giovedì 1 dicembre 2022

La Parola del mese - Dicembre 2022

 

La parola del mese

Una parola in grado di offrirci

nuovi spunti di riflessione

DICEMBRE 2022

Da tempo è dato acquisito la notevole incidenza (assieme a quella persino più impattante dell’allevamento) delle attività agricole - e più in generale di tutte le attività che utilizzano risorse biologiche, provenienti da terra e mare, come materiali di base per produzioni di vario genere – sui processi di degrado ambientale e di cambiamento climatico. Ed è quindi anche sulla sua trasformazione in senso ecologico che si gioca una parte consistente della sfida per un salvifico cambiamento di direzione. Si è visto in un nostro recente post (il “Saggio del mese” di Ottobre 2022 “Elogio del petrolio” di Massimo Nicolazzi) come la indispensabile transizione energetica, altro tassello per un pianeta più vivibile e più giusto, significhi di fatto ritornare, al posto dei combustibili di origine fossile, all’utilizzo di fonti quali il sole, il vento e l’acqua, che oggi definiamo “sostenibili”, ma che da sempre sono state la risposta al fabbisogno energetico umano. E’ possibile che anche per le attività agricole e di utilizzo di risorse biologiche valga un virtuoso percorso a ritroso capace di recuperare antiche saggezze coniugandole con le odierne possibilità tecnologiche? Un aiuto a capirlo può venire dalla “Parola” di questo mese, la quale però, come scopriremo, ha persino valenze più grandi……

BIOECONOMIA

Bioeconomia = (sostantivo femminile composto da bio, derivato dal greco bios = che vive, e da economia) Teoria economica fondata sul concetto di limite biofisico della crescita, applicato nel contesto di un sistema termodinamicamente chiuso quale la Terra.

Si tratta di una parola di recente conio suggerita dal filosofo cecoslovacco Jirì Zeman a Nicholas Georgescu-Roegen

(1906–1994, economista, matematico e statistico rumeno) come termine per sintetizzare la sua corposa analisi economica. Nicholas Georgescu Roegen è considerato, a ragione, uno dei più importanti precursori della moderna economia ecologica, di una visione economica finalizzata ad incorporare le variabili ambientali in modelli di gestione delle risorse con implicazioni non solo strettamente economiche, ma anche sociali e politiche, proponendo quindi un modello alternativo di sviluppo capace di garantire un equilibrio economico e ecologico, appropriato, intercambiabile e riproducibile. La sua teoria della bioeconomia rappresenta la summa dell’intero suo pensiero economico, espresso in particolare in un primo saggio The Entropy Law and the Economic Process (La Legge dell’Entropia ed il processo economico)” pubblicato nel 1971 (ma mai stampato in italiano) ed in uno successivo “Energia e miti economici” del 1976 (stampato in Italia da Bollati Boringhieri –nel 1998)

Alla base del suo pensiero sta la convinzione che il processo economico non sia altro che un'estensione dell'evoluzione biologica, e quindi, come tale, un’azione umana che si concretizza nella biosfera fino ad esserne divenuto, in particolare dalla Rivoluzione Industriale in poi, una fondamentale componente. Una convinzione che prende forma compiuta nel saggio “La Legge dell'Entropia e il processo economico” nel quale viene stabilita, con grande originalità di pensiero, unacorrelazione tra i processi economici e il secondo principio della termodinamica” (secondo il quale gli eventi termodinamici, come ad esempio il passaggio di calore da un corpo caldo ad un corpo freddo, sono irreversibili, ed è questa irreversibilità a dare una freccia al tempo. Ha inoltre una stretta correlazione con l'entropia, ossia la misura del disordine presente in un sistema fisico, il secondo principio asserisce infatti che l'entropia di un sistema isolato lontano dall'equilibrio termico tende ad aumentare nel tempo, finché l'equilibrio non è raggiunto). Georgescu-Roegen sostiene infatti che qualsiasi processo economico che produce/utilizza merci fisiche diminuisce la disponibilità di energia nel futuro (ogni trasformazione di energia in lavoro implica una sua parziale dispersione nell’ambiente in forma di calore) e ciò pregiudica la possibilità futura di produrre/utilizzare altre merci e prodotti materiali. Inoltre, nel processo economico la stessa materia, in parallelo con l’energia, tende a degradarsi e quindi a diminuire tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in future attività. Ciò significa in particolare che le materie prime, precedentemente concentrate nel sottosuolo, utilizzate, e quindi disperse nell’ambiente come rifiuto residuo, possono sì essere reimpiegate nel ciclo economico (un concetto alla base dell’economia circolare) ma solo in misura minore di quella iniziale ed a prezzo di un più alto dispendio di energia. Vale a dire, in termini fisici, che materia ed energia entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente basso per uscirne con uno decisamente più alto e pertanto che tutte le attività umane, che interferiscono con l’ambiente e che si alimentano di bassa entropia, si possono sviluppare solo a costo di una dissipazione irrevocabile, di energia e materia, segnando in questo modo un limite fisico ai processi economici. Provocatoriamente Georgescu-Roegen ha definito questo principio: Quarto principio della termodinamica”. A suo avviso anche la teoria economica deve tenere in grande considerazione questo aspetto che incide fortemente sullo stesso rendimento economico e finanziario. Infatti ad ogni “commercio” che realizza un ritorno economico corrisponde inevitabilmente una diminuzione progressiva dei beni del mondo reale (fertilità del suolo, minerali estraibili, capacità ricettiva dell’aria e delle acque) utilizzati pregiudicando quindi anche i futuri margini di redditività. Ma soprattutto ciò significa che nell’operare umano nella biosfera possono anche aumentare i beni materiali, ma in parallelo diminuisce, in un pianeta dalle risorse finite, la potenzialità della natura di essere fonte di materie prime e ricettore dei rifiuti.  E se è pur vero che il progresso tecnologico può ottimizzare il ciclo e le modalità di utilizzo dei beni naturali i vantaggi che ne derivano possono valere solo su tempi brevi, ma sempre a forte discapito del futuro.  Dall’insieme di queste considerazioni deriva allora la necessità, non aggirabile, di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell'entropia ed i vincoli ecologici che da esso inevitabilmente conseguono. Basandosi su questo fondamentale presupposto Georgescu-Roegen rivisita e corregge in chiave critica la teoria economica classica mettendo in risalto i gravi errori commessi in suo nome, fatti tanto dal capitalismo quanto dal comunismo, riconducibili ad una errata visione meccanicistica (fatti, in questo caso economici, che si ripetono costanti nel tempo) dei processi economici alla base del mito, del tutto insostenibile, di una crescita infinita. Facendo quindi pienamente sua la celebre frase attribuita a Kenneth Boulding (1910-1993, economista e filosofo inglese naturalizzato americano): ….... Colui che crede fermamente che la crescita esponenziale possa durare in eterno in un mondo finito, o è un pazzo o è un economista ... Le soluzioni auspicate da Georgescu Roengen, precisate in particolare nel successivo saggio “Energia e miti economici” completano la traduzione concreta del concetto di bioeconomia in un progetto complessivo articolato su più punti, fra i quali spiccano, a segnare una straordinaria visione lungimirante: la necessità di limitare la corsa agli armamenti, l'inutilità degli acquisti di prodotti alla moda o semplicemente stravaganti, la riduzione dell'incremento demografico fino al limite permesso dall'agricoltura biologica, e la collaborazione con i paesi in via di sviluppo idonea al raggiungimento di un diffuso ed uguale livello di vita adeguato a bisogni reali. Una sua frase sintetizza bene il suo approccio radicale ….. L'economia neoclassica ha concepito la crescita economica in termini di capitali, mano d'opera e progresso tecnico. Ma oggi credo che sia più chiarificante concepire i principi propulsori dell'economia in termini di energia e idee sostenibili  ….. Che, a testimoniare una sua filosofica concretezza, bene si sposa con un’altra sua affermazione …. spesso il destino dell'essere umano è inteso come una vita breve, ma intensa, eccitante, febbrile, stravagante, è tempo semmai di una vita lunga, sana, vegetativa…..anche se  magari un poco monotona …… Coerentemente con queste visioni strategiche di processi economici sostenibili Georgescu-Roegen, in piena sintonia con la contemporanea pubblicazione del documento ”I Limiti della Crescita” da parte del Club di Roma (Il Club di Roma è una associazione, ancora oggi attiva, non governativa, non-profit, di scienziati, economisti, uomini e donne d'affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti, promossa nel 1968 in particolare da Aurelio Peccei, illuminato imprenditore italiano), dedica nei suoi studi molto spazio ad evidenziare i gravi rischi  di contaminazione dell'ambiente e di esaurimento delle risorse non rinnovabili. L’insieme delle sue considerazioni economiche, che hanno sicuramente una valenza complessiva di indirizzo dei processi economici, non hanno, ovviamente, trovato adeguata attenzione nel pensiero economico mainstream del tempo, che si stava decisamente orientando in tutt’altre direzioni, quelle riconducibili al pensiero neo-classico e neo-liberista. Come controcanto la sua opera ha invece costituito uno dai capisaldi teorici del movimento, soprattutto francese, promotore dell’idea della “decrescita (felice)”.  Anche questa identificazione non ha però favorito la diffusione in ambito accademico del termine “bioeconomia” sostanzialmente a lungo del tutto ignorato per essere poi resuscitato, a cavallo del nuovo millennio ed a fronte delle crescenti problematiche ambientali, soprattutto in ambito europeo e negli USA (sotto la presidenza Obama), ma ad indicare un insieme di produzioni, in particolare quelle definibili come “biotecnologie”, ossia attività che utilizzano risorse biologiche messe però al servizio di tecnologie di forte loro manipolazione. Ed è in questo passaggio che torna sulla scena “agricoltura” richiamata in apertura di questo post. La Commissione Europea ha infatti definito alcune linee guida, per le produzioni interessate, basate su questa concezione di bioeconomia,  in uno specifico documento di indirizzo emanato in una prima versione nel febbraio 2012, poi aggiornata, e meglio precisata, nell’ottobre 2018. Anche se, a giudizio di molti, fortemente condizionati dalle corrispondenti strategie americane di sviluppo dell’industria biotecnologica, e sostanzialmente meglio definibili come “bioeconomics(a differenza di “economy”, in italiano “economia”, che definisce l’intera sfera delle attività economiche umane, il termine “economics” indica più specificamente i modi ed i sistemi con i quali sono organizzate le attività economiche, in ispecie quelle produttive). Questo recupero del termine “bioeconomia” sembra quindi avere una valenza molto più specifica e ristretta di quella originaria nella sua declinazione da parte di Georgescu-Roegen. Non mancano nel dibattito, soprattutto europeo, che attorno ad essa ha comunque ripreso vigore, sollecitazioni ad una sua più completa declinazione. Ne è testimonianza il saggio di tre autori italiani

I quali affermano convintamente, proprio in relazione all’evoluzione del dibattito sul tema nell’ambito delle istituzione europee, che la bioeconomia stia effettivamente riacquistando un significativa centralità nella transizione energetica ed ecologica. Non è invece dello stesso parere Giorgio Nebbia (1926-2019, chimico di formazione e a lungo docente di merceologia, considerato uno dei padri fondatori dell’ecologia economico-sociale italia)

autore di numerosi saggi ritenuti fondamentali nell’ambito del dibattito ambientalista italiano, fra i quali spicca

che, ancora appena prima della sua scomparsa, restava molto perplesso al riguardo. A suo avviso la versione circolante di bioeconomia, anche nei suoi recenti aggiornamenti e aggiustamenti, resta una operazione, che guarda in modo privilegiato agli sviluppi tecnologici ed industriali, di classico utilizzo della componente “bio”. E quindi una strategia, tecnicamente definita bio-based economy, (economia basata sul “bio”), che, per quanto coniugata all’idea di economia circolare, resta lontanissima dalla vera essenza del pensiero di Georgescu Roegen. Nebbia, in non casuale richiamo del titolo del suo secondo fondamentale saggio, afferma che …… a mio modesto avviso, rappresentano dei nuovi “miti economici” ….. per poi aggiungere ….. sarebbe operazione migliore cercare di trovare le radici della nuova bioeconomia nell’idea fisiocratica di un’economia armonica fortemente basata sulla rivalutazione della produzione agricola unitamente ad un uso più importante della biomassa residua a fini industriali….. (queste affermazioni sono tratte da una lunga intervista, con titolo “Bioeconomia una, due, tre” concessa da Giorgio Nebbia pubblicata nel sito on-line “Altro Novecento”). Le speranze e le convinzioni di Nebbia, ed a monte quelle ancor più generali ed impattanti di Georgescu Roegen, non sembrano tuttavia avere immediate possibilità di realizzazione. “Bioeconomia” al momento sembra restare fortemente concentrata alla sua versione “di produzione agricola”, per quanto nominalmente inserita in un più ampio processo di transizione ecologica ed ambientale dei processi economici (nei termini ancora troppo generici e teorici, quelli di un generico "green", sempre fermi a “buone volontà” non ancora coerentemente concretizzate). E’ quanto, ad esempio, emerge dagli obiettivi che la Commissione Europea ha precisato nella sua “strategia per la bioeconomia (quella contenuta nei due documenti programmatici del 2012 e 2018 già citati), la quale, pur nell’ambito di un proclamato generale approccio alle sfide ecologiche, ambientali ed energetiche, sembra decisamente valorizzare soprattutto le sue, pur rilevanti, ricadute economiche e produttive. Ed in effetti negli ultimi decenni stanno acquisendo una crescente importanza i settori produttivi che compongono questa versione di bioeconomia (in particolare agricoltura, silvicoltura, pesca e acquacoltura, trasformazione delle risorse biologiche quali l’industria della carta, della lavorazione del legno, le bioraffinerie, le industrie biotecnologiche e alcune industrie associate al mare). Il recente 8° Rapporto sulla bioeconomia italiana realizzato da Intesa Sanpaolo a Luglio 2022 fotografa, ad esempio, un settore che nel suo insieme nel nostro paese ha raggiunto un valore di produzione pari a 364,3 miliardi di euro dando impiego a circa due milioni di occupati. Per certi versi numeri confortanti per l’attuale concezione di bioeconomia la quale però non è certo quella auspicata da Georgescu Roegen nel suo porla al centro di un nuovo modello economico generale capace di invertire radicalmente l’idea di crescita infinita. 






domenica 20 novembre 2022

Sperando di fare cosa gradita a tutti coloro che non hanno potuto presenziare di persona (modalità che riteniamo comunque restare quella da preferire perchè più consona con lo spirito delle nostre iniziative mirate a rafforzare i legami sociali e personali), ed anche a quelli che, pur avendo partecipato, abbiano piacere di riprendere i passaggi che di più li hanno interessati, pubblichiamo il video della eccellente conferenza tenuta da Valter Coralluzzo (Docente di Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino) con titolo:

L’Europa di fronte alla guerra in Ucraina:

analisi delle nuove prospettive geopolitiche

Per accedere al video cliccare quiConferenza Coralluzzo

Stante la complessità del quadro geopolitico affrontato pubblichiamo inoltre, qui di seguito, la traccia scritta con i passaggi fondamentali dell’intervento del Prof. Coralluzzo:

L’aggressione russa all’Ucraina:

genesi di una guerra annunciata

Valter Coralluzzo

Quella perpetrata dalla Russia di Putin attaccando in maniera massiccia e brutale l’Ucraina è una sfacciata e imperdonabile violazione del diritto internazionale e non c’è analisi geopolitica che possa revocare in dubbio la perentorietà del giudizio che inchioda i russi alle loro responsabilità di aggressori riconoscendo agli ucraini il diritto di difendersi (e si badi: non spetta ad altri che al popolo la cui libertà sia minacciata decidere se e fino a quando combattere per difenderla). Tuttavia, il fatto che siano chiaramente distinguibili un aggressore e un aggredito non ci esime dal cercare di capire come si è arrivati a questa tragica situazione, tenendo ben fermo un punto (tanto ovvio quanto generalmente trascurato), e cioè che indagare i motivi di certi comportamenti non significa affatto giustificarli. Con buona pace di quanti, frustrati nei loro tentativi di decifrare le reali intenzioni di Mosca, lo hanno rievocato nelle loro analisi, il noto aforisma di Churchill, che nel 1939 paragonò la Russia a «un indovinello racchiuso in un mistero avvolto in un enigma», non pare potersi applicare al conflitto in corso, che al contrario esibisce tutte le caratteristiche di una guerra annunciata, alla quale si può guardare come al prevedibile (ma provvisorio) capolinea di un percorso evolutivo della politica estera della Russia post-sovietica che qui di seguito si potrà ricapitolare soltanto nelle sue linee essenziali. Se, come scrive Benedetto Croce, «è lo storico che decide da dove far partire la narrazione dei fatti», allora, nel nostro caso, sarà bene partire dalla fine della Guerra fredda e porsi il seguente interrogativo: perché, nel corso dell’ultimo trentennio, la Russia ha progressivamente mutato il proprio atteggiamento nei confronti dell’Occidente e del cosiddetto “estero vicino”, orientandosi verso una politica estera sempre più assertiva ed aggressiva?

1. Molti, anche tra i più accreditati studiosi di relazioni internazionali, pensano che l’allargamento a Est della Nato sia stato il fattore decisivo, o almeno una concausa rilevante, nel determinare il deterioramento dei rapporti tra Russia e paesi occidentali. Del resto, già nel 1998, invitato a pronunciarsi sul prossimo ingresso nell’Alleanza atlantica di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, George Kennan non aveva celato le sue preoccupazioni: «Credo sia l’inizio di una nuova Guerra fredda. Credo che i russi reagiranno gradualmente in modo alquanto avverso e che questo cambierà le loro politiche. Credo sia un tragico errore» («New York Times», 2 maggio 1998). In realtà, la questione dell’allargamento della Nato non ha pesato sempre allo stesso modo nelle relazioni della Russia con l’Occidente. Durante gli anni Novanta, sotto la presidenza di Boris Eltsin, una Russia debole, confusa, declassata internazionalmente al rango di semplice comprimario ma ancora fiduciosa di poter risollevare le sue sorti emulando il modello occidentale (democrazia liberale ed economia di mercato), evitò di opporsi apertamente ai piani di espansione dell’Alleanza atlantica, con la quale anzi firmò una serie di importanti accordi di cooperazione, dalla Partnership for Peace (1994) al Nato-Russia Founding Act (1997), in cui Nato e Russia ribadivano di non considerarsi avversarie e si impegnavano a «costruire un’Europa stabile, pacifica e indivisa, intera e libera, a beneficio di tutti i suoi popoli». Certo, la nomina di Evgenij Primakov a ministro degli Esteri (1996) e poi a primo ministro (1998) comportò, da parte di Mosca, una presa di distanza dall’iniziale postura filoccidentale in favore di un orientamento (riassunto nella cosiddetta “dottrina Primakov”) più sbilanciato in senso eurasiatista e volto, senza però antagonizzare gli Stati Uniti e pregiudicare i rapporti con l’Occidente, all’edificazione di un sistema internazionale multipolare, nel quale gli specifici interessi nazionali della Russia (a partire dal consolidamento della sua influenza nello spazio ex sovietico) fossero debitamente salvaguardati. Ma quando nel 1999 la Nato, allo scopo di far cessare le violenze etniche dei serbi contro gli albanesi del Kosovo, condusse, non autorizzata dall’Onu, un’intensa campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia (composta ormai soltanto da Serbia e Montenegro), la Russia si guardò bene dall’intervenire in difesa della Serbia, sua tradizionale alleata, e di fatto parve adattarsi a una situazione che sanciva la sua impotenza (pur covando una frustrazione e un risentimento che più tardi non avrebbero mancato di far sentire i loro effetti). Fu soltanto dopo l’avvento al potere di Vladimir Putin che il cambio di passo della politica estera russa, nel segno di una maggiore assertività e durezza di toni nei confronti dei paesi occidentali e post-comunisti, si appalesò con chiarezza. Non subito però: durante il suo primo mandato presidenziale (2000-2004) Putin, che aveva detto che chiunque non rimpiangesse l’Urss «non aveva cuore» ma chi voleva ricostruirla «non aveva cervello», fece mostra di un notevole pragmatismo, rifuggendo da ogni eccesso retorico antioccidentale e concentrandosi sulla ricostruzione di uno stato forte e di un’economia efficiente, precondizioni indispensabili per far riguadagnare alla Russia un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale. In questo periodo, egli non rinunciò a muoversi in direzioni eurasiatiche, si pensi alla trasformazione di una precedente unione doganale con Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan in Comunità economica eurasiatica (maggio 2001) e alla nascita (giugno 2001) dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che a quegli stessi paesi (Bielorussia esclusa) aggiungeva Uzbekistan e Cina. Il principale obiettivo del Cremlino, tuttavia, rimaneva quello di integrare sempre più strettamente la Russia nella comunità euroatlantica (gorbaciovianamente concepita come estendentesi da Vancouver a Vladivostok), ma certo non in veste di ininfluente socio di minoranza dell’impero americano (come invece si auspicava a Washington), bensì su una base di parità che implicasse il riconoscimento del rango della Russia (non riducibile, per ovvie ragioni geopolitiche, a quello di semplice “potenza regionale”), il rispetto dei suoi legittimi interessi (anche nell’“estero vicino”) e la non ingerenza nei suoi affari interni. Coerentemente con questa impostazione, Putin non soltanto sottoscrisse (maggio 2002) a Pratica di Mare, auspice Berlusconi, l’accordo istitutivo del Consiglio congiunto permanente Nato-Russia (dove però, in sostanza, erano gli Stati Uniti a dare preventivamente la linea ai soci atlantici per assicurarsi che la Russia restasse isolata), ma arrivò addirittura a ipotizzare un futuro ingresso della Russia nell’Alleanza atlantica («Perché no? Faccio fatica a pensare alla Nato come a un nemico»): ipotesi non così peregrina se ancora nel 2010 Charles Kupchan la rilanciava con forza dalle pagine di «Foreign Affairs».  A ciò si aggiunga che Putin, il quale sul finire del 1999, come primo ministro, aveva dato il via a un secondo conflitto in Cecenia (segnato da massacri e crimini di guerra), usando il pugno di ferro contro i separatisti cui era stata attribuita, con sospetta sollecitudine, la responsabilità di una serie di attentati che avevano insanguinato Mosca e altre città russe (memorabile il suo annuncio: «Ammazzeremo i terroristi anche nel cesso»), fu lesto nel cogliere l’occasione offerta dagli attentati dell’11 settembre 2001 per solidarizzare (primo fra i leader mondiali) con il governo di Washington e per proporre agli Stati Uniti un’alleanza strategica in nome della comune lotta contro il terrorismo. Benché viziata da un evidente opportunismo, suggerito dalla ricerca di una legittimazione internazionale per la feroce repressione militare esercitata in Cecenia, l’approccio collaborativo del Cremlino (concretizzatosi nella messa a disposizione della coalizione a guida statunitense diretta in Afghanistan dello spazio aereo e dell’intelligence russi, nonché nella rinuncia a contrastare il dispiegamento delle forze americane nei paesi dell’Asia centrale ex sovietica) fu salutato con entusiasmo in Occidente, dove la fiducia nei confronti della Russia ricevette nuovo impulso dalle parole rivolte da Putin al Parlamento tedesco (25 settembre 2001): «La Russia è una nazione europea amichevole. Una pace stabile sul continente è per la nostra nazione un obiettivo prioritario». D’altro canto, dopo il loro primo incontro ufficiale (giugno 2001), lo stesso George W. Bush non aveva forse detto di Putin: «L’ho guardato negli occhi. L’ho trovato molto diretto e affidabile. Sono riuscito a farmi un’idea della sua anima»? Nulla di più distante dall’opinione espressa da Joe Biden durante un’intervista (16 marzo 2021) nella quale ha ammesso di considerare Putin un assassino e ha ricordato che già nel 2011, quand’era vice di Obama, aveva incontrato il leader russo e gli aveva detto di non credere ch’egli avesse un’anima (al che Putin aveva gelidamente replicato: «Noi ci capiamo l’uno con l’altro»). Come si spiega un ribaltamento di giudizio così radicale?

2. Molteplici furono i fattori che durante il secondo mandato presidenziale di Putin (2004-2008) contribuirono a incrinare le relazioni tra Russia e Occidente. Sul piano interno, la progressiva autocratizzazione del regime putiniano, in cui giocarono un ruolo centrale i concetti di “verticale del potere” e “democrazia sovrana”, creò un ambiente favorevole all’adozione, da parte di un esecutivo ormai libero dal condizionamento esercitato nel decennio precedente da una pluralità di gruppi di interesse pubblici e privati, di una politica estera più assertiva e “muscolare”, non più soltanto difensiva ma anche offensiva. Sul piano internazionale, tre eventi in particolare spinsero la Russia verso un irrigidimento delle proprie posizioni di politica estera: la guerra in Iraq del 2003, le rivoluzioni colorate (“delle rose”, “arancione” e “dei tulipani”) scoppiate tra il 2003 e il 2005 in Georgia, Ucraina e Kirghizistan (paesi nei quali, sull’onda di massicce manifestazioni di protesta, i presidenti in carica, accusati di brogli elettorali e di essere autoritari e filorussi, furono sostituiti da politici di orientamento liberale e filoccidentale) e l’ulteriore allargamento a Est della Nato (a seguito dell’ammissione nel 2004 di altri sette paesi: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia). Da questi eventi la Russia trasse una duplice lezione. Da un lato, di fronte alla crescente propensione unilateralista ed eccezionalista della politica estera americana e all’acclarata indisponibilità degli Stati Uniti ad abdicare al ruolo di “gendarmi del mondo” e garanti dell’ordine internazionale liberale, Mosca andò persuadendosi dell’illusorietà della prospettiva di una transizione guidata e consensuale dall’unipolarismo al multipolarismo e della necessità di imboccare una strada diversa da quella che gli Stati Uniti, assertori convinti del carattere tutt’altro che effimero del “momento unipolare” e della natura “benevola” della loro egemonia, avevano tentato di farle seguire dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dall’altro, il reiterato ricorso, da parte occidentale, alla pratica dell’ingerenza negli affari interni di altri paesi e dell’imposizione forzosa ad altri popoli di un modello politico-culturale irrispettoso della loro identità e del loro diritto a scegliere un proprio autonomo percorso di sviluppo (è così che al Cremlino furono interpretate le rivoluzioni colorate, ritenute il frutto di macchinazioni ordite da poteri stranieri, in particolare americani, statali e/o privati) indusse Mosca a una difesa sempre più energica e intransigente dei propri interessi e di quelli di un “mondo russo” (russkij mir) di cui essa voleva continuare ad essere il centro di gravità, a costo di rinverdire la tradizione sovietica degli interventi militari “su richiesta” di popoli fratelli, o in risposta alla presunta oppressione esercitata in certi paesi sulle minoranze russofone. Tocca infine accennare al fatto che, giustificando la guerra in Iraq sulla base di false informazioni sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, l’amministrazione Bush finì per confermare l’opinione di quanti, in Russia, ritenevano che gli Stati Uniti fossero un paese sleale, ipocrita e inaffidabile.  Date queste premesse, non stupisce che i segnali di crescente divaricazione tra Russia e Occidente abbiano cominciato a moltiplicarsi. Uno dei più importanti fu certamente quello offerto dal celebre discorso di Putin alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco (11 febbraio 2007). In quella occasione Putin (che già in un discorso del 2006 alla Duma aveva paragonato l’America a «un lupo che continua a mangiarsi quello che trova sulla propria strada senza prestare ascolto a nessuno») non si limitò a denunciare il modello unipolare americano, cioè l’esistenza di un «mondo in mano a uno solo», per giunta incline a un «uso eccessivo della forza nelle relazioni internazionali», ma accusò anche l’Occidente di aver tradito l’impegno, assunto dopo la riunificazione della Germania e lo scioglimento del Patto di Varsavia, a non espandere a Est la Nato (ma su questo punto si tornerà più avanti). Il significato di questo discorso venne subito colto dall’analista politico Dmitri Trenin: «La Russia, prima una sorta di Plutone nel sistema solare occidentale, è uscita dalla sua orbita spinta dalla determinazione di trovarsi un proprio sistema» (cfr. I. Krastev, Che cosa pensa la Russia, in «Italianieuropei», n. 1, 2008, p. 233). Non a caso, alla fine del 2007, la Russia sospese la sua partecipazione al Trattato sulle forze convenzionali in Europa. Tuttavia, la svolta decisiva verso il definitivo peggioramento dei rapporti russo-occidentali giunse nel 2008: prima (17 febbraio) con la proclamazione (giudicata da Putin un atto illegale e immorale) dell’indipendenza del Kosovo; poi (3 aprile) con il vertice della Nato a Bucarest, che si concluse con un comunicato di compromesso in cui, rinviando a un futuro imprecisato la soluzione definitiva del problema, ci si limitava a dare «il benvenuto alle aspirazioni euroatlantiche di Ucraina e Georgia di ingresso nella Nato», suscitando in tal modo la dura reazione di Putin e del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, i quali avvertirono l’Occidente che l’ammissione di questi due paesi, rappresentando una «minaccia diretta alla Russia», era «un errore strategico terribile», che avrebbe avuto «conseguenze pesanti sulla sicurezza dell’Europa»; infine (8 agosto) con l’intervento militare russo in Georgia a sostegno delle repubbliche separatiste dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia, che l’esercito georgiano stava tentando di riportare con la forza sotto il controllo di Tbilisi. A proposito della “guerra d’agosto”, Robert Kagan in quei giorni scrisse parole che suonano attualissime anche oggi: «L’attacco russo contro lo stato sovrano della Georgia ha segnato il ritorno ufficiale della storia allo stile ottocentesco dei grandi scontri di potere, con tanto di virulenza nazionalistica, battaglie per le  risorse, lotte per sfere d’influenza e territori, e persino ‒ anche se questo può urtare le nostre sensibilità da ventunesimo secolo ‒ l’impiego della forza militare per assicurare obiettivi geopolitici» («Corriere della Sera», 21 agosto 2008). Non parve, dunque, un mero esercizio retorico parlare, come fece Edward Lucas in un libro pubblicato proprio nel 2008, di “nuova Guerra fredda” e dei rischi e che il putinismo comportava per la comunità internazionale e per lo stesso popolo russo

3. Il prosieguo degli eventi ha decisamente confermato la fondatezza dei timori di Lucas e, in particolare, della tesi centrale sulla Russia esposta nel suo libro: «repressione verso l’interno e aggressione verso l’estero a fronte di una risposta dell’Occidente debole in modo allarmante» (E. Lucas, La Nuova Guerra Fredda, Egea, Milano 2009, p. XXIII). È un punto, questo, sovente trascurato, ma che merita di essere ben fermato: è l’involuzione autoritaria del regime putiniano (accelerata dalla crisi economica globale del 2008, che accrebbe in Putin la consapevolezza che la sua enorme popolarità interna sarebbe stata erosa dall’impossibilità di garantire una crescita come quella precedente alla crisi) la prima causa del risorgente imperialismo e della proiezione internazionale viepiù “muscolare” del Cremlino. Fatta salva la naturale propensione aggressiva in politica estera dei regimi autocratici, nel nostro caso entra in gioco anche il fatto che connotando in senso conservatore, revanscista e revisionista il proprio regime Putin sperava di riuscire a puntellare il proprio consenso interno, distogliendo l’attenzione pubblica dal fallimento dei suoi tentativi di riformare e modernizzare la società e l’economia russe. Ancora più importante è però l’altro punto richiamato da Lucas, relativo alla preoccupante inadeguatezza delle risposte fornite dall’Occidente alle sfide della Russia; sfide che, insieme a quelle poste da altre potenze autocratiche, sembrano proiettare il mondo in un’era che sarà dominata dalla competizione globale fra governi democratici e autocratici. In effetti, non si può non rimanere colpiti dal fatto che ogni segno di debolezza dell’Occidente è stato interpretato come un via libera per un’ulteriore escalation da parte di Mosca. Due esempi su tutti: in Siria l’America di Barack Obama perde credibilità per aver fissato delle “linee rosse” che il regime di Bashar al-Assad viola ripetutamente senza pagare dazio, e pochi mesi dopo la Russia si riprende la Crimea e destabilizza il Donbass; in Afghanistan le truppe occidentali abbandonano disordinatamente il paese riconsegnandolo nelle mani dei Talebani, e pochi mesi la Russia aggredisce l’Ucraina. E gli esempi potrebbero continuare. La lezione che se ne ricava è questa: non mostrarsi determinati significa lasciare campo libero a Putin; di conseguenza, dobbiamo comportarci in maniera tale che Mosca, ogni volta che si domanda se potrà conseguire i suoi fini impunemente, si veda costretta a rispondere “no”.   Dal conflitto russo-georgiano ai giorni nostri, quello apparecchiato dal Cremlino è stato, in effetti, un crescendo di azioni e dichiarazioni sempre più ostili ed aggressive (seppur inframmezzate da momenti di apparente distensione) nei confronti di Stati Uniti, Nato, Unione europea, ma anche (forse soprattutto) di quei paesi che, pur facendo parte del “mondo russo”, hanno cercato di sottrarsi, attraverso sollevazioni popolari più o meno riuscite e il rafforzamento dei propri apparati di difesa, ai pesanti condizionamenti di Mosca, preferendo abbracciare una prospettiva di integrazione (sperabilmente celere) nel sistema euroatlantico. È questo il caso dell’Ucraina, sulla quale, a partire dal 2014, si è abbattuta un’ondata di eventi drammatici (dalle violente manifestazioni filoeuropee di piazza Maidan all’annessione della Crimea alla Russia, dal conflitto fomentato nel Donbass dai secessionisti delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk al fallimento degli accordi di Minsk, fino all’attacco sferrato da Putin nel febbraio scorso) davvero impressionante. Non è però all’analisi di tali eventi, peraltro ben noti e indagati, che si intende dedicare il residuo spazio del presente articolo, bensì a una succinta disamina dei principali argomenti utilizzati dal regime di Putin per giustificare l’aggressione all’Ucraina. Sgomberato il campo dagli argomenti palesemente inconsistenti (russi e ucraini fanno parte della stessa nazione, Euromaidan è stata un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti e dalla Nato, l’Ucraina ha un governo nazista, in Donbass c’è stato o è in atto un genocidio), rimane sul tavolo uno dei temi ricorrenti della narrazione putiniana sull’“operazione militare speciale” avviata in Ucraina, quello che chiama in causa l’allargamento della Nato e, più precisamente, il presunto tradimento, da parte occidentale, della promessa di non espandere l’Alleanza atlantica in direzione dei confini della Russia. Se si tratti di un’accusa fondata o campata per aria è una vexata quaestio, che non si può qui approfondire: l’opinione di chi scrive, comunque, collima con quella formulata in un libro recente (Not One Inch; America, Russia, and the Making of the Post-Cold War stalemate, Yale University Press, 2022) dalla storica Mary E. Sarotte, per la quale l’accusa di “tradimento” rivolta alla Nato, benché tecnicamente falsa (perché alla Russia sono state fornite assicurazioni verbali sui limiti dell’espansione della Nato, ma nessuna garanzia scritta), possiede una sua verità psicologica. Detto altrimenti: reale o meno che fosse, quello di non allargare a Est i confini della Nato venne inteso da Mosca come un impegno vincolante. Discorso analogo può farsi anche rispetto ad altre due percezioni largamente condivise dai russi (e alimentate ad arte dalla propaganda di regime): da un lato, quella di essere stati umiliati e trattati come sconfitti dopo la fine della Guerra fredda; dall’altro, quella di essere accerchiati e minacciati dall’Occidente. Da entrambe queste percezioni ha tratto linfa la richiesta sempre più pressante di un nuovo corso politico, che archivi definitivamente l’epoca della ricerca da parte della Russia del suo posto nell’ordine mondiale centrato su un Occidente che per cecità o per scelta ha sistematicamente ignorato le preoccupazioni e le richieste di Mosca, e inauguri finalmente una fase di «distruzione costruttiva» di quest’ordine (S. Karaganov) e di «espansione selettiva basata sugli interessi della Russia» (D. Trenin): espansione che non può non cominciare dall’Ucraina, la cui importanza risiede nel fatto che senza Kiev l’“impero” che Putin sogna di ricostruire non sarebbe un vero impero. Ora, si potrà anche pensare, insieme a Bernard Henri-Lévy, che quella dell’umiliazione russa sia solo una leggenda, un mito, «l’ultimo tranello in cui dobbiamo evitare di cadere», giacché in realtà non è facile trovare «altri esempi di un impero decaduto che abbia beneficiato di tante premure» («Repubblica», 26 febbraio 2022). Allo stesso modo, si potrà ironizzare su quella vera e propria sindrome da cittadella assediata che secondo Paul Berman «potrebbe suggerire che la Russia è assai più traballante di quanto non voglia dare a intendere» («Corriere della Sera», 28 agosto 2008). Ma non ci insegna forse il costruttivismo che ci sono dei “fatti” che, pur non esistendo materialmente, esistono perché noi crediamo che esistano e ad essi vincoliamo scelte e comportamenti? Detto ciò, e per concludere, alcune riflessioni ulteriori si impongono, a completamento di questa sommaria analisi delle cause della guerra in corso. Anzitutto, è bene osservare che l’allargamento a Est della Nato non ha mai rappresentato una minaccia reale alla sicurezza russa. A parte il fatto che non si capisce bene per quale motivo le esigenze di sicurezza della Russia debbano valere di più di quelle dei paesi limitrofi visto che il dilemma della sicurezza funziona per tutti allo stesso modo (o meglio lo si capisce, ma solo a patto di fare propria la logica realista di John Mearsheimer), il vero problema è un altro e ha a che fare con la lotta per il riconoscimento del poprio status di grande potenza condotta dalla Russia, nel senso che al Cremlino si è sempre pensato che l’espansione a Est della Nato, piuttosto che attentare alla sicurezza militare russa (ampiamente garantita da un imponente sistema di deterrenza nucleare), rappresentasse un segnale rivolto a Mosca il cui senso (tutt’altro che criptico) era questo: non siamo in alcun modo disponibili a prendere in considerazione i vostri interessi e le vostre richieste e a riconoscervi il rango a cui aspirate. Ci si potrebbe domandare, a questo punto, se sia proprio vero che i paesi occidentali hanno sempre escluso l’integrazione della Russia nel loro sistema. Secondo Fabio Bettanin, essi «l’hanno piuttosto rimandata a un domani indefinito, quando il consolidamento dei sistemi di alleanza occidentali avrebbe consentito di avviare il processo da posizioni di forza» (F. Bettanin, Putin e il mondo che verrà, Viella, Roma 2018, pp. 10-11). O, più probabilmente, essi si sono cullati nell’illusione che la transizione democratica in Russia fosse parte di un processo globale e inarrestabile di democratizzazione del mondo (la “fine della storia” di cui parla Francis Fukuyama) che non richiedeva sforzi o interventi particolari, anche in ragione del fatto che in un’economia globalizzata la necessità di competere sui mercati avrebbe prodotto la liberalizzazione economica e questa, a sua volta, avrebbe portato alla liberalizzazione anche in campo politico. Ma è proprio a quest’ultima che la Russia di Putin risolutamente si oppone. E siccome i membri della Nato devono soddisfare requisiti istituzionali e valoriali di tipo occidentale, è chiaro (e il discorso vale anche per l’allargamento a Est dell’Unione europea) che a preoccupare la Russia è soprattutto l’effetto di “contagio democratico” che la vicinanza di tali paesi potrebbe innescare. In altri termini: un’Ucraina membro della Nato e/o dell’Ue non costituirebbe una minaccia in sé ma per l’esempio di democrazia che offrirebbe: tale esempio dimostrerebbe che anche in Russia la democrazia è possibile, cosa assolutamente inaccettabile per Mosca.


giovedì 17 novembre 2022

Il "Saggio" del mese - Novembre 2022

 

Il “Saggio” del mese

 NOVEMBRE 2022

E’ sicuramente uno degli aspetti che testimoniano le difficoltà della democrazia rappresentativa occidentale nell’affrontare, con la giusta efficacia ed equità, le tante sfide di questi tempi. Ed è, purtroppo, ormai così consolidato e pervasivo da indurre molti ad una sorta di impotente rassegnazione, ma così non deve essere ed è anzi sempre più necessario opporsi alla crescente “inciviltà” nel confronto politico, giunta ormai ad un punto tale da poter apertamente parlare di “politica dell’inciviltà”. Vale a dire che quello che fino a non molto tempo addietro era pur sempre un deprecabile, ma occasionale, ricorso alla maleducazione, all’insulto, alla continua provocatoria sovrapposizione, sembra essere assurto a deliberata e sistematica modalità di gestire il dibattito politico. Per meglio capire in cosa consiste l’attuale “politica dell’inciviltà” seguiremo la riflessione sviluppata su questo tema nel recentissimo saggio con identico titolo

di Sara Bentivegna

(Sara Bentivegna insegna Comunicazione politica alla Sapienza Università di Roma. Si occupa del rapporto tra politica e rete e su questo argomento ha scritto saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali. Tra le sue più recenti pubblicazioni, Voci della democrazia (con G. Boccia Artieri, il Mulino 2021) e A colpi di tweet (il Mulino 2015). Per Laterza è autrice di Campagne elettorali in rete (2006), Disuguaglianze digitali. Le nuove forme di esclusione nella società dell’informazione (2009) e Le teorie delle comunicazioni di massa e la sfida digitale (con G. Boccia Artieri, 2019).

e di Rossella Rega

(Rossella Rega insegna Giornalismo e Nuovi media all’Università di Siena. Si occupa dell’impatto dei media digitali nella comunicazione politica, con particolare attenzione all’evoluzione dei rapporti tra politici e cittadini, alle trasformazioni del giornalismo e dei linguaggi politici e, più di recente, all’analisi dell’inciviltà nelle discussioni politiche online, pubblicando articoli e saggi su riviste nazionali e internazionali)

Le quali meglio definiscono in apertura del loro saggio cosa si debba intendere, in modo più appropriato, per inciviltà in politica così come emerge nell’ambito delle scienze sociali (per quanto sia opinione diffusa che, come molti concetti della politica contemporanea, anch’essa abbia natura “scivolosa”)

“Mancanza di rispetto delle norme sociali e culturali che governano le interazioni personali nonché di quelle che governano il funzionamento dei sistemi democratici”

Consiste esattamente in questo mancato rispetto delle regole fondamentali che, per quanto non sempre scritte, regolano tanto il comune riconoscimento fra persone quanto le modalità del confronto politico, l’impatto dellinciviltà politica sul funzionamento della democrazia, rendendola instabile e attivando un processo di “delegittimazione” sia dei singoli sia delle istituzioni democratiche (luoghi e meccanismi della decisione politica). Non si tratta, va detto subito, di un fenomeno mai visto, anzi. Le cronache politiche, fin dalla nascita del dibattito politico democratico, raccontano di episodi politici incivili, ma nella situazione politica contemporanea, con una preoccupante uniformità fra singoli paesi, è possibile sostenere che si è ormai passati da episodi circoscritti ad una vera e propria “strategia comunicativa”, costruita ad arte per raccogliere consensi e imporre una propria offerta politica, deliberatamente basata sulla inciviltà (intesa nell’accezione di cui sopra). L’insieme di questi due aspetti ha così contribuito a creare un quadro democratico estremamente polarizzato in cui si è “o di qua o di là” ed in cui è diventato legittimo passare dall’insulto all’esclusione, dalla sfacciata presa in giro alla sfida insolente, al descrivere il nemico con stereotipi non di rado volgari.  Non è un caso che questa evoluzione sia avvenuta al termine del lungo percorso storico in cui la polarizzazione politica aveva una base “ideologica”, poi di fatto sostituita da una sorta di “polarizzazione affettiva” declinata quasi esclusivamente in termini di sentimenti negativi verso chi non appartiene al proprio gruppo e non la pensa allo stesso modo. E’ una evoluzione in peggio, nella quale è difficile capire chi venga primo fra la politica dei partiti e l’opinione pubblica diffusa, ma che di certo si è accompagnata, in reciproco alimentarsi, con l’affermazione dei vari “populismi” e con la trasformazione dei canali di comunicazione collettiva. Parte da qui la riflessione della Bentivegna e della Rega sulle ragioni e sulle modalità che hanno consentito questo preoccupante e pericoloso salto di qualità in negativo.

Attori politici e inciviltà = L’inciviltà può sicuramente manifestarsi in relazione ad un particolare “stato d’animo”, isolato e dettato da sentimenti provvisori, ma può anche essere “attivata” in modo ragionato per raggiungere determinati obiettivi. Non sono rari nella storia della politica, locale e mondiale, episodi riconducibili alla prima modalità, mentre è solo di recente che la seconda è entrata in forma stabile, e consistente, nel confronto politico. Volendo individuare una possibile data di questa irruzione si può guardare alle modalità usate dalla governatrice dell’Alaska Sarah Palin nel corso della sua campagna come candidata del Partito Repubblicano alle elezioni presidenziali americane del 2008. Andando ben oltre una perdonabile irruenza la Palin usò, deliberatamente ed in modo organizzato, manifestazioni di autentica inciviltà nei confronti dei suoi avversari di partito all’insegna di un “modo di fare politica” diverso da quello solito e ritenuto il solo capace di rappresentare “il paese reale” contro elites e mezzi di informazione. Negli anni successivi il germe seminato dalla Palin è cresciuto in modo impressionante negli States per essere poi adottato in molte altre situazioni e paesi (le due esperienze che meglio testimoniano la sua comparsa nel dibattito politico italiano sono sicuramente quella di Umberto Bossi, da lui persino anticipata ma in forme “ruspanti”, e poi quella di Beppe Grillo con il suo Vaffa day). L’adozione dell’inciviltà come modalità standard di fare politica è spiegabile in relazione ad alcuni precisi obiettivi:

ü la costruzione di una specifica immagine personale (personal brand) = l’avvenuto assorbimento di buona parte del confronto politico nella sfera mediatica ha implicato l’avvento di una platea molto più ampia di possibili protagonisti e quindi la necessità, per emergere, di adottare forme comunicative capaci di “bucare l’audience”. L’aggressività sfrontata verso l’avversario di turno, Sarah Palin docet, si è molto presto rivelata quella più efficace in questo senso. Con l’aggravante di non poter però essere una risorsa esauribile in un singolo momento, ma di dover, per mantenere l’attenzione mediatica così catturata, essere continuamente alimentata quando non accentuata. E’ così diventato inevitabile il passaggio ad autentiche forme di inciviltà politica, capace oltretutto di fissare una sorta di canone di “autenticità” grazie al ricorso al linguaggio della quotidianità, dell’emotività, della rabbia. Si basa in buona misura su questa originaria molla del “personal brand” il ricorso a cascata alle cosiddette “brutte maniere” (bad manners) quali la demonizzazione dell’avversario, la negazione sfrontata delle verità scomode e del dovere di suffragare con dati verificabili le proprie affermazioni, la mancanza di rispetto verso le istituzioni.

ü l’attivazione di un processo di identificazione con l’elettorato (identity policies) = Per avere successo è però necessario che la costruzione di un “personal brand” basato sull’inciviltà abbia un “pubblico” (audience) già predisposto del suo a recepirlo e a premiarlo. E’ opinione diffusa nelle analisi sociologico/politiche che la “classica” scelta di campo basata sull’adesione a proposte politiche valoriali ed ideologiche sia stata, nell’ultima parte del secolo scorso, progressivamente sostituita da inclinazioni elettorali fondate di più sulle identità sociali e culturali percepite come propria appartenenza sociale. La realizzazione di un personal brand richiede allora che gli attori politici modulino le forme del suo conseguimento avendo in contemporanea individuato i segmenti dell’elettorato con i quali è più premiante la costruzione di una vera e propria “identificazione” (identity policies). Questo processo di identificazione chiama in causa, ben più che una razionale valutazione politica, elementi come l’identità etnica e razziale, quella di genere, le appartenenze religiose, le paure irrazionali di cambiamenti in peggio o di minacce al proprio status. L’ulteriore rafforzamento del ricorso all’inciviltà in questo quadro si rivela allora efficace nella misura in cui si dimostra, e come tale viene vissuta, come il modo per testimoniare e rafforzare proprio la piena identificazione

ü la mobilitazione elettorale nella forma del “di qua o di là”(in group – out group) = Inevitabilmente la progressiva affermazione di questi due fattori porta con sé la “polarizzazione” del confronto politico che, condizionato com’è dall’affermazione personale del soggetto politico e dalla individuata appartenenza sociale, non può non evolversi in uno scontro aperto con chi viene percepito, non più come semplice avversario politico, ma come autentico nemico. Soprattutto sulle tematiche che fondano la costruzione del brand personale e della corrispondente identificazione non può infatti esserci mediazione, reciproche concessioni, ma prevale inevitabilmente la logica del “con me o contro di me” (in group – out of group). Si vedranno qui di seguito le forme specifiche di questa polarizzazione, e la loro relazione con l’inciviltà politica, dalla parte dei “cittadini”, restando per ora concentrati sui partiti non si possono non rilevare le evidenti conseguenze sulla definizione di programmi politici e proposte elettorali e sulla selezione e formazione del personale politico, nella quale le “visioni politiche” sono sostituite dalla mera ricerca di consenso a breve. Non a caso inoltre si sono sempre più ristretti gli spazi per un corretto confronto piuttosto che per la formazione di alleanze. In questo senso la polarizzazione ha acquistato valenze più generali tali da far diventare sempre più evidente la necessità di ridefinire i percorsi politici istituzionali ed il ripristino di un confronto politico basato su programmi e rispetto reciproco. Appare però improbabile che ai partiti, ai soggetti politici, sia sfuggito il suo crescente peso e le possibili conseguenze negative sulla generale tenuta democratica. Non sembra quindi, al momento, percepibile una volontà di (auto)regolazione in tal senso. Pesa molto di più l’esigenza di confermare le proprie posizioni e di rafforzare le identificazioni costruite, anche a costo di tollerare, ovvero di perseguire deliberatamente, crescenti dosi di inciviltà.

Lo spettacolo dell’inciviltà = La diffusione dell’inciviltà politica trova quindi logiche interne di raccolta consenso e non appare pertanto corretto ridurla, sulla base di una lettura superficiale del problema, alle sole possibilità di comunicazione consentite delle nuove tecnologie. Le quali hanno sicuramente moltiplicato le occasioni di interazione sia a livello orizzontale, tra cittadini, sia a livello verticale, tra cittadini e soggetti politici.  Se è innegabile che nell’attuale variegato mondo dei media sono molto ampi gli spazi in cui già circola un preoccupante livello di generale inciviltà, non è meno vero allora che molte delle forme e dei linguaggi dell’attuale inciviltà politica hanno trovato ispirazione proprio in questo contesto comunicativo. Occorre poi rilevare che i protagonisti (i grandi network della comunicazione) di quello che è ormai definito “il mercato dell’attenzione(esiste infatti un vera battaglia fra le imprese del settore per conquistare la merce per loro più preziosa: “l’attenzione degli utenti) quasi mai fissano parametri stringenti di “buone maniere”, ed anzi livelli più o meno accentuati di inciviltà possono tranquillamente essere veicolati proprio perché premiati dall’audience. In generale, dopo alcuni decenni di vita delle nuove forme di comunicazione mediatica, sembra inoltre possibile rilevare che questo vasto mondo comunicativo, orizzontale e verticale, sia sempre più caratterizzato da una grande “frammentazione dell’audience”, correlata ad una “specializzazione dei contenuti”. All’interno delle quali il singolo utente tende a fare riferimento quasi esclusivo a quelli che di più già percepisce in sintonia con i suoi valori e le sue opinioni (in un rapporto che è comunque di reciproca alimentazione, i media a loro volta consolidano quei valori e quelle opinioni). Per quanto concerne la comunicazione politica ciò significa che, in stretta connessione alla “polarizzazione delle posizioni politiche” di cui si è detto, di norma si seguano le fonti informative, definite “media partigiani”, che di più sono già in sintonia con consolidati punti di vista politici. In questo ambito espressioni di inciviltà comunicativa risultano normali, accettati, perché non percepiti come tali, ma al contrario visti come una modalità di supporto/difesa delle proprie opinioni. E’ questo ormai un dato acquisito che riguarda buona parte del mondo della carta stampata, piuttosto che specifiche trasmissioni su specifici canali televisivi, o meglio ancora “gruppi su social” e “blog con i loro eserciti di followers”. Ma è purtroppo sbagliato pensare che l’inciviltà sia un tratto esclusivo dei “media partigiani”, l’esasperata concorrenza mediatica fa sì che anche quelli “neutri” consentano, quando non deliberatamente adottino, forme di confronto politico estremizzate, in cui l’insulto, la lite, la delegittimazione reciproca, diventino normali modalità per ottenere l’agognata “attenzione”. E’, anche questa, una inevitabile conseguenza del quasi totale trasferimento dell’intera vita sociale, del confronto politico, in un mondo mediatico che, proprio per meglio catturare “l’attenzione”, tutto enfatizza, volgarizza, spettacolarizza.

L’inciviltà dal basso: i cittadini = A questo mondo mediatico, ed al web in particolare, viene associata, negli studi sociali, la definizione di “discarica emozionale”. Quanto fin qui evidenziato rende questa definizione difficilmente contestabile, ma sarebbe un errore ritenerla un aspetto esclusivo dell’attuale contesto comunicativo, forme analoghe di sfogo collettivo sono infatti già in precedenza rintracciabili. Ad esempio ha fatto storia la vicenda, del 1986, di Radio Radicale che, in crisi finanziaria, decise, come modo di pubblicizzare tali difficoltà, di sospendere le trasmissioni lasciando libero accesso, non filtrato, al proprio canale a chiunque volesse lanciare un messaggio. Seguirono ininterrotte ottocento ore di insulti e volgarità a sfondo razziale, sessuale, politico, e via discorrendo, definite già al tempo come uno “spettacolo inquietante”. Se quindi un qualche fuoco già covava sotto la cenere diventa ancor più importante, negli attuali tempi del web, cercare di individuare le ragioni che spingono “il basso”, i cittadini, a comporre, unitamente “all’alto, il quadro di quella che da “inciviltà nella politica” si sta trasformando nella “politica dell’inciviltà”. In prima battuta non sembra essere spiegazione sufficiente la possibilità dell’ “anonimato”, consentita al tempo da Radio Radicale ed oggi dal web. Espressioni di inciviltà non mancano infatti anche in piattaforme molto partecipate come Facebook e Twitter in cui l’anonimato, il mascheramento, non rappresenta la regola. Semmai sembra più interessante capire cosa inneschi questa sorta di senso di “disinibizione” che spinge molti a forme aggressive e incivili di comunicazione. Possibili spiegazioni consistono nella assenza di “contatto visivo (non si colgono cioè in tempo reale inibenti segnali di disapprovazione), piuttosto che nel vivere la presenza “on line” come una “realtà parallela” nella quale sono consentite maniere diverse da quelle praticate nella realtà vera. Ma per quanto siano aspetti di una certa rilevanza si resta ancora nel campo di manifestazioni di inciviltà spontanee, improvvisate, dovute ad una foga momentanea (non di rado infatti, quando individuati, molti protagonisti di affermazioni incivili e aggressive si pentono ribadendo però i sentimenti di frustrazione e le ragioni di rabbia che le hanno provocate) che semmai evidenziano come l’inciviltà sia divenuta una risorsa comunicativa “a basso costo”, semplice da utilizzare e alla portata di tutti. Se “nel basso” è da escludere, a livello del singolo, il ricorso sistematico ad essa come risorsa strategica (così come si è invece visto per “l’alto) uno sforzo di approfondimento può essere comunque tentato esaminando tre dimensioni diverse: quella del singolo, quella di gruppo, quella specifica della mobilitazione politica:

ü la dimensione individuale = nella quale un ruolo significativo è giocato dalla “angoscia dell’anonimato” che, nella società della visibilità spettacolarizzata, spiega l’ansiosa ricerca di qualche spicciolo di “notorietà”. La quale – ormai uscita dai confini classici delle arti, dello spettacolo e dello sport - sembra in effetti spingere molti ad “agire in forma performativa” anche nella normale sfera sociale (è ad esempio impressionante il numero di coloro che si inventano attività improbabili pur di guadagnare buoni numeri di “followers”). L’inciviltà appare, in questo quadro, una modalità semplice e di effetto immediato per raggiungere, per quanto provvisoriamente, lo scopo. Incentiva poi non poco il successo riscosso, nel suo utilizzo, da parte dei soggetti politici (soprattutto quelli di riferimento) capace di innescare un processo di emulazione (nella sferadell’alto, corrisponde, come si è visto in precedenza, la tendenza alla “identificazione). Questa accentuata ricerca di notorietà non si limita all’ambito politico, ma (anche se è difficile stabilire nette linee di separazione) è forse persino più legata, in senso positivo o negativo, ad altre forme di appartenenza: etnica, razziale, di genere, nell’ambito delle quali, nel rivolgersi cioè ad un pubblico “amico” piuttosto che “nemico”, l’inciviltà si rivela un ottimo veicolo per raccogliere, nel primo caso, consenso, nel secondo per dare spazio a sfoghi, cinicamente incontrollati e manifestati, di aggressivo dissenso.

ü la dimensione del gruppo = è evidente, in quanto appena evidenziato, il ruolo centrale dell’“individualità”, che non sembra però essere vissuta in alternativa alla dimensione del “gruppo”, ma anzi vissuta in un rapporto di vicendevole alimentazione. E’ questione quanto mai complessa, perché difficilmente misurabile, l’individuazione dei meccanismi che possano spiegare le ragioni del successo di una azione individuale sulle masse. Quel che gli studi sociali comunque indicano è che, per quanto qui interessa, sembra esistere nella massa un tendenza ad essere più facilmente attratti dalle manifestazioni di inciviltà politica. Una possibile spiegazione consiste nella sua “capacità” di innescare, molto di più di adesioni razionali e civili, l’interazione attiva, la costruzione di legami più stabili e la nascita di forme di complicità. Le quali comunque, per consolidarsi e completarsi, richiedono che sia chiaramente identificato il “nemico” sul quale indirizzare l’ostilità del gruppo, non necessariamente definito in termini precisi (non per nulla in molti casi il nemico è identificato in un generico “loro”).

ü Individuo e gruppo nella conflittualità politica = L’adesione, sia a livello individuale che di gruppo, a pratiche politiche incivili indirizzate “verso e contro” il nemico di turno non di rado innesca una vera e propria mobilitazione. Che, in qualche modo fisiologica nei momenti elettorali, può raggiungere livelli persino più alti e più accesi in campagne legate a fatti e situazioni specifiche (lo testimoniano ad esempio i casi di atti violenti verso insediamenti rom piuttosto che verso le comunità ebraiche, oppure ancora nelle campagne no-vax). In questa mobilitazione si condensano e si accentuano tutte le caratteristiche dell’inciviltà politica sin qui esaminate, ad un livello tale (vere e proprie campagne d’odio verso “l’altro”) da far emergere in esiti violenti la sotterranea propensione in tal senso (l’inciviltà, quando applicata strategicamente e costantemente, tende fisiologicamente alla violenza anche fisica). Ciò che si rivela preoccupante è la constatazione che sono sempre più numerose le occasioni in cui l’inciviltà del confronto/scontro fra opposte fazioni si rivela matrice di possibili evoluzioni violente (l’assalto a Capitol Hill dei sostenitori di Trump ne è la più eclatante testimonianza). Questa tendenza tradotta in termini di psicologia delle masse evidenzia come l’uso scientifico e sistematico dell’inciviltà, dalla parte alta dei “leader”, possa produrre “comportamenti tribali” nella parte bassa dei comuni cittadini (il comportamento del “singolo individuo” all’interno della “folla” è al centro del nostro “Saggio del mese” di Novembre 2019 “Il volto della folla. Soggetti collettivi, democrazia, individuo” di Michela Nacci)

 L’inciviltà come forma di lotta = L’insieme delle considerazioni sin qui svolte sull’emergere, crescente ed accentuato, di forme di inciviltà in politica giustifica ampiamente la preoccupazione che tali forme, con i caratteri specifici assunti in questa fase storica, si impongano come la modalità ordinaria e privilegiata del confronto politico, che il loro incontrollato dilagare consenta, come anticipato in precedenza, che l’inciviltà in politica si trasformi in una strutturata “politica dell’inciviltà”. Tutto ciò fermo restando è però altrettanto vero che questa riflessione non può esaurirsi in questa preoccupazione, la storia delle democrazie, della democrazia, attesta infatti come l’inciviltà, se intesa come ribellione alle norme consolidate, abbia giocato un ruolo importante per lo stesso consolidamento di pratiche democratiche allargando la partecipazione, rendendo possibili conquiste sociali e politiche, consentendo a gruppi sociali emarginati di reclamare ed ottenere diritti e inclusione. Esiste allora un qualche “valore dell’inciviltà”? quali sono le discriminanti che, a differenza di quella attuale, consentono di giudicare epiisodi di inciviltà una “forma di lotta” positiva?  Un primo decisivo passo per rispondere a queste domande consiste nel meglio comprendere in cosa consiste, in cosa è storicamente consistito, il suo opposto, la “civiltà in politica”:

ü Diventa allora difficile negare che le sue forme, le sue regole, siano state, quasi sempre ed ovunque, definite ed utilizzate dalle gerarchie sociali e politiche come “strumento per silenziare il dissenso e le richieste di cambiamento”. Non sorprende infatti che tutti i movimenti di opposizione e di richiesta di cambiamento, ben compresi quelli che hanno allargato la democrazia e la giustizia sociale, e le modalità delle loro lotte, a loro volta condizionate dagli spazi di azione praticabili, siano stati bollati dal potere di turno come incivili e violenti. Fermo restando il ricorso ad ogni forma di violenza, fisica e morale, appare evidente che i comportamenti civili, appropriati, con toni e maniere misurati, ritenuti caratteristiche vincolanti della “civiltà in politica” mal si addicono a chi è costretto da una struttura di potere anti-democratica ad azioni di lotta per ottenere diritti e giustizia. Si può pertanto sostenere che la patina della cortesia e delle buone maniere, in questi caso, maschera “rapporti di potere disuguali”, e l’appello al loro rispetto sia strumentalmente messo in atto per restringere l’efficacia di una innovativa azione politica, per mantenere uno “status quo” di potere. Vale a dire che ogni manifestazione di inciviltà, intesa come mancato rispetto della “civiltà di parte” tende a spostare sul piano delle forme la reale controversia su fatti reali. I concetti di civiltà e inciviltà in politica non hanno quindi una definizione ed una valenza astratta valida per ogni situazione ed in ogni tempo, ma vanno considerati in relazione al contesto sociale e politico in cui si manifestano.

ü Un importante aspetto del complicato rapporto tra ottenimento di diritti e giustizia sociale e civiltà/inciviltà consiste nel fatto che il percorso storico della democrazia occidentale attesta come la presunta “violazione delle norme di civiltà”, costruite come si è appena visto, sia stata quasi sempre deliberatamente messa in atto proprio sulla base della consapevolezza dell’impossibilità di procedere altrimenti nelle rivendicazioni. Ed inoltre che solo in determinati contesti tale violazione ha assunto connotati di contestazione violenta. Nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto nella attuale fase storica di più piena democrazia, l’inciviltà è consistita un comportamenti e accorgimenti che, anche se infrangevano le proclamate norme di civiltà, si sono concretizzate in contestazione sicuramente accese, e molto spesso “fantasiose” (si pensi ad esempio ai Gay Pride), finalizzate esclusivamente a raccogliere la giusta attenzione e riconoscimento per la lotta in corso. In questo contesto una forma, sicuramente definibile incivile sulla base dei suddetti canoni, ma di alto valore democratico, è sicuramente rappresentata dalla “disobbedienza civile”, un’azione pubblica, non violenta, che consiste nel rifiuto di obbedire a determinate leggi ritenute ingiuste e nell’accettare, consapevolmente, le possibili conseguenze legali (si pensi ad esempio a casi come quelli di Julian Assange e Edward Snowden incriminati per aver diffuso via web notizie di indebite violazioni dei diritti democratici). In questo senso si è persino parlato di una “etica dell’inciviltà”. Una interpretazione che richiede ovviamente la giusta attenzione per valutare in termini oggettivi determinati comportamenti. Anche in questo caso deve quindi essere dato il giusto peso al “contesto” in cui essi avvengono.

ü Tornando in chiusura alla “politica dell’inciviltà”, della indiscutibile inciviltà esaminata in precedenza, confortano non poco alcune reazioni che si sono attivate proprio come rigetto di tali forme di prevaricazione. Per restare nel nostro paese, ed a tempi recenti, si pensi ad esempio al movimento delle “Sardine” che, al di là della valenza politica inevitabilmente assunta, è nato e si è rapidamente diffuso con un successo sorprendente, proprio sulla base della condanna e del rifiuto di un dibattito politico sempre più scomposto, rissoso, per l’appunto incivile. Colpisce inoltre in questa esperienza il fatto che sia nata nel web, culla dell’inciviltà, ma che abbia immediatamente richiamato all’importanza della “presenza fisica” per la difesa degli spazi di vera democrazia.