venerdì 3 febbraio 2017

Quei fantasmi del 1917 nell'Europa tra Brexit e Trump - Articolo di Paolo Rumiz


Quei fantasmi del 1917 nell'Europa tra Brexit e Trump


Karl Kraus, negli anni Venti, parlò dello stato di sonnambulismo in cui si trovava l’Europa alla vigilia della Grande Guerra. È allora che mostrò la sua fisiologica propensione al suicidio, gettandosi nel baratro nel momento del suo massimo fulgore economico. Cent’anni dopo, nel 2017, ci troviamo nuovamente sull’orlo di un salto nel buio: è meglio pensarci, a tutto questo, per evitare il peggio
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Articolo di PAOLO RUMIZ – La Repubblica del 02/02/2017

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Dicono che il Diciassette meni gramo e allora, visto che siamo nell’anno con quel numero, forse è il caso di farsi qualche domanda sul futuro, dispiegando a scopo scaramantico tutto il pessimismo della ragione. Che Europa avremo alla fine del 2017? La riconosceremo ancora? Sarà simile oppure del tutto diversa da quella che abbiamo conosciuto finora? Che ne sarà dello spirito unitario dei padri fondatori? Che destino avranno Inghilterra, Francia, Grecia, Italia e le stesse istituzioni comunitarie dopo Brexit e l’insediamento di Trump alla presidenza americana? Saprà la nostra patria comune ricompattarsi e reagire con un soprassalto di audacia visionaria al prevedibile cortocircuito tra gli egoismi nazionali o finirà impantanata in un quadro balcanico di protezionismi incrociati, xenofobie e reticolati? È curioso notare che già un secolo fa, nel 1917, l’Europa ha conosciuto una trasformazione drammatica, tale da alterarne l’identità e renderla irriconoscibile.  

L’inglese John P. Taylor, autore di una storia affascinante del primo conflitto mondiale, scrive che se nei primi mesi di quell’anno Napoleone fosse tornato in vita, nonostante i cannoni incomparabilmente più potenti rispetto a quelli di un secolo prima e la visione apocalittica di milioni di uomini-ramarri immobili nel fango delle trincee, non avrebbe trovato nulla che non fosse in grado di comprendere. Stesse potenze in campo, stesse dinastie in lotta per l’egemonia, stesse rete di zar, re e imperatori, stessa centralità dell’Europa nei destini mondiali.

Se invece Bonaparte — scrive Taylor — fosse tornato in vita alla fine di quello stesso anno, sarebbe rimasto senza parole. Si sarebbe trovato di colpo davanti alla fine della storia d’Europa e all’inizio in grande stile della storia mondiale. A un’estremità del globo avrebbe visto trionfare il bolscevismo, ideologia utopica mai vista prima; all’altro capo del mondo avrebbe assistito all’ingresso in guerra degli Stati Uniti, potenza capace di eclissare tutte le altre messe insieme, con tramonto definitivo del Vecchio Continente. Avrebbe anche assistito al trionfo irreversibile della guerra come macchina e come business, guerra che diventa parte integrante dell’economia, non più la sua totale antitesi.

Certo, gli storici sanno che il salto di qualità è già avvenuto nel 1914. È allora che l’Europa mostra la sua fisiologica propensione al suicidio e si getta nel baratro nel momento del suo massimo fulgore economico, senza rendersi conto delle conseguenze dell’atto. È allora che governi imbecilli mandano a picco un’unione per molti aspetti già fatta, ricca di una formidabile rete bancaria e ferroviaria e di un network di commerci perfettamente integrati grazie alle Borse, ai telex e alla navigazione a vapore. Ma è nel 1917 che il mondo di ieri definitivamente collassa. È allora che finisce il tempo delle riverenze, dei walzer e della Sachertorte, e si spalanca quello dei totalitarismi, dei grandi fratelli e di una propaganda di massa fatta di slogan brevi e brutali. È soprattutto allora che il soldato-contadino, figlio di una piccola Heimat, si trova, come scrive Walter Benjamin, sbattuto col suo corpo inerme in un mondo dove tutto è mutato “tranne le nuvole”.

Cent’anni dopo, nel 2017, ci troviamo nuovamente sull’orlo di un salto nel buio. Stati Uniti che si chiudono a riccio, possibile ridimensionamento della Nato, avvicinamento fra Mosca e Washington con conseguente divisione dell’Europa in sfere di influenza, potenze circostanti che, a partire dalla Russia, fiutano avidamente il nostro vuoto politico con una voglia matta di riempirlo anche a costo di riaprire linee di faglia dormienti a cominciare dai soliti Balcani. Se a questo aggiungiamo il terrorismo islamista e la marea dei profughi, è chiaro che «l’Europa sarà chiamata a una prova cruciale », come conveniva con me giorni fa in un caffè di Trieste, il politologo americano Robert D. Kaplan, autore di “ Monsoon” e del grandioso “ The revenge of geography”.

Il quadro possibile è scoraggiante. Inghilterra che esce di scena, Scozia che dichiara la secessione, le due Irlande costrette a separarsi con un muro, la Francia che piccona i pilastri del suo laicismo in funzione anti-islamica, lanciando i lepenisti al potere e facendo in definitiva il gioco del Terrore. E poi la Turchia, sommersa di tensioni, che ci scarica milioni di profughi scatenando una reazione a catena di xenofobie nei Paesi dell’Est. E l’Italia, resa ingovernabile dai populisti del web, col razzismo che vola nella rete con parole d’ordine estreme cui nessuno osa contrapporre nulla. E la Germania, che si chiude a riccio e perde il suo ruolo di guida, e magari — perché no — il separatismo catalano che si riaccende in un generale “si salvi chi può”.

Sullo sfondo, una mutazione semantica impressionante: il definitivo svuotamento di senso della parola “Europa”, termine che non emoziona più nessuno, e ciò a fronte di una leadership incapace di serrare le file ed esprimere un linguaggio forte, alternativo a quello del disfacimento. Tutto è davvero possibile. Karl Kraus, negli anni Venti, parlò dello stato di sonnambulismo in cui si trovava l’Europa alla vigilia della Grande Guerra. Facce da clown, disse, recitarono un copione da tragedia. Immagine perfetta anche per descrivere i populisti di oggi.

È meglio pensarci, a tutto questo, per evitare il peggio. È meglio preoccuparsi che crogiolarsi nell’incoscienza. Tutte le volte che metto le mani in tasca e ne tiro fuori spiccioli di euro mi commuovo. Li guardo luccicare nel palmo della mano e penso che Paesi ieri in guerra oggi sono inquilini della stessa Unione. Ma subito dopo ho paura. Non vedo negli europei la coscienza del miracolo che hanno vissuto negli ultimi settant’anni di non belligeranza, in un continente segnato da sempre dal sangue di milioni di uomini. E allora penso alla vecchia Jugoslavia, di cui nessuno immaginava il disfacimento. E quando sento dire «Ti ricordi la vecchia Jugo?», magari con un pizzico di insana nostalgia del vecchio mondo bipolare, allora penso che non vorrei trovarmi a sentire, tra qualche tempo, parole simili sull’Unione.
Un dialogo del tipo: «Ti ricordi dell’Europa?». «Non era poi male la nostra vecchia casa comune». Non vorrei trovarmi a dire ai miei nipotini cose come: «Era bella l’Europa, bambini. Era bella e l’ho amata. Ma non so dirvi come ce la siamo lasciata scappare di mano».

mercoledì 1 febbraio 2017

La parola del mese - Febbraio 2017


LA PAROLA DEL MESE 



A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni





FEBBRAIO 2017  

Linguaggio

(o più precisamente: linguaggio umano – Darwin - noi)



dal Vocabolario Treccani on line

1. Nell’uso antico o letterale, e talora anche nell’uso comune odierno, lo stesso che lingua, come strumento di comunicazione usato dai membri di una stessa comunità:

2 In senso ampio, la capacità e la facoltà, peculiare degli esseri umani, di comunicare pensieri, esprimere sentimenti, e in genere di informare altri esseri sulla propria realtà interiore o sulla realtà esterna, per mezzo di un sistema di segni vocali o grafici (inteso in senso generico, senza riferimento a lingue storicamente determinate)

3  Facoltà di esprimersi attraverso altri segni, sia gesti sia simboli. In particolare l’insieme dei mezzi espressivi e stilistici, diversi dalla parola, che sono peculiari delle varie arti

4. Modo individuale di esprimersi, sia per un uso particolare della lingua, considerato sotto l’aspetto formale, sia per l’uso di un proprio codice linguistico, Proprietà anche di una classe d’individui, di un determinato ambiente professionale o gruppo sociale.

5. In diretta o implicita contrapposizione al linguaggio verbale, costituito dalle lingue storico-naturali sono presi in considerazione in diverse scienze e tecniche varî tipi di linguaggio formati da cifre, lettere, simboli, codici usati convenzionalmente, sulla base di norme prefissate, per esprimere teorie o concetti in modo non ambiguo o per esplicitare e rendere suscettibili di analisi le connessioni formali di un sistema logico

Da Wikipedia on line

Il linguaggio, in linguistica, è quell'insieme di suoni, gesti, movimenti che possono portare attraverso processi mentali a significati ben precisi. Questo è presente in molte specie animali tra le quali l'essere umano ed è usato per comunicare con uno o più destinatari.

La capacità di linguaggio orale, nell'uomo, si è sviluppata a seguito di mutamenti strutturali della cavità orale. In particolare l'arretramento dell'ugola ha reso l'essere umano capace di esprimere una gamma sonora variegata, capace di garantire una non generica nomenclatura del mondo.

Il linguaggio verbale basato sulla doppia articolazione è una prerogativa dell'uomo, senza il quale esso non sarebbe tale. Non esiste infatti in nessun altro essere vivente un linguaggio simile per complessità e livello di elaborazione.

Esistono due differenti teorie sull'origine del linguaggio umano, la prima che parla del linguaggio come innato, l'altra come una abilità appresa. Un'altra incertezza è se le tante lingue moderne derivino da una comune lingua originaria (ipotesi monogenetica) oppure da diversi ceppi primordiali (ipotesi poligenetica). Non c'è dubbio, comunque, che le lingue esistenti sono il risultato di un processo di differenziazione avvenuto nel corso dei millenni.

Il primo a dimostrare che il linguaggio rappresenti una risorsa importante nello sviluppo intellettivo, vista la sua funzione mediatrice tra l'ambiente e l'essere umano, fu Ivan Pavlov, che effettuò lunghi studi ed esperimenti sulle percezioni e rappresentazioni mentali, oltre che sulle elaborazioni dei segnali, dai quali si formano i concetti.

Importanti ricerche in questo ambito furono realizzate da Jean Piaget, il quale sostenne la presenza di due fasi fondamentali di sviluppo: la prima è quella del linguaggio egocentrico (0-6 anni), costituito, per lo più, da ecolabile e monologhii, animismo e attribuzione ai nomi degli oggetti di una concretezza non reale; la seconda fase si espande nel linguaggio sociale, che prevede dialoghi e comunicazioni bilaterali.

Berstein elaborò la teoria che indicava nello stretto legame fra ambiente (familiare) e orientamento, influenzato dal ceto e dalla tipologia professionale, il tipo di linguaggio, forbito, ricco oppure povero e concreto, sviluppato dagli individui.

Noam Chomsky afferma che le analogie strutturali che si riscontrano nelle varie lingue, fanno ritenere che vi sia una grammatica universale innata fatta di regole che permettono di collegare il numero limitato dii fonemi che  gli organi vocali della specie umana sono in grado di produrre. I biologi evoluzionisti hanno avanzato una teoria, che darebbe un fondamento evolutivo alla predisposizione umana alla lingua, basandosi su due concetti:

  1. In primo luogo, tengono conto dei vantaggi evolutivi e quindi presuppongono una naturale selezione della specie umana che era in grado di comunicare a scapito degli ominidi precedenti.
  2. In secondo luogo, si tiene conto di come dei disturbi grammaticali che si riscontrano in alcuni individui siano a carattere ereditario e quindi abbiano fondamento genetico.

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Anche inserendo altre fonti avremmo ottenuto lo stesso risultato: il linguaggio viene definito, in tutte le sue articolate espressioni, come lo strumento di base per la comunicazione. Si ha cioè linguaggio là dove esiste una volontà/esigenza di comunicazione. Ma è sempre stato così? Il linguaggio è nato e si è sviluppato per rispondere a questa volontà/esigenza? La questione appare controversa. Inserito in una ottica evoluzionistica il linguaggio umano sembra essere sorto, nella sua forma universale attuale, per una diversa ragione e finalità. Proviamo a spiegarla molto sinteticamente e restando, inevitabilmente, sulla superficie di una materia quanto mai complessa e “fragile”: la bio-linguistica, per porci alcune domande e riflessioni che vanno oltre questo specifico aspetto scientifico. Il linguaggio umano ha da sempre rappresentato un rebus per l’evoluzionismo darwiniano, alle prese con un “salto” che sembrava sfidare la tradizionale impostazione gradualistica. Al primo significativo adattamento delle teorie darwiniane che, fermo restando il loro impianto di base, ha visto definirsi una concezione di evoluzione “per balzi”, l’evoluzionismo “stocastico”, si sono aggiunte decisive scoperte nel campo delle neuroscienze. Su questo impianto pluri-disciplinare si è venuta a delineare una spiegazione, per primo avanzata come mera ipotesi dal neurologo Henry Jenison (nel 1973) e poi più compiutamente definita da due fra i maggiori esperti nella materia: Noam Chomsky, leggenda vivente per quanto controversa della linguistica, e Robert Berwick, linguista computazionale. Secondo questa tesi, al tempo stesso evoluzionistica e discontinuistica, il linguaggio umano è, sulla base della precedente lenta evoluzione di un complesso di facoltà sempre più specificamente umane, una acquisizione recente databile all’incirca a 80.000 anni fa quando, in una ristretta finestra temporale, un vero e proprio “balzo”, un gruppo di ominidi africani, gli stessi che nella forma definitiva di “homo sapiens” partirono dall’Africa alla colonizzazione dell’intero pianeta, subì un piccolo ri-cablaggio del cervello che consentì le operazioni fondamentali del pensiero, in seguito esternalizzate attraverso il sistema senso-motorio. Come strumento interno per il pensiero e non per necessità di comunicazione l’homo sapiens avrebbe (inconsapevolmente) messo a punto la strabiliante capacità di creare un lessico, sempre più vasto e articolato, fatto di insiemi fonici che traducevano in vocaboli, e poi in “segni”, la capacità di “pensare”, e di assemblare gerarchicamente questo lessico in una sintassi, una grammatica, in grado di rappresentare concetti via via più complessi. Affidiamo a chi è più competente in materia di noi (facile esserlo) il compito di integrare, precisare, correggere, l’aspetto più strettamente scientifico della questione, a tutti noi invece, ed è questa la vera ragione della scelta di “linguaggio” come parola del mese, in questa specifica accezione, la “sfida” a dire cosa pensiamo del senso ultimo dell’esistenza del linguaggio e del suo rapporto, non solo generativo, con il pensiero, con il “dialogo interiore”. E’ possibile “pensare” senza disporre di parole che diano sostanza al suo espandersi? Se si posseggono poche parole si pensa di meno e peggio? Chiamando in causa Joyce ed il suo “Ulisse”, ossia ad un flusso all’apparenza inarrestabile di parole/pensieri, quanto contano il lessico, il vocabolario, e la sintassi, la grammatica? O più prosaicamente, come diceva Nanni Moretti, “chi parla male pensa male”?


martedì 24 gennaio 2017

Il bisogno di "uomo forte"


Il bisogno di un “uomo forte”



E’ apparso su La Repubblica del 24/01/2017 l’esito di un sondaggio svolto da Demos – Demetra sul bisogno espresso dagli italiani di “un uomo forte” al comando del paese.

Questo sondaggio è stato svolto nella seconda metà di Novembre 2016 quindi pochi giorni prima del voto referendario del 04 Dicembre il cui esito è stato unanimemente salutato come grande dimostrazione di esercizio democratico.

Difficile stabilire se tra queste due espressione di volontà popolare possa esistere una contraddizione, certo è che, nonostante le “lezioni” della storia, il bisogno di affidare la chiavi del potere ad un “uomo forte” emerge con rilevanza in ogni temperie storica caratterizzata da problemi, incertezze e paure.

I percorsi della democrazia dimostrano in effetti, in molte situazioni storiche, una significative difficoltà ad affrontare e risolvere in modo efficace le problematiche sociali, economiche e politiche, perlomeno con modi e in tempi soddisfacenti le ovvie aspettative.

Non di meno colpisce, e preoccupa, il consenso che sempre raccoglie in queste circostanze una soluzione, o presunta tale, che puntando tutto sulla semplificazione dell’affidare il potere ad un “uomo forte” dimostra in sostanza una forte, fortissima, sfiducia sulla capacità e sulla autorevolezza della pratica democratica. Storicamente appare evidente che l’ opzione dell’ ”uomo forte” non si è mai dimostrata in grado, da sola, di risolvere i problemi che l’’hanno promossa, anzi semmai ha aggiunto problematiche gravi se non drammatiche.

Ma, a riprova che l’esercizio pieno e maturo della democrazia è un traguardo quanto mai difficile da conseguire ed è costantemente soggetto a crisi di sfiducia, la semplificazione dei processi decisionali di comando sembra irresistibilmente crescere con l’acuirsi dei problemi.

Non di meno i risultati di questo specifico sondaggio colpiscono, e preoccupano, per la loro rilevanza percentuale, per l’omogeneità sostanziale di adesione nei diversi gruppi elettorali e nelle diverse fasce di età.







Intervento sulla "memoria" di Zigmunt Bauman


Abbiamo tutti accolto con un poco di tristezza la recente scomparsa di Zigmunt Bauman. intellettuale a tutto tondo capace di fornire importanti chiavi di lettura dei nostri così travagliati tempi.

Nella inevitabile, non meno che giusta, ripubblicazione, a titolo di commiato, di alcuni dei suoi interventi e articoli uno in particolare può interessare noi di Circolarmente. E’ infatti apparso nell’inserto “Robinson” de La Repubblica del 22 Gennaio un breve testo che, in relazione alla commemorazione della Shoah, Bauman dedica al tema della memoria, uno dei due filoni di approfondimento al centro del nostro programma di quest’anno.

Questa è una brevissima sintesi di questo testo, che inseriamo nel nostro blog come ricordo di Zigmunt Bauman, fatta per punti sviluppabili in successivi approfondimenti e discussioni per coerenza con l’invito che Bauman ha lucidamente sempre portato avanti al confronto ed all’approfondimento culturale.

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…….in questo testo (Bauman) analizza che cosa significa per le società e per gli individui ricordare la loro storia. Un processo complesso che Bauman riassume così: la nostra memoria seleziona ed interpreta e ciò che deve essere selezionato, ed il modo in cui interpretarlo, è una questione controversa e costantemente contestata. E proprio per questo così importante……



· Se è opinione accettata che per le collettività (gruppi) perdere la memoria del proprio passato significa perdere la loro stessa identità, è bene però dire che, in questo senso, la memoria può essere….un dono ed al tempo stesso una maledizione…..

· Il passato è infatti un mare vasto di avvenimenti, che l’uomo è portato a ricordare trasformandoli da materia grezza in “storie”, e la memoria così costruita non ……li conserva mai tutti e non li riproduce mai nella (loro) forma pura e originale…..

· La memoria inevitabilmente, guardando al passato rivisto nella forma di “storie”…… seleziona e interpreta……..ricordare diventa, così facendo, …..prendere posizione sul corso degli eventi passati……

· Questa presa di posizione si articola, come già messo in evidenza da Todorov (Tzvetlan Todorov, filosofo e saggista bulgaro contemporaneo)  …..tra le due trappole della sacralizzazione e della banalizzazione…..ossia nel trasformare un evento passato in un fatto unico, irripetibile (operazione che Todorov ritiene quasi inevitabile se quell’evento è visto e vissuto come “fondativo”)  piuttosto che, non comprendendolo nel suo possibile e vero significato, in un avvenimento ordinario

· Queste trappole scattano in modo diverso a seconda se si stia esercitando una memoria individuale piuttosto che una memoria collettiva

· Le collettività (gruppi) non sono…..come gli individui solo più grandi……sono organismi sociali che si costituiscono proprio condividendo memorie al proprio interno ma al tempo stesso…..non tenendole nascoste e impedendone l’accesso agli estranei….

· In questo senso la sacralizzazione di un evento, se riferita alle finalità di una singola collettività (gruppo), ……impedisce di trarre lezioni valide per tutti da casi particolari e di conseguenza impedisce la comunicazione tra passato e presente……

· Non meno rilevante è il peso negativo della banalizzazione che, se all’apparenza segue un percorso opposto, non di meno priva, a priori, quel passato ….di quel valore unico che può giustificare la stessa necessità di un dialogo tra un gruppo (collettività) e l’altro…..

· La conseguenza più grave è la maturazione consolidata della convinzione che …..le ragioni del destino di ogni gruppo (collettività) possono essere esplorate e rivelate se la ricerca si concentra unicamente sulle azioni, o le omissioni, della collettività (gruppo)  stesso….

· In questo senso la banalizzazione, per contrasto paradossale, crea il terreno fertile alla ricerca di eventi del passato che si prestino alla sacralizzazione, creando una sorta di osmosi fra le due trappole

· …….sia la sacralizzazione che la banalizzazione, dunque, separano i gruppi (collettività) e li mettono in contrasto tra loro……perché entrambe si dimostrano impossibilitate a comprendere l’importanza fondativa della condivisione della memoria

· In particolare la banalizzazione, intesa come l’annacquamento in una indistinta generalizzazione della peculiarità ricavabile da un evento del passato operato da un gruppo (collettività) specie quando questo evento ha caratteristiche “negative” (come è sicuramente la stessa Shoah) annulla la possibilità di…….trarre (da quell’evento)  principi universalmente validi…. (Bauman cita l’esempio di Moshe Landau che, già giudice al processo ad Eichmann (gerarca nazista comandante del campo di concenttramento di Dachau) presiedette anni dopo una commissione che legalizzò l’uso di torture contro “terroristi”, o presunti tali, palestinesi)

· La banalizzazione, e la collegata sacralizzazione di eventi scelti all’uopo, diventa la premessa che una collettività (gruppo) mette in atto per giustificare i propri errori annacquandoli nell’indistinto “così fan tutti”

· Contraddicendo, in questo modo, l’unica vera lezione che la memoria del passato, se esercitata evitando le due trappole della banalizzazione e della sacralizzazione, può trasmettere al presente: la necessità inderogabile di una……universalità etica……

· Ossia la lezione, che può essere innanzitutto tratta proprio dalle “storie” di “omicidi categoriali” (Bauman indica con questo termine l’eccidio di una intera collettività /gruppo, come nel caso della Shoah) che è: amare/rispettare il prossimo e indurre il prossimo ad amarci/rispettarci …….il solo servizio ragionevole, efficace e duraturo che singoli individui e gruppi (collettività) possono rendere al proprio amore per sé……esercitando un giusto uso della memoria

· …….in un pianeta globalizzato i problemi umani possono essere affrontati e risolti solo ricorrendo a una umanità solidale…..e la solidarietà nasce anche dalla condivisione della memoria di tutti i passati

sabato 21 gennaio 2017

- Ancora a proposito di informazione e verità in Rete - Articolo di Mafe De Baggis, scrittore


Bucare le bolle

Che gli ambienti digitali siano un mondo a parte è la prima filter bubble da cui uscire.



Articolo di Mafe de Baggis, scrittore. Tra i suoi ultimi libri il manuale "World Wide We. Progettare la presenza online: le aziende dal marketing alla collaborazione" (Apogeo 2010) e il saggio "#Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali" (Informant, 2015).

Nel 2011 esce in America Il filtro. Quello che Internet ci nasconde (Il Saggiatore 2012) di Eli Pariser, un saggio che inventa il termine filter bubble (spesso tradotta anche come “bolla” o “camera dell’eco”), denunciando la crescente personalizzazione delle informazioni in rete. Negli anni successivi alla diffusione del web chiunque utilizzasse la rete aveva accesso a tutte le pagine, che si presentavano uguali per chiunque: i contenuti erano in grandissima parte pubblici e indicizzati dai motori di ricerca. Oggi non è più così: è un processo iniziato da qualche anno, in particolare da quando Google ha iniziato a mostrare risultati diversi a seconda di chi sta effettuando la ricerca. La personalizzazione dipende da informazioni molto diverse tra di loro: si va dalla posizione all’orario, dalla cronologia di navigazione (quello che si è cercato e quello su cui si è cliccato) al programma usato. Anche Facebook ha seguito la stessa strada, proponendoci contenuti (e pubblicità) tagliati sui nostri comportamenti, per cui noi non vediamo tutto quello che viene pubblicato dalle persone e dalle aziende che scegliamo di seguire, ma solo quello che viene pubblicato dalle persone e dalle aziende con cui abbiamo interagito (non per forza su Facebook, ma anche su WhatsApp, Messenger e Instagram, tutti di sua proprietà). Non vale solo per Google o per Facebook, ovviamente: la personalizzazione arriva a modificare i prezzi dei prodotti e dei servizi, che in buona parte sono ormai dinamici, cioè cambiano a seconda di chi, quando e dove li cerca. Anche la possibilità di decidere se far vedere a tutti i nostri contenuti, modificando le impostazioni della privacy, significa che molte pagine sono nascoste ai motori di ricerca e alle persone fuori dai nostri contatti: in sintesi, il web non è più del tutto pubblico e ricercabile. La personalizzazione è una buona soluzione a un problema reale: il sovraccarico di informazioni. Neanche dieci anni fa Clay Shirky, consulente e ricercatore, diceva “non è eccesso di contenuti, ma fallimento dei filtri”. Se oggi ci lamentiamo dell’eccesso dei filtri è perché questi hanno un possibile effetto collaterale, e cioè la progressiva sparizione della diversità dal nostro orizzonte socio-culturale. Quella di Pariser è una teoria semplice, elegante e convincente, che però subisce una pesante lettura strumentale: la maggior parte delle persone che la apprezza, la usa o la cita non prende però in considerazione il contesto in cui l’autore la colloca.  Pariser cioè lamenta la fine della rete democratica e uguale per tutti, ma viene troppo spesso usato per lamentarsi dell’avvento della rete tout court. Esattamente il contrario del suo pensiero, ovvero, “abbiamo davvero bisogno che Internet sia quello che sognavamo che fosse”. Vale la pena ricordare chi è Eli Pariser e come è arrivato nel 2011 sul palco di TED a lanciare questa sfida ai giganti della rete. All’indomani dell’11 settembre 2001, a soli 22 anni, creò il sito 9-11peace.org (oggi non più attivo) per chiedere una risposta non militare all’attentato terroristico. Il sito raccolse dal nulla mezzo milione di firme, portandolo alla direzione e poi alla presidenza di MoveOn.org, piattaforma utilizzata per raccogliere e spingere ad agire concretamente chi voglia cambiare le cose. Pariser è un professionista nato e cresciuto in rete, un attivista politico capace di unire le posizioni di milioni di persone usando con efficacia i media digitali, un imprenditore che ama e sa usare alla perfezione la rete. Uscendo da MoveOn ha fondato Upworthy, una testata giornalistica che confeziona notizie virali, pensata per dare corpo all’idea che “siamo tutti parte della stessa storia”, per mettere cioè in pratica, in rete, il suo ideale di una rete uguale per tutti. La preoccupazione sui filtri e sulla personalizzazione è in crescita perché diminuendo la diversità delle fonti a disposizione in rete rischiamo di rinchiuderci in gruppi di persone simili a noi e con idee identiche alle nostre, creando quelle che vengono spesso definite “camere dell’eco”, cioè ambienti in cui sentiamo solo la nostra voce, convincendoci che sia la verità. È così che le cosiddette post-verità (o post-fatti) si consolidano, portando molti osservatori ad attribuire molte inattese svolte politiche (da Brexit all’elezione di Trump al No al Referendum) alla diffusione di dati, informazioni e notizie false, ma convalidate dal gruppo di pari in cui rischiamo di finire senza neanche accorgercene. Ma quando Pariser denuncia la personalizzazione dei risultati di una ricerca di Google o l’impatto dei filtri sulla nostra timeline di Facebook non sta confrontando le “camere dell’eco” digitali con la società precedente a Internet, ma con la Internet precedente ai filtri. La tesi di Pariser è stata insomma vittima di una fallacia logica della stessa categoria e gravità dell’attenzione selettiva che alimenta le bolle: la tendenza umana a prendere di una teoria solo quello che conferma le nostre posizioni, ignorando quello che ci impone di allargare lo sguardo. Le camere dell’eco sono sempre esistite e i media sono sempre stati un antidoto alla loro permanenza: come spiega benissimo Joshua Meyrowitz in Oltre il senso del luogo (Baskerville 1985), la televisione è stato il catalizzatore del femminismo e dei movimenti del  ’68 semplicemente perché ha mostrato persone in luoghi diversi che vivevano in modi diversi dai nostri. Per usare le parole dell’autore: “la mia tesi fondamentale è che molte differenze che una volta si percepivano tra individui appartenenti a diversi gruppi sociali, a diversi stati di socializzazione e a differenti livelli di autorità, erano sostenute dalla suddivisione degli individui in mondi di esperienza molto diversi.” Non c’è peggior ambiente chiuso e refrattario a posizioni diverse di un paesino, di una famiglia, di votare quello che dice il parroco o di leggere tutta la vita un unico giornale, magari di proprietà di una fabbrica: eppure tantissime persone anche colte e intelligenti hanno sposato con entusiasmo una teoria prendendone solo la parte in cui credevano già, e cioè che Google e Facebook ci stanno costringendo al pensiero unico. Cosa dice invece Pariser? Dice che Google e Facebook hanno reso la rete – un ambiente libero e aperto – più simile alla società precedente di quanto lo fosse alle sue origini: un luogo in cui vedi e trovi solo quello che pensi già, che conosci già, che non ti mette in discussione. Il titolo della seconda edizione del libro in cui espone la sua tesi (non uscita in Italia) lo dice chiaramente, mettendo l’accento sulla parola “new”, non sulla parola “web”: The Filter Bubble: How the New Personalized Web Is Changing What We Read and How We Think. Insomma, secondo Pariser sarebbe la nuova rete personalizzata a cambiare come leggiamo e come pensiamo, non la rete in sé. La comprensione di come si formano e consolidano le camere dell’eco serve non solo a fare chiarezza (cosa che non guasta) nel presente ma anche a evitare nuovi, tragici errori in futuro, come per esempio permettere, anzi, chiedere a Facebook e Google (e ai loro pari) di decidere tra verità e finzione, tra giusto e sbagliato, tra rilevante e secondario. Per combattere gli effetti dei filtri stiamo chiedendo più filtri e filtri più invasivi, e non filtri migliori o filtri aperti. Aperti come le persone, e qui sta, secondo me, la debolezza dell’idea di Pariser, affascinante ma limpidamente riduzionista. L’idea che l’impatto dei filtri digitali sia tale da trasformare una persona colta e curiosa in un’ameba o da impedire a una persona di cambiare idea è figlia della convinzione che siano le macchine a farci fare cose, e non noi a far fare cose alle macchine. È infatti vero che i filtri rischiano di restringere lo spettro di diversità proposto dai mezzi di comunicazione, ma è anche vero che sono stati una soluzione all’eccessivo rumore di fondo che avrebbe comunque complicato e peggiorato la qualità dell’ecosistema dell’informazione. È possibile una soluzione migliore? A mio parere sì, ma pochi sembrano averne voglia, e il timore di Pariser è diventato una profezia autoavverante. Vogliamo davvero credere che un software non possa essere programmato in modo diverso o migliore da come lo vediamo adesso? Vogliamo davvero credere, per esempio, che l’enorme crescita dei volumi di conversazioni digitali impedisca a un algoritmo soluzioni scalabili di gestione della violenza e dell’aggressività, o di proporci opinioni e contenuti in modo evolutivo e non in modo conservativo? Lo dice lo stesso Pariser nel suo TED del 2011: un algoritmo potrebbe proporci non solo quello che già ci piace e che è facile da consumare, ma anche qualcosa che ci stimola, ci incuriosisce, ci mette in difficoltà. E se questo algoritmo non dovesse incontrare il gradimento di milioni di persone che vogliono restare a mollo nella loro comfort zone il problema è del software o della società? Molto si può fare anche modificando lo stile con cui ci si confronta e ci si mette in relazione, perché una rasoiata di Occam alla teoria delle camere dell’eco mi porta a pensare che se non capisco un pensiero diverso dal mio non ho modo di prenderlo in considerazione, soprattutto quando è espresso in modo paternalista o con il disprezzo tipico di chi per lavoro dovrebbe informare (e non insegnare). E se le bolle non si consolidassero intorno ai contenuti, ma intorno alla forma che questi prendono? Se io scegliessi contenuti che capisco, più che contenuti simili a quello che già penso? Tanti anni fa ho avuto la fortuna di intervistare Ester Dyson, l’imprenditrice che nel 1997 ha scritto Release 2.0, uno dei primi libri a interrogarsi sull’impatto di Internet nelle nostre vite, e non ho mai dimenticato due sue affermazioni. La prima è che non vogliamo più entrare in relazione con chi non ci vede e ci tratta come pari. La seconda è che le comunità spontanee, prima che geografiche o tematiche, sono linguistiche (in senso sia geografico, di lingua nazionale, sia tematico, delle parole e dei riferimenti che usiamo). Nella maggior parte dei casi chi lavora per smontare le bufale è animato da un pesante disprezzo nei confronti di chi le segue e le diffonde, e chi scrive per spiegarti che non hai capito niente e sei un cretino lo fa usando il suo linguaggio, non il tuo. Tutto il contrario della buona scrittura divulgativa, che come sintetizza Steven Pinker nel suo The sense of style consiste nel mostrare a un proprio pari, come in una chiacchierata, qualcosa che da solo non riesce a vedere, ma una volta condiviso è immediatamente chiaro. Quasi sempre invece il debunking, l’atto di smontare le bufale, assomiglia a una lezione impartita al buon selvaggio con un linguaggio molto più adatto a consolidare il legame con chi la pensa come noi che a creare un ponte con chi la pensa diversamente. È concepibile dare ascolto e attenzione a chi ci tratta con paternalismo? Io non credo (e non è sarcasmo). Prima di correlare strettamente camere dell’eco, diffusione delle bufale e tendenza a voler vedere solo quello in cui già si crede (come hanno fatto tutti quelli che hanno costretto Pariser ad aggiungere un “new” nel titolo della seconda edizione) dovremmo provare a trovare, usare e negoziare un linguaggio diverso, una terra di mezzo comune. Solo quando avremo seriamente e sinceramente eliminato il disprezzo dal debunking potremo prendere in considerazione la prima e più semplice ipotesi, cioè che chi crede a una bufala non è minimamente disposto né ad approfondire né a cambiare la propria posizione; che il problema quindi non sia tanto nelle informazioni presentate, quanto nella capacità delle persone di accettare una visione del mondo diversa da quella con cui hanno familiarità. Un debunking fatto bene non ci garantisce di ottenere il risultato desiderato (evitare la diffusione di notizie e informazioni sbagliate), ma è un tentativo doveroso. Pensiamo per esempio alla disinformazione sui vaccini: l’esempio di Bebe Vio potrebbe rivelarsi molto più efficace di moltissimi articoli e post informativi, proprio perché lo stesso messaggio viene fatto passare con un sorriso e con gentilezza, senza colpevolizzare chi la pensa diversamente. L’incredibile aumento della potenza dei computer degli ultimi anni ci permette non solo di misurare più dati e di superare i limiti che rallentano ancora la ricerca, ma ci fa anche sperare di poterli misurare e comprendere in modo diverso. Possiamo cioè finalmente studiare il pensiero, la società e la comunicazione come un sistema aperto e collegato e non chiuso e isolato; per usare le parole del fisico Giuseppe Vitiello, “il cervello è permanentemente accoppiato con l’ambiente esterno, esso è un sistema intrinsecamente aperto”. Non possiamo ragionevolmente credere a un pensiero isolato che subisce una riduzione delle scelte a disposizione contro la sua volontà, anche perché la restrizione delle possibilità a nostra disposizione, una restrizione invisibile, secondo Pariser, avviene comunque in uno solo degli ambienti che frequentiamo (Internet), lasciandoci esposti ad altri stimoli in altre situazioni (colleghi, amici, media tradizionali, l’ambiente in cui vivo). Anche se fosse vero che il “nuovo web personalizzato” ci impedisce di vedere altro da noi, viviamo ancora in un ambiente ricco di stimoli per chi è interessato a raccoglierli. La prima post-verità da cui liberarsi è ancora questa: pensare che gli ambienti digitali siano un mondo a sé, che non influenza e non è influenzato dalla realtà di cui invece sono parte integrante. Realtà che dipende dalle nostre scelte: per bucare le bolle dei filtri è sufficiente cercare esperienze diverse, perché la personalizzazione del web rispecchia quello che facciamo. Onore a Pariser per aver sollevato il problema: non facciamogli il torto di usare il suo pensiero per non prenderci le nostre responsabilità.

mercoledì 18 gennaio 2017

Il populismo risposta legittima - Articolo di Thomas Piketty


Il populismo risposta legittima


Fra meno di quattro mesi, la Francia avrà un nuovo presidente. O una presidente: dopo Trump e la Brexit non si può escludere che i sondaggi ancora una volta si sbaglino, e che la destra nazionalista di Marine Le Pen si stia avvicinando alla vittoria. E anche se si dovesse riuscire a evitare il cataclisma, esiste un rischio reale. Il rischio Le Pen riesca a posizionarsi come la sola opposizione credibile alla destra liberale per il round successivo. Sul versante della sinistra radicale, si spera naturalmente nel successo di Jean-Luc Mélenchon, ma purtroppo non è lo scenario più probabile.Queste due candidature hanno un punto in comune: rimettono in discussione i trattati europei e il regime attuale di concorrenza esacerbata fra Paesi e territori, e questo attira molti di coloro che la globalizzazione ha lasciato indietro. Ci sono anche delle differenze sostanziali: nonostante una retorica distruttiva e un immaginario geopolitico a tratti inquietante, Mélenchon conserva malgrado tutto una certa ispirazione internazionalista e progressista.Il rischio di queste elezioni presidenziali è che tutte le altre forze politiche — e i grandi media — si accontentino di fustigare queste due candidature e fare di ogni erba un fascio definendole «populiste». Questo nuovo insulto supremo della politica, già utilizzato negli Stati Uniti con Sanders, con il successo che sappiamo, rischia una volta di più di occultare la questione di fondo.
Il populismo non è nient’altro che una risposta, confusa ma legittima, al sentimento di abbandono delle classi popolari dei Paesi sviluppati di fronte alla globalizzazione e all’ascesa della disuguaglianza. Bisogna fare affidamento sugli elementi populisti più internazionalisti (e dunque sulla sinistra radicale, incarnata nei diversi Paesi da Podemos, da Syriza, da Sanders o da Mélenchon, indipendentemente dai loro limiti) per costruire risposte precise a queste sfide: altrimenti il ripiegamento nazionalista e xenofobo finirà per travolgere tutto.
Sfortunatamente è la strategia della negazione quella che si apprestano a seguire i candidati della destra liberale (Fillon) e del centro (Macron), determinati tutti e due a difendere lo status quo integrale sul fiscal compact, il patto di bilancio europeo firmato nel 2012. Non che la cosa stupisca, visto che uno lo ha negoziato e l’altro lo ha applicato. Tutti i sondaggi lo confermano: questi due candidati seducono innanzitutto i vincitori della mondializzazione, con sfumature interessanti (i cattolici col primo e i borghesi radical- chic col secondo), ma in definitiva secondarie rispetto alla questione sociale. Pretendono di incarnare il perimetro della ragione: quando la Francia avrà riguadagnato la fiducia della Germania, di Bruxelles e dei mercati, liberalizzando il mercato del lavoro, riducendo la spesa pubblica e i disavanzi, eliminando la patrimoniale e aumentando l’Iva, allora sarà finalmente possibile chiedere ai nostri partner di venirci incontro sull’austerità e sul debito.Il problema di questo discorso che appare ragionevole è che non lo è affatto. Il trattato del 2012 è un errore monumentale, che imprigiona l’Eurozona in una trappola mortifera, impedendole di investire nel futuro. L’esperienza storica mostra che è impossibile ridurre un debito pubblico di questo livello senza fare ricorso a misure eccezionali. A meno di condannarsi a registrare avanzi primari per decenni, zavorrando sul lungo periodo qualsiasi capacità di investimento.Dal 1815 al 1914, il Regno Unito ha passato un secolo a registrare eccedenze di bilancio enormi per rimborsare i suoi rentier e ridurre il debito esorbitante prodotto dalle guerre napoleoniche. Quella scelta nefasta produsse investimenti in formazione inadeguati e un ulteriore stallo del Paese. Tra il 1945 e il 1955, al contrario, Germania e Francia sono riuscite a sbarazzarsi rapidamente di un debito di proporzioni analoghe con una combinazione di misure di cancellazione del debito, inflazione e prelievi eccezionali sul capitale privato, mettendosi nelle condizioni di investire sulla crescita. Bisognerebbe fare lo stesso oggi, imponendo alla Germania un Parlamento della zona euro per alleggerire i debiti con tutta la legittimità democratica necessaria. Se così non sarà, il ritardo negli investimenti e la stagnazione della produttività già osservati in Italia finiranno per estendersi alla Francia e a tutta l’Eurozona (ci sono già dei segnali in tal senso).È rituffandoci nella storia che riusciremo a uscire dallo stallo attuale, come hanno appena ricordato gli autori della magnifica Histoire mondiale de la France, ottimo antidoto ai ripiegamenti identitari tricolori. In modo più prosaico, e meno divertente, bisogna accettare anche di tuffarsi nelle primarie organizzate dalla sinistra di “governo” (la chiameremo così visto che non è riuscita a organizzare primarie con la sinistra radicale, cosa questa che rischia, in primo luogo, di allontanarla stabilmente proprio dal governo). È essenziale che queste primarie designino un candidato deciso a rimettere drasticamente in discussione le regole europee. Hamon e Montebourg sembrano più vicini a questa linea rispetto a Valls o a Peillon, ma a condizione che superino le loro posizioni sul reddito universale e il made in France e formulino finalmente delle proposte precise per sostituire il patto di bilancio del 2012 (evocato solo di sfuggita nel primo dibattito televisivo, forse perché cinque anni fa lo hanno votato tutti: ma è proprio per questo che è tanto più urgente chiarire le cose presentando un’alternativa dettagliata). Non tutto è perduto, ma bisogna agire in fretta, se si vuole evitare di mettere il Front national in una posizione di forza.

Traduzione di Fabio Galimberti
(La Repubblica - 17 gennaio 2017)

domenica 8 gennaio 2017

Dati su cui riflettere - Sondaggio DEMOS Dicembre 2016/Gennaio 2017


Rapporto annuale sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica

realizzato su incarico del Gruppo L'Espresso da Demos (Ilvo Diamanti)

Sabato 08 Gennaio La Repubblica ha pubblicato, con relativi qualificati commenti, una interessante indagine svolta dall’istituto DEMOS (Ilvo Diamanti che, nell’articolo in questione, ne ha illustrato i risultati) sul tema “Italiani nello spazio pubblico” e “Democrazia, politica e architettura dello Stato”.

Abbiamo ritenuto utile recuperare in questo post alcune delle tabelle riassuntive del sondaggio per offrire a tutti noi di CircolarMente spunti per riflessioni legate ai temi che già abbiamo affrontato o dei quali potremo dibattere.

Ci limitiamo in questa prima battuta a presentare asetticamente i risultati dell’indagine per lasciare spazio, senza pre-indirizzarli, alle vostre valutazioni e ad eventuali commenti.

Tabella 1

Non sembra emergere un trend confortante, ma la “piccola” svolta del 2015, confermatasi nel 2016, merita attenzione. Specie se raffrontata alla collegata Tabella 2
  
Tabella 2

E’ certamente difficile avere un quadro davvero indicativo del “sentire pubblico” su temi di carattere generale molto complessi. Oltretutto quando fatti di cronaca possono avere sul breve periodo un impatto significativo per non parlare, più in generale, delle modalità attuali di formazione della cosiddetta pubblica opinione, misurabile per un significativo parametro: la fiducia negli altri descritto nella successiva Tabella 4 . Ciò detto la Tabella 3 offre uno spaccato utile a dimensionare meglio una impressione in qualche modo già del suo diffusa
Tabella 3
Tabella 4


Il tema della “salute” della democrazia è da tempo al centro del dibattito; sono molti i commentatori che segnalano il rischio di un decadimento dello spirito democratico. Quanto emerge dalle Tabella 5 e 6 dimensiona questo problema

Tabella 5

Tabella 6

A poco più di un mese dal referendum costituzionale, il cui esito, aspetto molto importante, è stato confermato da un successivo sondaggio condotto dallo stesso istituto Demos anche come dimensioni del voto, è utile capire, andando oltre il suo significato strettamente politico, quali opinioni sono espresse dal campione intervistato. Pare emergere, dalle successive Tabelle 7 e 8, che chiudono questo post, un orientamento non pregiudiziale sulla opportunità di modifiche, mirate, alla Costituzione sugli stessi temi oggetto del referendum. La domanda “sorge spontanea”: ciò che non è piaciuto è stata la modifica proposta in sé? La modalità con la quale è stato gestito il percorso referendario? I protagonisti della proposta? Altro?
Tabella 7

Tabella 8

domenica 1 gennaio 2017

La parola del mese - Gennaio 2017


LA PAROLA DEL MESE 

A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni


GENNAIO 2017  


Si presta a declinazioni diverse, quando non apertamente contrapposte, questa parola del mese. Un verbo. Spesso invocato, ma altrettanto spesso malamente applicato. viene giudicato, all’apparenza in modo unanime, un “modus pensandi”, uno schema logico, indispensabile, se non doveroso, per meglio affrontare e comprendere argomenti e questioni. Ma non mancano al suo riguardo perplessità e diffidenze, per il rischio di un suo utilizzo esasperato. Alcuni in particolare ne diffidano ritenendolo una sorta di scorciatoia verso il  relativismo (una posizione che nega l'esistenza di verità assolute, o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione definitiva)



Contestualizzare

contestualizzare = considerare un’affermazione, un concetto, un fenomeno, un comportamento, una teoria, riferendola al contesto nel quale è maturata e si è manifestata



Esempio (provocatoriamente) “universale” = Contestualizzare l’intera vicenda umana nell’ambito spaziale e temporale nel quale “……..è maturata e si è manifestata……”  vuol dire fare i conti con dimensioni che da sole potrebbero rendere, ad un qualsiasi osservatore esterno,  tutti i nostri storici affanni materia insignificante (ovviamente e comprensibilmente non è la nostra prospettiva di osservazione).

-      La Terra è un piccolo pianeta orbitante attorno ad una stella, il Sole, di medio/piccole dimensioni collocata, con il sistema di pianeti che la circondano, in una posizione decentrata in una galassia, la Via Lattea, composta da circa trecento miliardi di altre stelle. A sua volta la nostra galassia concorre con cento miliardi di altre galassie, composte da cento a quattrocento miliardi di stelle l’una, a comporre l’Universo così come ci è stato finora possibile conoscere

-      Tutte le galassie, le stelle, gli ammassi gassosi ed i pianeti compongono il cinque per cento dell’Universo, il restante  novantacinque per cento è formato da materia a noi finora sconosciuta, la materia oscura

-      Questo Universo ha iniziato a formarsi, trecento-ottantamila anni dopo il Big Bang, ed ha tredici miliardi e settecento milioni di anni di vita

-      La nostra stella, il Sole, con i suoi pianeti, Terra compresa, ha circa quattro miliardi e seicento milioni di anni

-      L’Homo Sapiens, cioè noi, è comparso nel percorso evoluzionistico della vita sulla Terra circa duecentomila  anni fa e le vicende umane definite “storia” hanno poco più di diecimila anni

Ritorniamo pure a volgere lo sguardo sulla Terra e su di noi ma è davvero difficile restare indifferenti di fronte a questo “contesto” e non percepirne il peso “ontologico” (l’oggetto in sé).  Al punto da rendere legittima una visione complessivamente “relativista”?  E sarà magari per questo che la teoria principale di Einstein si chiama “relatività generale”?