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Conclusioni in forma
di premessa
Il
saggio prende avvio proprio con il richiamo alla fallacia della profezia di
Fukuyama: quella che è finita infatti, già allora ma ora lo si può apertamente
dire, non è la storia, ma la pace. O meglio ancora quella
illusione di pace che la progressiva e magnifica occidentalizzazione
del mondo intero sembrava consentire. Quella illusione era sostenuta dalla
convinzione ideologica, alla base della stessa “Fine della storia”, che la
storia dell’umanità abbia una direzione e che siano le idee a fare la storia e
non viceversa. E’ questa una convinzione tipica della cultura
occidentale che, nata dall’intreccio tra l’Illuminismo e le Rivoluzioni
americana e francese, tendeva ad avere un carattere “universale”. Dimentica di
come il baricentro mondiale si sia ormai spostato altrove (basta il dato demografico a dimostrarlo) essa ha alimentato
i progetti geopolitici “di potenza” americani e quelli “in
potenza” europei. Peccato però che l’impero americano sia ormai in
crisi di legittimazione, esterna perché, rispetto alla Guerra Fredda, è aumentato
il numero dei concorrenti, ed interna perché la società americana, spaccata in
due, è ormai incapace di un adeguato sostegno al ruolo di “gendarme del mondo”. Peggio
ancora sta la speranza europea di continuare ad avere un ruolo centrale sullo
scacchiere internazionale, una pura idea, priva di una propria visione
geopolitica globale, e men che meno sostenuta da una concreta realizzazione di
una vera Europa Unita. Paradossalmente era proprio la Guerra Fredda a garantire
un residuo di centralità europea negli scenari globali, oggi nel gioco
incrociato USA-Cina-Russia, l’Europa non ha più voce. Queste considerazioni
dovrebbero avere carattere di conclusioni, qui sono anticipate come linee guida
per una disamina che non può, stante l’attuale quadro, avere carattere
definitivo: l’analisi del passaggio epocale tra la Fine della Storia e storie
della fine non può che offrirsi aperta.
Parte prima
The End of History
Se
la Fine
della Storia è stata la frase che sintetizzava il marchio dell’America
trionfante, la fine della Fine della Storia rappresenta il de profundis di
questo paradigma. Dieci anni dopo il sogno a stelle e strisce non è più il
sogno globale, ha perso la sua forza magnetica. Il suicidio dell’unica
alternativa globale, il comunismo sovietico, se ha sgombrato il campo da ogni
ostacolo, ha però costretto il paradigma americano, rimasto solo, a misurarsi
con sé stesso, e nel nuovo millennio ciò si è tradotto in un preciso dilemma: essere
nazione o impero? Negli anni di Bush, delle sue guerre in Iraq e in
Afghanistan, la risposta andava nella seconda direzione, ma i risultati
ottenuti, molto diversi da quelli sperati, hanno riproposto la stessa domanda,
ma stavolta declinata nei termini di un secco ripensamento. Quello che oggi sembra
emergere negli USA è però un “ripiegamento culturale, prima ancora che
geopolitico”. Quello che a cavallo del millennio ha iniziato a vacillare
è infatti l’ideologia (coniugata con
indubbie convenienze economiche) che ha sin lì ispirato le sue scelte
strategiche. Questa ideologia ha le sue radici culturali nei valori che hanno
accompagnato la nascita della nazione americana ed espressamente richiamate
nella Costituzione. Al suo centro sta “l’individuo”, che ha il pieno
diritto di perseguire la propria personale felicità, un progetto sul quale lo
Stato deve interferire il meno possibile. Il citizen della Rivoluzione americana non è
il citoyen di quella francese, alla visione collettiva di questa
corrisponde infatti quella personale del singolo individuo. La difesa e la
diffusione di questo valore cardine, e di tutti quelli che in campo sociale ed
economico ne discendono, sono state alla base delle scelte in politica estera
americane fin dalla partecipazione alla Prima Guerra e dalla estensione al
mondo intero della “Dottrina Monroe” (dal nome del
Presidente Monroe che nel 1823 affermava l’inviolabilità dei valori americani). La conquistata egemonia
economica e politica sul mondo intero ha implicato la loro difesa su scala
globale, e la profonda convinzione del valore di queste “idee giuste” ha reso lecito
l’imporle anche con la forza (il concetto alla
base della recente “esportazione della democrazia affidata alle armi”). Questa visione ideologica
sembrava essersi pienamente concretizzata con la fine dell’URSS, ma, come
spesso accade ai trionfatori, il successo pieno e definitivo ha comportato in
qualche modo la “scomparsa del futuro”, ormai pienamente assorbito nel
vittorioso presente. Se “The End of History” del 1992 condensava perfettamente questa
convinzione allo stesso modo può oggi aiutarci a meglio capire la svolta
ideologica che ha accompagnato il ripensamento/ripiegamento. A dire il vero il
titolo è ambiguo e si presta a diverse interpretazioni, ma non stupisce che
l’euforia dei primi anni Novanta abbia favorito (con
il beneplacito di Fukuyama) la sua universale frettolosa traduzione in “La
fine della storia”, vale a dire il compimento del trionfale percorso di
cui si è detto. Con il mutare del vento e con la fine dell’illusione del Nuovo
Ordine Mondiale è lo stesso Fukuyama ad aver accreditato una sua declinazione molto
differente. “The End” passa (la grammatica
inglese lo consente)
dalla versione al femminile “La fine” a quella maschile, con il mantenimento
della maiuscola, diventando “Il Fine”, ed “History”, recuperando anch’essa il
maiuscolo, diventa invece che la “storia”, il semplice scorrere dei fatti
storici, la “Storia”, ossia il senso ultimo di questo scorrere. Questo radicale
cambiamento (al quale si
accompagna il pieno recupero del sottotitolo “e l’ultimo uomo” ripreso da
Nietzsche)
sta ad indicare che la liberal-democrazia ormai globalmente realizzata non ha
più motivo di lottare per affermarsi, e quindi che per l’ultimo uomo “Il
Fine della Storia” significa la fine di guerre e rivoluzioni. Il “progetto
morale” americano è realizzato, tanto da rendere inutili, se non
controproducenti, altri interventi armati da “gendarme del mondo”. Fukuyama
precisa, in questo rifacendosi all’identica affermazione della “fine della
storia” fatta da Hegel all’indomani della vittoria napoleonica ad Jena (1806) [il saggio di Fukuyama è molto ispirato dalla lettura di
Hegel fatta dal pensatore Alexandre Kojève (1902-1968)], che il progresso umano ha così raggiunto il suo apogeo
realizzando piena convergenza fra la fine ed il fine della storia. E’ questo lo
sfondo ideologico nel quale si muove, seppure con inevitabili contraddizioni,
il progressivo ripensamento/ripiegamento americano. Gli USA alla domanda di cui
sopra tendono armai a rispondere, con tutto ciò che ne può conseguire, “la
nazione!" Aprendo in questo modo insperati spazi ad un nuovo più importante
ruolo del vecchio continente, ma l’Europa, formalmente Unita, sta cogliendo
l’occasione?
L’Europa come
antistoria
(ricordiamo, per
assonanza di riflessione, il libro “L’identità dell’Europa” di Pietro Rossi” nostro
“Saggio del mese” di Dicembre scorso). E’ al contrario impossibile non vedere che l’idea
di Europa, un’idea immortale perché rientra nel campo dell’utopia, così
come finora concretamente declinata, ha perso, e la ragione consiste nel
suo negare il vero corso della sua stessa storia. Quattro significativi elementi discendono da
questa, solo apparente, contraddizione:
come tutti i sogni
utopici, indifferenti allo spazio tempo, l’europeismo per troppi si è
fatto religione, il culto di sé stesso, indifferente alle miserie
dell’europeismo reale
proprio perché idea
antistorica e irrazionale ha aperto spazi ad una pletora di
complottismi (l’Europa come
costruzione dei “poteri forti”) a braccetto con i vari sovranismi
in quanto ideologia
è “materiale
pieghevole”, strumentalmente richiamato per giustificare il permanere
di visioni ed interessi nazionalistici (gli
stessi paesi fondatori, e poi quelli che via via si sono aggiunti, hanno troppo
spesso portato avanti un’idea di Europa sulla quale sovrapporre la propria
identità nazionale)
elevata a religione
non consente il dubbio. Essere razionalmente scettici sull’Europa viene bollato
come ”euroscetticismo”, un atteggiamento “ateo” e come tale
irricevibile
Per
cercare di comprendere le ragioni di questa evoluzione/involuzione ideologica
può essere utile recuperare due testi alla base della pubblicistica europea: “Pan-Europa”
di Richard Nikolaus, Conte di Coudenhove-Kalergi (politico
e filosofo austriaco, fondatore dell'Unione Paneuropea e primo uomo politico a
proporre un concreto progetto di Europa unita) e
il “Manifesto
di Ventotene”. Il testo di Coudendhove-Kalergi (uscito nel 1923 nel pieno delle
turbolenze post belliche della Prima Guerra) è al tempo stesso
frutto di una passione visionaria e di un concreto sforzo di costruzione di una
reale confederazione europea (definita
USE, United State of Europe, per promuovere la quale fonda il movimento
paneuropeo). Parte dalla constatazione che, dopo la Prima Guerra Mondiale,
il mondo si è ormai emancipato dall’Europa, la quale, per evitare di finire
sotto l’egemonia americana, inglese e russa, deve unificarsi in un’unica confederazione.
Definita con precisione nei suoi confini geopolitici [compare in questo periodo per la prima
volta questo termine coniato dallo svedese Rudolf Kjellen (1864-1922, geografo
e politico)]. USE comprende 26 Stati dal Portogallo alla Polonia, restano
esclusi l’Inghilterra (ancora
considerata impero mondiale a sé stante) ed i Balcani. Sono anche precisate le
istituzioni confederali: una Camera dei Popoli ed una Camera degli Stati, e
persino la bandiera (croce
rossa su campo dorato). Sono però sforzi inutili: non avrà
seguito alcuno la conferenza fondativa del 1926 alla presenza dei Cancellieri e
dei Ministri degli esteri di ben 24 Stati (con i messaggi di auguri di Thomas Mann e Albert Einstein).
L’Europa è ormai alle soglie di ben altro percorso. E’ la prima evidenza della
separatezza fra elitismo ideologico, per quanto in questo caso
declinato in concreti e precisi termini, e l’Europa reale. Anche il
“Manifesto di Ventotene” si pone l’obiettivo di Stati Uniti d’Europa. Ma la
vocazione si fa più marcata sul piano valoriale ma qui declinata in termini più
politici, persino rivoluzionari. L’idea di Europa di Altiero Spinelli (1907-1986) e
Ernesto Rossi (1897-1967),
convinti che una certa vaghezza potesse consentire una
maggiore aggregazione, non è invece volutamente precisata nei suoi contorni
geopolitici (termine
da loro persino demonizzato) affidati a successive
definizioni. La forte connotazione ideologica e politica del Manifesto parte da
una critica radicale all’autodeterminazione statale (che, a loro avviso, contiene in nuce una sempre possibile
deriva nazionalistica e totalitaria) che però sfocia, in alcuni
passaggi, in una evidente sfiducia della “prassi democratica” (sostengono apertamente che il popolo
non sa mai cosa volere e cosa fare). La loro idea di Europa
Unita, per quanto considerata obiettivo irrinunciabile, assume quindi una sorta
di impostazione “leninista” consegnando ad avanguardie illuminate il compito di
guidare la sua realizzazione. Si cita a chiare lettere che “l’europeismo
è rivoluzionario anche quando non lo sa” e che questo cambiamento
rivoluzionario va conseguito in tempi brevi e con modi secchi. Non è un caso
che questi passaggi, quelli che non poco lo caratterizzano, nell'attuale
pubblicistica europeista siano trascurati, sminuiti. Manca nel Manifesto un
adeguato sforzo di precisazione geopolitica: Spinelli e Rossi sono alfieri di un
europeismo coniugato con in-definizione spaziale e indeterminazione temporale. Non
vale di meno, anche per esso, l’evidenza della separatezza fra elitismo
ideologico ed Europa reale. (Caracciolo
richiama anche il maldestro tentativo, portato avanti da componenti
conservatrici di Francia e Germani, di recupero del mito dell’Europa carolingia.
Tentativo del tutto fallito anche se, annualmente, ancora si assegna con
solenne liturgia il “premio Carlo Magno”, il cui primo vincitore è stato
proprio Coudenhove Kalergi)
Parte seconda
Antieuropa, impero
europeo dell’America
Si
è detto dei progetti “di potenza” americani e quelli “in
potenza” europei. I primi sono sollecitati, forse persino imposti,
dalla globale vittoria degli USA nella Seconda Guerra, i secondi, all’esatto
opposto, dal senso di sconfitta definitiva di chi si riteneva il centro del
mondo. In aggiunta all’essere, come già evidenziato, ambizioni antistoriche, i
due progetti, fin dall’immediato dopoguerra, si sono alla lunga rivelati,
nonostante una coesione di facciata, difficilmente conciliabili fino alla
svolta del 24 Febbraio 2022 che ha di fatto sancito l’esistenza di due
strategie alternative. Di questa svolta non si coglie però il senso se non si
ripercorre, dal punto di vista ideologico, il percorso di questi sette decenni.
Quello americano è in sintesi definibile come la perseverante costruzione di
una vera e propria “Antieuropa”, una scelta, in perfetta sintonia con quella degli
USA del “farsi impero” (vedi Parte Prima), e quindi di
restare in Europa dopo la Seconda Guerra a presidiare un continente della cui
tradizione culturale si riteneva la legittima erede. Questa scelta è stata fin
da subito incompatibile con qualsiasi ipotesi di una reale autonomia europea,
soprattutto se declinata nei termini di una realizzata confederazione dei suoi
Stati. Non deve quindi stupire se l’America, sotto l’ombrello della stessa
divisione nei due blocchi, si sia fatta concreta sostenitrice della “proliferazione
di Stati e confini” nella parte d’Europa sotto la sua influenza. Così
come non fa meraviglia se questa stessa proliferazione sia stata interpretata
dal punto di vista europeo come una evidente conferma del sogno comunitario,
mai però tradotto in un più compiuto procedere. Da una parte quindi il vero
potere di decidere, dall’altra una sorta di virtuosismo intellettuale costantemente
refrattario alle leggi storiche, la prima delle quali consiste in una
inaggirabile constatazione: prima viene la Storia, il procedere dei
fatti reali, poi, a distanza, seguono le idee volte a indirizzarla verso i
propri astratti fini. L’Antieuropa americana è così stata una realtà
storica non trattabile figlia dell’ambizione americana di potenza globale, ma
non di meno del suicidio europeo della prima metà del Novecento e della
conseguente inevitabile fine del ruolo universale dell’Europa. Nulla è di fatto
cambiato fino alla vigilia della svolta del 24 Febbraio 2022: il senso del
procedere storico europeo, fatta la tara a provvisorie accelerazioni e
retromarce, ha mantenuto il suo carattere di “Antieuropa” nel cuore
dell’Europa. La quale per tutti questi
decenni, seppur consapevole di muoversi in uno spazio geopolitico condizionato, non
ha di certo fatto tesoro di questa consapevolezza per un suo più netto
smarcamento. Al termine di tutti questi decenni l’interesse degli USA verso
l’Europa rimane quello per un continente stabile, con spazi comunitari non
troppo strutturati, e strategicamente dipendente dalle scelte americane. Nella
sua sostanza il paradigma dell’Antieuropa americana resta ancora oggi quello
stabilito nel 1945: gli USA primi “inter non pares” anche sul suolo europeo. La minaccia per questi disegni strategici
americani, oggi non viene però dal percorso europeo di costruzione comunitaria,
sin qui così incompleto da non suscitare preoccupazioni, ma paradossalmente proprio
da questa impotenza europea. Nell’attuale gioco a tre con Cina e Russia la
debolezza della UE sta imponendo agli USA la scelta, obtorto collo, di una sua
presenza diretta (a partire dal forte
supporto all’Ucraina)
proprio mentre il vento sembra cambiare anche in suolo americano (vedi sempre la Parte Prima) e mentre il
confronto geopolitico più rilevante è ormai quello con la Cina che però, al
momento, non si gioca in Europa. Per
capire se e come, in questo quadro, un conflitto a bassa intensità, come quello
russo-ucraino, possa rappresentare una opportunità di ridimensionare il ruolo
dell’Antieuropa americana è utile ripercorrere e fissare alcuni dei passaggi
che hanno consentito la sua nascita ed il suo consolidamento:
la decisione
americana di restare in Europa dopo la seconda guerra non è frutto di una
strategia predeterminata. E’ stata la conseguenza della scelta di vincere la
guerra e di quel istinto messianico di esportazione dell’identità americana di
cui si è detto. Non a caso è tesi sostenuta da molti storici quella dell’ Impero
riluttante.
ha poi inciso, al
tempo, la constatazione che gli Stati Europei, Inghilterra compresa, non
potevano, da soli, reggere alla pressione sovietica
al di là delle mire
sovietiche la stessa Guerra Fredda è però stata resa funzionale a questo
quadro. Il suo essere di fatto un sistema di pace in Europa, fondato su
complicità fra due nemici, ha ampliato il raggio d’azione americano nel
rafforzare, anche strategicamente, la sua presenza in Europa
basata su tre pietre
miliari: il Piano Marshall di aiuti straordinari per la ripresa economica
europea (1947) – la NATO, braccio armato del Patto Atlantico (1949) – ma
soprattutto in prospettiva (come meglio si vedrà
qui di seguito),
su un fondamentale teorema politico “americani
dentro/russi fuori/tedeschi sotto”
le idealità
comunitarie europee, già del loro fragili e incompiute, hanno per certi versi incontrato nell’Antieuropa americana spazi in più di
manovra e di speranza, ma teorici.
la strategia degli
USA, confermata da tutti i Presidenti americani, repubblicani e democratici,
non è mai mutata: non deve sorgere in Europa una istituzione comunitaria capace
di divenire una vera potenza autonoma. E’ stato così nel quadro bipolare della Guerra Fredda, e così
deve restare oggi in una quadro ormai tripolare
Una
frase di Dean Acheson (1893-1971,
Segretario di Stato americano dal 1949 al 1953) riassume i caposaldi
dell’Antieuropa americana: “bisogna che gli Stati Europeo riconoscano un
dato di fatto: gli USA sono irrevocabilmente una potenza europea”
Antigermania,
segreto di Antieuropa
Ma
l’Antieuropa non è stata soltanto alimentata, dall’esterno, dagli interessi
egemonici americani, molto ha inciso, al suo stesso interno, la rilevante linea
di frattura – storica, ideologica e geopolitica - con la Germania così
accentuata da poter essere definita “germanofobia”. Uno stato d’animo,
prima ancora che atteggiamento strategico, che ha attraversato l’intera storia
europea fin dalla antica diffidenza verso i “popoli germanici” per poi
rivelarsi in modo compiuto alla nascita del II Reich nel 1871. Va da sé che le
vicende novecentesche della potenza militare prima tedesco/prussiana e poi
nazista (non a caso il nazismo è da molti
visto come il culmine di una tendenza barbarica inscritta nel codice genetico
dei tedeschi)
hanno poi, per molti aspetti comprensibilmente, solidificato questo sentimento.
Non è per nulla una forzatura sostenere che la stessa Unione Europea non
sarebbe stata concepibile senza la paura della Germania. Ogni nazione
europea ha infatti coltivato la paura della Germania, ma è in Francia ed in
Inghilterra che si è formato il canone germanofobo. La germanophobie francese ha
matrici geopolitiche, sorte come reazione all’annessione di Alsazia e Lorena nel
1871 ed è quindi strettamente legata al cuore del suolo europeo. La germanophobia inglese ha pari natura geopolitica, ma
declinata su scala più ampia, il Regno Unito, ebbro della sua potenza mondiale,
non poteva accettare che nascesse, già nei primi del Novecento, uno scomodo
rivale. La nascita e lo sviluppo del sentimento antitedesco meriterebbe ben
altro racconto, qui però interessa come elemento fondamentale per meglio capire
il rafforzamento dell’Antieuropa, anni dopo la sua genesi nel secondo
dopoguerra, avvenuto nel 1989-1991 con l’annessione della ex DDR da parte della
Repubblica Federale tedesca. Scontate le iniziali reazioni di giubilo
per la ritrovata libertà dei tedeschi dell’Est, la prospettiva della
riunificazione germanica è stata da subito accompagnata da dubbi e da sgomento,
figli della storica paura della “Grande Germania”, da parte della totalità dei
partner europei. Uno sgomento accentuato dalla constatazione che sia gli USA
che l’URSS di Gorbacév, ormai prossima a divenire Federazione Russa, erano, per
ragioni diverse ma convergenti, favorevoli alla riunificazione (l’America lo era perché la nuova Germania sanciva la
fine dell’impero sovietico, la Russia perché, non in grado di gestire una
diversa posizione, sperava che, a titolo di compensazione, gli USA accettassero
un’area cuscinetto formata da quel che restava del Patto di Varsavia). L’Europa, ancora
una volta messa spalle al muro da poteri esterni, decise di serrare le fila e (preceduta da un intenso lavorio della Francia di
Mitterand e della Gran Bretagna di Margaret Thatcher) che portò alla
scelta di accelerare il percorso di costruzione comunitaria proprio per
avviluppare in esso la nuova Germania.
Il risultato, non casuale quindi, è stato il Trattato di Maastricht del 1992
che sanciva la nascita dell’Unione Europea. Sorge però spontanea una domanda: come
si può concepire un soggetto unitario europeo fondato sulla paura del più
rilevante suo Stato? Aiuta a capire tale situazione, e le conseguenze
che ne deriveranno fino ai giorni nostri, consultare, negli archivi storici
ormai accessibili, gli atti di un seminario segreto che si svolge nel Marzo
1990 con la presenza della Thatcher e di un folto gruppo di intellettuali
esperti in campo geopolitico. Fra le domande che a loro vengono rivolte spiccano
le seguenti:
considerate le
preoccupazioni per una possibile influenza dominante della Germania unificata
quale tipo di cornice europea può meglio contenerla?
in che misura tale
cornice deve coinvolgere l’URSS?
hanno ancora senso
le attuali (del tempo) sfere di influenza?
(Nella discussione
che ne segue emerge, a compensare i timori, si conta una paradossale vena ottimistica:
la Germania si riunificherà ma sarà comunque frenata dalla difficile
coabitazione dei tedeschi del NordEst, in prevalenza protestanti, con quelli di
inclinazione renano-cattolica base della CDU suo principale partito) Buona parte delle
motivazioni alla base di tale germanofobia
sono state però smentite dalla successiva realtà storica: la Germania
riunificata è, inevitabilmente, rimasta nel quadro dell’Antieuropa a stelle e strisce accettando
quindi una sua limitata autonomia da questo contesto generale. Una autonomia,
comunque mal sopportata, che non ha impedito che negli anni successivi [a Federazione Russa formalizzata, ed in parallelo al
progressivo allargamento (che smentisce le precedenti promesse americane a non
procedere in tal senso) della Nato in tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia (e,
vicende di questi mesi, anche nei paesi del Nord)] di tessere più
strette relazioni autonome con la Russia (Ostpolitick, politica verso l’Est) fino a strutturare
una sua forte dipendenza energetica da quest’ultima (aspetto
che ha avuto una evidente ricaduta sulla crisi energetica seguita alla guerra
russo-ucraina).
Ma in generale va detto che la posizione tedesca si è, per tutti gli anni a
seguire l’unificazione, articolata su due distinte modalità: un marcato
attivismo sulle politiche economiche e finanziarie comunitarie ed una più
timida incidenza su quelle di politica estera. Ha non poco pesato il non
semplice percorso di omogeneizzare due realtà, il SudOvest ed il Nord Est
tedeschi, già del loro non esattamente coincidenti nelle rispettive identità
storiche (un aspetto reso ancora più complesso
dall’eredità dei quarant’anni di regime dell’ex DDR). Per certi aspetti,
sociali, culturali e religiosi, è persino possibile sostenere che la
più piccola delle due Germanie è stata ed è tuttora quella più “tedesca”.
Se infatti la Germania unita è stata realizzata con l’annessione dell’Est
all’Ovest, è stato però l’Est a portare in dote, e a far oggi pesare anche elettoralmente,
un originale codice storico tedesco (tutto sommato
preservato meglio anche nei quarant’anni sotto il controllo sovietico). La
storia ha respiro lungo, questo decisivo pezzo nel cuore dell’Europa si
è, a partire dal Romanticismo in poi, costruita una identità, fortemente
autocentrata, che sembra però anch’essa, come per tutti, rimessa in discussione
dalla svolta del 24 Febbraio.
Antimpero
Al
termine delle traiettorie fin qui esaminate, e trent’anni dopo l’annunciata
fine della storia, sembra proprio imporsi una prima disarmante constatazione:
il segno del tempo attuale è l’impossibilità di un ordine mondiale.
Ma non necessariamente questo segno implica il ritorno ad una sorta di tutti
contro tutti, c’è infatti logica in questo caos. Individuarla non è certo
garanzia di previsione certa di quale sarà il futuro, a breve e medio periodo,
del quadro geopolitico globale, ma è condizione necessaria quanto meno per
orientarsi. Il primo passo per farla emergere è riprendere i postulati che dovevano
ispirare la fine della pace e osservare quel che ne resta. Al cuore di tutto
stava il paradigma degli USA come centro regolatore del mondo. Trent’anni dopo
quel paradigma, contestato in patria e
nel resto dell’Occidente, si entra in una fase, che si può definire “Antimpero” , di apnea dell’Impero Americano. Un impero maturo e vincente ricorre il
meno possibile alla forza, semmai impiega forze altrui per i propri fini. E’
successo esattamente il contrario: dal giorno di Natale del 1991 (il giorno in cui sul pennone più alto del Cremlino
viene ammainata la bandiera rossa dell’URSS e sale quella tricolore della
Federazione Russa),
la storia americana è fitta di guerre, non a caso tutte perse (in primis il disastro iracheno e la caotica fuga
dall’Afghanistan).
Il fatto è che a Washington prima della Guerra Fredda nessuno aveva programmato
l’Impero, la cui genesi, imposta dalla non prevista presenza dell’URSS
rivale globale, è per molti versi casuale. Ma è proprio quella bandiera sul
Cremlino a sancire che senza più il “nemico” l’Impero, divenuto
unico, si è svuotato, ha perso senso. La fine del paradigma americano
come “ordine del mondo” concede agli USA tre opzioni:
la prima è tornare,
ricreandola, ad una situazione di “bipolarismo”, una sorta di “usato
sicuro” per ridare fiato all’afflato di Impero. La Cina è
oggettivamente un forte rivale, economico e geopolitico, ma, seguendo questa
logica, quanto c’è di forzato da parte americana per ingigantire il
confronto/scontro?
la seconda è
rinchiudersi,
con Canada e Messico, nella fortezza del Nord America: ipotesi
realistica, attraente, rassicurante. Coltivata, seppure con accenti e
adesioni differenti, da ambedue i partiti. Il realismo di Biden, seppure con
ben altri accenti, non è così lontano dall’America First di Trump. Ma è una
ipotesi che implica l’abbandono del ruolo di Impero. Perlomeno da questa parte
dell’Atlantico
la terza è quella di
scegliere di non scegliere, tra le tre è quella che “viene
facile”, ed è quella che, per ora, di fatto prevale. Ma non è certo
in grado di risolvere né i problemi di coesione interna né quelli di controllo
sugli equilibri globali (non a caso questa
indecisione americana spiega in buona misura i fermenti autonomisti della
Turchia, del Giappone, di Francia e Germania. E, come evidenziato dal prof.
Coralluzzo, lo stesso espansionismo della Russia di Putin)
Peraltro
l’attuale prevalere della terza opzione si spiega, ancora una volta, con considerazioni
ideologiche che si rifanno ai caratteri originari degli USA:
l’America nasce come
Repubblica emancipandosi da un Impero, per certi versi l’antimperialismo è nel
suo stesso Dna.
Non a caso l’Impero americano non
ha né imperatore (il Presidente è un
portabandiera deciso ogni quattro anni) né formale struttura imperiale
(gli USA sono cinquanta Stati sovrani
sotto un leggero tetto confederale).
Gli USA hanno però
da sempre una irrefrenabile pulsione alla guerra (in due secoli e
mezzo hanno combattuto più di un centinaio di conflitti armati) non sempre
accompagnata dalla necessaria lucidità per distinguere tra guerre inevitabili e
quelle inutili.
La
combinazione tra le tre opzioni e questi caratteri ideologici spiega l’attuale
incertezza americana a scegliere fra i due corni: più impero uguale meno nazione
più nazione uguale meno impero. Ma una nazione che troppo a lungo non
decide rischia di estremizzare i contrasti interni: l’assalto a Capitol Hill
del 6 Gennaio 2021 potrebbe essere solo il prologo dello scontro aperto tra due
Americhe che non si riconoscono reciprocamente. Si assiste così ad una tempesta
geopolitica americana che è diventata, per il ruolo sin qui avuto, tempesta
mondiale. Cambia l’America e cambia il mondo. Ma come?
L’ordine
impossibile: il trionfo dei diritti storici
L’attuale
quadro geopolitico del mondo vede, non a caso, una pericolosa miscela di crisi
e conflitti diffusi, in parte determinati da dinamiche locali ed in parte
dall’incrocio delle convenienze e aspettative delle tre maggiori potenze: USA,
Cina e Russia. (spiccano fra gli
altri: l’accesso via Mar Nero al Mediterraneo della Russia, il consolidamento
del ruolo strategico nell’indo-pacifico della Cina, e la conseguente resistenza
USA a che ciò si realizzi). Con poste in palio così alte e decisive (per gli USA perderle sancirebbe la fine del ruolo di
principale potenza, per la Russia l’autentica fine della sua stessa esistenza,
per la Cina la sottomissione ai disegni strategici americani) le vie di uscita sembrano
essere solo due, quelle classiche: una Guerra Mondiale o una Grande Tregua, preludio
ad una Grande Pace. Per meglio capire i movimenti concreti sul campo è
ancora una volta necessario mettere a fuoco le ragioni ideologiche che ispirano
le relative strategie operative. Una prima evidenza si impone: l’attuale
disordine geopolitico mondiale è la conseguenza della convinzione, comune a
Cina, Russia e USA, della incompatibilità della propria dentità con quella
delle potenze rivali. Durante la Guerra Fredda il contrasto
russo-americano, mettendo di fronte due visioni del mondo diametralmente
opposte, era più netto e pericoloso, ma i due contendenti, hanno dimostrato di
saper accettare questa diversità. Oggi non sembra possibile intravedere una
analoga accettazione dello status quo, e questa comune ostinazione rappresenta il
più grande ostacolo verso un percorso di
Grande Tregua. Concorre poi ad esasperare questo trincerarsi sulla propria
identità il timore, in tutte e tre ben presente, circa la tenuta dei rispettivi
regimi interni. In questo quadro La tempesta americana resta però quella decisiva
perché investe la potenza principale. Per ora, per fortuna, non sembra
che questo conflitto a tre si stia manifestando in uno scontro diretto a tutto
campo: tutte le guerre, magari da loro innescate ma finora condotte per delega
da altri contendenti, puntano in primo luogo alla destabilizzazione, per
ricaduta, all’interno delle potenze rivali. Al momento la guerra USA alla Cina è
immaginata vinta quando la Repubblica Popolare cinese si sfalderà in più Cine
meglio ancora se in contrasto tra di loro e quella contro la Russia lo sarà
quando la Federazione Russa farà la fine dell’URSS. Non diversamente Cina e
Russia molto lavorano sottotraccia per acuire il contrasto fra le due anime
americane di cui si è detto. La stessa apparente alleanza russo-cinese non sembra
essere così stabile, l’avventata mossa russa di invadere l’Ucraina, senza
chiarezza di obiettivi e con modalità improvvisate, sta disturbando non poco le
strategie cinese di invasione economica globale (le
varie vie della Seta).
Emerge da questa seppur sintetica fotografia che nell’era che secondo Fukuyama
segnava la fine della Storia sono al contrario proliferate altre opposte
“storie”. Tutte segnate, tutt’altro che inspiegabilmente, dalla
esaltazione di identità nazionali a sancire che il fallimento del Nuovo Ordine Mondiale
ha riaperto loro le porte. Ovunque si assiste al recupero dei miti fondativi
delle singole nazioni, degli imperi, delle etnie. Oggi la giustificazione
nazionalistica dei distinti diritti storici sembra essere il principio
ideologico principale di sostegno a tutti i conflitti. (lo stesso conflitto russo-ucraino si gioca anche su questo
aspetto).
Vale a dire che la base ideologica dietro ai conflitti fra le tre grandi
potenze, nella confusione geopolitica che ne è derivata, si è diffusa a macchia
in molte parti del mondo (ne sono evidente
testimonianza i miti delle “grandi” Serbia, Croazia, Albania, Ungheria, Polonia)
Premessa in forma di conclusioni
L’europeismo mirava a fare della pace la norma del
continente,
una norma difesa da dighe giuridiche (Via della Legge è
il nome dell’arteria sulla quale, a Bruxelles, si articola il distretto
europeo),
capace di stemperare i conflitti prima che possano degenerare in scontri
armati. Con il 24 Febbraio 2022 questa speranza è stata annullata, nessuna
norma può, da sola, cancellare la guerra nel cammino dell’umanità. Si è
aggiunta a questa illusione pacifista una scarsa cultura geopolitica che ha vieppiù
accentuato la convinzione europea che, ammessi limitati conflitti su scala
locale, la Grande Guerra fosse ormai sparita dall’orizzonte mondiale (un postulato in ambito geopolitico cita: “la democrazia rifiuta di pensare
strategicamente finchè non è costretta a farlo per difendersi”). Il 24 Febbraio con
l’avvio della confusa guerra tra USA e Russia via Ucraina ha definitivamente
evidenziato il peso di questo deficit ideologico e strategico. Al punto tale da
poter affermare, prove alla mano, che l’Europa non ha abolito, con le
sue illusioni pacifiste, la storia e che, al contrario, è la
storia ad aver abolito, per la sia insipienza strategica, l’Europa.
Sembra poi aggiungersi un ulteriore rischio: se l’America, stanti le
considerazioni precedenti, dovesse ridurre la sua presa sul vecchio continente
il conseguente vuoto di potere aprirebbe ulteriori i spazi ai vari nazionalismi
accentuando così questa sua inadeguatezza geopolitica: Potrebbe allora crearsi
un quadro, ancor più confuso e ingovernabile, in cui da una parte potrebbe magari
alleggerirsi la nevrosi russa di accerchiamento, ma dall’altra
acquisterebbero baldanza le mire di potenza della Turchia e la stessa maggiore
penetrazione cinese nei mercati europei. Forse è ritornato il tempo per
l’Europa, più compiutamente definita come UE, di “tornare a sporcarsi le mani”
per assumere finalmente un suo più preciso e rilevante ruolo nel quadro
geopolitico globale. In questo senso, se è pur vero che non è possibile anticipare il
futuro, osservare le tendenze in corso è condizione indispensabile per meglio
orientarsi. Il saggio di Caracciolo si chiude riportando, in ordine
sparso, alcune di queste tendenze, quelle che, allo stato attuale dei fatti,
sembrano essere fra le più rilevanti,:
lo scontro per
interposta Ucraina fra USA e Russia è pressoché impossibile che sfoci in
conflitto aperto. I timori russi, manifestati con la sindrome da allargamento
della Nato, sono più spiegabili con la paura di un contagio “democratico” da
Occidente
la Russia è finita,
pur di costruire un “cuscinetto” atto a
fronteggiare tale rischio, in una guerra per la quale non era preparata ma che,
ormai, non può assolutamente perdere.
Russia e USA, peraltro
più concentrati a fronteggiare nell’area indo-pacifica la Cina, non sembrano
più capaci di ripristinare il dialogo mantenuto per tutta la Guerra Fredda
la guerra
russo-ucraina ha accentuato la frattura fra il cuore della vecchia Europa ed i
paesi centro-orientali, quasi a riprodurre la divisione, certo su tutt’altre
basi, fra Est ed Ovest tipica della Guerra Fredda. Con l’Est (con la sola eccezione dell’Ungheria, ma in questo
apertamente sostenuto dal Regno Unito non più UE) più duro nei
confronti di Putin
l’Italia ondeggia e
non ha sin qui individuato una vera strategia che vada oltre la fedeltà, sospettosamente
troppo spesso dichiarata a parole, all’ortodossia americana
si è riaperta la
questione tedesca. L’unificazione politica non ha prodotto una omogeneità strategica
in campo geopolitico: i Lander dell’ex Germania dell’Est sono, nemmeno tanto
paradossalmente, più disponibili al dialogo con la Russia
questa incertezza
tedesca ha ridato fiato da una parte alle ambizioni sovraniste e antirusse polacche
e dall’altra ad un raffreddamento dei rapporti con la Francia (un teorema geopolitico cita espressamente che: chi controlla la Germania controlla il
centro dell’Europa e chi controlla quest’ultimo domina il vecchio continente)
non a caso quindi la
Germania (quella della precedente Repubblica
Federale)
ha attuato la svolta epocale di riarmarsi pesantemente. Un ritorno alla storia
che non può essere trascurato
non è irrilevante la
ricaduta delle difficoltà tedesche sui rapporti italo-tedeschi fin qui segnati
da motivi di attrito (le diverse
politiche fiscali ed economiche) ma anche di forte relazione commerciale (il mercato tedesco è quello più importante per
l’industria italiana del Nord)
il quadro europeo,
con queste sue problematiche, ha una ricaduta diretta su “caoslandia”, quell’enorme
parte del mondo che va dall’America centro-meridionale al Medio Oriente in cui
si concentrano istituzioni fragili, criminalità diffusa, terrorismo e buona
parte delle guerre in corso. Le crisi alimentare ed energetica che ne
conseguono accentueranno l’impatto delle emergenze climatiche e ambientali, con
l’inevitabile incremento di flussi migratori, la fonte primaria delle tensioni
interne europee (e l’Italia è una delle prime
terre di confine con Caoslandia).
Emerge
infine una certa nostalgia per i principi ideologici che hanno ispirato la
Guerra Fredda garantendo una oggettiva stabilità, la cui saggezza strategica
consisteva nell’aderire al “principio di realtà” che imponeva, mentre li si
avversava, di rispettare regimi e culture opposte. Con il senno di poi,
superate alcune episodiche crisi, si può constatare che le due potenze maggiori
di allora non avrebbero mai dato avvio ad uno scontro armato, e nucleare in
particolare, se non messe alle strette dal sentire minacciata la propria
esistenza. Un teorema che dovrebbe valere anche oggi. Non a caso è la stessa
ragione per cui la fragile Russia evoca la guerra nucleare come ultima risorsa
per non finire nel cimitero delle potenze che furono….o per finirci con tutta l’umanità.