciare la crescita. E in effetti non è casuale in fatto che nell’approssimarsi delle elezioni europee i discorsi di uscita vuoi dall’euro, vuoi dalla UE si siano gradatamente smorzati. Tutte le forze politiche chiedono cambiamenti in un senso o nell’altro, ma nessuno vuole uscire oggi da un quadro comune di riferimento: in un momento estremamente critico – si ipotizza infatti una nuova crisi – meglio affrontare il mare in tempesta su di un transatlantico, piuttosto che su di una fragile scialuppa…

ULTIMA PARTE:
Le prospettive

Quale futuro, dunque, per la Ue? Si riuscirà a realizzare una buona conciliazione fra il potere degli stati e il potere federale? Sul tavolo dell’Unione europea, come abbiamo visto, c’è davvero una grande quantità di proposte: se e quando matureranno, dipenderà anche dalle elezioni che ci attendono. In prospettiva, potrebbe da esse innescarsi, fra le coalizioni di centro destra e di centro sinistra, una dinamica di tipo federalista simile a quella degli Stati Uniti, dove i repubblicani tradizionalmente sono più sensibili ai diritti dei singoli stati, mentre i democratici più propensi ad un ruolo attivo a livello federale. Sempre in prospettiva, si potrebbe tornare a parlare di un’Europa a due velocità,

anche se le proposte finora formulate contengono un ampio margine di ambiguità. E’ pur vero che nella Dichiarazione di Roma del 25 maggio 2017, elaborata nel corso dei festeggiamenti per il sessantennale del Trattato di Roma e firmata da tutti i paesi della UE, c’è un passaggio chiave che recita: “agiremo congiuntamente con ritmi e con velocità diverse, se necessario, ma sempre nella stessa direzione”: nondimeno, è proprio questo il nodo dolente. Stiamo davvero andando nella stessa direzione? Che cosa succederà se qualcuno – pensiamo all’Ungheria di Orbàn – deciderà di andare in una direzione decisamente diversa da quella che i paesi fondatori avevano in mente? E ancora, quale potrebbe essere il nucleo di questa Europa a doppia velocità, viste le divisioni all’interno della stessa eurozona rispetto al bilancio europeo? Sappiamo bene che è stato spesso il motore franco tedesco a far compiere grandi passi avanti nell’integrazione europea, ma sarà ancora così, nel momento in cui Angela Merkel lascia la guida della Germania? (vero è che, sia pure sotto traccia, si parla già di lei come futuro possibile Presidente della Commissione Europea). Lo stesso Macron, che secondo il relatore aveva aperto nel discorso pronunciato alla Sorbona nel settembre 17 una visione davvero nuova sull’Europa, è ora molto indebolito sul fronte interno. Difficile dunque fare pronostici, ma molto dipenderà comunque da noi, cittadini dell’Unione, dalla nostra capacità critica e propositiva. Si chiude così l’intervento del dott. Brugnoli, che ha voluto darci un quadro il più ampio possibile, pur con tempi decisamente ristretti, del percorso storico dell’Unione e della situazione attuale, non nascondendone gli aspetti problematici ma nello stesso tempo sottolineando quelli positivi per cui vale davvero la pena di lottare, affinché possano prevalere e rafforzarsi.
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                           INTERVENTI DI APPROFONDIMENTO E DI CONFRONTO

Data l’importanza dell’incontro e l’interesse per il tema dell’Europa, sono stati previsti per la serata alcuni interventi complementari di approfondimento su specifiche tematiche, di cui diamo qui ragione a partire dal collegamento via Skype da Strasburgo con la parlamentare europea ELLJ SCHLEIN, che si è occupata particolarmente di temi ambientali e dell’immigrazione;  a seguire, il dott. GIANNI COLOMBO, che è stato fino al 2018 membro del Comitato esecutivo dell’Istituto Europeo per la tecnica e l’innovazione, ci fornirà qualche ragguaglio sulle iniziative della UE in questo ambito, mentre DANIELA MOLINERO, come Presidente della sezione ANPI di Avigliana, darà riscontro dell’interesse dell’associazione per un profondo rinnovamento dell’Unione. Non mancherà naturalmente uno spazio per un confronto col dott. Brugnoli sui temi che sono stati considerati nella sua relazione: interverrà a questo proposito il dott. MARIO BOVA, già ambasciatore a Tirana e a Tokio, che potrà offrirci elementi ulteriori di analisi da questo osservatorio privilegiato.

ELLY SCHLEIN

Da Strasburgo, dove si sta concludendo l’ultima sessione plenaria di questa legislatura, Elly Schlein ha accettato molto volentieri di condividere con il pubblico di CircolarMente e dell’ANPI alcune riflessioni su di un’esperienza che è stata per lei straordinariamente ricca e stimolante, pur essendo avvenuta in un momento di profonda crisi dell’Unione Europea. Una crisi che a suo giudizio deriva anzitutto dalla modalità incompleta con cui essa è stata costruita, e che ha avuto un’ulteriore battuta di arresto quando il tentativo di costituzionalizzare l’impianto europeo, dotandolo di strumenti normativi di diritto, si è incagliato nella votazione in due stati membri. A questa crisi politico-istituzionale si è poi saldata quella economica, aggravando gli egoismi nazionali che hanno impedito in questi anni di mettere in campo quelle soluzioni indispensabili e condivise che sono determinanti per il futuro dell’Unione, e su cui sicuramente si accentrerà il dibattito nelle settimane che precedono il voto di maggio. La questione migratoria, anzitutto, di cui Elly Schlein si è occupata in modo particolare e la cui problematicità può essere facilmente compresa se solo teniamo presente che in questi anni 6 paesi (su 28) hanno dovuto affrontare da soli l’80% delle richieste d’asilo. Non è certo questa la solidarietà e la condivisione equa di responsabilità fra gli stati, che pure sarebbero a fondamento dei tanto vituperati trattati elaborati dal 78 all’80 del secolo scorso. Per superare questa situazione scandalosa e riformare le regole di Dublino che, come sappiamo, ne sono alla radice in quanto attribuiscono la responsabilità della prima accoglienza ai soli paesi di primo approdo, è stata condotta in questa legislatura una battaglia forte con l’obiettivo di ribaltarne la logica ipocrita. Dopo un duro negoziato su questa che è sicuramente una delle tematiche più divisive per l’Unione (ci sono voluti due anni, e 22 riunioni!) si è riusciti ad ottenere un risultato estremamente importante, perché i 2/3 dei parlamentari hanno approvato la richiesta di cancellare quel criterio penalizzante sostituendolo con un meccanismo permanente e automatico di ricollocazione, che obblighi tutti i paesi europei a fare la propria parte assicurando nel contempo la valorizzazione dei legami significativi dei richiedenti asilo, che sono anzitutto persone e non pacchi da distribuire qua e là come ci conviene. Era davvero tempo che ciò accadesse, perché è ugualmente motivo di scandalo, da parte di alcuni stati, pretendere solo i benefici dell’Unione senza dividerne le responsabilità, così come suona ugualmente paradossale, a giudizio di Elly Schlein, che dei partiti che fanno parte dell’attuale maggioranza non abbiano votato a favore di questa riforma capace di offrire una soluzione strutturale a problemi che gravano direttamente su noi italiani (e che ci permetterebbe di non assistere più all’ignominia di lasciare in mare delle persone per giorni aspettando l’accordo fra  i vari paesi ). Anche sul tema del cambiamento climatico il Parlamento ha sentito la necessità di dotarsi degli strumenti normativi necessari per accompagnare la transizione ecologica indispensabile per le nostre economie: è grazie al lavoro dei parlamentari più impegnati su questo fronte che abbiamo oggi target vincolanti per tutti gli stati sul passaggio alle energie rinnovabili e sulla riduzione delle emissioni di CO2 (altrimenti i governi se la sarebbero cavata con una stretta di mano o poco più…). Un altro tema fondamentale di cui si è occupato il parlamento è quello della dimensione sociale di cui dotare l’Unione. Se non ci si impegna davvero a lottare efficacemente contro le disuguaglianze, la povertà e l’esclusione sociale, non potremo certo stupirci se tanti cittadini non riescono a cogliere quale contributo essa porti nelle loro vite. Occorre pertanto dotarsi di strumenti reali di sostegno al reddito che siano di marca europea, dando vita ad un vero, nuovo “new deal”, che comporti un rilancio forte dell’occupazione. Allo stesso modo non è più possibile tollerare che all’interno della UE ci siano dei paradisi fiscali: secondo dati ben documentati, ogni anno vengono sottratti da parte delle grandi multinazionali circa 1000 miliardi di evasione e di elusione fiscale, che potrebbero altrimenti essere impiegati per servizi ai cittadini. Anche qui basterebbero semplici strumenti di trasparenza fiscale, che il parlamento ha già approvato nella sua maggioranza, per recuperare gran parte di quelle risorse e redistribuirle. Come ultimo punto, ma non per importanza, Elly Schlein pone il tema della politica estera e della sicurezza. L’esempio di ciò che sta avvenendo in Libia è eclatante, e dimostra chiaramente che se l’Unione non troverà una voce sola e forte, se non ricorderà il suo ruolo di pace, si condannerà davvero all’irrilevanza e saranno in sua vece altre potenze a decidere i destini del mondo. L’accenno al dovere della memoria non è casuale da parte di questa appassionata europarlamentare, che chiude il suo intervento con un’ultima testimonianza su ciò che in questi stessi giorni sta avvenendo a Strasburgo. Molti parlamentari infatti appunteranno sulle loro giacche un fiore giallo in memoria della rivolta del ghetto di Varsavia, aderendo come lei alla proposta di una collega polacca di diversa area politica che Elly Schlein ha fatto sua, nella consapevolezza che stia proprio qui il lascito da lasciare alle giovani generazioni.  E’ sua convinzione infatti che solo coltivando il dovere della memoria potremo raccogliere la sfida di una piena democratizzazione dell’impianto europeo, per costruire quell’Europa pensata a Ventotene, luogo di diritti, di apertura e di opportunità. Per questo bisognerà puntare su partiti più europei, in grado di condurre insieme le battaglie al giusto livello, per essere più forti e incisivi, e sarà necessario avere anche corpi intermedi più europei, siano essi sindacati o associazioni, per poter sfidare quegli egoismi che finora hanno impedito di dare ai cittadini europei le risposte giuste. Questa non è un’utopia. secondo Elly Schlein, il cui pensiero va a quanto stanno facendo in alcune piazze europee i movimenti femministi, che lottano perché non vengano compressi i diritti delle donne e la cui azione politica ha coinvolto tanti altri cittadini in diversi paesi, facendola diventare una protesta davvero europea.
GIANNI COLOMBO:
Vista l’esiguità del tempo a disposizione, il dott. Colombo si limita a poche osservazioni, sottolineando anzitutto l’importanza del lavoro che l’Europa ha svolto rispetto alla ricerca e all’innovazione tecnologica a partire dal primo Programma Quadro del 1984 fino a quello attuale, denominato “Horizon 2000”. Tutti questi programmi si inseriscono in una cornice ideale che è stata precisata nella Strategia di Lisbona del 2000 e nella successiva Strategia europea 2020, varata nel 2010, che ha gettato le basi per uno sviluppo dell’Unione ispirato a criteri di efficienza, di sostenibilità ambientale e di coesione sociale, prevedendo per questo scopo adeguati finanziamenti (il progetto Horizon, per fare un esempio, dispone di 80 miliardi di euro da investire su diverse aree disciplinari e in modo integrato fra le forze europee che partecipano alle varie iniziative). Grazie a questi programmi l’Europa ha raggiunto punte di eccellenza, e può vantare un primato assoluto nel campo della comunicazione mobile (anzi, precisa il dott. Colombo, quella che conosciamo oggi è stata proprio “inventata” dall’ Europa).  Risultati importanti su cui si inseriscono ora nuove elaborazioni concettuali che richiamano sempre di più l’attenzione su fattori che vale la pena di sottolineare, perché danno molta importanza al coinvolgimento attivo dei fruitori dell’azione e alla cooperazione fra diverse conoscenze e sensibilità, chiedendo alle forze politiche di essere ricevitori e garanti delle istanze che vengono dalla cittadinanza. Naturalmente poi spetta ai singoli paesi cercare una buona integrazione con i progetti europei, per poter accedere ai fondi stanziati dalla UE. Qui purtroppo il dottor Colombo deve rilevare suo malgrado molte carenze da parte italiana. In particolare nel meridione molti fondi non vengono spesi, altri sono oggetto di malversazioni, altri ancora sono distribuiti a pioggia senza criteri di valorizzazione effettiva del territorio. Bene ha fatto dunque il dott. Brugnoli a sottolineare l’importanza di un’assunzione di responsabilità da parte nostra, come cittadini europei, perché l’Italia potrebbe avere margini importanti di intervento se l’agenda politica tenesse in maggior conto le possibilità insite in un coinvolgimento più attivo.
MARIO BOVA:
Pur nel pieno apprezzamento dell’intervento del dott. Brugnoli, l’ambasciatore Bova ritiene che ci siano alcuni aspetti meritevoli di attenzione che andrebbero maggiormente sottolineati. Non possiamo infatti parlare di Europa senza porci il problema dello stato di salute della nostra moneta comune, che non è certo ottimale. A giudizio non solo suo ma di molti (fra i quali il premio Nobel per l’economia Stiglitz, che ha appena dato alle stampe un testo molto documentato su questo tema), non è più procrastinabile una riforma della governance dell’euro: occorre in particolare ripensare il ruolo della BCE ampliandone il mandato. Senza questi provvedimenti, i nemici dell’euro che sono momentaneamente sotto traccia avranno alla fine buon gioco. Occorre inoltre considerare che la crescita esponenziale delle disuguaglianze non è solo uno degli effetti negativi della globalizzazione, ma è soprattutto il risultato di un capitalismo neoliberista su cui occorre davvero essere molto più incalzanti, soprattutto da parte delle forze di sinistra, perché è davvero qui che si gioca il destino dell’Europa per come l’hanno voluta i Padri fondatori, e cioè un continente di pace e di giustizia sociale.
DANIELA MOLINERO:
Come presidente della sezione ANPI di Avigliana, Daniela Molinero ha scelto di leggere la Dichiarazione congiunta dei presidenti delle associazioni di Italia, Slovenia, Croazia e Carinzia, da cui emerge con chiarezza il pensiero dell’ANPI e la speranza che dalle prossime elezioni esca sconfitta l’Europa dei fascismi, delle barriere e delle discriminazioni. Non è del tutto scomparso infatti, dicono i firmatari della lettera, il veleno dei nazionalismi e dei razzismi, sta anzi tornando e mettendo in discussione quei diritti di libertà che sembravano acquisiti, anche perché i risultati catastrofici delle politiche neoliberiste hanno determinato – in specie nell’Europa meridionale – l’aumento della disoccupazione e la mancanza di prospettive per le nuove generazioni, rivelando il lato oscuro della modernità europea. E’ su questo campo ben concimato che fatalmente crescono i partiti politici di destra, facendo leva sul risentimento e sulla paura del futuro. Per questo ora più che mai occorre da parte di tutti un impegno comune, un’assunzione forte di responsabilità perché possa finalmente nascere un’Europa dei popoli che valorizzi il lavoro, le persone, la solidarietà, il progresso economico e civile. Questo l’augurio e insieme il monito dei firmatari della dichiarazione, e questa la speranza che Daniela Molinero trasmette a sua volta a nome della sezione ANPI di Avigliana.                  
IN CONCLUSIONE:
La parola tocca ora al dott. Brugnoli. Rispetto all’intervento di Gianni Colombo, il relatore non può che concordare con lui nel riprovare l’uso improprio dei fondi europei, che toglie credibilità al nostro paese nel momento in cui si richiedono alla UE nuovi finanziamenti, e parimenti deplora lo scarso attivismo che spesso dimostriamo nella partecipazione a dei progetti da cui verrebbero invece occasioni preziose di valorizzazione del territorio. Più variegato è invece il suo giudizio rispetto alle osservazioni poste dall’ambasciatore Bova, anche se, come federalista europeo, non vorrebbe proprio passare per un difensore acritico dell’esistente quale non intende essere. E’ sicuramente vero che occorra potenziare la governance dell’euro, ma è giusto a suo parere ricordare che nonostante tutti i limiti della BCE alcune operazioni, come il quantitative easing, sono state di grande portata, e che questo è stato reso possibile dal fatto che la stabilità monetaria non è la sola priorità che la BCE si prefigge, perché essa viene considerata all’interno di una cornice d’insieme in cui si ritiene parimenti essenziale lo sviluppo economico. Molti economisti europei, che conoscono da vicino l’operato della BCE, ritengono infatti che sotto molti aspetti esso non si discosti poi di molto da quello della FED, a cui fa riferimento Stiglitz. Non è poi irrilevante, aggiunge il dott. Brugnoli, il fatto che la BCE sia di fatto l’unico organismo europeo davvero federale, in cui le decisioni vengono prese a maggioranza (cosa che, come sappiamo, ha permesso a Mario Draghi di mettere talvolta in scacco la stessa Germania…). Ciò detto, è giusto sottolineare i problemi della UE e fra questi uno dei più importanti a suo giudizio è la mancanza di un bilancio specifico per l’eurozona.  Anche in questo caso peraltro la responsabilità non è tanto dell’Unione, ma dell’opposizione di alcuni stati. Sappiamo bene del resto che questo è un limite che viene da lontano: sono stati gli stati nazionali, nel momento della nascita dell’Unione, a bocciare la proposta di Jacques Delors di fornire la nuova creatura di due robuste “gambe” senza le quali non avrebbe potuto camminare e crescere e cioè quella economica e quella monetaria (erano davvero lungimiranti, osserva il relatore, i grandi padri dell’Europa! Basti pensare che Delors era così capace di pensiero lungo da proporre, nel lontano 92, una “carbon tax” i cui proventi avrebbero dovuto essere utilizzati da un lato per la transizione ecologica e dall’altro per attenuare l’impatto della disoccupazione provocata dall’innovazione tecnologica…). Sempre a proposito del peso negativo degli stati nazionali, il dott. Brugnoli porta l’esempio della cosiddetta “web tax” intesa ad affrontare lo scandaloso comportamento delle grandi multinazionali del digitale, che di fronte a guadagni stratosferici pagano tasse infinitesimali. Nondimeno, anche qui ci troviamo di fronte a situazioni paradossali come nel caso irlandese: sanzionata dall’Europa per aver offerto vantaggi fiscali ad una di queste, l’Irlanda ha infatti rifiutato il rimborso di 13 miliardi ottenuto dalla UE facendole a sua volta causa per mantenere questo privilegio. E’ davvero un problema grosso quello della concorrenza fiscale, che può essere risolto solo a livello europeo: ma se tutti riducono le imposte sulle imprese per attirare gli investimenti, ovviamente il carico fiscale si scaricherà sul lavoratori, innescando un processo distruttivo.  Anche la specificità della situazione italiana meriterebbe una più attenta considerazione. Non c’è qui il tempo per approfondire questo discorso, tuttavia il relatore vuole almeno sottolineare alcuni elementi di grande criticità. Intanto, il fatto che la produttività, che pure ha certamente risentito della crisi, è in realtà ben precedente ad essa, perché perdura da almeno vent’anni (e di questo non si può certo accusare l’Europa, come del resto per il fatto che l’Italia attragga pochi investimenti  a causa della sua burocrazia farraginosa e della lentezza del suo apparato giudiziario); inoltre spendiamo poco in ricerca e in innovazione, e le grande aziende preferiscono finanziare squadre di calcio, piuttosto che università…. Non ci aiuta inoltre il fatto di non avere mai messo in atto provvedimenti davvero incisivi per ridurre il nostro debito pubblico (come invece ha fatto un paese come il Belgio, che è entrato nell’Euro con un debito pubblico dal più al meno corrispondente a quello italiano, e ora può contare su di un netto scarto rispetto al nostro: 80% rispetto a 130 %). In effetti, commenta il dott. Brugnoli, non abbiamo mai messo in atto la pur semplice ricetta consigliata a suo tempo da un grande economista come Federico Caffè: “incassare meglio e spendere meglio”, controllare cioè l’evasione fiscale e migliorare la qualità della spesa pubblica.  
     
N.B. = assumendoci, come sempre, la responsabilità di eventuali fraintendimenti ed errori: per CIRCOLARMENTE, ENRICA GALLO