La Parola del mese
Una parola in grado di offrirci nuovi spunti di
riflessione
LUGLIO 2023
La parola di questo mese già giaceva nell’elenco (peraltro sempre più impegnativo da aggiornare!) di quelle pubblicabili in attesa
di uno spunto, di un aggancio, piuttosto che di un supporto, adatti allo scopo.
L’occasione si è infine presentata grazie alla ristampa di un libro che
contiene quattro brevi saggi uno dei quali è espressamente dedicato a questo
termine e per di più proprio nell’accezione che già ci sembrava più
interessante. Il libro in questione è ….
ed il suo autore è David Graeber
Graeber (1961-2020, antropologo statunitense, professore di antropologia
all’Università di Yale fino al 2005, a seguito del mancato rinnovo
dell’incarico per motivi politici si è trasferito a Londra come professore di
antropologia presso il Goldsmiths College dell’Università di Londra ) si è imposto negli ultimi
anni (anche grazie al clamore
mediatico suscitato dalla sua improvvisa morte per infarto avvenuta a Venezia
dove stava partecipando ad un convegno) come una delle voci più significative
della controcultura americana e mondiale (è noto anche per essere stato ispiratore e leader del
movimento “Occupy Wall Street”). Il suo punto di vista da antropologo sulle più
dirimenti questioni sociali dell’attuale contemporaneità ha fornito numerose
innovative e provocatorie idee nel dibattito politico e culturale americano ed
europeo (è autore di numerosi saggi, fra i quali spicca “L’alba di tutto”
presentato in un nostro post dello scorso Novembre 2022). Un pregio che emerge anche
nel breve saggio che ha dedicato ad una delle più rilevanti tematiche delle
società occidentali (ma in estensione globale) tanto da essere da molti considerata, da diversi
decenni, un tratto fondante economico, sociale e culturale del modo di vivere
contemporaneo. Stiamo parlando di …..
CONSUMO (consumismo)
E’ negli anni Sessanta, con l’estensione globale dell’ “american way of life”, che il tema consumo/consumismo inizia ad essere molto dibattuto e analizzato
tanto da produrre una sterminata saggistica che lo affronta da diverse
angolazioni. Il termine in sé sembra poi perdere rilevanza per essere
sostituito, ma con analoga attenzione critica, da un più indistinto “stili di vita”. Lo spazio di una “parola del mese”
certo non si presta a recuperare una panoramica, per quanto sintetica, di
questa intensa e prolungata discussione, e a maggior ragione quindi è sembrato
interessante il breve (ma non
per questo meno intricato e complesso tale da richiedere una buona dose di
attenzione) saggio di Graeber, che apertamente dichiara in apertura: questo saggio non è una critica del consumismo, non vuole essere l’ennesima denuncia dei mali del consumo di massa….ciò che si intende
fare è indagare come mai si parla di consumo
e di pratiche di consumo, è
ricercare da dove viene il termine, perché mai si è cominciato ad usarlo e cosa
ci dice circa le nostre convinzioni riguardo alla proprietà, al desiderio e
alle relazioni sociali Questo suo evidente approccio antropologico (con intrusioni in
filosofia e psicologia di massa) è peraltro sollecitato dalla sua convinzione che proprio
il lungo dibattito attorno a consumo/consumismo
sia stato in qualche modo viziato da un eccesso di giudizio “morale e politico” che ha impedito di meglio
indagare le ragioni per cui vengono definiti consumo determinati tipi di
comportamento umano. Questa dichiarata finalità ci è quindi sembrata
utile per costruire su di essa questa “Parola del mese”, iniziando proprio
dalla ricostruzione che Graeber fa della sua etimologia, che qui riportiamo in luogo
della abituale definizione da vocabolario:
Consumo = il verbo “consumare” (da cui il sostantivo “consumo”) deriva dal verbo latino “consumere” il
cui significato letterale è “impossessarsi di qualcosa, conquistarla del tutto”,
e quindi per estensione: mangiare, divorare, sprecare, distruggere, dissipare
Il termine consumo di fatto non esiste nel
linguaggio scritto e parlato fino al suo primo comparire nel XIV secolo (in questo secolo diversi testi di medicina parlavano
di malattie logoranti che “consumavano”, in
Inghilterra la tubercolosi era denominata “consumption”)
mantenendo l’originario significato latino ad indicare quindi che
l’oggetto consumato non viene solo completamente acquisito, conquistato, ma
utilizzato fino al punto di essere distrutto, cancellato. Il suo uso per
indicare il mangiare ed il bere è stato a lungo del tutto secondario, e nella
cultura popolare consumo è, non a caso, sempre
stato sinonimo di “spreco”, di un esagerato ed inutile utilizzo. Fino
a tutto il 1600, se mai fosse stato possibile usarla, la denominazione “società
consumistica” avrebbe semplicemente indicato una società di
spreconi, di distruttori. Un uso più vicino a quello contemporaneo compare
soltanto nei testi di economia politica di fine XVIII secolo, quando autori
come Adam Smith (1723-1790,
filosofo ed economista inglese) e David
Ricardo (1772-1823, economista inglese) iniziano a definire la “produzione” anche come “consumo”.
Ciò avviene in una fase storica in cui per la prima volta, con l’avvento del
modo di produrre capitalistico, si concretizza una distinzione tra i “luoghi del lavorare”
ed i “luoghi
del vivere”, e quindi a concepire due sfere nettamente separate:
nella prima i beni vengono “prodotti”, nella seconda vengono “consumati”.
Si innestano da subito, proprio su questa separazione, due caratteristiche
fondanti del capitalismo: là dove si produce per mantenere un equilibrio
economico occorre costantemente “crescere”, là dove si vive devono
necessariamente esserci cicli infiniti di “distruzione” (più o meno immediata) per sostenere tale crescita. Ed è
esattamente questa, allora come oggi, la caratteristica distintiva di un “società dei consumi”: un sistema che
scarta ogni valore duraturo in favore di cicli infiniti di produzione di cose
effimere. Il consumo,
così come è venuto a configurarsi dalla Rivoluzione Industriale in poi, è
quindi una pratica umana, inizialmente limitata nella parte euro-americana del
mondo, che ridotta alla sua essenza si può così riassumere: fuori dal luogo
di lavoro gli esseri umani non fanno praticamente altro se non distruggere o
usurare cose (gli studi
antropologici hanno evidenziato pratiche di consumo assimilabili a queste
distruzioni anche in altre culture, ma tutte con carattere episodico e con
finalità rituali). Ma quali motivazioni, quali desideri, possono
portare ad un comportamento simile? Nell’ambito degli studi antropologici
sembra possibile sostenere che “il desiderio di consumare” sia in effetti una
novità intervenuta solo nella modernità occidentale, essendo i “classici
desideri umani”, con tutte le loro possibili articolazioni, sostanzialmente
circoscritti a tre finalità: i piaceri carnali, l’accumulo di ricchezza e della
collegata altrui approvazione (lo stesso
Adam Smith nella sua opera “Teoria dei sentimenti morali” sostiene che la
maggior parte degli uomini desidera soprattutto l’ammirazione altrui), il potere. La nozione di consumo,
intesa come distruzione o usura di cose, storicamente si presenta solo nel
momento in cui si afferma una società basata su una economia capitalistica, non
a caso definita anche “di mercato”, votata alla produzione di “beni di consumo”,
vale a dire beni non indispensabili, ma “oggetto di desiderio”, scelti tra una gamma di
prodotti spesso soggetti alle mutazioni “dell’immaginario effimero”. Si sta quindi parlando
di una svolta storica nelle pratiche umane difficilmente comprensibile se non
si esplora la sfera, individuale e collettiva, del “desiderio” (è questo un tema che attraversa l’intera storia
dell’umanità, dibattuto ed esplorato da molti punti di vista, va da sé che in
questo breve saggio Graeber si limita a riprendere gli aspetti a suo avviso più
strettamente connessi al consumo). Se per
Platone (428/427-348/347 a.C.,) il primo (perlomeno
nel pensiero occidentale) a tentare una sua definizione, il
desiderio è generato da sentimenti di assenza, di mancanza, si desidera cioè ciò che non si
ha, per Spinoza (1632-1677), coerentemente al suo impianto filosofico, il desiderio esprime invece
qualcosa di più profondo, scaturendo dal “conatus” (la tendenza all’autoconservazione) è lo sforzo di
continuare a vivere (Nietzsche
riprendendo questo concetto lo definisce come “la
vita che desidera sé stessa”). Sono i due
modi di intendere il desiderio che possono essere assunti come quelli che
delimitano millenni di riflessioni sul di esso. Tant’è che ancora ai giorni
nostri Jacques Lacan (1901-1981,
filosofo e psicanalista francese) tenta una
loro sintesi e sviluppa l’idea platonica di desiderio come mancanza in una
tendenza spinoziana di raggiungimento di una perfezione dell’immagine di sé
stesso. Nel dibattito attorno al tema del desiderio, con buona probabilità
destinato a durare eternamente mutando con il mutare dei contesti sociali e
culturali, Graeber si limita ad individuare l’elemento a suo avviso più
presente, più costante: l’idea di desiderio come “immaginazione di un appetito, essendo gli
oggetti del desiderio sempre oggetti immaginari”. Un altro aspetto (troppo trascurato dall’estremo individualismo tipico
della filosofia occidentale) distingue
inoltre il desiderio dai bisogni, dagli impulsi, dalle intenzioni: esso sempre comporta,
per completarsi, una
relazione sociale che attesti il suo eventuale compimento. L’idea di
desiderio come riconoscimento avanzata da Hegel (1770-18319) va esattamente in questa direzione, a suo avviso il
desiderio, anche quello mosso da mancanze/assenze, per completarsi deve comunque
vedere l’individuo che lo prova “divenire l’oggetto di desiderio di qualcun altro”.
Una tendenza individuale che inevitabilmente implica tensioni nelle relazioni
sociali: la ricerca del riconoscimento altrui è sempre operazione complessa,
insidiosa, sempre soggetta al rischio di altrui prevaricazione. Sono comunque
questi, secondo Graeber, gli aspetti più rilevanti per avviare una migliore
comprensione del concetto di desiderio-consumo, sono i presupposti per tentare
una sua prima sintesi articolabile su tre assunti. Il desiderio:
1. si radica
sempre nell’immaginazione
2. tende a
qualche forma di relazione sociale
3. vista però
come un riconoscimento (e quindi di una ricostruzione immaginativa del sé) che può
gravare negativamente su di essa
Ma questa sintesi non sembra essere
sufficientemente completa, è ancora necessario uno sforzo di approfondimento
che chiama in causa altri approcci, dopo quello filosofico entra in gioco quello
sociologico. Uno spunto interessante è offerto dal saggio di Colin Campbell (1940, sociologo inglese) “Etica
romantica e spirito del consumismo moderno”,
nel quale viene criticata l’idea sociologica mainstream che vede nella costante
insoddisfazione per gli acquisti fatti la molla che genera la propensione compulsiva
al consumo, come a dire che da una parte l’appagamento del desiderio crea
un vuoto che in breve ne genera uno nuovo e dall’altra che se il sistema produttivo
mantenesse davvero le sue promesse di appagamento non potrebbe allora che
crollare. Campbell ritiene invece che la stessa insoddisfazione sia in effetti una
sorta di piacere in sè, persino capace, con il suo continuo ripresentarsi, di
creare una nuova forma di edonismo diverso da quello tradizionale che (ingenuamente?) coincideva
pienamente nel piacere, concreto, del consumo.
L’edonismo dei tempi moderni, non poco rafforzato dalla pubblicità e dagli
studi di marketing (una
pratica assolutamente rivoluzionaria del tutto assente nelle epoche precedenti) si basa al contrario sul preliminare piacere della sua immaginata realizzazione:
il vero
godimento non sta nel consumo ma
nelle fantasticherie che lo precedono. Graeber condivide solo parzialmente
la tesi di Campbell (ritenendola
comunque molto utile per aver coinvolto la componente emotiva del consumo) a suo avviso infatti questo nuovo edonismo tanto nuovo non è, seppure per
tutt’altre ragioni nella società decisamente più povera del primo capitalismo,
il consumo obbligatoriamente già si esauriva nel fantasticarlo. Un secondo
interessante contributo, opposto all’edonismo di Campbell, viene dall’analisi
delle teorie dell’amore medioevali e rinascimentali fatta da Giorgio Agamben (1942, filosofo italiano). Queste teorie erano mirate a spiegare come fosse possibile che oggetti
fisici, persone comprese, potessero generare turbamento dell’anima, in particolare
il loro interesse era rivolto a comprendere i “meccanismi dell’innamoramento”. Per
farlo hanno postulato l’esistenza di una “sostanza astrale”, la “pneuma”, capace di tradurre le
impressioni dei sensi in immagini fantasmagoriche che colpivano prima il cuore
e poi la mente. Anche in questo caso quello che viene anelato non è quindi
tanto l’oggetto in sé (la
persona concupita), ma “l’immagine” che di esso (essa) viene creata
dal pneuma, ed anche qui il soddisfacimento
ottenuto dal possedere concretamente l’oggetto (la persona concupita), azzerandone l’immagine, poteva persino
provocare un profondo disturbo mentale, la “malinconia” (Giordano Bruno, 1548-1600, giunse a considerare tale meccanica emotiva il
paradigma di tutte le forme di attrazione e desiderio, compreso quello del
potere). L’affinità tra la tesi di Campbell e l’analisi di
Agamben sembra significativa, ma a ben vedere emerge un divergenza, di
fondamentale importanza per inquadrare il moderno consumo/consumismo:
Agamben recupera una concezione totalmente votata all’amore, Campbell invece
parla dell’acquisto di terreni beni di consumo, vale
a dire che da
un paradigma erotico si è passati ad uno la cui metafora principale è di fatto il
cibarsi (inteso in
senso molto lato).Tutto lineare, tutto definito? Certo che no, ancora si
affaccia la necessità di alcune precisazioni/complicazioni La prima consiste
nell’individualismo:
a ben vedere l’individuo che desidera se colpito da stimoli a lui esterni è un
soggetto passivo, rinchiuso sul sè e che quindi di fatto nega la sfera delle relazioni
interpersonali (ciò avviene anche nell’innamoramento, là dove è il
desiderio dell’immagine della persona sospirata). Ciò si spiega con il fatto che sia la teoria pneumatica che quella di
Campbell non poggiano su “azioni”, che impongono relazioni
interpersonali, ma bensì su “passioni” individuali. E azioni e passioni
sono mosse da logiche differenti: le prime prevedono di intervenire sul mondo
mentre nelle seconde è il mondo ad agire su di noi, a maggior ragione quando sono
forti emozioni che agiscono contro la nostra stessa volontà (razionale). Il
desiderio che induce al consumo/consumismo rientrerebbe in pieno nella sfera delle passioni
negando quindi i precedenti assunti 2 e 3. Una seconda precisazione/complicazione
chiama in causa i
parametri di classe e di genere: la concezione pneumatica medioevale
e rinascimentale, a differenza di quella moderna di Campbell, sembra produrre
solo nelle classi “in alto” un desiderio erotico/amoroso, mentre “in basso”
(contadini, artigiani, gente povera) il desiderio prevalente resta quello dell’abbondanza di cibo, il Paradiso
sognato altro non è che il paese della cuccagna (ben rappresentato nell’omonimo quadro di Bruegel il vecchio), ma allora Campbell (il
godimento non è nel consumo ma nel fantasticarlo) avrebbe meglio colto nel segno (nel Paradiso
delle classi alte i piaceri della tavola sono sostituiti da beni di consumo di
lusso, dell’effimero). Non solo: il Paradiso delle classi alte era
individuale, il Paese della cuccagna era collettivo, aveva l’aspetto di una
carnevale (sempre Bruegel) dove una inaspettata ricchezza diveniva un appagamento di tutti. Non è da
escludere che questa storica divaricazione “di classe” ancora determini una analoga
differenza fra alto e basso nell’attuale consumo/consumismo,
a maggior ragione se si tiene conto di un secondo aspetto: la differenza di genere. Il
desiderio erotico/amoroso delle classi alte era solo maschile, in quello delle
classi basse la donna al contrario compare, ma, addirittura dimostrandosi
quella più insaziabile, famelica, lussuriosa, testimonia il suo lato selvaggio,
incontrollabile (aspetto
che abbiamo visto essere esplorato da Carolyn Merchant nel suo testo “La morte
della natura”, nostro “Saggio” dello scorso mese di Maggio). E’ questo un aspetto che curiosamente riemergerà, ma senza più
distinzione tra alto e basso quando il desiderio di consumo,
agli albori del consumismo diventa carattere
prettamente femminile. Agamben ritorna però in campo proponendo una possibile
spiegazione per questa curiosa evoluzione: quel desiderio da lui studiato che fino
all’epoca moderna si muoveva in una sfera immaginifica, viene mutato, con il pieno
affermarsi del capitalismo e con i suoi cambiamenti economico-sociali (ovviamente con una progressione che coinvolge con tempi
differenti le classi sociali) e quindi trasportato
nella dimensione del “mondo reale”. Graeber condivide l’idea che il
moderno consumo sia sorto quando il
desiderio tipico delle classi alte si è progressivamente fuso con quello delle
classi basse, ma non di meno ha pesato il fatto che anche il desiderio collettivo
del Paese della cuccagna si sia evoluto nell’ “individualismo possessivo”
tipico della definitiva affermazione del concetto di “proprietà privata”, fondamento
della società borghese e capitalistica. L’idea di proprietà privata contiene infatti
una contraddizione fondamentale per comprendere il rapporto tra “individuo e
oggetto posseduto”. Quella che inizialmente si manifesta come formale
relazione sociale, come accordo collettivo, in base al quale tutto quanto
posseduto dal singolo “viene precluso” agli altri, di fatto nel
capitalismo conosce una evoluzione che la ridimensiona, ma enfatizzandola,
nella preclusione degli “oggetti posseduti” (beni mobili e immobili). Questa evoluzione
trova origine proprio nel parallelo mutare dell’idea di proprietà privata che
nasce all’inizio della modernità come progressivo trasferimento verso il basso
del “dominium”,
della “sovranità”
fin lì esistita, quella del “sovrano”. Ma se l’essenza ultima di questa
consisteva soprattutto nel diritto di “vita o morte” sui sudditi, il suo trasferimento
verso il basso, dell’esclusività degli oggetti posseduti, non poteva che
completarsi analogamente nel diritto di “distruggere”, di dare cioè morte all’oggetto
posseduto. Con quest’ultima Graeber raccoglie le varie suggestioni sin qui
presentate per arrischiare una qualche sintesi di quanto è racchiuso nella parola
“consumo”. La quale, di per sé stessa, in
effetti altro non è che una metafora non di rado usata in modo troppo estensivo
(un conto è parlare di consumo di un cibo, piuttosto
che di un pieno di benzina, altro è parlare di consumo di programmi televisivi,
e di tutti i prodotti che, per la loro natura, possono essere consumati,
assimilati, in modi molto differenti, creando quello che è definibile “consumo
creativo”). Proprio questa eccesiva estensione ci riporta alla
considerazione di partenza sulla separazione tra “luoghi della produzione” e “luoghi del consumo”, in base alla quale
(al massimo con l’aggiunta della sfera dello
“scambio”) tutto ciò che esce dal ciclo/luogo della produzione
si presta ad essere “consumato” (cibo, benzina o programmi televisivi che sia). Questa appare storicamente essere la nascita, lo sviluppo, l’attuale
estensione di tutto ciò che confluisce nel termine consumo,
che esasperato dalla necessità di dare esito alla produzione di una crescente
platea di “prodotti
di consumo” ha innescato il fenomeno che definiamo “consumismo”. Se questa situazione è il
risultato concreto del progressivo intrecciarsi dei fattori, in alcuni casi in
conflitto tra di loro, che Graeber ha qui ritenuto utili per meglio comprendere
i concetti di consumo/consumismo, quali
conseguenze, di ordine analitico, si possono dedurre? La prima è che il consumo è divenuto un’ideologia ancora
tutta da indagare in quanto tale. La seconda consiste nel salto di
qualità avvenuto nell’attuale culmine della modernità: “i luoghi della
produzione” (il
capitalismo) non producono solo beni di consumo
ma, per garantire il compimento del ciclo economico (profitti), ormai producono gli stessi consumatori (non a
caso il parametro usato per valutare l’uscita dalla povertà del Sud del mondo
consiste nel misurare i loro livelli di consumo). Queste
considerazioni non implicano la condanna tout court della produzione di beni,
semmai impongono di recuperare in essa l’idea di un ciclo produzione-consumo subordinato alla costruzione di
una giusta identità sociale del consumatore (fatta anche di rispetto dei limiti imposti da un pianeta dalle risorse
finite)
Nessun commento:
Posta un commento