venerdì 4 marzo 2022

Guerra in Ucraina: che fare? due articoli contrapposti

 

Con la pubblicazione dei due seguenti articoli, che presentano prospettive nettamente contrapposte sul modo di affrontare il dramma della guerra in Ucraina, prende avvio un nostro contributo di approfondimento sulle tante dirimenti tematiche connesse a tale conflitto comunque destinato a segnare un punto di svolta strategico nel quadro geo-politico globale. In questo senso si muove anche una apposita conferenza, in corso di organizzazione per la serata di Lunedì 14 Marzo p.v., per la quale, non appena possibile, forniremo tutti gli opportuni dettagli

Vi informo: siamo in guerra

Articolo di Sergio Benvenuto – Blog “Le parole e le cose”

(Sergio Benvenuto, psicoanalista, filosofo e scrittore italiano. Primo Ricercatore presso l'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR a Roma. Professor Emeritus di Psicoanalisi presso l'Istituto Internazionale di Psicologia del Profondo di Kiev)

 

E’ la prima volta nella mia ormai lunga vita (sono del 1948) che mi sento in guerra. Finora, per me, le guerre erano sempre quelle di altri. A meno che Putin non accetti la sconfitta subito, ovvero di ritirarsi dall’Ucraina, l’Unione Europea sarà in guerra. Non temo che aerei russi vengano a bombardare Roma, città dove abito. A meno che non si scateni una terza guerra mondiale a colpi di bombe atomiche, e allora… non sarebbe nemmeno più la guerra, ma l’Apocalisse. Ho vissuto la guerra fredda, che appunto non era calda: una costante minaccia di guerra, ma le guerre si facevano altrove (in Medio Oriente, in Vietnam…). L’Italia poi ha partecipato a varie “missioni di pace” che erano di fatto, spesso, missioni di guerra, ma era come un tempo le guerre coloniali: erano cose di militari, di professionisti, la popolazione italiana non ne era coinvolta. Ora invece mi sento davvero in un paese in guerra, anche se nessuno dei nostri politici e governanti osa dirlo. E questo anche se l’Europa non mandasse nemmeno un soldato a combattere i russi per difendere l’Ucraina. Ormai sappiamo che una guerra non è più come la si concepiva un tempo, scontro militare in un campo di battaglia. La guerra basata su battaglie campali è finita. La guerra oggi non si fa solo con le armi da fuoco: si fa con le sanzioni economiche, agendo sul mercato del petrolio, con azioni di guerriglia, terrorismo, colpi di stato, attacchi informatici, persino con le elezioni… Guerra e politica ormai si intrecciano strettamente, così, affamare un popolo con dure sanzioni può fare più vittime che una battaglia di tank. Essere in guerra significa, oggi, che la popolazione del paese in guerra ne paga in qualche modo i costi. Gli eserciti oggi sono professionali, di specialisti, ma paradossalmente c’è vera guerra quando un intero popolo è in guerra. Lo stiamo vedendo bene in Ucraina, ma lo abbiamo visto in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia… Nel 2003 il presidente Bush Jr. dopo la conquista di Baghdad dichiarò “missione compiuta” perché aveva ancora un’immagine arcaica della guerra. In realtà, come sappiamo, la vera guerra in Iraq è cominciata quando Bush pensava che fosse finita: fu dopo che fece centinaia di migliaia di morti. Attraverso il terrorismo, in quel caso. Terrorismo e guerriglia non sono sostituti della guerra, ma parte integrante della guerra stessa. In questo senso non è più vero, come diceva von Clausewitz, che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, e nemmeno quello che diceva Foucault, che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. La guerra accompagna sempre la politica come un suo arto, la violenza è parte della politica, e la guerra guerreggiata è solo una modalità della violenza politica. Per esempio, è probabile che ci saranno azioni terroristiche ucraine in territorio russo: in modo che la popolazione russa si renda conto essa stessa di essere in guerra. In effetti, c’è un solo modo non militare per mettere in ginocchio la Russia di Putin: non comprare più il suo gas, perché l’economia russa si basa sul gas. Questo lo sanno anche le pietre. Ma gran parte dei paesi europei (non la Gran Bretagna, per sua fortuna) dipendono dal gas russo. Alcuni paesi addirittura al 100% dei loro acquisti di gas; 94% la Finlandia, 93% la Lettonia (in Italia il 43%). Ma se rinunciare al gas russo è l’atto di guerra più efficace, bisogna che la popolazione europea si rassegni a molti sacrifici per un certo tempo: dovrà imparare a vivere con poco gas. Ma siccome del gas non si può fare a meno, lo si dovrà prendere dalla Norvegia, dall’Algeria e dal Qatar, ovvero, il prezzo del gas schizzerà in alto. Da qui inflazione, con tutto quello che essa comporta. Con l’inflazione, le banche centrali dovranno alzare i tassi di sconto, quindi meno prestiti, meno investimenti… la crisi. Eppure, se si vuol vincere una guerra il vincitore deve soffrire. L’idea, con cui oggi i politici cullano i loro elettori, secondo cui le guerre si vincerebbero senza sofferenze della popolazione, è un’illusione. Tempo fa, l’ex segretario di stato americano Colin Powell teorizzò una guerra senza vittime, cosa che provocò all’epoca una certa ilarità. L’ideale di una guerra fatta in poltrona, pigiando solo bottoni come in una play station, è un film che non regge. Combattere qualcuno significa infliggergli delle pene concrete, e ci sono tanti tipi di pene. Si può sparare al nemico, ma lo si può anche ridurre alla povertà, oppure costringerlo a una insostenibile interminabile guerra. Oppure obbligarlo a una paura continua, che è il fine principe della strategia terroristica: chiunque e ovunque è in pericolo di essere colpito da un atto terroristico. Se l’Europa che dice di essere democratica vuole battersi contro la dittatura, deve quindi decidersi a soffrire, purché le sofferenze inflitte al nemico – in questo caso, Russia e Bielorussia – siano molto più cocenti delle nostre, fino a obbligarlo alla resa. Non ci sono vittorie senza perdite. E nel nostro caso, è perdere buona parte del nostro gas. Dare armi agli ucraini è un’ottima cosa – anzi, perché non si è pensato di farlo prima? – ma non è possibile fare la guerra sempre col sangue degli altri. A un certo punto l’Europa occidentale dovrà versare il proprio sangue, se vuole vincere. E per sangue versato intendo anche sangue economico. Significa accogliere centinaia di migliaia di rifugiati ucraini, significa riarmarsi (ovvero, spendere in bombe e razzi invece che in scuole o in infrastrutture), significa rischiare rappresaglie da parte del nemico… Per vincere bisogna accettare di soffrire e di infliggere sofferenze al nemico. Purtroppo, bisogna augurarsi che il popolo russo soffra tanto… da far fuori Putin e la sua banda. E lo dico con il cuore rotto, perché ho tanti cari amici in Russia, e molti di loro odiano Putin, che chiamano Putler (Putin + Hitler). Mi dispiace, dovranno soffrire anche loro. Anche i tedeschi anti-nazisti soffrirono sotto le bombe anglo-americane. Perché questo è l’altro lato che la retorica paciona di oggi non riconosce: che fare la guerra a Putin non è fare la guerra a lui e a qualche altro oligarca ma, ahimè, a tutti i russi. Perché solo se i russi si renderanno conto che Putin li porta alla povertà, allora potranno insorgere. Come i russi fecero nel 1917, reagendo a una guerra disastrosa contro la Germania a cui li aveva portati il dispotismo zarista. Ma ci volevano le terribili sofferenze nelle trincee della prima guerra mondiale perché finalmente lo zarismo venisse spazzato via. La storia ha sempre vie tortuose e crudeli anche per raggiungere i buoni fini. Il punto è: siamo disposti a soffrire perché il pluralismo democratico trionfi sulla dittatura? Altrimenti, abbiamo già perso.

 

La guerra ed i denti stretti

Articolo di Ernesto Sferrazza Papa – Blog “Le parole e le cose”

Ernesto Sferrazza Papa (ricercatore presso l'Instituto de Filosofía della Pontificia Universidad Católica de Chile. Dottore di ricerca in Filosofia presso l'Università di Torino, ha svolto attività di ricerca presso il CAS SEE (Università di Rijeka) e la FMSH di Parigi)

N.b. = sarà nostro relatore ad un seminario pomeridiano previsto per il prossimo 24 Marzo di cui riceverete a breve la consueta segnalazione dettagliata

Ho sempre ritenuto che le polemiche culturali, che l’espressione “scambio di idee” tende a nobilitare eccessivamente, fossero uno dei tanti modi mediante cui la novecentesca industria culturale rimpolpa ancora oggi le proprie carni. Partecipare a una polemica, addirittura lanciarla, significa collocarsi nel mercato delle idee, vendere la propria opinione, e magari coltivare la misera speranza di poterla prima o poi capitalizzare. La mia posizione, a dire il vero assai defilata, di giovane accademico “specialista” mi ha concesso finora il privilegio di questo sguardo sospettoso. Non ho mai dovuto scendere nell’agone culturale, né peraltro sono mai stato invitato a farlo. Probabilmente me ne sono beato, agendo in maniera più o meno inconsapevole come la volpe della nota favola. Nonostante ciò, sento la necessità tutta personale di scrivere qualche riga di commento all’articolo di Sergio Benvenuto “Vi informo: siamo in guerra” pubblicato su Le parole e le cose. Poco male qualora le mie riflessioni non venissero pubblicate. La favola evita di dire che la volpe, dopo un po’, si convince che l’uva è davvero amara. Come sono solito fare, entro in medias res. Benvenuto apre il suo contributo equiparando la propria percezione di essere in guerra con l’essere, in quanto cittadino italiano, davvero in guerra. La percezione di partecipare al conflitto, senz’altro ben pasciuta nell’immaginario collettivo da mezzi di comunicazione che in questi giorni stanno agitando senza vergogna le peggiori passioni, è sufficiente per siglare la sentenza per cui siamo realmente in guerra. Dobbiamo immaginarci come tali, cominciare a vivere, pensare, forse addirittura scrivere, come tali. Nonostante qualsiasi cosa possano affermare le parti politiche in gioco che non siano Russia e Ucraina, e anche qualora, come riconosce lo stesso Benvenuto, l’Europa non mandasse un solo soldato a combattere, la guerra è una realtà qui e ora. La percezione della guerra è così vivida e potente da realizzarsi magicamente, senza scarti, senza obiezioni, senza possibilità di contro-argomenti. La guerra viene annunciata sin dal titolo del contributo di Benvenuto con la stessa freddezza con cui si comunicherebbe il ritardo di un treno: se non lo sapevate prima, ora lo sapete. Ma questo è lo snodo decisivo: poiché siamo in guerra, bisogna comportarsi di conseguenza. E la prima cosa che si fa, in guerra, è qualcosa che in realtà si subisce: in guerra si soffre. Prepararsi alla guerra significa prepararsi a soffrire. A partire dall’evidenza materiale di una guerra in corso che colpisce anche noi italiani, e ci schiaffeggia sin da subito, il contributo di Benvenuto si risolve presto in un elogio della sofferenza necessaria. In questo, egli si adegua senza scarti alla linea governativa, che nella persona di Draghi ha chiarito senza equivoci, mentre annunciava il numero di militari italiani allertati, quali sacrifici si dovranno sopportare. En passant, dal momento che non è il fulcro di queste poche righe: Benvenuto si dichiara assai d’accordo con l’invio massiccio di armi in Ucraina, ma la questione è quantomeno problematica dal momento che questa pratica tende a trasformare i civili in combattenti (poiché le armi, è cosa nota, vengono ormai distribuite alla popolazione tutta), erodendo quella linea tra combattenti e non-combattenti, prezioso patrimonio del diritto di guerra modernamente inteso, che se non inibisce l’uso de facto della forza illimitata, quantomeno lo rende illegittimo. Ma questa, come si dice in questi casi, è un’altra storia. Ciò che rileva è che già tempo fa Mario Monti prometteva “lacrime e sangue”, ma almeno all’epoca le voci si levavano critiche e sgomente. Ciò che prima appariva scandaloso, ora può senza vergogna essere semplicemente annunciato e recepito. È un’informazione come un’altra. Da un certo punto di vista, Benvenuto ha ragione quando dice che la percezione della guerra è alimentata dal suo sconfinamento ben al di là dei canoni classici e moderni. La guerra oggi è combattuta in mille modi e mille forme: guerre informatiche, economiche, sanzioni, targeting. Ma quanto dura questo “oggi”? Quanto è lungo questo presente? Non certo da oggi la forma della guerra è mutata rispetto all’immaginario ancora ottocentesco di guerre campali. E soprattutto, non certo da oggi la popolazione tout court (vorrei per una volta abbandonarmi al lessico foucaultiano e dire: la popolazione come costrutto biopolitico) è parte significativa del conflitto. Insomma, è quantomeno bizzarra l’idea per cui “essere in guerra significa, oggi, che la popolazione del paese in guerra ne paga in qualche modo i costi”. È proprio il Novecento, sin dai prodromi della Grande guerra, a consegnare tutta la popolazione direttamente agli effetti del conflitto scatenato. Almeno da quando gli italiani decisero, guadagnandosi un triste primato, che un aereo in sorvolo poteva tranquillamente trasportare bombe da buttare alla bisogna su un’oasi in Libia, il confine sempre più labile tra belligeranti e non-belligeranti si è fatto evanescente. Perché allora Benvenuto sembra volere insistere su una rottura paradigmatica che analiticamente non trova spazio? Detta ancora diversamente, e forse in maniera più fastidiosa: perché Benvenuto si sente in guerra oggi ma non si sentiva in guerra ieri? Il motivo è presto detto: la guerra di oggi ha potenziali conseguenze immediate che la guerra di ieri non aveva, o che comunque non rientravano nel campo d’intellegibilità di un ceto medio colto che, tuttavia, non ha gli strumenti per comprendere che anche le guerre di ieri hanno avuto un impatto devastante, per quanto diluito nel tempo. Ma la buona notizia è che questa guerra può essere vinta, e può essere vinta nel dolore. Quella che si apre è una hegeliana gara della sofferenza tra vincitore e vinto, dove a vincere sarà colui in grado di sopportare la propria sofferenza mentre ne distribuisce di più all’avversario. Ben vengano, per vincere questa guerra, tutte le sofferenze inflitte a un intero popolo, come se quelle già a disposizione non fossero abbastanza. Gli Ucraini hanno sofferto finora? I Russi da domani soffriranno un po’ di più. Lavoriamo dunque a questo scopo, cosicché finalmente capiranno e agiranno di conseguenza. Ben vengano le sanzioni, le armi, gli ostracismi, l’economia distrutta. La “colpa metafisica”, come forse l’avrebbe chiamata Jaspers, dell’Altro, del Russo, va in qualche modo punita, per quanto non possa esserlo fino in fondo. E noi? Anche noi rientriamo in questo gioco al massacro, e vi rientriamo per le conseguenze delle sanzioni lanciate da parte europea. Ma ciò che conta, in ogni caso, è il rapporto tra sofferenza inferta e sofferenza subita. L’esito di questo scontro di civiltà dipende dall’equilibrismo: rimanere in piedi dopo il colpo per colpire un po’ di più. Nel ragionamento che Benvenuto ci propone, la sofferenza si tramuta così in un vero e proprio apprendistato politico per Noi, in una pedagogia del dolore per Loro, un insegnamento che li convinca una volta per tutte di essere in guerra. Da qui procede la strabiliante lettura che ci viene proposta: vincerà chi sarà disposto a soffrire di più adesso. La minaccia dei rubinetti del gas chiusi andrebbe affrontata a cuorcontento. La vittoria passa, in maniera direi muscolare, dalle resistenze eroiche del popolo che soffre ora al solo scopo di far soffrire di più l’altra parte domani. Come uscire da questa sacca? Cosa opporre a una prospettiva politica che sgrana il rosario delle passioni tristi? Come sottrarsi all’elogio della sofferenza, al suo inconsapevole spirito bellico, alla terribile ode al sangue versato? Benvenuto nel suo contributo richiama di sfuggita la celebre dottrina di Karl von Clausewitz, e ne critica la massima per cui la guerra sarebbe politica continuata con altri mezzi. Ma c’è un’altra lezione in Clausewitz troppo poco ascoltata e alla quale dovremmo riandare. Non bisogna dimenticarsi che uno dei nodi concettuali principali di Vom Kriege è l’attrito. Nelle sue opere Clausewitz insiste su tutti quegli attriti e frizioni che necessariamente trasformano il conflitto da guerra a tavolino, astratta, metafisica, in guerra reale, concreta, dove gli esseri umani che la combattono e dirigono sostituiscono pedine e statistiche. I mille inciampi tattici cui una guerra va incontro sono anche attimi di sospensione del conflitto. Quando qualcosa va storto e deraglia dal piano strategico fatto sulla carta, si apre lo spazio dell’attesa. La guerra reale diventa così necessariamente una guerra limitata, per certi versi contenuta. Catastrofica, drammatica, ma non totale, non integrale. L’attrito è la via di fuga dalla catastrofe di una guerra totale senza via di scampo per nessuno. Ciò che da Clausewitz si può trarre è forse l’imperativo a individuare quei momenti di crisi immanenti la guerra stessa, e riconfigurarli nell’unico modo oggi possibile per evitare la deriva infernale: come spazi di diplomazia. Non bisogna avere il coraggio della sofferenza né rivendicare il dolore come virtù politica. Per quanto possa apparire brutale e dispotico, è il dialogo con il nostro nemico di oggi che ci salverà domani. Non bisogna lasciarsi accecare dai successi tattici del momento, poiché essi tendono a rovesciarsi in sciagure strategiche. In un mondo globale e interconnesso non ci possono essere vinti e sconfitti, come se questi universi fossero separati e non comunicanti. Nonostante sia stata proprio la globalizzazione della violenza a riattivare la figura del Grande Altro, del nemico assoluto, in realtà essa reclama l’abbandono una volta per tutte della dicotomia Noi/Loro, Democrazia/Dittatura, Liberali/Autoritari. L’interconnessione globale non concede spazio di legittimità al vocabolario binario. E non perché non vi siano opzioni politicamente e moralmente preferibili (il sottoscritto si dichiara democratico e liberale), ma perché esse convivono in uno spazio in cui sono mediate da altre opzioni che non possiamo non riconoscere. E il riconoscimento potrà e dovrà essere critico, ma in sua assenza a spadroneggiare sarà la violenza perpetua tra parti in costante conflitto. Per quanto ciò possa apparire faticoso, per quanto gli schiaffi del presente portino il nostro immaginario a ben altre soluzioni, il Nemico ha la enne minuscola. Non un’alterità assoluta da annientare a tutti i costi, in una logica spavalda Noi vs. Loro che ha dato fin troppi esiti insanguinati.  L’invito è di opporre alla brutalità dello scontro tra forze la libera coazione delle ragioni in dialogo. Benvenuto, di contro, soccombe con sconsolato cinismo al richiamo di una sofferenza necessaria e gloriosa. Egli scrive: “per vincere bisogna accettare di soffrire e di infliggere sofferenze al nemico”. Ormai rassegnato ad aderire in tutto e per tutto alla sua percezione di belligerante, la vittoria, per lui, non può che passare dallo stringere i denti. Ma con quanta facilità, in questo modo, si mette in soffitta l’uso della ragione nella sua incarnazione internazionale, vale a dire la potenza della diplomazia! Con quale facilità si accetta che la forza debba chiamare altra forza, senza rendersi conto che così si lavora non alla pace – al cui orizzonte abbiamo forse già rinunciato –, bensì a un’instancabile violenza perpetua. A salvarci non sarà la capacità di soffrire. Ben più prosaicamente, l’unica e ultima chance di salvezza sarà il dispiegamento di un corpo diplomatico europeo di prim’ordine, autonomo per quanto possibile rispetto alla volontà egemonica statunitense, a fare da mediazione tra le parti in gioco. Si tratta di una scommessa, questo è evidente. Come un rumore bianco, la minaccia nucleare incombe su tutti noi. Ma una volta di più, soprattutto in queste ore buie, è necessario scommettere, piuttosto che sulla sopportazione del sangue versato e sulla rivalsa di una civiltà sull’altra, sull’uso di una ragione non rassegnata al peggio. Dalla diplomazia passa il futuro mondiale, la possibilità stessa del futuro. Essa ha finora fallito, muovendosi a casaccio. Ma la partita per la pace non è ancora finita, e come sapeva bene Walter Benjamin, il colpo decisivo si sferra con la mano mancina.

martedì 1 marzo 2022

La Parola del mese - Marzo 2022

 

La parola del mese

A turno si propone una parola evocativa di pensieri fra di loro collegabili in grado di offrirci nuovi spunti di riflessione

Marzo 2022

Fin dall’inizio della ricerca su questo argomento sono partito dal presupposto che i concetti di “comunità” e “immunità” siano talmente inscindibili da non poter essere pensati separatamente

Inizia con questa frase l’ultimo saggio di Roberto Esposito (filosofo, docente di filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore, considerato uno degli autori di riferimento dell'Italian Theory)




Ed in effetti è dagli anni Novanta che Esposito propone riflessioni, molto apprezzate nel contesto filosofico internazionale, attorno a questi due concetti (“Comunità” è stata la nostra Parola del mese di Aprile 2016) che la pandemia ha drammaticamente riportato al centro dell’attenzione enfatizzando, inevitabilmente, quello dell’immunità. La cui necessità è stata, gioco forza, condivisa globalmente seppure con diverse interpretazioni e soluzioni, consistite sostanzialmente in tre contrapposti filoni: immunità naturale di gregge – confinamento sociale – vaccinazione generalizzata. La prima, proposta all’inizio pandemia da nazioni importanti quali il Regno Unito, gli USA e la Svezia, si basa sull’idea che nulla debba essere fatto se non attendere, di fatto assecondandolo, che il processo di diffusione virale faccia il suo corso anche a costo di una pesante ricaduta in termini di contagiati e di decessi. La seconda, attuata con diversa gradualità in tutto il pianeta, punta sul contenimento della diffusione virale mediante la riduzione, se non il quasi totale annullamento, degli spazi di vita collettiva, compresi quelli produttivi/economici. La terza, intervenuta successivamente, e anch’essa globalmente, con diverse politiche di “incentivazione/obbligo”, ha decisamente puntato su una interpretazione “forte” dell’immunità conferendole il marcato profilo di un passaggio che, per essere efficace, deve coinvolgere tutti, l’intera comunità. Soprattutto in quest’ultima versione il concetto di immunità ha acquisito una valenza ed un estensione, orizzontale e verticale, che si è articolata su due decisivi versanti: quello giuridico-politico e quello medico-biologico.  Sono i due aspetti alla base del concetto di “biopolitica” così come si è affermato, in campo filosofico e politico, a cavallo dei due secoli. La svolta oggettivamente intervenuta ha fatto rientrare in questo contesto tutte le questioni che la caratterizzano quali: diritto alla vita, diritto alla libertà, stato di eccezione, stato di emergenza, tecnica e politica, diritto alla salute e leggi di mercato. Il saggio si propone di mettere in ordine, storico e filosofico, questo decisivo salto di qualità, e ci offre lo spunto per scegliere come “Parola del mese”

IMMUNITA’ (COMUNE)

Per meglio comprenderne origine, significato, ricadute, seguiamo la riflessione di Esposito che chiude l’Introduzione a questo suo saggio con questa frase:

…… per la prima volta si profila la possibile sovrapposizione di comunità e immunità, cui si può ben dare il nome, paradossale, di immunità comune  ….

Capitolo primo = Contaminazioni

1 - Per Esposito la stretta relazione concettuale fra “comunità” ed “immunità”, al centro di due suoi  distinti saggi, poggia anche sulla loro matrice etimologica. Entrambi questi termini sono strettamente collegati al lemma latino “munus” che ha un duplice significato: quello di “dono”, ma anche quello di “obbligo, incarico”. Ma se per “comunità” la relazione con munus ha una valenza “positiva”, si è membri di una comunità per condividere un obbligo donativo verso gli altri, “immunità” la declina nel senso “negativo” di essere, per una qualche accertata ragione, esentati da tale relazione comunitaria. Accanto a questa concezione giuridico-politica esiste poi per “immunità” una versione medico-biologica, quella che di più viene di solito presa in considerazione: si è immuni da una malattia dopo averla contratta o per contagio naturale o per averla deliberatamente assunta in forma controllata. In ambedue i casi si rende quindi evidente che l’immunità può esistere …… solo in riferimento alla comunità che al contempo contraddice (concezione giuridico-politica) e protegge (concezione medico-biologica) …… e che questa inestricabile correlazione comporta come implicita conseguenza che …… non esiste comunità senza immunità ….. Nessun corpo fisico, ma anche nessun corpo politico, nessuna comunità, potrebbe resistere alle minacce, esterne ed interne, senza un sistema immunitario di difesa. Ma l’immunità non è una pratica difensiva priva di complicazioni e contraddizioni, la politica è chiamata a deciderne modi e le forme fissando il limite, la soglia, oltre la quale una sua eccessiva estensione rischia di compromettere lo stesso obbligo donativo …… come per un corpo fisico si può sostenere che un corpo politico deve evitare di ingenerare un eccesso di reazione immunitaria che attivi una malattia incontrollata di autoimmunizzazione …...

2 – La coesistenza nel concetto di immunità di queste due versioni è il prodotto di un lungo percorso storico che le vede succedersi per poi integrarsi solo nel pieno della tarda Modernità. Per più di duemila anni è prevalso il significato giuridico-politico inteso come ……. salvacondotto rispetto alle leggi in vigore, una deroga alla legge fissata dalla legge stessa …. Questa sorta di esenzione ufficialmente riconosciuta poteva riguardare singoli individui piuttosto che, come nel Diritto Romano, intere comunità e città, ed è stata ovunque attuata in forme non troppo diverse da quella ancora oggi riconosciuta nel Diritto Internazionale ai corpi diplomatici. Una concezione che ha consolidato un lessico specifico per definire l’immunità in senso lato, non a caso infatti anche quello utilizzato per definire la versione medico-biologica ricorre a metafore lessicali di carattere “guerresco” nelle quali il sistema immunitario è un esercito che combatte contro invasori esterni. E’ solo con la nascita della medicina sociale del XIX secolo che il concetto di immunità si volge in prevalenza all’aspetto biologico.

3 – Va da sé che la millenaria prevalenza dell’interpretazione giuridico-politica non cancella il ruolo fondamentale che l’immunità biologica ha rappresentato in generale per l’evoluzione di Homo Sapiens e per l’intera storia umana. Ne sono drammatica testimonianza le ondate epidemiche che hanno spesso rappresentato il crollo di intere civiltà, comprese quelle contagiate, più o meno deliberatamente, da eserciti stranieri. La conquista spagnola per via epidemica dell’Impero Atzeco è solo una delle tante testimonianze in questo senso

4 – Ma per l’appunto è solo con la nascita e la diffusione della medicina scientifica occidentale che l’immunità biologica acquista un ruolo, affidato a specifiche “istituzioni”, così preminente da scavalcare quello tradizionale della versione giuridico-politica. A partire dall’Ottocento si affermano, sulla base del grande sviluppo delle scienze mediche, accanto a strutture quali cliniche, ospedali, sanatori, centri medici territoriali, il complesso di procedure e protocolli medico-sanitari sempre più mirati, oltre che alla cura, alla prevenzione, alla cui base si afferma proprio il ruolo dell’immunità. Ed è esattamente questo il processo storico che di più ha indotto Foucault (Michel Foucault, 1926-1984, filosofo e sociologo francese) ad introdurre il concetto di bio-politica, della politica che si fonda sul controllo totale delle vite, a partire da quello dei corpi.

5 – ….. la definitiva svolta verso il paradigma immunitario si ha con la scoperta e la diffusione della vaccinazione nella prima metà dell’Ottocento …… Come spesso succede anche in questo caso la sperimentazione pratica anticipa la conoscenza teorica: il medico di campagna inglese Edward Jenner, procedendo empiricamente, mette a punto la tecnica di iniettare nel corpo umano dosi controllate di vaiolo, estratte da una vacca infettata (da qui i nomi “vaccino” e “vaccinazione” e, per estensione di “immunità di gregge”), ottenendo risultati ben più validi di quelli, del tutto incerti, fin lì ottenuti con quella, definita “variolizzazione”, di passaggio da uomo a uomo di secrezioni contagiate. Questo successo ottenuto per via empirica e quindi, inizialmente privo di consistenza teorica, a lungo ha di fatto impedito un adeguata riflessione sul ……. suo significato di fondo rispetto al paradigma immunitario …… Le stesse modalità di estensione della prevenzione vaccinale sono state decisamente orientate, nel pieno avvento del capitalismo, dalla necessità di disporre di una ampia classe di lavoratori, di donne ed uomini dotati di forza lavoro. E’ proprio Foucault a ricordarcelo quando afferma che …… la biopolitica contemporanea fa vivere abbandonando alla morte quelli che restano fuori dal cerchio della riproduzione economica ….. Nona caso la scelta di chi vaccinare è sempre stata terreno di battaglia politica, così come lo sono state le varie forme di resistenza ad essere vaccinati inizialmente portate avanti, per un insieme di motivazioni di vario genere, proprio dalle donne ed uomini destinati ad alimentare l’esercito dei lavoratori.

6 – E’ con Pasteur (Louis Pasteur, 1822/1895, chimico francese) e con i suoi studi di laboratorio negli anni Ottanta dell’Ottocento, che si può iniziare a parlare di vera scienza immunologica. Il cui costante sviluppo nel secolo successivo è costellato da contrapposizioni tra diverse concezioni scientifiche, in particolare tra scienziati francesi e tedeschi, quasi a voler riprodurre, anche in questo contesto, quel carattere lessicale “guerresco” ci sui si è detto, fino alla rivoluzionaria  scoperta dei “batteri” che sconvolge non solo i protocolli medici, ma lo stesso concetto di “immunità” non più riducibile ai soli legami interpersonali dal momento che deve misurarsi con agenti “nemici” tanto nocivi quanto invisibili. Ciò implica uno spostamento radicale anche su quali corpi debbano essere difesi ….. non sono più solo i corpi individuali, ma anche, se non soprattutto, il corpo sociale nel suo insieme attaccato da forze oscure ….. Se ancora di “guerra” si continua a parlare questa va allora combattuta sul fronte dei varchi dai quali questo nemico invisibile può passare. L’immunità, al tempo stesso sanitaria e politica, impone una nuova piattaforma: l’igiene sociale.

Capitolo secondo = Democrazia autoimmunitaria

1 – Per dispiegarsi in tutta la sua ambivalenza il paradigma immunitario ha infatti richiesto un ulteriore passaggio: la medicalizzazione della politica. Se la democrazia può già essere del suo vista come un “sistema di immunità”, il cui scopo è quello di garantire che persone, cose, opinioni, interessi non siano violati, vale a dire l’esercizio, il più pieno possibile nell’ambito dell’orizzonte comunitario, della “libertà”, il paradigma immunitario traduce questa tensione in …. una libertà da piuttosto che libertà di ….. Transitandola così dalla categoria attiva della partecipazione a quella passiva della sicurezza, all’interno della quale l’aspetto medico-sanitario della bio-politica assume una valenza decisiva. E’ un ulteriore ribaltamento dell’immunità giuridico-politica: se originariamente questa era una eccezione concessa ad alcuni, con l’evoluzione immunitaria della democrazia essa non può non essere estesa, analogamente a quella biologica, a tutti gli individui. Da subito si apre però una contraddizione che investe l’intero dispositivo immunitario; quella dell’impossibilità di garantire la piena e totale inclusione all’interno dell’ambito immunitario. Come ogni diritto conquistato anche l’immunità deve infatti essere percepita come uno status diverso, caratterizzante, che quindi richiede, necessariamente, che esista una fascia esclusa …… qualcuno che deve esserne escluso per motivi di carattere sociale, economico, razziale, o di genere …… Queste due fasce, gli inclusi e gli esclusi, non sono fra di loro esterni, questa contraddizione evidenzia anzi la loro complementarietà …. non è che mentre alcuni sono protetti altri non lo sono. Non lo sono perché sia consentito ai primi di esserlo …. Esiste cioè un dispositivo, bio-politico, che traccia una linea invalicabile sul confine tra interno ed esterno, tra protetti ed esposti. Un dispositivo che, inconsapevolmente, si traduce, nelle fasi epidemiche acute, nella fobia di essere “toccati” da chi non conosciamo, e quindi da un possibile esterno, esposto. E’ la stessa fobia che Elias Canetti (1905-1994, scrittore e saggista bulgaro) nel suo fondamentale “Massa e potere” pone all’origine della civiltà umana.

2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 = Nei restanti paragrafi di questo Capitolo Esposito analizza i tratti caratteristici della democrazia che più si prestano ad essere investiti dal dispositivo immunitario ovvero che di più possono a loro volta alimentarlo, recuperando idee di pensatori quali (qui in pura successione di esposizione): Jacques Derridà, Kant, Rousseau, Alexis De Tacqueville, Pericle, Platone, Aristotele, Luciano Canfora, Antonio Gramsci, Bernard Manin, Carl Schmitt, Annah Arendt. Sono pagine di estremo interesse che sarà opportuno tenere in considerazione nei futuri, sempre più necessari, nostri approfondimenti sulla tenuta della democrazia rappresentativa, ma che qui non citiamo per restare concentrati sulle parti più collegate al tema specifico della Parola del mese

Capitolo terzo = Nel tempo della biopolitica

Analogamente ci è sembrato opportuno riportare di questo Capitolo, interamente dedicato al concetto di “bio-politica” e anch’esso articolato su sette paragrafi, solamente alcuni cenni dei passaggi che di più si collegano strettamente a “immunità”. Sorprende, a giudizio di Esposito, che proprio nel tempo della pandemia interamente occupato in tutte le sue articolazioni dalla bio-politica questo concetto sia fortemente criticato da più parti. (Biopolitica è stata la nostra “Parola del mese” di Novembre 2018, analizzata proprio sulla base di un testo di Roberto Esposito, successivamente a Gennaio 2021 abbiamo pubblicato un post di sintesi di un interessante numero della Rivista “MicroMega” interamente dedicato a mettere a confronto numerosi ed autorevoli pareri, compreso quello di Roberto Esposito che già conteneva molte delle considerazioni riprese in questo Capitolo, favorevoli o critici verso il concetto di biopolitica) Il paradigma della bio-politica, punto cardine della ricerca filosofica di Esposito, resta, a distanza di decenni, in gran misura ancora discusso sulla base dell’elaborazione fatta da Michel Foucault. Esposito da una parte respinge le accuse mosse al concetto di biopolitica di costituire una forzatura antistorica dei processi della Modernità occidentale e di essere così indeterminato da impedire un suo mirato utilizzo come loro chiave di lettura. Dall’altra non si esime dall’evidenziare alcune sue forzature, in particolare quelle che riguardano: l’insufficiente analisi delle modalità di passaggio da una fase paradigmatica all’altra, l’inadeguata distinzione fra l’idea di vita come “zoe” (la vita “naturale” sottoposta a tutte le necessità che riguardano i viventi, non ultima la morte) e come “bìos” (le forme e le modalità, culturali, sociali, politiche, con le quali l’uomo organizza e gestisce la vita naturale), il non meglio chiarito rapporto tra storia e filosofia, e tra bio-politica e sovranità, troppo compressi nei concetti, in parte indefiniti, di “bio-potere” e “governamentalità”, l’insufficiente attenzione data al “potere istituente” delle istituzioni giudicate troppo schiacciate sul “potere istituito”. Resta però di grande valore l’intuizione dell’attenzione che la politica, entrata nella fase storica della modernità, presta al “bìos”, visto come dimensione indispensabile per un controllo sociale di sostegno alle forme economiche di sistema. Il termine bio-politica bene sintetizza quindi un paradigma orientato al totale controllo, mediante apposite procedure e istituzioni, della vita individuale e collettiva, comprensivo della loro difesa, del loro sviluppo, e dell’insieme delle loro articolazioni. Questo paradigma, onnipresente in tutti i gangli sociali, non può non manifestarsi apertamente nelle fasi pandemiche, allorquando il dispositivo immunitario, direttamente puntato alla difesa della vita individuale e collettiva, deve in stretta connessione con l’aspetto biologico …… garantire la società dagli individui e gli individui dalla società ….. All’interno del quale, a partire dagli anni novanta con il pieno controllo sociale della globalizzazione tecno-politica neo-liberista,  si è semmai accentuato ….. il valore della vita biologico-naturale rispetto a quello della vita socio-politica …….

Capitolo quarto = Filosofie dell’immunità

1 – Se è vero che  ……. l’esigenza di immunizzazione attraversa tutte le forme di civiltà, passate e presenti …… investendo quindi  da sempre anche la riflessione filosofica, è non meno vero che la modernità, occidentale, è quella che di più, e più apertamente, si presenta come …… un’epoca immunitaria, o meglio ancora come l’epoca dell’immunizzazione …. investendo in profondità il dibattito filosofico. Né è prova lo stesso Heidegger (Martin Heidegger 1889/1976) ed il suo saggio del 1938 “L’epoca dell’immagine del mondo”. Il lessico è diverso, ma è indubbio che parli del paradigma immunitario. Altro non è infatti la tendenza dell’uomo moderno di interporre fra sé ed il mondo una sorta di barriera immunitaria, una difesa dalle difficoltà del confrontarsi con il vivere, con “l’essere”, creata ad arte proprio con la riduzione del mondo a pura “immagine” …… in poche, potenti, pagine, Heidegger delinea attraverso questa lente la genesi moderna del processo di immunizzazione ……. e dei pericoli che esso contiene quando l’uomo, ponendosi come unico fondamento del reale, lo trasforma in immagine consona alla sua presunzione

2 – Ma è Nietzsche (Friedrich Nietzsche, 1844/1900) il filosofo che ripercorre l’intero percorso dell’immunizzazione, dalla genesi fino al punto limite in cui si ribalta nel suo opposto. La volontà di potenza, l’esigenza umana di andare oltre ogni limite, ha bisogno, per non tracimare, di un negativo, di un freno …. l’immunizzazione rappresenta l’unico modo di contenere la spinta ad andare fuori, oltre, di sé ….. Essa è quindi una sorta di indispensabile autodifesa da sé stesso, ma al tempo stesso vissuta come penosa limitazione. Non può allora stupire che questa elaborazione immunitaria, che Nietzsche assume anche dal punto di vista medico-biologico, rischi di essere vissuta come un rimedio peggiore del male …… la più grande malattia degli uomini nasce dalla battaglia contro le loro malattie, e gli apparenti rimedi alla lunga generano qualcosa di peggio di quello che dovevano eliminare ….. Nietzsche sostiene cioè che se il farmaco, l’immunizzazione, è fatto della stessa sostanza del male, come nella pratica della vaccinazione, l’uomo resta comunque nel cerchio della malattia. L’immunità allora …. da un lato agevola la vita, mettendola al riparo dai rischi che la insidiano, dall’altro, proprio in questo modo, la indebolisce sottraendole volontà di potenza ….. Anche qui Nietzsche torna ai suoi amati Greci, i quali veneravano la malattia come un Dio, convinti come erano che ….. la salute non è un bene in sè, e non è lo per sempre, lo è solo se costituisce il transito benefico tra due stadi di malattia

3 – Alla lettura nicciana dell’immunità si affianca, su un versante parallelo, quella di Freud (Sigmund Freud, 1856/1939) rintracciabile in particolare in “Totem e tabù”, “L’avvenire di una illusione” e “Il disagio della civiltà”. Freud da un nome, declinandolo sul versante delle “pulsioni”, al dispositivo immunitario che Nietzsche fa entrare in campo come freno alla volontà di potenza umana: la religione. Che altro non è che la protezione, immunitaria, dagli istinti aggressivi che caratterizzano da sempre individui e comunità. Ed anche per Freud questa immunizzazione rischia a sua volta di divenire "nevrotica” fino a trasformarsi, non diversamente da Nietzsche, in …… una forma psicotica più generale nata proprio dal tentativo di curare le psicosi …… La minaccia che ne consegue è quella di una immunizzazione così estesa ad ogni ambito della vita sociale da ampliare la contraddizione di neutralizzare il male mediante la sua inclusione nella cura. Non diversamente quindi dall’idea di Freud che la stessa origine della civiltà umana poggi su un radicale atto immunitario: l’uccisione sacrificale del Padre poi incorporato dai figli nel successivo pentimento

4 – Parte proprio da questo atto sacrificale l’elaborazione del concetto di immunità di René Girard (1923/2015, antropologo e filosofo francese) che riconosce a Freud il grande merito di avere per primo preso sul serio i racconti mitici. La logica sacrificale, a suo avviso, corrisponde esattamente ad una procedura immunitaria …. ci si protegge dal male con un male minore della stessa natura ….. La violenza sacrificale diventa l’antidoto immunitario, applicato su scala ridotta, alla violenza, al male, incontrollati. La contiguità fra male e malattia è molto più individuabile nella sfera mitologica che nel sapere, medico e giuridico, moderno. Un testo che lo testimonia in modo avvincente è l’Edipo re di Sofocle. Ma la vicenda storica, con evidenti caratteri mitologici, che più compiutamente sintetizza questa logica immunitaria è il sacrificio di Gesù Cristo, analizzato nel suo saggio “La violenza ed il sacro”. Quello di Gesù non è l’ultimo sacrificio nella storia umana, ma quello che, perlomeno per la cultura occidentale, spinge la storia fuori dalla sindrome immunitaria sacrificale, perché mai come in questo caso: la violenza ha avuto il duplice ruolo di veleno e di rimedio 

5 – E’ però un sociologo a teorizzare in modo rigoroso l’applicazione del paradigma immunitario alla realtà sociale: Niklas Luhmann (1927/1998, sociologo tedesco). Per Luhmann nel Novecento la “grammatica dell’intera società moderna” è quella immunitaria. E’ in questa grammatica che si completa, definitivamente e compiutamente, la congiunzione tra immunità biologica e immunità sociale. La ragione che promuove questa congiunzione non è “conservativa”, non si tratta solo di preservare l’esistente, ma di conservare una propensione evolutiva, di progresso, istituendo …… un rapporto “produttivo” con il negativo che abita tutti i sistemi, quelli biologici e quelli sociali ….. L’immunizzazione, in questo senso, non può ridursi ad una difesa dell’esistente, teorizzando una sicurezza di fatto impossibile, ma deve tradursi nel …… governo dell’insicurezza, in gran misura insopprimibile, individuando ed accettando le contraddizioni che la rivelano e la caratterizzano …… Sono proprio le contraddizioni il sistema immunitario sociale, individuarle permette infatti di attuare una trasformazione che eviti la loro esplosione. …… come nell’organismo biologico occorre attivare una memoria cellulare che sappia intervenire prontamente quando un evento nocivo si ripresenta, allo stesso modo i sistemi sociali devono avere memoria delle contraddizione per poterle prontamente governare ….. E’ impossibile immunizzarsi dai cambiamenti, ma al contrario ci si immunizza dalle loro conseguenze negative sapendoli individuare e governare. In questo quadro diventa fondamentale la comunicazione ….. il sistema sociale è essenzialmente comunicativo ….. Grazie ad essa, ed al suo ruolo tempestivo, si può determinare una compiuta sovrapposizione tra “comunità ed “immunità” garantita dalla istituzione che più di tutte può fungere da memoria immunitaria ….. il diritto, il sistema giuridico …. A patto che sappia andare oltre la semplice distinzione fra legittimo/illegittimo per divenire un contenitore immunitario dei “conflitti sociali” che altro non sono che i rivelatori delle “contraddizioni”.

6 – Con Derrida (Jacques Derrida, 1930/2004, filosofo francese) l’attenzione si sposta sul lato oscuro dell’immunizzazione: l’eccesso di auto-immunità. Si ripresentano alcune delle riflessioni di Nietzsche, Freud e di Girard che Derrida declina però all’interno di una concezione più generale dell’uomo, della vita, basata sul rapporto indissolubile fra l’io ed il non-io, fra il sé e l’altro. Se l’immunità interviene come difesa verso il non-io, verso l’altro, questa indissolubilità implica di …. dirigere allo stesso tempo a suo favore e contro di sé le difese immunitarie ….. Derrida cala questa considerazione generale in alcuni ambiti specifici che meglio la evidenziano, in particolare la sua attenzione si concentra, nel saggio “Fede e sapere”, sulla religione. Fin dai primi secoli dell’era cristiana il concetto di immunità trova una sua precisa declinazione religiosa, lo è ad esempio nel diritto all’inviolabilità per chi si rifugia in una chiesa, che è però in gran misura destinata a fronteggiare la tendenza umana alla secolarizzazione, al concedere priorità alle cose terrene, alla razionalità scientifica. Ma, come per l’immunità biologica, ciò inevitabilmente avviene assorbendo al suo interno quella stessa razionalità scientifica da cui vuole immunizzarsi fino ad usare gli stessi strumenti tecnologici che vorrebbe combattere. E non diversamente dall’immunizzazione biologica si espone in questo modo al rischio, per eccesso di immunizzazione, di favorire ciò che vuole fermare  e di contribuire alla sua stessa distruzione. Questo processo non ha però solo un esito negativo: il collasso autoimmunitario apre uno spazio e rivela alla comunità la sua vulnerabilità ……. ogni immunità, autodistruggendosi, si apre al suo rovescio comune, il cui nome non può che essere co-immunità …..

7 – Ma è un filosofo vivente quello che articola l’intera sua opera sul paradigma immunitario: Peter Sloterdijk (filosofo e saggista tedesco, docente di filosofia ed estetica) la cui trilogia fondamentale, con nome  Sfere”, …. è in ultima istanza l’elaborazione di una immunologia generale ….. Le sfere rappresentano spazi dotati di un loro specifico sistema immunitario che l’uomo, fin dal nascere della civiltà, ha ritenuto necessario costruire per proteggersi dall’inospitabilità del mondo. Sloterdijk distingue tre tipologie di dispositivi immunitari: il primo è rappresentato dai sistemi biologici naturali, il secondo dalle procedure socio-immunologiche giuridico-politiche, il terzo dalle pratiche psichiche con le quali si fronteggiano l’insostenibilità della consapevolezza della mortalità, della “finitudine”. Il loro insieme definisce l’homo immunologicus. L’attuale paradigma immunitario, ossia la contemporanea combinazione di questi tre sistemi, è il risultato di un lungo percorso che Sloterdijk suddivide in tre fasi di “globalizzazione” analizzate separatamente nei tre volumi delle Sfere. La prima, definita “cosmo-uranica” è quella dell’infanzia dell’umanità, in cui l’uomo, come un neonato, si avventura nel mondo esterno cercando di interpretarlo e riprodurlo come un grembo materno, di ben più ampie dimensioni, capace però di offrire analoga protezione e sicurezza. In questa sfera è la religione il primo dispositivo immunitario utile a ……. superare la paura della morte con una sorta di negoziazione immunitaria con la divinità …… Con il diffondersi umano sull’intero pianeta le strutture cosmo-uraniche esplodono e si entra nella seconda sfera: quella della globalizzazione terrestre. La Terra viene occupata e vissuta come il vero habitat naturale, la primordiale paura dell’esterno lascia spazio ad un presuntuoso possesso. La discesa dalle sfere celesti alla nuda terra muta però lo spirito immunitario che smette di essere trascendente per divenire immanente ……. l’uomo non vive più in un globo ma su un globo …….. nel quale la protezione immunitaria è sempre più affidata alle istituzioni umane, culminanti negli Stati e nei loro codici giuridici. Navigatori e cartografi sono gli eroi di questa fase, capaci di aggiungere sicurezza per il loro saper tradurre la sfericità terrestre su piani orizzontali meglio controllabili e gestibili. Al culmine di questa fase di occupazione globale della terra “il denaro”, il flusso globalizzato dell’economia finanziaria, si rivela il grimaldello capace di far definitivamente saltare le prime due sfere. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale non collassa, con l’intero pianeta fagocitato nella sfera degli interessi economici, solo il sistema immunitario della fase due, quello delle istituzioni statali,  ma la connessione stessa tra spazio e identità che aveva sin lì sostenute l’idea di globo delle due sfere precedenti. Le quali esplodono così in mille frammenti che formano “schiume”, il sottotitolo della terza sfera, trascinando con sé ed in sé l’intera umanità altrettanto divisa, frammentata. L’immunità non può non adeguarsi a questo orizzonte post storico e post sferico, al punto da divenire, inglobata nella natura sistemica dell’ultima globalizzazione, l’esatto opposto della comunità. …….. l’immunità, raggiunto il confine ultimo, minaccia di ritorcersi contro sé stessa autodistruggendosi ……. Da questa frantumazione si può uscire solo con una nuova idea di immunità, capace di ricostruire in sé l’idea stessa di comunità …… una co-immunità che miri a proteggere tutti gli esseri umani non gli uni dagli altri, ma gli uni con e per gli altri ….

Capitolo quinto = Politiche della pandemia

1 – 2 - 3 – 4 In quest’ultimo Capitolo Esposito, riflettendo su alcuni aspetti delle politiche globalmente messe in atto per fronteggiare la pandemia, riprende alcuni punti esaminati nei Capitoli precedenti, in particolare in questi primi quattro paragrafi quelli concernenti la tenuta della democrazia. Vale, a maggior ragione, quanto già detto per il Capitolo 2: non è questo l’ambito per entrare nel merito di questioni tanto complesse quanto decisive per la salute della democrazia rappresentativa quali: la relazione tra il valore della vita e quello della libertà, individuale e collettiva – stato di emergenza e stato di eccezione – potere costituente e potere costituito – il rapporto tra scienza e politica – tecnicizzazione dei saperi e ruolo degli “esperti”. Possiamo qui soltanto ribadire la necessità di una ampia e approfondita riflessione, capace di coinvolgere il locale ed il generale, partendo dalla consapevolezza che la pandemia altro non ha fatto che accentuare processi già in corso che non poco hanno già inciso sulle nostre democrazie

5 – 6 In questi due paragrafi Esposito passa invece in rassegna i notevoli sviluppi, promossi proprio dalla necessità di fronteggiare scientificamente la pandemia, nel campo delle scienze biologiche. Anche in questo caso il livello di dettaglio delle sue considerazioni non è sintetizzabile nell’ambito di questo post. Sono temi che, se questa “lezione pandemica” non verrà dimenticata troppo presto, resteranno alla ribalta ancora a lungo e potranno quindi essere recuperati, anche nel nostro piccolo contesto di CircolarMente. In particolare, proprio per l’accertata incidenza su vasta scala dell’eccesso di reazione immunitaria, si stanno mettendo meglio a fuoco i meccanismi biologici che regolano il sistema immunitario, partendo dall’incidenza del  rischio di  ……. rivolgere il suo fuoco contro lo stesso organismo che lo produce ……… Da questi studi sempre più emerge la complessità di una facoltà biologica che, non entrando mai in pausa, deve avvertire la presenza di elementi patogeni esterni, decifrarne la pericolosità,  attivare specifiche molecole per fronteggiarli, evitando però una sorta di “fuoco amico” verso tutti i tantissimi microorganismi che abitano il corpo umano e che sono indispensabili per la sua salute (un essere vivente è costituito per il 90% di batteri e solo per il 10% di cellule portatrici del proprio genoma). Anche grazie alla pandemia si sta quindi attivando un mutamento profondo del paradigma immunitario biologico, sempre più visto non solo come la classica barriera protettiva nei confronti dell’ambiente esterno, ma come un fondamentale …… filtro di interazione con esso …… a formare un complesso processo di “costruzione della singola identità organica” fatto di continui incroci fra interno ed esterno tali da far sì che ……. l’io non è qualcosa che precede l’immunizzazione ma il suo stesso esito ………

7 – La pandemia, per l’insieme di queste ragioni, ha ridisegnato in profondità quella opposizione fra comunità e immunità, dalla quale Esposito è qui partito, azzerando soprattutto la tradizionale contrapposizione tra il carattere di unione proprio della prima e quello di divisione insito nella seconda …… il virus ha unificato l’umanità in una condizione che ha superato etnia, genere, livello sociale, potere ….. ricreando, ad un livello più alto, una comunità originaria definita proprio dalla comune esposizione al pericolo. Non è stato così sin da subito: l’iniziale risposta alla pandemia, quella più immediatamente praticabile, è stata ancora quella di difendere la comunità con il suo smembramento, perché tale era il “distanziamento”, freudianamente definito “sociale”. Solo nel secondo passaggio, quello della vaccinazione di massa, si sono create le condizioni per questa potenziale riunione fra comunità e immunità, e ad un livello globale. Mai prima si era pensato di immunizzare l’intera umanità, una svolta che si fa ancora fatica a comprendere nella sua portata,  ….. per la prima volta coincidevano comunità ed immunità facendo di questa, anziché una lama che taglia la comunità, la sua stessa forma ……. E’ un precedente fondamentale anche per fronteggiare la transizione ecologica che allo stesso modo o sarà globale o non sarà. Ma è una svolta ancora lungi dall’essere compresa e pienamente attuata. Non sono mancate, e tuttora non mancano, nuove linee di separazione, fra paesi e aree del mondo, e all’interno di ogni singolo paese. Non devono essere dimenticate e sottovalutate: possono, se lasciate lievitare, disperdere quella potenzialità e, addirittura, moltiplicare il carattere divisorio insito nell’immunizzazione. Sono in ballo enormi interessi geo-politici ed economici capaci, se non affrontati, di imporre una gestione della vaccinazione egoistica e guidata da logiche di profitto. La questione, prima ancora che economica o tecnologica, è politica che è chiamata ad imporsi su ogni altra ragione

…….. mai come oggi, in pieno regime biopolitico, la politica ha a che fare con la protezione e lo sviluppo della vita, non delle singole popolazioni ma dell’intero genere umano. Comunità e immunità si ritrovano in una comune linea quando la vita di ciascuno è protetta solo da quella di tutti ……


sabato 26 febbraio 2022

Video della conferenza di Mercoledì 23 Febbraio "Percorsi laici" relatore Tullio Monti

Sperando di fare cosa gradita a tutti coloro che non hanno potuto presenziare di persona,  ed anche a quelli che, pur avendo partecipato, abbiano piacere di riprendere i passaggi che di più li hanno interessati, pubblichiamo il video della conferenza tenuta da Tullio Monti, Mercoledì 23 Febbraio presso la Sala Consiliare di Avigliana, con titolo

Percorsi laici

appunti, discorsi e pensieri sulla laicità 


per accedere al video cliccare sul seguente link

Conferenza Tullio Monti

mercoledì 9 febbraio 2022

Il "Saggio" del mese - Febbraio 2022

 

Il “Saggio” del mese

 FEBBRAIO 2022

Il “Saggio” di questo mese è un testo di storia ambientale che ripercorre, con lo sguardo equilibrato della ricostruzione storica ad ampio raggio, i processi globali che hanno indotto a definire l’attuale fase geologica “Antropocene(nostra “Parola del mese” di Ottobre 2021). Questa definizione raccoglie da tempo una condivisione diffusa nel mondo scientifico, il quale al limite si divide, a seconda del criterio adottato, sulla collocazione storica del suo inizio. McNeill ed Engelke, i due autori di questo testo, pur non sottovalutando l’impatto dei periodi precedenti che hanno sicuramente contribuito a creare le basi per un crescente effetto “accumulo”, ritengono che i processi, iniziati perlomeno nel secolo XVIII, abbiano però conosciuto un impressionante incremento a partire dal 1945, come anticipano nel risvolto di copertina:

dalla metà del XX secolo il ritmo crescente di uso di energia, le emissioni di gas serra e la crescita della popolazione hanno spinto il pianeta dentro un gigantesco esperimento incontrollato. I numeri sono impressionanti: più di tre quarti delle emissioni di CO2 nell’atmosfera hanno avuto luogo dal 1945 ad oggi, nello stesso periodo il numero dei veicoli a motore è cresciuto da 40 ad 800 milioni, la popolazione mondiale è triplicata. Un gigantesco terremoto ecologico

che definiscono La grande accelerazione”.  Il pregio di questo saggio consiste nel collocare in un ordinato quadro storico i fenomeni ed i processi che, cresciuti sotto i nostri occhi troppo distratti, ci hanno condotto all’attuale situazione. In questa sintesi ci limitiamo a ripercorrerli a grandi linee, per recuperare un importante sguardo d’insieme su un unicum storico che chiama tutta l’umanità ad una vera svolta.



John Robert McNeill è uno storico ambientale americano, autore e professore alla Georgetown University. È noto soprattutto per "aver fatto da pioniere nello studio della storia ambientale".

Peter Engelke è Senior Fellow presso lo Strategic Foresight Initiative dell'Atlantic Council, Washington

Capitolo primo: Energia e popolazione

A) - energia

Il sistema energetico/organico utilizzato dall’umanità fino al XVIII secolo si limitava a convertire l’energia naturalmente disponibile in tempo reale sul pianeta. Con l’inizio dell’utilizzo spinto dei combustibili fossili il genere umano ha iniziato ad accedere ad una formidabile dote di energia solare, concentrata nel sottosuolo, approssimativamente quantificabile nell’equivalente di 500 milioni di anni di fotosintesi vegetale. Le iniziali tecnologie di sfruttamento di tale fonte energetica erano decisamente inefficaci: i primi motori a vapore sprecavano quasi il 99% dell’energia di alimentazione. I miglioramenti da lì in poi avvenuti sono stati formidabili: è calcolabile che, poco più di un secolo dopo, l’energia prodotta dai combustibili fossili superasse quella creata sul pianeta, al tempo ancora in gran misura formato da superfici boschive e forestali, dai naturali processi di fotosintesi. Fino a giungere ai livelli altamente performanti delle attuali tecnologie …… dal 1945 è stato bruciato l’equivalente di luce solare fossile attestabile tra 50 e 150 milioni di anni …… Questo  sistema energetico ha seguito diverse fasi del combustibile prevalentemente utilizzato: carbone fino al 1965, successivamente petrolio sempre più affiancato da gas naturale. A formare un quadro globale dei consumi geograficamente molto differenziato: ancora nel 1960 Europa, America del Nord e Giappone erano di gran lunga i veri consumatori di tale energia. A partire dal 1965 si sono affacciate sulle scena Cina, India e le nazioni dell’Estremo Oriente, determinando una svolta: gli USA che nel 1965 consumavano più del 30% dell’energia mondiale, pur crescendo fino ai nostri giorni di un ulteriore 40%, è scesa al 20%, mentre la Cina che nel 1965 utilizzava il 5% dell’energia mondiale ha ormai raggiunto e superato la percentuale statunitense. Resta il fatto che questi nostri tempi ….. siano estremamente differenti da tutte le epoche precedenti …. per quanto concerne la quantità e la qualità dell’energia utilizzata per le attività umane

1) - L’energia ricavata da combustibili fossili e l’ambiente

L’impatto di tale sistema sull’ambiente naturale è determinato dalle specifiche attività di: estrazione, trasporto, combustione, principalmente di carbone e petrolio, e nella disponibilità di energia in abbondanza, e a basso costo, per svolgere attività diversamente antieconomiche.

1a) - Estrazione:

E’ in generale un’attività problematica dal punto di vista tecnico, in particolare per quella del carbone da quando si è andati oltre quella “a cielo aperto” (raggiunge strati di carbone fino a 50 metri sotto il livello del suolo. L’impatto sull’ambiente è comunque già importante perché implica di sterrare gli strati di terreno che coprono il carbone distruggendo vegetazione e suolo.). La creazione di miniere – che dal 1945, grazie al miglioramento delle tecnologie, interessa circa settanta paesi in quelle che sono definite “aree carbonifere(alcune gigantesche come quelle del sud del Galles, della Ruhr, del Kentucky, e dello Shaanxi cinese) ha comportato pesanti cambiamenti a terra e acque. Lo svuotamento delle cavità sotterranee produce di frequente piccoli terremoti (fino al caso limite del 2005 in Cina con un’area grande come la Svizzera interessata da un rilevante fenomeno di subsidenza, abbassamento del suolo). I detriti residui dell’estrazione (sempre in Cina nel 2005 i minerali sterili di miniera coprivano complessivamente un’area grande come Israele) non solo deturpano il paesaggio, ma rilasciano acido solforico e metano. Le trivellazioni petrolifere comportano problematiche differenti, ma non meno impattanti. L’enorme aumento della domanda di greggio avvenuta dal 1945 in poi ha comportato una febbrile attività di individuazione di nuove aree di estrazione che, in aggiunta a quelle “classiche” del Medio Oriente, della Siberia, del Mar Caspio, del Texas, interessano ormai l’intero pianeta con trivellazioni sempre più complesse su fondali marini, in acque sempre più profonde, in foreste tropicali e aree polari. Nel 2005 sono stati censiti circa 40.000 campi petroliferi, in gran misura sorti dopo il 1945, nessuno dei quali non presentava gravi problemi di inquinamento spesso causati dall’inevitabile spargimento di greggio, estremamente difficile da rimuovere.

1b) -Trasporto

Questa attività, soprattutto quella del petrolio, impatta su aree molto più vaste di quelle interessate dall’estrazione. Dopo il 1945 quasi tutto il petrolio estratto in un paese viene bruciato, o anche solo raffinato, in un altro. Oleodotti e petroliere, le due principali modalità di trasporto, sono stati frequentemente interessati da incidenti con ricadute ambientali sempre più rilevanti a causa delle dimensioni del greggio trasportato. Nel 1945 le petroliere potevano trasportare un massimo di 20.000 tonnellate, salite a circa 500.000 negli anni Settanta, per arrivare oggi a un milione. Sono mostri galleggianti lunghi 300 metri che richiedono diversi chilometri per rallentare e fermarsi. Piccole perdite di greggio sono la norma, ma la maggior parte dei riversamenti si è concentrata su pochi, gravi se non gravissimi, incidenti. Non meno significative sono le perdite degli oleodotti. Le condotte, specie se corrono in ambienti estremi, si corrodono e spaccano, l’età media di vita di un impianto, calcolata al massimo in 15/20 anni, viene, per ragioni di profitto, allungata di molto.

1c) - Combustione

La ricaduta più tragicamente pesante su ambiente, e salute umana, è però costituita dall’utilizzo mediante combustione. Per avere un’idea dell’entità dell’inquinamento da combustione di carbone si può considerare quello prodotto nel 2010 da una centrale elettrica media negli USA che usa le migliori tecnologie ed è controllata da precise normative (aspetti che non valgono ovunque, anzi). Tale centrale rilascia ogni anno milioni di tonnellate di CO2, migliaia di tonnellate di anidride solforosa, e decine di chilogrammi di piombo, mercurio e arsenico, senza contare l’impatto di cenere e fuliggine. Il petrolio brucia in modo più pulito, rilascia comunque notevoli quantità di piombo, monossido di carbonio, anidride solforosa, ossidi di azoto e composti organici volatili (COV) che, con la luce solare, producono smog fotochimico. Un contributo fortemente negativo di inquinamento, concentrato in particolare nella aree urbane soprattutto delle crescenti megalopoli, proviene dai tubi di scappamento dell’enorme parco autoveicoli globale, cresciuto a dismisura dal 1945 in qua (attualmente calcolato in circa 1,2 miliardi di veicoli e con una previsione di 2 miliardi nel 2035). Nel periodo storico in esame l’entità dell’inquinamento complessivo da combustione fossile è ben testimoniata da quelli,  in miliardi di tonnellate,  della produzione di CO2: nel 1945 erano 4,2 passati a 25,1 nel 2000, nel 2021 sfiorano i 37 (nel 1850 non arrivavano a 0,2 miliardi di Tonnellate)

2) - Lo strano progresso dell’energia nucleare

La fame di energia esplosa dal 1945 in poi, ben più di scrupoli ambientali, non poteva non prendere in considerazione quella da fonte nucleare potenzialmente senza limiti e, teoricamente, di impatto ambientale pressochè inesistente. Già nel 1954 è stata utilizzata come fonte di alimentazione di una prima piccola centrale in Russia, per poi crescere rapidamente ed in modo significativo: dall’1% dell’energia elettrica mondiale nel 1965, al 10% nel 1980, al 13% nel 2013. Nel 2010 copriva la metà del fabbisogno elettrico di Francia, Lituania, Belgio, per un quarto quella di Giappone e Corea del Sud, e per un quinto negli USA. Una crescita che sembrava poter proseguire senza freni ma bruscamente interrotta dalle tragiche, e purtroppo prevedibili, vicende di Cernobyl nel 1986 e di Fukushima nel 2001. L’inquinamento da radiazioni nucleari, che già aveva visto episodi significativi negli USA (1979 USA, Three Mile Island) e in Unione Sovietica (tenuti segreti), ha conosciuto, soprattutto con Chernobyl, prove del suo potenziale effetto devastante su aree vastissime, congelando di fatto, perlomeno fino ad oggi, la sua ulteriore espansione.

3) – Il controverso progresso dell’energia idroelettrica

Ha fornito, e fornisce, una percentuale di energia prodotta pari a quella nucleare, con controversie, e tragedie minori, ma non insignificanti. Piccole centrali idroelettriche, alimentate da dighe a sbarramento di fiumi, sono state lo standard fino al 1945, per poi, specie negli anni Sessanta e Settanta, essere globalmente sostituite da autentici giganti artificiali. Quella di Assuan, quelle cinesi ed indiane (definite da Nehru “i templi dell’India moderna”), quelle nel Sud America, negli USA  e in Turchia raccontano di una vera e propria corsa al loro gigantismo. La mancanza di un inquinamento direttamente collegabile alla modalità tecnologica di produzione, ed il collegato minor ricorso ad altre forme più inquinanti, è però non poco compensata, in aggiunta all’impatto sulla popolazione spesso costretta a spostamenti forzosi, da danni ambientali collaterali quali: sommersione di vastissime aree, modificazione ed erosione del corso naturale dei fiumi e degli ambienti prospicienti, incidenza sull’equilibrio climatico. Il non infrequente verificarsi di gravi incidenti completa un quadro controverso che, per altri impianti di grandi dimensioni, non sembra avere più spazio fisico se non in Africa e in America del Sud.

4) – L’esitante ascesa delle energie alternative

La crescente sensibilità ambientale è riuscita, con molta fatica e con risultati ancora incerti, a creare spazi concreti per forme di produzione energetiche, definite “alternative”, utilizzando combustibili “rinnovabili”. In buona misura tramontate quelle che negli anni Settanta avevano puntato sull’energia ottenibile da biomasse (etanolo usato come combustibile per veicoli) sono le due le fonti “naturali e rinnovabili” prevalenti: vento e sole. Il primo, già sfruttato nell’antichità come strumento per macina e pompaggio acqua, viene catturato e tradotto in energia elettrica grazie alle moderne turbine eoliche. Questa tecnica, che richiede comunque di essere installata in zone con ventilazione costante e sostenuta, ha avuto da subito, anni Ottanta, buon seguito in alcuni paesi (Danimarca, Spagna, e Portogallo) e dal 2008 è in progressiva espansione, nonostante crescenti perplessità sull’impatto paesaggistico, tanto da aver attratto più investimenti di quella idroelettrica. L’energia solare rappresenta un potenziale eccezionale: in una sola ora il Sole fornisce alla Terra più energia di tutta quella consumata in un anno. La modalità tecnica prevalente per “catturarla” è quella dei pannelli fotovoltaici. Come per quella eolica ancora adesso è rilevante il problema del suo immagazzinamento, e non è di poco conto l’impatto ambientale delle dimensioni degli impianti necessari. Malgrado la loro crescita nei decenni a cavallo dei due secoli il loro contributo al fabbisogno energetico non supera al momento il 4% del consumo mondiale ed appare molto problematica una loro estensione ad una scala tale da rappresentare una alternativa risolutiva.

5) – Effetti indiretti dell’abbondanza di energia

Nel considerare l’impatto ambientale dell’energia ricavata da combustibili fossili, in aggiunta a quello legato ad estrazione, trasporto e combustione, occorre considerare quello che, nel periodo in esame, ha avuto la semplice ampia disponibilità di energia. Tutte le attività umane che incidono sull’ambiente sono state incredibilmente potenziate, se non create dal nulla, proprio da questa disponibilità universale ed a bassi costi. Ed è proprio grazie a questa facile disponibilità che, a partire dagli anni Sessanta si è assistito, su scala globale, ad una impressionante impennata della raccolta di legname, ad una radicale modifica dell’agricoltura, dell’attività mineraria, di quelle della pesca, alla rivoluzione delle modalità di trasporto, al mutamento degli stili di vita, di abitazione, dei consumi individuali e collettivi, alla nascita su scale in precedenza inimmaginabili di fenomeni come il turismo di massa. Una ulteriore decisiva spinta è stata poi fornita dallo sviluppo tecnologico in gran misura finalizzato a sostenere il circuito dei consumi e della domanda.  In una sorta di circolo vizioso che appare di difficile inversione la disponibilità di energia ha quindi innescato l’esplosione di attività che hanno a loro volta fatto crescere in modo esponenziale la domanda di energia, fino a farla divenire la chiave di lettura fondamentale per comprendere la nuova epoca dell’Antropocene. L’insieme di queste attività, che investono capillarmente ogni individuo, è la causa principale di  problematiche ambientali mai conosciute in precedenza quali, a puro titolo di  esempio: smaltimento rifiuti, inquinamento atmosferico delle aree urbane e del ciclo dell’acqua, depauperamento dei suoli, esplosione di reti infrastrutturali, corsa all’inurbamento, occupazione commerciale e turistica di ambienti naturali

B) – Popolazione

1) – La bomba demografica

Quanto avvenuto dopo il 1945 non conosce precedenti neppure per il secondo fattore che ha determinato la “Grande Accelerazione”. Il primo miliardo di abitanti sulla Terra è stato raggiunto solo nel 1820, è poi occorso più di un altro secolo per raddoppiarlo nel 1930, ma solo più trent’anni per arrivare a tre miliardi nel 1960. Da lì in poi la crescita è stata esponenziale: nell’arco di una vita umana, dal 1945 al 2015, gli abitanti del pianeta sono triplicati passando da 2,3 a 7,2 miliardi. Nel 1950 l’incremento annuo già raggiungeva la cifra di 50 milioni, è poi salito a 75 milioni negli anni Settanta per toccare il picco massimo, mai più ripetuto, di circa 89 milioni a metà degli anni Ottanta. Un ritmo di crescita incredibile, del tutto insostenibile sui tempi lunghi, che per fortuna da lì in poi ha iniziato a rallentare e a declinare. Sembrerebbe infatti, sulla base delle tendenze attuali, che si sia entrati nella fase declinante dell’episodio più anomalo di tutta la storia demografica umana. A determinarlo su scala globale hanno concorso due componenti: la diminuzione secca del tasso di mortalità, dal 20 per mille del 1945 all’attuale 8,1 per mille – un tasso di natalità progressivamente diminuito, dal 37 per mille del 1945 al 20 per mille del 2015, ma ancora costantemente sempre superiore a quello di mortalità. La migliore e più diffusa nutrizione, con condizioni igienico sanitarie altrettanto migliorate, spiegano il primo fenomeno, e la tendenza a salire del secondo, mentre il suo progressivo rallentamento è dovuto ad un insieme di fattori socio-economici combinato, in alcune decisive situazioni, da politiche mirate al suo contenimento.

2) – I tentativi per frenare la crescita della popolazione

Hanno riguardato alcune nazioni fortemente sottoposte ad un incremento demografico che, partendo da una base storicamente già elevata e procedendo con alti tassi annuali, ha seriamente rischiato di divenire ingestibile. La Cina, in contrasto con precedenti visioni, ha introdotto a partire dal 1970 un severo controllo delle nascite basato sull’uso incentivato di contraccettivi e da politiche forzose di composizione familiare, tanto efficaci (tasso di natalità su mille abitanti sceso dal 44% degli anni sessanta al 13% del 2015) quanto venate da serie problematiche e contraddizioni. Preceduta dall’India che già nel 1952 ha avviato forti iniziative di contenimento, fino a prevedere in alcuni casi la sterilizzazione forzata, che hanno tuttavia avuto meno successo (tasso di natalità su mille abitanti sceso dal 43% degli anni sessanta al 21% del 2015). Analoghe, ma meno severe, politiche di freno delle nascite sono state messe in atto da buona parte dei paesi dell’estremo Oriente. Nel mondo occidentale, nei paesi “più ricchi”, il rallentamento dell’aumento della popolazione ha iniziato, a partire dai decenni a cavallo del nuovo secolo/millennio, ad avere le caratteristiche di una vera decrescita, sempre meno compensata dalle ondate immigratorie, imputabile non a politiche mirate in tal senso, ma ad un mutamento delle condizioni sociali, economiche e culturali, (stili di vita, ritardato e complicato inserimento nel mondo del lavoro, più marcato ruolo donna) tale da incidere fortemente sul tasso di fertilità

3) –Popolazione ed ambiente

L’aumento della popolazione mondiale è stato tale da avere un inevitabile forte impatto sull’ambiente; la logica è semplice …… più persone, più attività umane, più pressione sulla biosfera ……. In primo luogo perché il triplicarsi della popolazione mondiale, per quanto non omogeneo, ha richiesto un’espansione proporzionale della produzione di cibo, realizzata su vasta scala con:

*   l’espansione dei terreni agricoli: a danno dell’ambiente naturale, e l’ottimizzazione spinta delle loro rese grazie a tecnologie e prodotti “industriali” che hanno avuto un impatto pesantissimo sulle condizioni di salute dei suoli agricoli e del ciclo delle acque

*    rapida impennata consumo acqua dolce: passata, in miliardi di metri cubi, dai 1.366 nel 1945 a 3.900 nel 2010, per la maggior parte a scopi di irrigazione e con spaventose diversità fra aree e regioni sempre più colpite da fenomeni opposti di siccità e alluvioni dovuti, come si vedrà in seguito, agli effetti del cambiamento climatico

*   esplosione raccolta ittica marina: quadruplicata su scala mondiale fra il 1945 e gli anni Settanta, per poi assestarsi proprio per l’eccesso di sfruttamento delle risorse ittiche a lento ripopolamento

*   collegato incremento della domanda di energia: (vedi Parte A di questo Capitolo)

La crescita demografica, influenzata da fattori globali e locali, non ha avuto un processo lineare per le varie aree del mondo ed ha quindi determinato, anche per l’incidenza, in aggiunta a quelli ambientali, di fattori geo-politici, impressionanti movimenti migratori interni ed esterni. Al già forte fenomeno di inurbamento, che in alcuni paesi ha determinato il nascere di immense “megalopoli”, con il conseguente concentrarsi di specifiche problematiche ambientali (in particolare distruzione aree agricole, inquinamento e dispersione rifiuti), si sono aggiunti flussi, composti da molti milioni di persone (globalmente 173 milioni nel decennio 1991-2000, 221 milioni nel 2001-2010, 281 milioni nel 2011-2020) che hanno fortemente modificato l’impronta ecologica di significative aree

Capitolo secondo: Clima e diversità biologica

Clima

Il sistema climatico terrestre, già del suo molto complesso e basato su delicate relazioni fra il Sole, atmosfera, oceani, litosfera (la crosta terrestre), pedosfera (il suolo), e biosfera (organismi viventi, foreste soprattutto), non poteva non essere fortemente colpito da questa “grande accelerazione”. Quanto avvenuto dal 1945 si è collocato in un quadro climatico, quello dell’Olocene (l’era geologica successiva all’ultima grande glaciazione terminata circa 12.000 anni fa), relativamente stabile per quanto segnata da alcune significative temporanee variazioni, calde e fredde. L’impatto più significativo è stato quello sul ciclo del carbonio del pianeta, totalmente alterato nella sua distribuzione tra litosfera, pedosfera, oceani, biosfera ed atmosfera, dalla impressionante immissione in quest’ultima di carbonio, sotto forma di anidride carbonica (CO2), prodotto dalle attività umane. Il carbonio “antropogenico” è sostanzialmente il prodotto di due processi: la deforestazione ed altri cambiamenti d’uso del suolo, che al 2015 valgono il 15% del totale del carbonio “umano”, e la combustione di carburanti fossili responsabile del restante 85%. Nel 1750, prima della Rivoluzione industriale, il carbonio immesso dalle attività umane nell’atmosfera poteva valere non più di 3 milioni di tonnellate, già salite nel 1850 a circa 50 milioni e a circa 1.200 milioni, venti volte di più, nel 1945. Da qui è iniziato un vero e proprio festival della combustione fossile: per quindici anni, dal 1945 al 1970, l’uomo ha mediamente immesso in atmosfera ogni anno 2.500 milioni di tonnellate di carbonio, dal 1970 al 1990 diventate 6.000 milioni, e arrivate nel 2015 a qualcosa come 9.500 milioni, tremiladuecento volte di più del 1750 e otto volte di più del 1945. Il risultato è una concentrazione di CO2 di circa 400 ppm (parti per milione), rispetto alle 280 ppm pre-industriali, il più alto livello registrabile negli ultimi 20 milioni di anni, solo in parte spiegabile con l’aumento in valori assoluti dell’economia globale, il dato più significativo è infatti rappresentato dall’aumento in percentuale dell’intensità di CO2 per unità di attività economica/produttiva (a significare un’economia in continua crescita ed in più sempre più energivora). Non deve pertanto stupire che a partire dagli anni Settanta ogni decennio abbia registrato una temperatura media delle superficie terrestre più alta del decennio precedente, che i primi dieci anni del nuovo millennio siano i più caldi mai registrati, e che al 2015 la temperatura media del pianeta risulti aumentata di più di un grado centigrado rispetto all’intero periodo dal 1850. L’impatto è stato ovunque rilevante, ma di più ai Poli che all’Equatore e di più sulla terra che sugli oceani, ma, stante la loro estensione, questo aumento rappresenta una quantità enorme di energia termica.

Biodiversità

La nuda esposizione di dati, quantità, temperature rischia, per quanto indispensabile, di non rendere appieno l’idea di ciò che la “Grande accelerazione” ha significato per la salute complessiva del pianeta, delle sue componenti fisiche, e delle forme di vita che lo abitano. I termini “diversità biologica” ovvero “biodiversità”, ancora sconosciuti fino agli anni Settanta ed Ottanta, sono diventati argomento di grande richiamo proprio perché definiscono il parametro fondamentale della ricchezza di forme di vita terrestri. Una ricchezza che è stata messa fortemente in crisi dall’impatto umano sul clima sino a divenire il modo più tangibile per misurare il declino biologico globale. Nonostante il progresso degli studi al riguardo si possono fare solo congetture molto approssimative sul numero di specie terrestri viventi, il dato varia da pochi milioni a più di cento milioni. Le zone della Terra che di più le ospitano, le foreste pluviali tropicali, brulicano di forme di vita sconosciute, si calcola che il 10% della superficie terrestre contenga tra metà e due terzi di tutte le specie. Nel 1986 un calcolo “prudente” ha stimato che un quarto di milione di specie si sia estinto durante il secolo XX ed esprimeva il timore che, la “Grande accelerazione” abbia creato le condizioni per un ulteriore salto nel XXI secolo di un numero da dieci a venti volte superiore. L’impatto delle attività umane su foreste, praterie, oceani, strettamente connesso alla crescita demografica, ha comportato una alterazione degli ecosistemi certamente non compensato dalla creazione, spesso divenuta ulteriore attrazione turistica, di parchi nazionali e riserve naturali.

Capitolo terzo: Città ed economia

Città

….. viviamo in un pianeta urbano, (già) nel 2008 i demografi delle N.U. hanno stimato che più del 50 % degli esseri umani vive in città ….. Una situazione abitativa mai registrata prima nella storia umana che è cresciuta a dismisura nel periodo della “Grande Accelerazione”: nel 1950 la popolazione urbana era meno del 30%, nel 2015 è stata stimata in più della metà, ossia 3,7 miliardi di persone. Oggi, al termine di questo intenso processo, si contano 500 città con almeno un milione di abitanti, 74 con più di cinque milioni e 12 con più di venti milioni. Queste dimensioni hanno sconvolto il rapporto di reciproca dipendenza fra la città e l’ambiente circostante. Un rapporto, da sempre in continuo mutamento determinato dalla caratteristica di entità dinamica delle città stesse, che storicamente ha visto l’ambiente circostante “nutrire” delle necessarie risorse la città, per venire a sua volta da questa “modellato”. Questo modellamento, quando provocato da insediamenti di queste dimensioni, e con gli stili di vita che dal secondo dopoguerra lo caratterizzano, si traduce inesorabilmente in: sconvolgimento del ciclo naturale dell’acqua, inquinamento urbano diffuso, riscaldamento atmosferico, impatto ambientale da rifiuti, irrazionalità reti infrastrutturali. Sullo sfondo incide un processo decisivo: l’abbandono delle aree rurali, a partire da quelle orbitanti attorno alle città, e l’inurbamento di masse sempre più consistenti. Un processo iniziato nei primissimi decenni dopo il 1945 nei paesi più ricchi, più avanzati, e poi esploso anche nei paesi in via di sviluppo passati dall’avere una popolazione urbana pari al 18% a più del 40%, con un ritmo medio annuo doppio rispetto a quello, ormai consolidato e più stabile, dei paesi ricchi.  Un ulteriore differenza è poi consistita in un trasferimento ovunque non governato che ha dato vita alle drammatiche condizioni di vita delle cosiddette “bidonville”, accampamenti abusivi privi di qualsiasi normale dotazione urbana (nella sola Città del Messico si è calcolato che nel momento storico più problematico siano vissute in queste condizioni più di nove milioni di persone). Nei paesi ricchi dell’Occidente, inteso in senso lato, alla prima fase di forte inurbamento ha poi fatto seguito, per più ragioni di ordine socio-economico in parte derivanti dal livello di benessere diffuso, un processo opposto di sub-urbanizzazione strettamente connesso a quello di motorizzazione di massa. Si è diffuso in buona parte dell’Occidente, nella seconda parte del secolo, il cosiddetto “american way of life” che, basato su una forte mobilità individuale, decentramento attività produttive e commerciali, aveva negli USA determinato un cambiamento radicale nella distribuzione urbana della popolazione: nel 1950 due terzi vivevano nel centro delle città ed un terzo nelle periferie, nel 1990 queste percentuali si erano invertite. L’insieme di questi due processi di inurbamento/sub-urbanizzazione, spalmato sull’impressionante peso demografico urbano, costituisce la base del pesantissimo impatto ambientale delle città

Economia globale

……. Dal punto di vista ecologico l’elemento più rilevante nel periodo della Grande Accelerazione è però costituito dalla performance dell’economia globale ….. Limitandoci ad esaminare la “performance”, e tralasciando quindi le tante e decisive considerazioni sul merito di un processo che chiama in causa saperi di vario genere, emerge che nel periodo in esame l’economia globale è cresciuta di ben sei volte, con un tasso medio di crescita annuale del 3,9%, superando di gran lunga la media, già significativa, dell’era industriale precedente (1800-1945) pari all’1,6% (nell’era “moderna”, 1500-1800, era stata dello 0,3%). L’apice della crescita è avvenuto tra il 1950 ed il 1973, investendo in prevalenza il mondo occidentale, per essere poi seguito da un andamento più altalenante ma con un maggior coinvolgimento di altre economie, Cina e paesi dell’Estremo Oriente in primis, fin lì ai suoi margini. Queste dinamiche economiche e produttive sono state in gran misura alimentate dalla incredibile esplosione di “consumi di massa”, in costante rinnovamento grazie alle innovazioni tecnologiche e in ovvio collegamento con l’esplosione demografica di cui si è detto. La ricaduta sul contesto ambientale di questo impressionante ritmo di crescita, oltre che sull’aver “riempito il mondo” di prodotti (molto energivori, i soli elettrodomestici casalinghi assorbono il 15% dell’energia elettrica prodotta nel mondo) è consistita nella proporzionale produzione di energia esaminata nel precedente Capitolo primo. Coerentemente con il quadro appena delineato nel 1950 ben il 93% dell’energia prodotta a fini commerciali sulla Terra era consumato dal mondo ricco industrializzato, nel 2005 tale percentuale è scesa al 60%. Percentuali che, per essere comprese nella loro valenza complessiva, devono tenere conto del fatto che non coincidono, se non per pochi paesi, con il possesso dei relativi combustibili fossili. I cambiamenti avvenuti nel quadro geo-politico, soprattutto con la fine del colonialismo “classico”, hanno così spinto tutte le economie vero la ricerca di un costante “efficientamento energetico” incentivando il ruolo dei progressi tecnologici. I quali sono divenuti, soprattutto negli ultimi decenni del secolo, il vero motore della macchina economica e produttiva globale. Accanto alle più recenti innovazioni iper-tecnologiche hanno svolto un ruolo decisivo innovazioni all’apparenza più banali: l’umile container da trasporto, capace di rivoluzionare le modalità di trasporto merci, ne è un esempio perfetto. Allo stesso modo buona parte della crescita è legata all’introduzione di nuovi prodotti, con al primissimo posto quella della “plastica”. Già utilizzata nella prima metà del secolo (50.000 tonnellate prodotte nel 1930) conosce già nel 1950 un primo boom con 2 milioni di tonnellate passate in breve a 6 milioni nel 1960. Cifre ragguardevoli, ma per avere contezza di quanto la plastica abbia invaso il mondo contribuendo in modo determinante alla crescita economica, è bene sapere che nel 2000 nel mondo si è passati a produrne circa 200 milioni di tonnellate salite nel 2015 a ben 422 milioni. Si sa che la plastica è una lavorazione petrolchimica e che rappresenta, quando ridotta a rifiuto, una delle maggiori fonti di inquinamento ambientale.

Capitolo quarto: Guerra Fredda e cultura ambientale

Guerra Fredda

Per completare questa sintetica rassegna dei fattori che di più hanno inciso alla “Grande Accelerazione” è indispensabile esaminare il ruolo della “corsa agli armamenti”, e più in generale a quello dell’industria bellica, nella quale la cosiddetta “Guerra Fredda” ha giocato un ruolo centrale. La divisione del mondo nei ben conosciuti due blocchi avvenuta all’indomani del secondo conflitto ha innescato processi tanto assurdi quanto pericolosi per la sopravvivenza dell’intero pianeta, ma oggettivamente in grado di avere una influenza importante sulla stessa crescita economica: in Unione Sovietica, ad esempio, durante la Guerra Fredda il 40% di tutta la produzione industriale era di tipo militare. Limitandoci ad esaminare le ricadute economiche ed ambientali, tralasciando quindi le complesse implicazioni geo-politiche di una contrapposizione che ha segnato il quadro mondiale fino alle fine degli anni Ottanta, emerge con evidenza che l’enorme flusso di risorse investite nell’industria bellica, ad Est come ad Ovest, ha inciso fortemente sui processi economici generali in due modalità: peso diretto sulla produzione, in termini percentuali e di valori assoluti finanziari, e ricaduta in applicazioni “civili” delle tantissime tecnologie messe a punto nell’ambito delle ricerche a fini militari. Quella che di più e meglio ne è testimonianza, anche per l’impatto ambientale, è sicuramente la produzione di armi nucleari. Fra il 1945 ed il 1990 gli USA hanno costruito circa 70.000 ordigni nucleari testandone oltre 1.000, l’URSS circa 45.000 con 715 test. A questi numeri si aggiungono quelli, per centinaia di ordigni, prodotti da Gran Bretagna (dal 1952), dalla Francia (dal 1960) e dalla Cina (dal 1964). L’insieme dei test nucleari ha immesso in atmosfera una quantità di inquinanti radioattivi pari a svariate centinaia di volte di quella fuoriuscita a Cernobyl. I siti nei quali sono stati effettuati test o sono stati installati gli impianti produttivi hanno raggiunto livelli di inquinamento spaventosi: Celjabinsk, in Siberia, è stato per cinquant’anni il luogo più pericolosamente inquinato della Terra, non meno pericolosi quelli di Savannah River Site, in Georgia, e Rocky Flats Arsenal, in Colorado. La follia nucleare ha lasciato in eredità una quantità spaventosa di scorie radioattive spesso mal stoccate quando non fatte affondare nei fondali marini più profondi, ed un carico di radioattività che per alcuni materiali non decadrà prima di diverse migliaia di anni. Quando la memoria della Guerra Fredda sarà materia di pochi storici l’umanità, con le sue insopprimibili turbolenze e complicazioni, dovrà ancora tenere sotto controllo questa quantità impressionante di scorie nucleari.

Il movimento ambientalista

Proprio la Guerra Fredda, con la nascita di movimenti contro la proliferazione nucleare degli anni Cinquanta/Sessanta, ha contribuito alla nascita della coscienza ecologista ed ambientale che è chiamata, oggi, a misurarsi con l’eredità della “Grande Accelerazione”. Ma è indubbio che al suo centro sta, fin dal suo sorgere, la preoccupazione per i danni sempre più evidenti inferti all’intero pianeta dall’incredibile ritmo di crescita del peso delle attività umane. Sono progressivamente confluiti in questo alveo due differenti, ma convergenti, sensibilità: nei paesi ricchi del mondo quella per i danni derivanti da un invasivo benessere, nei paesi poveri quella per i guasti provocati alle loro forme tradizionali sociali ed al loro ambiente naturali dalle rapaci politiche economiche dei paesi ricchi. La convergenza fra queste due sensibilità è derivata dalla comune considerazione che al centro della questione sta la logica di un modello di sviluppo senza freni, di una crescita economica insostenibile per un pianeta dalle risorse finite. Dalle prime battaglie degli anni Sessanta contro l’uso di prodotti chimici quali il DDT, piuttosto che per la difesa degli alberi-simbolo dei villaggi amazzonici, già nel corso degli anni Settanta/Ottanta il movimento ambientalista globale ha accentuato la sua netta opposizione ad una idea di sviluppo sempre più vista come la principale responsabile del crescente disastro ambientale. Non poco ha contribuito a questo salto di qualità l’importante elaborazione culturale che, su queste tematiche, ha sempre più diffusamente coinvolto economisti, sociologi, filosofi, intellettuali in genere. Il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” pubblicato nel 1972 dal Club di Roma (formato nel 1968 da Aurelio Peccei, un industriale italiano) ne è un esempio illuminante per la capacità che ebbe, in tutto il mondo, di innescare un dibattito su società industriale, inquinamento, sostenibilità ambientale. Lo stesso ambientalismo “istituzionale”, che, con al suo centro l’ONU con alcune sue specifiche diramazioni, ha acquisito a cavallo del millennio un ruolo sempre più significativo, deve molto a questi contributi culturali come alla pressione dei movimenti ambientalisti nazionali ed internazionali (ad es. WWF, Green Peace). La “politica”, troppo influenzata dalle logiche della crescita economica, quasi ovunque ha tardato a fare proprie queste sensibilità, scavando un solco che si sta protraendo fino ai giorni nostri.

Conclusioni

Va detto che al di là della troppo lenta ed insufficiente azione della “politica” esiste un gap culturale che investe l’intera umanità ritardando non poco una più profonda ed attiva presa di coscienza delle innegabili problematiche che la “Grande Accelerazione” ormai pone senza più margini di rinvio. Molti fattori incidono in questo senso, uno in particolare può avere un peso rilevante: il periodo tra il 1945 ed i giorni nostri corrisponde grosso modo all’aspettativa di vita dell’attuale umanità. L’intera esperienza di vita di quasi tutti gli individui che abitano il pianeta si è quindi svolta all’interno della “Grande Accelerazione”, inducendo a considerare come “normale” un periodo che è invece quello più anomalo e meno rappresentativo dei rapporti tra uomo e biosfera di una storia lunga almeno 200.000 anni. Già solo questa constatazione dovrebbe rendere tutta l’umanità scettica riguardo al fatto che i processi innescati dalla “Grande Accelerazione” possano, oggettivamente, durare ancora a lungo”