domenica 3 dicembre 2017

Sintesi della relazione tenuta da Lorenzo Ongaro e Vincenzo Cascone nel corso del seminario "Digito ergo sum" del 16 Novembre 2017 - a cura di Enrica Gallo


Relazione sull’incontro

con Lorenzo Ongaro e Vincenzo Cascone:

              

“DIGITO ERGO SUM”
COMPORTAMENTI, MUTAZIONI
E ASPETTATIVE
DELLA GENERAZIONE GOOGLE




Introduzione di Massima Bercetti:
Nel  presentare al pubblico Lorenzo Ongaro e Vincenzo Cascone, formatori alla scuola Holden di Torino e sceneggiatori (reduci, fra l’altro, da un prestigioso primo premio per la miglior sceneggiatura per lungometraggio al Mattador di Verona), l’associazione CircolarMente è consapevole di aver fatto loro una  richiesta non facile da soddisfare, quella cioè di aiutarci  a capire se le nuove modalità di conoscenza digitale rappresentino un momento di svolta epocale, da intendersi positivamente per la possibilità di attivare nuove energie  creative attraverso l’allargamento delle connessioni all’interno della Rete, o se questo nuovo modo di “navigare” in orizzontale sia destinato a rimanere alla superficie delle cose.

Un tema che l’associazione propone per la prima volta ma che è già da tempo motivo di riflessione al suo interno, in modo particolare da quando Alessandro Baricco, nel suo testo del 2006 intitolato “I Barbari. Saggio sulla mutazione”, ha suggerito l’idea di un cambiamento non solo generazionale ma davvero antropologico, quasi un cambio di civiltà che per alcuni rappresenterebbe una sorta di imbarbarimento, mentre altri, forse memori di quel Tacito che di recente il prof. Barbero ci ha richiamato alla memoria, vedono in esso la possibilità di una nuova vitalità che venga ad immettersi in una cultura ormai esausta e asfittica.

Un tema sicuramente complesso, evidenziato in questa occasione da un titolo che richiama alla mente quel “Cogito ergo sum” cartesiano che ha aperto la strada ad un cambio di passo della filosofia, destinato a svilupparsi nei secoli successivi e a plasmare la nostra autorappresentazione, ma anche inquietante perché non possiamo certo evitare di chiederci come l’uso delle nuove tecnologie impatterà nel nostro modo di conoscere, di comunicare, di partecipare all’azione politica e civile. Proprio in ragione di tale complessità questo tema sarà oggetto di altri incontri, alcuni dei quali già programmati per l’anno in corso, come quello sul rapporto fra Web e democrazia.

E’ pertanto con particolare piacere che CircolarMente si accinge ora ad affrontarlo in prima battuta, con dei relatori che per età e interessi professionali sono sicuramente in grado di guidarci a comprendere i termini della mutazione che guida i comportamenti e le aspettative delle nuove generazioni.

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Prima parte:

QUATTRO EPIGRAFI COME INDICATORI DI DIREZIONE

PER RACCONTARE IL MONDO DEI BARBARI


Per spiegare chi sono i barbari, che cosa vogliono, e anche per capire se sono in qualche modo cambiati da come li ha descritti Baricco nel suo testo del 2006, Cascone e Ongaro hanno pensato di partire da alcuni contributi video attraverso i quali farci arrivare direttamente la loro voce, per come si esprime in quei prodotti culturali ad essi più congeniali. Non è più del tutto vero, infatti, che la grammatica espressiva dei barbari – come ipotizzava allora Baricco - sia fatta principalmente dal cinema: si è andati effettivamente oltre, e oggi per raccontare il mondo dei millennials possono essere più adeguati i videogiochi, le serie televisive, i video che compaiono su Youtube o su altre piattaforme.

Prima di presentare questi contributi, che nelle intenzioni dei relatori acquistano un valore di epigrafi volte ad indicare le linee guida di un percorso che verrà ripreso e approfondito in seguito, segnaliamo che i due termini che verranno spesso sovrapposti nella conversazione non sono in realtà del tutto equivalenti, come essi stessi ci faranno notare in seguito.

Quando parliamo di “millennials”  poniamo infatti  l’accento su di un preciso dato sociologico (i giovani nati fra i primi anni ottanta e l’inizio del 2000, che vengono anche definiti come “generazione Y”, o “generazione Google”), mentre il termine “barbari” usato da Baricco non è in senso stretto generazionale ma indica i protagonisti di una mutazione nel modo di fare esperienza, di cercare il senso delle cose, di  conoscere, che si è presentata  ai suoi occhi come una vera e propria svolta epocale, un cambio di civiltà in cui tutti siamo più o meno immersi, pur posizionandoci in modo diverso.  Nonostante questa distinzione, i due termini col tempo sono diventati abbastanza sovrapponibili e pertanto in questa prima parte, in cui c’è un confronto con le intuizioni di Baricco, i relatori li utilizzeranno entrambi senza ulteriori specificazioni.  

1. “I LOVE FOOD”

che cosa intendono i barbari per esperienza

Il primo video proposto è postato su di un canale di Youtube che si chiama Tastemade – tecnicamente un multichannel network, cioè un canale dove vengono inseriti dei contributi esterni -  e che può contare, pur occupandosi solamente di cucina, su di una cifra altissima di spettatori (200 milioni ogni mese, il che significa grosso modo che i video vengono visualizzati per un periodo di tempo equivalente a duemila anni: una cifra molto superiore, tanto per fare un confronto, a quanto può raggiungere un programma televisivo di gran successo come Master Chef Italia). Che cosa guardano, dunque, i millennials in un video come questo?

In effetti in esso vediamo semplicemente persone che cucinano, mangiano, parlano di cibo muovendosi al ritmo di una musichetta allegra, mentre compaiono alcune frasi che offrono altri elementi significativi di contestualizzazione. Secondo i due relatori questo video, pur nella sua brevità, può essere utile come primo approccio per avvicinarsi al concetto barbarico di “esperienza”, intesa come qualcosa che ha a che fare con la molteplicità e con il movimento, che semplicemente si fa e non si teorizza, e che avviene al di fuori dei media tradizionali.


2. “MASTER OF NONE”

quale rapporto hanno con la conoscenza

 “Master of None” (Maestro di nulla) è una serie televisiva prodotta in quest’ultimo anno da Netflix e ideata da un autore e comico newyorchese di origine indiana, Aziz Ansari, che presta il suo volto al protagonista Dev Schah. Molto apprezzata dal pubblico e dalla critica (il New York Times ha scritto che questa serie è talmente contemporanea che sembra venire dal futuro), vuole essere un ritratto dei millennials contemporanei: il titolo fa appunto riferimento ad una delle critiche che più spesso vengono loro rivolte,  e cioè quella di essere “maestri di niente”, giovani che fanno tante cose contemporaneamente ma il cui movimento sulla superficie delle cose (il surfing di cui parla Baricco) si riduce in realtà a semplice superficialità.

Da questa serie i relatori hanno scelto i due minuti iniziali, quelli cioè che secondo una regola interna a questo genere di prodotto culturale devono dare il senso di ciò che si racconterà successivamente per esteso (che poi è una riflessione sull’amore, su quanto conviene impegnarsi in una relazione sentimentale, sulle difficoltà di farlo…).



Vediamo dunque in azione il protagonista che si accinge a fare l’amore con la sua compagna. Manca però il preservativo e tale circostanza dà adito ad una discussione sul comportamento da adottare, dal momento che nessuno dei due sembra avere le idee ben chiare. Per risolvere il problema, entrambi ricorrono ai rispettivi cellulari cercando risposte chiarificatrici su Google. In effetti le risposte arrivano, ma sono fra di loro assolutamente contradditorie: correre subito in farmacia a comprare un preservativo - Infischiarsene, e fare l’amore tranquillamente. Qual è dunque la risposta giusta?



Sta proprio qui, secondo i relatori, il senso del titolo. Se per avere la conoscenza noi ricorriamo a strumenti digitali, è facile incappare in quelle che vengono chiamate “bolle” e in cui la conoscenza che riceviamo non è altro che il rispecchiamento di quanto già pensiamo e sappiamo, o almeno crediamo di sapere. Questo è effettivamente uno dei grossi problemi da affrontare per la generazione dei millennials, che ha sicuramente accesso a conoscenze incomparabilmente più estese che in passato ma che deve essere attrezzata a cogliere bene questa opportunità, riuscendo ad individuare il confine fra verità e bufale, tra verità oggettiva e rispecchiamento.

3. IL MONDO DEL CALCIO

come cambiano i territori in cui entrano i barbari

Con la terza epigrafe entriamo in un mondo a cui già Baricco aveva dato un valore esemplificativo per illustrare un elemento fondamentale della mutazione barbarica, e cioè il fatto che i barbari, quando entrano in un territorio, ne cambiano profondamente la natura. Nel video proposto si parte dalla rappresentazione di uno schema di gioco e da una frase pronunciata da Josep “Pep” Guardiola (allenatore del Barcellona negli anni in cui questa squadra ha ottenuto le maggiori vittorie).

Richiesto in un’intervista prepartita di spiegare perché avesse schierato in campo come attaccante puro un giocatore di grande livello, ma decisamente basso di statura come Lionel Messi, Guardiola ebbe infatti a dire che lui non aveva bisogno di attaccanti, perché il suo attaccante era lo spazio. Una frase che può certo non essere immediatamente significativa per chi sia totalmente estraneo a quel mondo, ma che secondo i due relatori ci porta a ragionare sul fatto che il calcio, in epoca barbarica, non è più un gioco di ruolo ma è diventato un gioco di posizione in cui contano soprattutto il movimento e i passaggi intesi a dare energia e intensità diffusa al gioco. Anche su questo punto peraltro si ritornerà in seguito, approfondendo il tema con altri apporti video e con un ulteriore riferimento al testo di Baricco.

4. FACEBOOK

qual è la loro “cittadella”

 Mentre per Baricco il luogo simbolico della mutazione barbarica era Google, il cui motore di ricerca, elaborato da Sergey Brin e Larry Page, gli sembrava particolarmente atto ad esemplificare il nuovo modo in cui i barbari accedono al sapere (navigando cioè velocemente attraverso una traiettoria di link), secondo i due relatori è ora Facebook la nuova “cittadella” dei barbari. Come sappiamo, dopo un inizio scherzoso e sottotono questo social è diventato davvero qualcosa di enorme raggiungendo i due miliardi di utenti (tanto da “mangiare” lo stesso Internet) con l’intento dichiarato di rendere il mondo più aperto e connesso. Ora però questo obiettivo sta cambiando, forse per effetto dei recenti avvenimenti (l’elezione di Donald Trump) e di alcuni grossi scandali (il cosiddetto “Russiagate”). Il suo fondatore Mark Zuckerberg ritiene infatti che cambiare il mondo attraverso la connessione non sia più sufficiente a migliorarlo, anche perché visibilmente risulta sempre più diviso. Bisogna invece unirlo, dare alle persone il potere di costruire comunità.

Sono dunque cambiati, i barbari? Secondo i nostri relatori, pare proprio che essi comincino a vedere le falle del mondo che loro stessi hanno creato, e siano pronti ad assumersi nuove responsabilità. Non è un caso, a loro giudizio, che negli ultimi mesi molte voci si siano levate a denunciare queste falle: dal co-fondatore di Twitter, Evan Williams, che ha definito “rotta” la sua stessa creatura (ricordiamo che Twitter è il mezzo di comunicazione più usato da Trump, se non l’unico…), al primo presidente di Facebook, Sean Parker, che in una recente intervista ha dichiarato che Facebook sfrutta la vulnerabilità delle persone, ammettendo la sua personale responsabilità in questa deriva.

Poi, certo, è possibile che dietro queste affermazioni che si presentano come crisi di coscienza ci sia una finalità politica, anche se Zuckerberg ha ufficialmente smentito di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali (in effetti, il conflitto di interesse che ne deriverebbe sarebbe davvero gigantesco!), ma non è questo il punto, secondo i relatori. Quello che a loro sembra importante evidenziare è piuttosto che cosa succede quando i barbari entrano in un territorio e che già Baricco aveva individuato con grande chiarezza affermando che essi non si limitano a rivoluzionarne le regole, non cambiano semplicemente la posizione degli attori sulla mappa, ma cambiano letteralmente la mappa. Così è vero per il calcio, come per Google e Facebook e altri numerosi territori.

A questo punto Cascone e Ongaro danno volentieri spazio ad alcuni interventi del pubblico che fanno emergere due problemi importanti:


* Il problema di chi detiene la mappa e la controlla:

Su questo tema, che è davvero enorme, i relatori segnalano le analisi di Gaetano Mosca (un politologo e sociologo che ha insegnato per alcuni anni all’Università di Torino), secondo il quale è inevitabile che in ogni struttura si formino delle oligarchie che agiscono in modo da poter mantenere il controllo con tutti i mezzi a loro disposizione. Questo succede anche con i nuovi media digitali, che paradossalmente sono nati proprio con l’intento di favorire una maggiore democratizzazione dal basso (pensiamo ad Internet, che nasce con l’idea dell’apertura, dell’open source, secondo un piano ideale che oggi molti considerano fallito). Sappiamo bene ad esempio che c’è un grosso contenzioso in corso per ottenere da questi giganti del Web, che fanno ciò che vogliono e dove vogliono, l’assunzione di precise responsabilità fiscali, ma si tratta di una partita ancora aperta, e per il momento non è ancora possibile dire se si riuscirà a vincerla.


* il problema dell’asimmetria fra la velocità del Web, la sua capacità trasformativa e la lentezza dell’azione politica e istituzionale, e ancora della reazione della società rispetto alla coscienza che Internet ha del proprio potere:

Nella loro risposta, i relatori aprono prima una parentesi per così dire “tecnica” spiegando intanto che la velocità della Rete deriva da una sua caratteristica specifica che l’ha resa un mezzo veramente unico, e cioè dalla sottesa logica ipertestuale che permette di associare in maniera intuitiva documenti diversi. Una logica che già negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale era stata individuata da uno scienziato statunitense responsabile di importanti progetti governativi, che si era posto il problema della catalogazione di una conoscenza ormai sterminata senza peraltro riuscire a cogliere l’opportunità del digitale che si paleserà soltanto molti anni più tardi.

 Intervengono poi più ampiamente sulla capacità trasformativa del Web e sulle linee di tendenza che possono in questo momento essere individuate:
                                                           

·                    il ritorno agli oggetti fisici, con il passaggio dal virtuale puro

alla realtà potenziata e l’apertura di spazi per la disconnessione

I due relatori non escludono la possibilità che in un futuro non troppo lontano ci sia questo ritorno, a cui non è forse estraneo quel sentimento di nostalgia che già Baricco aveva notato fra i barbari vittoriosi; e ancora, che un certo tipo di coscienza  ci faccia allontanare dall’ambiente digitale e quindi da Internet. Ci sono già dei segnali, in questo senso: lo stesso Zuckerberg, che è sicuramente uno dei personaggi più rappresentativi di questo mondo, ha dichiarato di essersi dato come regola quella di tenere il cellulare spento dal venerdì sera al lunedì mattina, segnalando così una discontinuità rispetto alle stesse finalità iniziali di Facebook.  E’ pur vero, come alcuni nel pubblico fanno notare, che dietro la scelta di disconnettersi ci possa essere una situazione di privilegio, perché non tutti se lo possono permettere (altra partita aperta, secondo i relatori), tuttavia è innegabile che queste tendenze siano già percepibili, come lo spostamento verso un Internet delle cose. Il futuro sembra effettivamente volgersi verso i cosiddetti “oggetti connessi” (l’orologio che dà informazioni, il microonde che dialoga con il cellulare) e i dispositivi che ci permettono di potenziare il contatto con la realtà senza offuscarla, con una sorta di allontanamento dalla virtualità pura. C’è molta più realtà nel futuro di Internet, a giudizio dei relatori, di quanto oggi possa apparire…

Naturalmente dietro tutte queste linee di tendenza, oltre alla nostalgia di una vita meno convulsa e in cui ci sia più spazio per la fisicità e per la relazione diretta con le cose, ci sono anche dei limiti fisiologici: il mondo digitale è davvero un gran mercato della distrazione, tutto teso a trovare il modo di farci stare costantemente con lo sguardo fisso sullo schermo, lasciandoci invadere da ogni sorta di stimoli. Qui c‘è davvero un’altra partita in corso, in cui giganti come Netflix, che per una piccola somma mensile offre una miriade di film e di serie televisive, paiono avere come unico competitore il sonno (anche se quella con il sonno è una battaglia che stanno vincendo, come ha detto recentemente il CEO di Netflix, scherzando ma non troppo…)

Seconda parte:

INDAGINE SUI MILLENNIALS: IL “CHI E’”

DELL’ EXPERIENCE GENERATION

Dopo queste riflessioni sul Web, i due relatori mettono a fuoco in modo più diretto alcune delle caratteristiche di quella che viene spesso definita “experience generation”, ricollegandosi da un lato alle epigrafi iniziali, e dall’altro a quelle intuizioni di Baricco che a loro giudizio conservano ancora oggi validità esplicativa. Ritorniamo così col chiederci nuovamente che cosa voglia dire, per i millennials, “fare esperienza”.

·         l’esperienza come movimento veloce in superficie

Secondo l’analisi di Baricco, mentre un tempo l’esperienza veniva intesa soprattutto come un andare in profondità, accostandosi alle cose con un lavoro paziente di scavo in modo da trarne l’essenza profonda e trasformativa, ora vuol dire soprattutto un muoversi veloce rispetto ai contenuti e il cui fine non è una meta prestabilita. Per i due relatori questa intuizione di Baricco è ancora valida, pur nell’inevitabile generalizzazione, se è vero quanto possiamo trarre dal primo contributo video che ci racconta di visualizzazioni innumerevoli su di un canale che parla solo di cucina, senza peraltro fornire alcuna istruzione per l’uso. Non sono quelle infatti che i millennials cercano, ma piuttosto i contenuti in quanto tali, nel loro veloce movimento. Del resto, osservano, alcune ricerche di mercato ci dicono che tra i prodotti il cui uso si ridurrà sempre di più in questa fascia di popolazione - che è fra l’altro molto estesa, e per questo oggetto di studi mirati ad interpretarne le propensioni di consumo - ci sono i cereali da colazione (troppo complicati da usare! Bisogna aprire la scatola, versare, rinchiudere, aggiungere il latte, lavare la scodella…) a cui i giovani sembrano preferire i veloci yogurt che permettono di passare subito ad altro.

* la logica della condivisione e la preferenza per i sistemi passanti:  

Secondo Cascone e Ongaro, un’altra caratteristica importante da sottolineare è lo spostamento dell’interesse dei millennials dal possesso dei contenuti e delle cose all’accesso, cioè alla semplice possibilità di fruirne con altri. La logica è quella della cosiddetta “sharing economy”, cioè l’economia della condivisione.

Uno degli ambiti in cui questo spostamento è più evidente è quello dell’auto, il cui possesso è stato negli anni passati simbolo di crescita e di avanzamento sociale, mentre ora “l’avere la macchina” sta diventando sempre meno importante per le nuove generazioni (si fa presente che in uno degli incontri organizzati da CircolarMente lo scorso anno Giuseppe Berta, uno dei massimi studiosi italiani dell’industrializzazione, aveva osservato che il mercato dell’auto sta uscendo dall’egemonia delle case costruttrici per diventare un terreno d’investimento per le società informatiche, che lo  presentano non più come possesso ma come servizio per muoversi e connettersi).

Una tendenza per cui si utilizza anche il termine “uberizzazione” alludendo al servizio di taxi urbani che è stato oggetto di recente in Italia di forti polemiche, per i problemi di ordine legislativo e fiscale che comporta e perché l’utilizzo di personale esterno viene a confliggere con la corporazione dei tassisti (è opinione dei due relatori che occorrerà comunque venire in qualche modo a patti con questa cosa, anche se non è chiaro ancora come farlo, perché ogni innovazione cambia inevitabilmente lo scenario).

 Per tornare al tema dell’esperienza, anche in questo caso il passaggio dal possesso all’accesso trova in una intuizione di Baricco una interessante cornice concettuale. Baricco dice infatti che i barbari approfittano sempre più di sequenze sintetiche e di sistemi passanti, in cui le varie esperienze si generino le une dalle altre sprigionando energia. Per spiegare che cosa significhi esattamente questa espressione, i due relatori ci riportano all’epigrafe calcistica, ampliandola:

(Ci viene mostrato  in  questo caso un momento  clou  del calcio  non barbarico, e cioè  quello che è stato definito in un sondaggio on line del 2002 “il goal del secolo” (Maradona ai mondiali in Giappone), confrontandolo poi con un goal di Messi e facendo notare come ci sia un solo passaggio di palla prima dell’azione conclusiva, mentre secondo il già nominato Guardiola perché un’azione sia considerata oggi interessante e intensa ci vogliono almeno quindici passaggi dalla difesa al centrocampo. Per esprimere questa intensità, spiegano i relatori, si usa il termine TIKI TAKA – un’espressione onomatopeica, nata del tutto casualmente dal tentativo di un radiocronista sportivo di riprodurre il rumore della palla che passa velocissima fra i piedi dei calciatori, e diventata poi l’emblema di questo nuovo calcio.)

Un’intensità, spiega Baricco nel testo, per cui sono state sacrificate molte caratteristiche del calcio tradizionale, quelle che lui ha conosciuto e praticato da ragazzo: la divisione dei compiti e la specializzazione, per cui se uno era difensore era difensore a vita, e non era suo compito attaccare; un calcio in cui un fuoriclasse come Baggio se prendeva la palla non la mollava più, e non gli accadeva certo di essere messo in panchina, come successe dopo.  Ad un certo punto infatti si è preferito un sistema di gioco meno bloccato, in cui i giocatori possono essere anche meno talentuosi, ma capaci di “far passare” con azioni veloci un maggior numero di gesti, privilegiando dunque una situazione ibrida, dove tutti possono fare tutto.

Ora, secondo i relatori è  forse possibile azzardare un paragone fra questo cambiamento nel calcio con quanto sta accadendo nel mondo dell’auto, in cui si privilegiano auto magari meno brillanti e prestigiose ma che siano in grado di passare dall’uno all’altro, garantendo una maggiore vivibilità in città; e ancora, se ci spostiamo nell’ambito della politica, essi ritengono che il movimento barbarico di andare in superficie non porti tanto a porre l’enfasi sul leader ( cosa che  è stata ipotizzata in un intervento, ma che a loro sembra più obbedire ad una logica difensiva rispetto alla paura dei barbari) ma piuttosto sull’ idea o narrazione o utopia che dir si voglia (i due relatori non stanno qui dando un giudizio di valore, ma un giudizio per così dire “sociologico”) che uno valga uno, che i singoli debbano venire presi in considerazione in quanto tali, che la mediazione politica specializzata non sia necessaria perché un po’ tutti sono in grado di fare un po’ tutto…

·         l’accento sulla singolarità, fra unicorni, fiocchi di neve e nuove fragilità …

L’accento messo da Baricco sulla medietà, intesa dai barbari non come una sottrazione ma come la condizione per far passare un maggior numero di gesti, richiama dal pubblico alcune domande e spunti di riflessione: come venga a configurarsi, per esempio, quella che abbiamo sempre inteso come “eccellenza” o se vogliamo semplice competenza (non saranno forse simili, questi “maestri di niente” – osserva un altro interlocutore citando un recente testo di Roberto Calasso,” L’innominabile attuale”, dove fra le altre cose si ragiona intorno a Internet -   a quei Bouvard e Pécuchet immaginati da Flaubert, che facevano un po’ di tutto, avevano interessi molteplici e si buttavano in mille avventure senza nulla concludere, combinando anzi parecchi disastri?).

Domande e riflessioni  rispetto alle quali i relatori utilizzano una metafora che può essere secondo loro esemplificativa per indicare come i millennials si autorappresentano: non più l’animale mutante mezzo uomo e mezzo pesce, pronto ad abbandonare la pesantezza della terraferma per un ambiente liquido e fluttuante, come aveva immaginato Baricco, bensì un unicorno, il mitico essere che rappresenta l’eccellenza, l’unicità e insieme l’impossibilità, perché è destinato a rimanere un sogno (tu fondi una start-up: sai che in certi casi, peraltro rarissimi, puoi avere un successo planetario, ma in realtà non lo raggiungi mai, e allora ti chiedi, come il trentenne protagonista di Master of None, che cosa hai costruito, se sei o sarai mai eccellente in qualcosa…).

Può essere dunque – la loro risposta richiama ancora un’altra domanda dal pubblico- che l’educazione largamente liberaleggiante di cui molti millennials hanno goduto, tesa alla valorizzazione del singolo e fortemente sostenuta dall’enfasi consumistica del neoliberalismo, abbia finito col determinare un eccesso di aspettative, rendendoli di fatto più fragili di fronte ad una realtà non certo favorevole, in cui le possibilità di fatto si restringono?

In effetti questa è anche l’opinione di Simon Sinek (un sociologo inglese, autore di “Start With Why” (Partire dal Perché)- una sorta di manuale-feticcio per la generazione Google e per i giovani imprenditori, dove si esalta il valore della motivazione come fattore di riuscita nelle proprie imprese), che è molto critico nei confronti non tanto dei millennials, ma di un certo tipo di educazione familiare che non insegna ad affrontare le difficoltà (dove si ripete costantemente che tu vali, dove si danno medaglie di partecipazione agli ultimi arrivati, dice Sinek, non si impara né il senso  del successo né quello della sconfitta).

Dal canto loro, i relatori reputano giuste queste considerazioni, perché se non c’è un’educazione al fallimento, se anzi c’è una forte pressione famigliare e sociale al successo, la massima aspirazione diventa il raggiungerlo, e il non riuscirci viene percepito come uno stigma sociale e un fallimento personale. L’insistenza sulla singolarità e l’unicità, su cui anche la pubblicità fa leva (“tu sei unico, questo prodotto è pensato solo per te”), diventa pericolosa, se non c’è la consapevolezza dell’ambiguità interna al concetto di “singolare”.

Non mancano per fortuna degli autori capaci di porre in discussione questi miti generazionali: Cascone e Ongaro citano in particolare Chuck Palahniuk, uno scrittore statunitense che molti millennials considerano una sorta di guru un po’ crudo ma capace di dire la verità in modo da coinvolgerli. In uno dei suoi romanzi più celebri, “Fight Club”, uno dei personaggi pronuncia infatti una frase molto significativa:

 “Noi crediamo di essere la generazione  “snowflake” (fiocco di neve, ognuno dei quali è unico), ma in realtà siamo tutti fatti della stessa materia organica, della stessa carne degli altri” .

*  il rapporto con la conoscenza, i contenuti “su misura” e le Muraglie Cinesi

In queste ultime riflessioni il discorso sul modo di intendere l’esperienza e sull’aspirazione alla singolarità dei millennials viene a saldarsi con il rapporto con la conoscenza, rimettendo Facebook al centro della discussione. Si è già detto di come questo social rappresenti, a giudizio dei relatori, il passo successivo alle branchie di Google, perché a differenza di quest’ultimo crea un’esperienza personalizzata di navigazione e di contenuti.

Ogni giorno infatti, quando aggiorniamo la nostra news feed, il complesso algoritmo di Facebook sceglie fra molti possibili blocchetti di informazione (1500) quelli che più possono interagire con noi, così che la nostra esperienza di navigazione e di conoscenza del mondo ci arriva già filtrata: non è più dunque una vera ricerca ma una sorta di informazione settoriale, che risponde al nostro sguardo sulla realtà e naturalmente lo determina. E’ in questo senso che in precedenza i due relatori hanno parlato di “bolle”, anche se ora preferiscono adottare un termine più forte, “muri”, facendo un richiamo alla Muraglia cinese di cui parla Baricco vedendo in essa non già un sistema difensivo contro l’avanzare dei barbari (che in effetti non è mai riuscita davvero a contenere), ma piuttosto un segnale forte di distinzione volto a marcare la differenza fra la civiltà e la barbarie, un modo dunque di definirsi rispetto all’Altro:

 (in un’intervista molto interessante fatta da Francesco Pacifico a Jonathan Franzen - l’autore de “Le correzioni”- dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca,  lo scrittore osserva  che il vero pericolo che dobbiamo affrontare non è il muro di confine con il Messico che il nuovo presidente si è impegnato a costruire, ma i muri che noi stessi abbiamo alzato con i nostri social, quelli fra noi stessi e la diversità, attraverso i quali facciamo entrare solo quello che corrisponde perfettamente al nostro credo religioso, politico, di genere...)

Nel momento in cui alziamo una barriera non tanto per difenderci dagli altri ma per affermare noi stessi, mettiamo davvero in azione qualcosa di ben più pericoloso di un vero muro, perché è invisibile, impenetrabile, e per giunta molto maneggevole e piacevole: la portiamo sempre con noi, ci rassicura nella nostra identità.

Sembra davvero difficile sconfiggere questo concretissimo se pure invisibile e indefinito muro, che poi non è soltanto “un” muro, ma è miliardi di muri. Non è però del tutto impossibile, secondo Cascone e Ongaro, far scoppiare le bolle di Facebook: viene citata infatti l’azione provocatoria di uno dei creativi del canale Pessmed, Daniel Klein, che utilizzando a suo vantaggio il sistema che Facebook usa per “targetizzare” le sue informazioni, inserisce nelle new feed di utenti fortemente conservatori degli esempi positivi di integrazione

(anche se, a dire il vero, non sono ancora chiari i risultati, resta comunque un esempio notevole di come si possa agire all’interno dei sistemi, forzandone i meccanismi).

e per finire, ancora qualche riflessione sull’ ambiguità della Rete

Queste ultime osservazioni dei due relatori richiamano da parte del pubblico una domanda che tocca nuovamente una questione centrale relativa alla natura ambigua di Internet: ci si chiede cioè se la Rete sia da intendersi semplicemente come una sorta di estensione dei neuroni umani, volta ad agevolarci nella ricerca, o se invece la massa di dati che noi stessi vi depositiamo, non sottoposti al nostro controllo bensì alla gestione di pochi, possa ritorcersi contro di noi, manipolandoci nostro malgrado.

Sicuramente il pericolo è grande, Cascone e Ongaro ne convengono: di recente il caso Snowden ha chiarito assai bene la difficoltà di proteggere la nostra privacy, di sapere come vengono usati i nostri dati, di disconnetterci. E però qualcosa di positivo sta avvenendo e lo stesso cambio di rotta di Facebook appena        iniziato lo segnala. Quando tali questioni diventano argomenti di discussione sociale, la partita non è chiusa: c’è ora in molti, se non in tutti, una maggiore consapevolezza di come queste macchine che sembrano oggetti magici possono essere utilizzate da chi ha interesse a sapere tutto di noi. Senza contare che talvolta gli stessi sistemi hanno in sé i propri anticorpi: i relatori citano infatti il caso di una fiction britannica, prodotta in origine da Endemol, che è stata acquistata di recente da quello stesso Netfkix  che sta colonizzando il nostro immaginario (si tratta di “Black Mirror, una serie antologica il cui titolo rimanda agli specchi neri degli schermi televisivi e dei monitor, e che pone, attraverso scenari di un futuro distopico, una critica molto forte verso le derive  delle nuove tecnologie).

E’ dunque possibile, secondo Cascone e Ongaro , essere moderatamente ottimisti…

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N.B. = Si chiude così un intervento che è stato molto apprezzato per l’amabilità dei due relatori, la competenza e la capacità di mettere in discussione la loro stessa generazione di cui hanno dato prova. L’autrice della relazione si assume come sempre la responsabilità di eventuali errori di interpretazione, segnalando che sono di sua mano i vari titoli che scandiscono il discorso. Chi è interessato ad approfondire i riferimenti a Baricco e agli altri autori citati nella bibliografiai può trovare sul blog di CircolarMente un dossier riassuntivo, con il titolo di “Indagine sulla mutazione”.  

venerdì 1 dicembre 2017

La parola del mese - Dicembre 2017


La parola del mese

 A turno si propone una parola, evocativa di pensieri collegabili ed in grado di aprirsi verso nuove riflessioni





Dicembre 2017



La parola scelta per questo mese è da sempre presente nella nostra lingua ma è da sempre molto poco utilizzata soffocata com’è dal suo corrispettivo al maschile. E’ stata recentemente rilanciata, con evidente intento culturalmente e politicamente provocatorio, dalla scrittrice Michela Murgia con un articolo, qui sotto riportato, che ha da subito sollevato reazioni in alcuni casi decisamente dure e risentite. Sia da destra con motivazioni facilmente individuabili ma anche da sinistra, là dove la Murgia è stata criticata per aver “invaso” con un punto di vista “femminista” un “territorio” convenzionalmente di pertinenza della “cultura politica classica”. Va però detto, al di là delle opinioni che ognuno di noi può legittimamente avere al riguardo, che la Murgia ha recuperato, adattandola al contesto attuale, un termine da sempre oggetto di considerazioni. Lo testimonia il successivo articolo, qui riprodotto, recuperato dalla rivista on-line DoppioZero sulla quale era apparso già nel 2011. La parola del mese è:


MATRIA

Matria  =  (s.f. av. 1595; derivato dal latino  mater “madre) terra natia, patria


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Articolo su La Repubblica.it del 15 Novembre 2017  

di Michela Murgia (scrittrice, giornalista, editorialista)


"Il concetto di patria ha fatto solo danni. Cominciamo a parlare di Matria"


Per sconfiggere i nazionalismi serve una nuova categoria, che sconfigga alla radice il maschilismo strettamente legato al concetto di patriottismo. La sfida della scrittrice


Non c’è un’accezione amabile della patria e se c’è è forse proprio quella dovremmo temere di più. La terra dei padri, questo significa patria, è un concetto letterario le cui ambiguità è utile tenere ancora presenti, se non altro perché dimenticarle ci ha dato lezioni amare per tutto il ’900. La prima ambiguità è nelle parole stesse: la patria non è una terra, ma una percezione di appartenenza, un concetto astratto, tutto culturale, che si impara dentro alle relazioni sociali in cui si nasce e dentro alle quali, riconosciuti, ci si riconosce. In un mondo dove i rapporti di confine tra le terre sono cambiati mille volte e le culture si sono altrettanto intrecciate, dire “la mia patria” riferendosi a una terra significa creare in sé un falso logico, oltreché geologico. La seconda ambiguità è in quel plurale monogenitoriale, quel categorico “padri” che solleva simbolicamente dalle loro tombe un’infinita schiera di vecchi maschi dal cipiglio accusatorio rivolto alla generazione presente. Le madri nella parola patria non ci sono, benché per definizione siano sempre certe, né generano appartenenza, nonostante ce ne sia una sola per ognuno di noi. Non possono esserci perché nell’idea del patriottismo è innestata la convinzione profonda che la donna sia natura e l’uomo cultura, cioè che la madre generi perché è il suo destino e l’uomo riconosca la sua generazione per volontà e autorità, riordinando col suo nome il caso biologico di cui la donna è portatrice. È in quanto estensione del maschile genitoriale che la patria è divenuta fonte del diritto di identità, perché è il riconoscimento di paternità che per secoli ci ha resi figli legittimi, né è un caso che le rivoluzioni culturali post psicanalisi si definissero anche come “uccisioni dei padri”. Gli apolidi dentro questa cornice si portano inevitabilmente addosso l’aura del figlio bastardo, gli espatriati per volontà sono sempre traditori della patria e gli emigrati economici hanno il dovere morale di coltivare e manifestare a chi è rimasto a casa un desiderio di ritorno, pena il passare per rinnegati. E se per una volta - solo una, giusto per vedere l’effetto che fa - provassimo a uscire dalla linea di significati creata dal concetto di patria? Averlo caro del resto non ha alcuna attualità; appartiene a un mondo dove il diritto di sopraffazione e la disuguaglianza sociale ed economica erano voci non solo agenti, ma indiscutibilmente cogenti: per metterle in crisi ci sono volute rivoluzioni di pensiero prima ancora che di piazza, e quelle rivoluzioni ci hanno lasciato in eredità il dovere di fare un atto creativo nei confronti di tutte le categorie che non bastano più a raccontare la complessità in cui siamo. E se proprio non è possibile uscire dalla percezione genitoriale dell’appartenenza collettiva - padre, ma anche l’ossimoro madre patria - potrebbe essere interessante cominciare a parlare di Matria. La prima utilità di questo cambio di senso sarebbe immediata: ci costringerebbe a ripensare la cittadinanza così come la conosciamo. Legarla alla patria (e quindi alla paternità) ha infatti confermato solo le appartenenze che storicamente vengono dai padri: consanguineità e patrimonio, cioè ius sanguinis e ius soli, entrambe matrici squalificanti e divisive dello stare insieme. Lo ius sanguinis è il principio di tutti i patriarcati e di conseguenza di tutti i nazionalismi, perché se il sangue genitoriale definisce la tua appartenenza allora non importa più chi sei, ma solo di chi sei. Il singolo non ha valore se non come estensione dell’identità collettiva. Chi difende lo ius sanguinis pretende che tutte le relazioni individuali siano subordinate alla relazione collettiva originaria, quella dell’essere sangue del sangue di un cittadino italiano. Per questo non importa da quanti anni sei nato qui, se ci lavori, se ci sei cresciuto o ci sei andato a scuola: senza quell’atto d’origine non sei nella nostra genealogia sociale, sei nessuno. Con lo ius soli non va molto meglio e per questo la battaglia pur necessaria per ottenerlo anche in forma blanda è una battaglia di retrovia storica, già superata dalle esigenze del presente. Il diritto del suolo ha fondato infatti gli imperialismi e le colonalizzazioni, perché se è la terra che possiedi a darti l’identità, è legittimo e indispensabile accaparrarsene quanta più possibile, non importa come, e difendere quella che hai con ogni mezzo. Perché la terra ti definisca come proprio è infatti indispensabile che tu a tua volta la definisca come tua in modo non sindacabile, altrimenti chiunque ti porti via la terra ti porterebbe via anche l’identità. Paradossalmente si sono fatte più guerre per lo ius soli che per lo ius sanguinis, perché la terra, a differenza del sangue ricevuto una volta per tutte, è sempre a rischio di sottrazione. Va da sé che fondare cittadinanza su questi principi - entrambi strutturali al concetto di patria - porta e ha portato già a tragedie diverse, tutte non augurabili. Pensarsi come Matria consente di sradicare questa prospettiva, perché la madre nell’esperienza di ognuno di noi non è un soggetto imperativo, ma è la prima cosa vivente scorta, la prima amata. Simbolicamente intesa, la maternità è un’esperienza relazionale elementare, perché nutre e si prende cura. Prima di suscitare timore, suscita amore. Prima di evocare autorità, evoca gratitudine. Nella prospettiva dell’appartenenza, il materno è uno spazio dove a legittimare l’esistenza e l’identità è quello che ti offrono, che è la matrice e non la conseguenza di ciò che poi offrirai tu. Non è strano che le persone che arrivano qui scappando dal proprio paese a volte possano dire: «Mi sento a casa». Non è un esproprio, ma la prova che stanno ridefinendo la loro appartenenza dentro alle relazioni anche istituzionali che hanno incontrato. Lo slittamento semantico cambia la prospettiva, perché tra patria e matria c’è la stessa differenza che esiste tra una somma e una moltiplicazione: se la patria è il luogo che ti riconosce, la matria è quello in cui tu impari a riconoscere chiunque. Sarebbe un grosso errore pensare che solo uno dei due sia il luogo della politica

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Articolo apparso sulla rivista on-line Doppio Zero nel 2011

di Matteo Di Gesù

(editorialista de «la Repubblica». Ricercatore di Letteratura italiana, presso l'università di Palermo)



Oggi, dopo le tragedie del Novecento, “patria” è forse una parola, se non inservibile, irrecuperabile. Patria è ancora la nazione maschia (o meglio – in un rovesciamento semantico – la nazione femmina la cui inviolabilità è garantita dagli italiani maschi), è il precipitato della peggiore retorica bellicista ed escludente, respingente e classista. Eppure queste parole di Primo Levi, inaspettatamente, sembrano dirci che è possibile ancora restituirle un senso. Stefano Jossa, (critico letterario e accademico italiano, autore di diversi saggi di cultura letteraria italiana) a un recente convegno dedicato a letteratura italiana e identità nazionale (Marzo 2011. Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue di cor) insisteva ragionevolmente sull’urgenza di dare pieno corso al lemma “matria”, quale possibile alternativa all’ormai inattingibile “patria”.  Probabilmente è così. Altrimenti si tratterebbe di risalire a una nozione che, proprio a cavallo del processo di unificazione nazionale italiana, preesiste al becero nazionalismo moderno. Recuperare quell’idea di patriottismo che Maurizio Viroli (studioso di filosofia della politica e di storia del pensiero politico, professore emerito di Teoria politica all'Università di Princeton e all'Università della Svizzera Italiana a Lugano) contrappone appunto alle degenerazioni nazionalistiche otto-novecentesche. Se è fondata questa tesi, anche quei classici che ci hanno surrettiziamente fatto leggere come peana del nostro nazionalismo, si rivelano piuttosto testimonianze postreme di un’idea di patria comunitarista. Non quali preconizzazioni delle sorti fauste di una nazione che si fa stato ed entra nella modernità, dunque, ma piuttosto come una delle ultime attestazioni di quella utopia di cittadinanza aperta e inclusiva che il nazionalismo moderno spazzerà via. Magari potremmo dipartire da là, per provare a restituire significati spendibili, oggi, alla parola “patria”: rileggere, per esempio, Marzo 1821 di Manzoni e soffermarci su “gente”, “fratelli”, “compagni” (non vi è alcuna occorrenza di “patria”, “nazione” o di parole derivate dalle loro radici, nell’ode. Se non in quell’epigrafe che affranca programmaticamente il testo da qualsivoglia nazionalismo chiuso e retrivo, evocando le sorti di ogni popolo oppresso).Se la modernità comincia con il Rimbaud che scriveva giustamente “j’ai horreur de la patrie”, insomma, gettiamocela finalmente alle spalle. E ricominciamo da Leopardi, che proprio in quel marzo 1821, a proposito di patrie e cittadinanze linguistiche [quasi preconizzando una famosa sentenza di Chomsky (Avram Noam Chomsky è un linguista, filosofo, storico, teorico della comunicazione statunitens)  “una lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito”]scriveva: “conchiudo che la giudiziosa novità, (e massime tutta quella che si può derivare dalle nostre stesse fonti) l’arruolare al nostro esercito nuove truppe, l’accrescere la nostra città di nuove cittadinanze, in luogo che pregiudichi per natura sua, e quando si faccia nei debiti modi, alla purità della lingua, è anzi l’unico mezzo sufficiente di difesa, di far testa, di resistere alla irruzione della barbarie, la quale sovrasta inevitabilmente a tutte le lingue che mentre il mondo, e le cose, e gli uomini, e i suoi stessi parlatori camminano, e avanzano, o certo si muovono; non vogliono più, o sono impedite di più camminare né progredire, né muoversi in verun lato o modo: e vogliono, o son forzate a volere (inutilmente) quella stabilità, che non ebbero mai né avranno gli uomini e le cose umane, al cui servigio elle son destinate, e al cui seguito le costringe in ogni modo la natura. Conchiudo che impedire alle lingue la giudiziosa e conveniente novità, non è preservarle, ma tutt’uno col guidarle per mano, e condannarle, e strascinarle forzatamente alla barbarie”.

martedì 21 novembre 2017

Sintesi della conferenza del Prof. Alessandro Barbero "Le migrazioni barbariche"


LE MIGRAZIONI BARBARICHE

Incontro con il prof. Alessandro Barbero



Dopo aver ringraziato il numeroso pubblico e naturalmente il relatore, che CircolarMente si onora di presentare dal momento che è da tutti apprezzato per la sua straordinaria capacità di unire la competenza di studioso alla passione espositiva del narratore, Massima Bercetti esplicita la proposta dell’associazione che attraverso il tema delle migrazioni barbariche – un’emergenza del passato – vuole mettere a fuoco alcune caratteristiche delle emergenze attuali, fidando nel potere chiarificatore ed evolutivo della memoria storica. Per molti dei presenti sicuramente questo tema richiama alla memoria una dicotomia, quella fra Romani e Barbari, visti come se ci fosse fra questi due termini un’antitesi insuperabile - ordine e caos, luce e ombra, civiltà e rozzezza: qualcosa insomma che non può mai sussistere insieme, tanto è vero che quando sono arrivati i barbari l’impero si è sfasciato. Tuttavia il prof. Barbero, che su questo tema ha pubblicato nel 2010 per Laterza il testo ”Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano”, ci mostrerà una realtà più complessa e sfaccettata, facendoci vedere come fra questi due poli non ci sia stato sempre un rapporto di esclusione reciproca, bensì una relazione per molto tempo anche proficua. Sarà dunque importante per tutti noi cogliere i termini di questa relazione e analizzarne con il prof. Barbero le modalità, individuando in particolare gli errori e le inefficienze che hanno contribuito a determinarne la rottura.



1. Attualità del tema

e sue diverse interpretazioni nel tempo:



Nell’aprire la sua conversazione, il prof. Barbero osserva come il modo diverso con cui il capitolo delle migrazioni barbariche è stato analizzato e interpretato dagli storici sia quanto mai significativo per farci capire l’oggi. Pensiamo per esempio a come veniva letto e raccontato a inizio novecento, quando gli stati europei si preparavano ad affrontarsi sul campo di battaglia con la loro carica di esaltazione nazionalista. Nel caso dell’Italia, prevalendo allora l’idea della superiorità etica e spirituale della razza latina, era facile identificare il nemico germanico con quei rozzi barbari che avevano distrutto la grande civiltà romana, e pertanto quelle che oggi gli storici definiscono come “migrazioni” venivano viste come “invasioni”, eccitando gli animi alla necessità della resistenza verso un nemico portatore di ogni nequizia.

Diversa è la lettura che ne facciamo oggi, spiega il prof. Barbero, non già perché gli storici possano ignorare a loro piacere una certa realtà fattuale, ma perché nella congerie dei fatti esiste pur sempre la scelta che si opera a partire da dove siamo collocati, e che ci spinge ad illuminarne alcuni piuttosto che altri, approfondendo certe analisi, rivalutando aspetti prima ignorati. Ora, per quanto possano esserci   occasionali frizioni col mondo germanico, nessuno porrebbe più il tema di uno scontro di civiltà fra i nostri due popoli: il problema che dobbiamo fronteggiare come europei è piuttosto quello di un mondo che si è fatto globale e complesso, e in cui c’è una parte più ricca e più organizzata che si sente accerchiata da popoli minacciati dalla fame e dalla guerra, le cui condizioni di vita sono profondamente diverse dalle nostre.

La lettura degli storici tende dunque oggi a ragionare maggiormente sul fatto che prima della vera e propria invasione c’era stata una lunga fase migratoria in cui i barbari erano stati positivamente accolti e integrati, indagando pertanto sia sulle modalità di assorbimento controllato di cui l’impero aveva saputo dare prova, che sugli errori e sulle inefficienze che ad un certo punto hanno permesso l’apertura di una crepa irreparabile.



2. Romani e Barbari:

una dicotomia assoluta?



Giustamente, osserva il prof. Barbero, Massima Bercetti nella sua introduzione ha messo in rilievo quanto sia forte, ancora oggi, la percezione di una profonda dicotomia fra questi due termini, che poggia sulla nostra tendenza a dividere il mondo fra NOI e gli ALTRI dotando i primi di tutte le qualità positive (i più civili, i più giusti, in altre parole: i migliori). Nel definire come barbari quelli che a nostro giudizio non possiedono queste alte qualità – qualunque siano i termini con cui le decliniamo – siamo sicuramente eredi del mondo greco, che come tutti sappiamo è stato il primo a chiamare “barbari” coloro che non erano greci e la cui lingua suonava balbettante e scomposta alle loro orecchie (il termine ha evidenti origini onomatopeiche).

E’su questa differenza, del resto, che essi si definivano come portatori di valori unici, leggendo la propria storia come la storia epica di coloro che avevano lottato, come uomini “nati liberi”, contro un impero di sudditi e di schiavi. Un modo di autodefinirsi per opposizione che abbiamo fatto in parte nostro, nonostante avesse un corollario non troppo edificante, se persino un filosofo come Aristotele poteva considerare del tutto lecita la schiavitù per coloro che per natura fossero “nati schiavi”...

Poi, come sappiamo, questa civiltà raffinata che aveva inventato il concetto di “barbaro” e che aveva saputo opporsi ai barbari d’oriente, cade alla fine sotto il dominio dei Romani, a cui fu gioco forza sottomettersi anche se in cuor loro i greci consideravano altrettanto barbari questi rozzi vincitori – cosa che del resto i latini ben sapevano, accettando in generale, nonostante qualche fiera resistenza (vedi Catone) di farsi “civilizzare” da un popolo vinto. Cose note, certamente, anche se il prof. Barbero fa notare che non solo i greci riuscirono ad ottenere uno statuto di autonomia per le loro poleis, ma che la parola barbaro cambiò di segno, passando ad indicare chi non era né greco né romano (tanto è vero che alcuni storici non parlano di impero romano, ma di impero greco-romano). Restava dunque l’idea di un confine fra sé e l’altro, ma si spostava di segno.



3. Una politica pragmatica di inclusione ragionata:



Inizia in questo modo, continua il prof. Barbero, un movimento che proseguirà nel tempo via via modificandosi, anche perché una dicotomia statica strideva concettualmente con l’idea inclusiva che i romani avevano rispetto al loro progetto di conquista (per fare un esempio, dopo le sanguinose guerre di Giulio Cesare, i Galli vennero “incorporati”: restavano barbari, ma barbari-di-dentro, contrapposti ai barbari-di-fuori…).

Si veniva così a definire una situazione che può essere rappresentata secondo uno schema bipolare:

- da un lato, i cittadini romani, a cui spettava l’assoluta prevalenza (essi erano al di sopra di tutti gli altri, e venivano sottoposti solo alla giurisdizione dell’imperatore)

-  dall’altro, i barbari interni, sudditi dell’impero (potremmo definirli barbari “indigeni”) per cui viene pensata un’apposita categoria giuridica, quella dei “peregrini”

C’è naturalmente una differenza enorme fra le due categorie: il “peregrinus” è uno che non è padrone a casa sua, un forestiero che viene semplicemente tollerato.

Per esemplificare la forza di questa distinzione, il prof. Barbero ricorda un episodio significativo, quello della cattura di Paolo di Tarso al tempo della sua predicazione a Gerusalemme, citata da una fonte autorevole (Gli atti degli apostoli).

Racconta dunque il testo che Paolo, denunciato dai sacerdoti ebrei, viene arrestato e condotto nel palazzo del governatore romano per essere sottoposto a giudizio. Qui viene incatenato e legato al palo per essere fustigato, a mo’ di pena preliminare, ma la tortura non avrà mai luogo dal momento che Paolo si rivolge ai suoi aguzzini con una frase che diventerà celebre: “Cives romanus sum!”  Panico assoluto: si chiama in gran fretta il governatore che accorre, presumibilmente trafelato a sua volta. Il dialogo fra i due uomini, che sulle tracce del prof. Barbero riproduciamo in questo modo, risulta decisamente surreale:

“E’ vero quanto mi dicono? Sei davvero un cittadino romano?”

“Sì, lo sono, e di nascita!” (notiamo che Paolo era originario dell’Asia Minore…)

“Io invece la cittadinanza l’ho acquistata, e a caro prezzo!”

Capiamo bene infatti che si è venuta a creare una situazione alquanto confusa per l’asimmetria dei due personaggi: il prigioniero è cittadino per nascita, il suo giudice un cittadino acquisito. Al di là di questo, su cui torneremo, il possesso della cittadinanza cambia radicalmente la situazione: bisogna sospendere tutto, scrivere subito a Roma, perché un cittadino romano è soggetto solo alla giurisdizione imperiale. Può dunque cavarsela, Paolo, perlomeno in questa occasione, mentre così non è stato per Gesù, che nell’impero era solo un “peregrinus” …

Ora, prosegue il prof. Barbero, se lo esaminiamo con attenzione questo episodio evidenzia non solo la nettezza della distinzione fra cittadini e no, ma anche l’esistenza di una terza categoria che rende in un certo senso “tripolare” lo schema di cui sopra: quella cioè dei cittadini romani non per nascita, ma per acquisizione. La cittadinanza dunque era qualcosa che si poteva ottenere, se venivano riconosciuti particolari meriti. Veniva accordata per esempio a chi nelle province conquistate si era dimostrato disponibile alla collaborazione, in specie se apparteneva a famiglie influenti, o ancora a chi si fosse arruolato nei reparti ausiliari dell’esercito (le legioni erano destinate ai soli cittadini romani) e vi avesse trascorso onorevolmente il lungo servizio previsto (25 anni!).

Al congedo gli “indigeni” ricevevano infatti la cittadinanza romana, corredata da un diploma onorifico detto “missio emerita” (il prof. Barbero cita il caso di un veterano originario della Pannonia, che aveva dato ai suoi figli rispettivamente il nome di Emeritus ed Emerita, a indicare l’orgoglio per la posizione conquistata) e da nuovo nome romanizzato, con un premio in denaro che consentiva loro di trasformarsi in piccoli agricoltori, diventando pilastri dello stato.

Quella romana era insomma una politica pragmatica di inclusione ragionata che veniva applicata generalmente con successo, anche se suscitava in qualche caso delle resistenze da parte dei fautori della supposta purezza romana:

Il prof. Barbero cita il caso di una proposta di legge davvero molto inclusiva che l’imperatore Claudio sottopose al Senato (come sappiamo, pur essendo l’imperatore praticamente onnipotente era tenuto a dimostrare almeno un formale rispetto per questo organo) e che prevedeva la possibilità di accedere alla carica senatoriale anche per coloro che erano di origine barbara.

Sembrò davvero troppo, a molti senatori (“Dove si andrà a finire? Ci sono limiti che non possono essere varcati!”), ma secondo quanto racconta Tacito Claudio li rintuzzò con un discorso veemente, che Barbero ha rievocato per noi più o meno con queste parole:

“Voi che temete di inquinare il vostro sangue, non siete forse stati, prima che romani, etruschi o sabini, un tempo nemici di Roma? Noi non siamo greci! Siamo romani, e siamo forti proprio per questo, perché accogliamo fra noi i nemici sconfitti!”

N.B. = ricordiamo che nel mondo greco si era cittadini solo per diritto di sangue

Da segnalare inoltre il fatto che la concessione della cittadinanza non riguardava solo i singoli individui, ma poteva essere concessa a intere comunità e financo a popoli (regnando Traiano, che era di origini spagnole, fu concessa tout-court a tutti gli spagnoli: si trattava anche allora – commenta il prof. Barbero ricorrendo scherzosamente ad un’espressione contemporanea - di ottenere consenso, allargando la propria base elettorale…).

In questa politica di concessione della cittadinanza, che rispondeva ad un preciso calcolo politico, costituirà un evento particolarmente significativo un editto emanato nel 212 d.C. dall’imperatore Marco Aurelio Antonino Caracalla, con il quale si concedeva la cittadinanza romana a tutti coloro che vivevano entro i confini dell’impero.

Possiamo ben immaginare quale sia stato allora l’impatto di questa decisione, che riguardava un numero altissimo di beneficiati:

(da qui, racconta il prof. Barbero, deriva il fatto che moltissimi dei nuovi cittadini portassero come primo nome quello stesso dell’imperatore, come richiesto dal beneficio ma anche in segno di autentico orgoglio e riconoscenza. Fra i vari documenti che lo attestano, abbiamo ad esempio un’iscrizione in cui un certo Marco Aurelio Zozimo cita se stesso come “colui che si chiamava solo Zozimo, prima del sacro nome”….

Sacro in primo luogo perché era di emanazione imperiale, e quindi assimilabile ad un dono della divinità, e in secondo luogo perché era effettivamente foriero di grazia, “così che appartenesse a tutti ciò che prima era di pochi”, come dice sant’Agostino, facendo di Roma “l’unica città dove nessuno è straniero”)



4. I Barbari esterni e la questione immigrazione:



Quello romano era dunque un mondo dove le diverse identità non venivano conculcate, ma in cui tutte erano per così dire assorbite in un’identità superiore e aggregante.

Ciò detto – prosegue il prof. Barbero – non possiamo non chiederci che cosa succedeva ai barbari veri, quelli che non stavano dentro i confini dell’impero ma fuori, ai margini. Sappiamo che spesso erano loro in prima persona a chiedere di entrare, mentre in altri casi venivano sollecitati a farlo per esigenze interne all’impero, che aveva bisogno di contadini per i vasti latifondi o di reclute per l’esercito (anche per riempire i vuoti lasciati dalle epidemie, che erano assai frequenti). Quando parliamo di sollecitazione, intendiamo dire che al bisogno i romani, che notoriamente non andavano troppo per il sottile, organizzavano spedizioni in quello che chiamavano il “barbaricum” per andare direttamente a prenderseli, o attraverso accordi pacifici con i capi, oppure bruciando un po’ di villaggi a scopo dimostrativo….

Nel passare ad esaminare la condizione giuridica degli immigrati, il prof. Barbero fa ancora alcune considerazioni sull’editto di Caracalla, su cui gli storici si sono interrogati per capire se in qualche modo l’imperatore, concedendo la cittadinanza a tutti coloro che erano dentro l’impero, si fosse già posto il problema del fuori, guardando in qualche modo al futuro. Purtroppo non ci sono risposte precise a riguardo, perché il papiro egiziano con testo in greco che lo riporta è lacunoso proprio in alcuni punti salienti. Sappiamo però da altre fonti che per i lavoratori immigrati non era prevista alcuna concessione di cittadinanza: essi venivano considerati semplicemente “dediticii”, con un termine che implicava il darsi all’imperatore, il mettersi nelle sue mani. Da notare però che essi non erano schiavi: se impiegati nei latifondi, erano contadini liberi, che affittavano le terre e pagavano le tasse; se era l’esercito a richiederli, compivano il servizio militare come previsto.

Naturalmente, per gestire l’afflusso continuo di immigrati, c’erano strutture governative e intere prefetture con uffici e funzionari che avevano il compito di accoglierli, registrarli, distribuirli nei distretti a seconda delle richieste del governo centrale a cui spettava ogni decisione politica. Esisteva dunque un’organizzazione capillare ed efficace, ma certo non mancavano episodi di corruzione:

(ad un certo punto, racconta infatti il prof. Barbero,  scoppiò un vero e proprio  scandalo, quando il governo centrale si rese conto che sotto la dicitura “acquisto delle reclute” e “compravendita degli immigrati” avvenivano cose strane: ad esempio, si facevano degli accordi sottobanco fra i centurioni che dovevano reclutare uomini per l’esercito e i latifondisti che preferivano pagare piuttosto che sacrificare la preziosa mano d’opera; dopo di che gli stessi centurioni acquistavano gli uomini necessari a minor prezzo dai capi barbari, trattenendo per sé la differenza. Una volta appurato il giochetto, il governo centrale cominciòovviamente a provvedere da sé a questi acquisti…)

In generale peraltro le cose procedevano con sufficiente beneficio per tutti e l’immigrazione fluiva senza scosse, con le istituzioni preposte che regolavano i flussi a seconda dei bisogni interni.  Si calcola che fra il 4° e il 5° secolo l’esercito romano fosse composto quasi interamente da barbari, figli di immigrati o addirittura nati all’esterno dell’impero (cosa che a inizio novecento, quando si ragionava senza pudore in termini razzisti, veniva interpretata come una delle cause del suo crollo…). Potevano esserci frizioni occasionali, ma nella maggior parte dei casi l’integrazione di tutti questi immigrati non comportava particolari problemi e il valore dei barbari del nord, del resto convertiti al cristianesimo - la chiesa naturalmente lavorava per l’assimilazione, avendo una prospettiva universalistica - veniva spesso riconosciuto (benché fossero prevalentemente alti e biondi: segno certo, per i latini, di una indubbia inferiorità genetica!).

L’immigrazione finiva così per diventare una sorta di ideologia dell’impero, di cui il prof. Barbero ha dato alcuni  divertenti assaggi citando un certo numero di scritti in elogio dell’imperatore di turno, in cui pur facendo la tara al tono adulatorio che era davvero poco evitabile in questo genere di produzioni, veniva espresso un autentico  orgoglio per  questa capacità di assimilazione rispetto ai popoli sconfitti, attraverso la quale si assicurava a tutti il diritto di poter godere della “felicità romana”.

Questo naturalmente non implicava, da parte degli autori, il porre romani e barbari sullo stesso piano, ma si riconosceva comunque il valore politico forte della loro integrazione:

(per fare un esempio, in uno di questi scritti, indirizzato all’imperatore Teodosio da un certo Temischio, un politicante greco di Costantinopoli, ben si sottolineava come i Germani e i Goti rappresentassero con la loro rozzezza l’antitesi dei civili e razionali Romani. Nondimeno l’autore mostrava di considerarli educabili alla civiltà, esaltando dunque la scelta imperiale di non eliminare il popolo dei nemici bensì di proteggerli, dopo averli sottomessi, facendoli diventare parte dell’impero. In fondo, aggiungeva curiosamente “non proteggiamo forse noi anche gli animali feroci, così che si conservi la specie, e non scompaiano gli elefanti dalla Libia e gli ippopotami dal Nilo? Questi poi sono uomini, e pertanto meritano ancora di più la nostra protezione!”)



5. L’inizio della fine: un racconto drammatico,

foriero di insegnamenti preziosi



Dopo di che, prosegue il prof. Barbero, è inevitabile chiedersi che cosa successe poi e come avvenne che dopo aver gestito con successo la questione immigrazione per più di due secoli essa cominciò a sfuggire di mano, per una serie di concause fra le quali è importante a suo giudizio indicare tutta una serie di inefficienze e di gravi errori che emergono con drammatica evidenza in un episodio specifico, avvenuto nel 376 D.C.

(N.B. = su di esso il prof. Barbero ha imbastito una narrazione tanto significativa quanto avvincente, che cercheremo qui di riportare il più possibile per esteso perché rientra perfettamente nel tema che CircolarMente ha voluto proporre per l’anno in corso)

-la pressione dei Goti sulla frontiera danubiana

 e il dilemma: farli o non farli entrare?

Siamo dunque nel 376 D.C.

Alla frontiera dell’impero romano d‘oriente, che costeggia il Danubio, preme un intero popolo barbaro che si sta spostando dalle sue sedi per l’incalzare di tribù nomadi ancora più barbare, quelle degli Unni, che con le loro scorrerie saccheggiano e terrorizzano mettendo i villaggi a ferro e a fuoco. I Goti non sono certo sconosciuti ai Romani: molti di quelli che abbiamo chiamato “barbari di dentro” sono originari di questo popolo, hanno dato contadini ai campi dei latifondisti e reclute all’esercito, spesso salendo i gradini del comando. Questi che arrivano, certo, sono ancora “barbari di fuori”, ma le loro intenzioni non sono ostili, anzi: chiedono riparo e protezione all’interno del forte e organizzato impero e sono del tutto disponibili a diventare a loro volta contadini e soldati, facendone pacificamente parte.

Pur tuttavia, sono davvero tanti e gli ufficiali di servizio sul confine non vogliono prendersi la responsabilità di farli entrare senza l’avvallo del governo centrale. Si dà il caso però che l’imperatore Valente, cristiano, si trovi a circa 2.000 chilometri di distanza, presso la frontiera con la Persia a cui si accinge a far guerra (vecchia ossessione occidentale, commenta Barbero…). Quando i messaggeri finalmente lo raggiungono, subito viene convocato il Concistoro – una specie di Consiglio dei Ministri – il cui parere è decisamente favorevole: i Goti sono ottimi guerrieri, gente preziosa in tali circostanze.

Succede però che quando i messi sono di ritorno con la risposta, la situazione al confine si sia fatta decisamente tesa: i Goti premono sempre di più, col terrore di sentirsi addosso gli zoccoli scalpitanti dei cavalli degli Unni; alcuni hanno tentato di varcare la frontiera senza permesso e c’è scappato un morto, o più di uno (può essere interessante, secondo il prof. Barbero, quanto racconta un cronista che scrive di questi avvenimenti alcuni anni più tardi, quando si sa già come è andata a finire, e che in più è pagano, non è quindi interessato a mettere  sotto una luce favorevole il cristiano Valente: e cioè che dopo l’arrivo dell’ordine gli ufficiali che avevano negato l’ingresso erano finiti sotto processo per abuso d’autorità).

-il drammatico passaggio del Danubio:

inefficienze, errori, rapacità

 Ora che l’ordine di farli entrare è giunto, bisogna comunque organizzare il passaggio, ma non è cosa semplice e le cose in effetti volgeranno subito al peggio. Il Danubio è in piena, e il vecchio ponte costruito da Costantino (guarda caso, proprio per muovere guerra ai Goti) è crollato da tempo e non è mai stato ricostruito. Per traghettare intere famiglie, con masserizie, bestiame e un nugolo di bambini, si devono utilizzare mezzi di fortuna. Possiamo solo immaginare il caos totale (e certo l’abilità narrativa del prof. Barbero ce lo rende facile): famiglie che si perdono, persone che affogano, bambini che rimangono senza protezione…

Una situazione confusa e drammatica che rende di fatto impossibile agli impiegati preposti il procedere alla registrazione ordinata di questi richiedenti asilo.

Poi, cominciano a succedere cose altamente rischiose: da un lato i capi Goti, a cui è stato richiesto come di consueto di consegnare le armi, riescono a corrompere le sentinelle evadendo l’ordine, mentre dall’altro lato molti ufficiali romani - ci sono testimonianze inoppugnabili a riguardo – non esitano a prendersi come schiavi, approfittando dell’abbondanza, bambini e ragazzi rimasti senza genitori. Senza contare che non appena si sparge la notizia che i Romani hanno aperto il confine, altri Goti arrivano e la marea sembra ormai inarrestabile.

A questo punto la situazione è davvero critica e i Romani decidono di chiudere nuovamente il confine procedendo alla ripartizione di coloro che sono riusciti ad entrare nei distretti dove è richiesta la forza lavoro, come si è sempre fatto in passato. Il problema è che c’è stato un grosso vuoto di responsabilità amministrativa e non c’è nessun piano di ripartizione pronto all’uso, per cui si crea gioco forza una sorta di campo profughi per trattenere provvisoriamente questa massa di gente che comunque va custodita e nutrita. Neanche questo sarebbe un problema insuperabile, in effetti, perché il governo ha stanziato i fondi necessari per l’acquisto di razioni militari sufficienti per sfamare queste persone: succede però che gli ufficiali, invece di distribuirle gratuitamente ai Goti, si facciano pagare, così questi poveracci sono costretti dopo un po’ a vendersi tutto, prima il bestiame e alla fine anche i figli (raccontano i cronisti dell’epoca che tutti i mercanti di schiavi dell’impero d’oriente affluivano lì, perché si potevano fare grossi affari).

Una situazione alla lunga insostenibile, anche perché si protrae per troppo tempo aizzando da un lato il risentimento dei Goti per le condizioni penose di vita e per la sensazione di stare subendo un’ingiustizia (non sono arrivati con intenzioni ostili: i loro capi hanno fatto accordi che sono stati disattesi) e dall’altro facendo allignare nell’animo dei Romani la paura. Si decide dunque di procedere scortando i Goti nell’interno del paese, ma mentre il lungo corteo si mette finalmente in marcia, con un dispiego impressionante di truppe da parte dei romani, dal lato del confine ormai sguarnito una massa altrettanto grande di nuovi arrivati comincia a passare, senza chiedere il permesso a nessuno…

-il disastroso epilogo

Ma torniamo al corteo che ora è nei pressi di una città dove sia i soldati che i Goti vorrebbero sostare, per riposarsi e rifocillarsi. L’ingresso tuttavia viene consentito ai soli ufficiali romani e ai capi dei Goti (le città godono infatti di piena autonomia, e i suoi abitanti non hanno certo voglia di trovarsi fra i piedi i soldati romani né tantomeno i Goti).

A questo punto, come racconta uno storico coevo, Ammiano Marcellino, i generali romani presero una decisione che dovette sembrare molto astuta, ma che si ritorse su di loro: quella di invitare i capi ad un banchetto, farli ubriacare e poi farli fuori –  presupponendo ovviamente che le armi fossero state consegnate a suo tempo – nella speranza che il popolo decapitato dei suoi capi diventasse più docile da maneggiare.

La trappola peraltro non scattò, intanto perché risultò molto meno facile del previsto far ubriacare i goti, e inoltre perché nel campo esterno, mentre il banchetto andava per le lunghe, scoppiò un tafferuglio  e la scorta fu sopraffatta. A questo punto i capi, avvertiti dal clamore, corsero fuori urlando al tradimento e disconoscendo all’istante tutti gli accordi. Poi, diedero mano libera ai saccheggi che devastarono il paese.

Quando l’imperatore giunse a Costantinopoli, rientrando precipitosamente al nord dalla sua guerra persiana, trovò una città in preda al panico e un contado devastato. Fu giocoforza per lui uscire con le truppe e affrontare questa massa immensa di Goti carichi di bottino, a cui peraltro era ancora estranea l’idea di “invasione” e che pertanto si dimostrarono disponibili ad un accordo, s’intende a condizioni molto più favorevoli di prima.

Il seguito è noto. Senza un motivo preciso, nel 378 D.C. il conflitto latente divenne palese e nella battaglia che ne derivò i Goti annientarono letteralmente l’esercito dell’impero romano d’oriente. Ci fu ancora spazio per la negoziazione, a cui il nuovo imperatore Teodosio (Valente era scomparso nella battaglia) si acconciò non avendo altra scelta, ma a questo punto le condizioni erano completamente diverse: i Goti non accettarono più di essere divisi, e rivendicarono il diritto, conquistato con la spada, di vivere all’interno dell’impero secondo le proprie leggi e usanze.

Finì così, con questa novità davvero inaudita, questa fase delle migrazioni barbariche, da cui il prof. Barbero (applauditissimo dal folto pubblico, dopo questa esposizione calorosa e coinvolgente) ritiene si possano trarre insegnamenti ancora utili per noi: cosa che a nostra volta, come “CircolarMente”, condividiamo pienamente.



Relazione a cura di

“CircolarMente”